Vita, incontri e opere di Marcel Proust
Vita, incontri e opere di Marcel Proust
le abitudini e i riti giornalieri
Céleste si era dunque sistemata nella camera di Nicolas e aveva iniziato il servizio del caffé; lo aveva visto fare tante volte a Nicolas che non incontrò difficoltà ad eseguirlo nel modo esatto desiderato da Proust. Si abituò anche alla camera immersa nella nebbia dei suffumigi, entrandovi per poggiare il grande vassoio d'argento con la piccola caffettiera, la tazza, la lattiera, la zuccheriera e il croissant.
Sapeva da Nicolas che al mattino, al risveglio, era spesso molto oppresso per la congestione dell'asma durante il sonno e che per prima cosa inalava una speciale polvere che faceva bruciare in un piattino, ma senza usare fiammiferi, dall'odore per lui irritante, bensì tramite un pezzettino di carta bianca, a sua volta acceso alla fiamma di una candela in un piccolo candeliere.
Fu una delle prime cose che Céleste imparò: la presenza di una candela sempre accesa, notte e giorno, accanto alla camera, su un tavolino in un corridoio situato alle spalle del suo letto e al quale si accedeva da una porta diversa da quella attraverso la quale si entrava in camera.
Proust, dopo che lei aveva poggiato il vassoio, le rivolgeva solo quel piccolo, meraviglioso gesto lieve della mano, per ringraziarla. Le prime volte aspettava che lei uscisse per bere il caffè. E non lo vide mai prendere una zolletta di zucchero, né sollevarsi un po' sul letto. Restava sdraiato, con la parte superiore del corpo leggermente sollevata dai guanciali, come chiuso in se stesso e senza uscire se non con quel piccolo gesto e quello sguardo che ti puntava addosso.
Tornata in cucina o in camera sua, Cèleste ripensava a ciò che le aveva detto, che non era giusto, nelle sue condizioni, tenersi accanto una donna, e a quella sua preoccupazione di starsene immobile a letto in sua presenza, al suo bere il caffè stando sdraiato... l'unica animazione era quel suo sguardo osservatore.
Céleste imparò la consegna del silenzio mentre riposava o lavorava, l'attesa del risveglio nel pomeriggio e del ritorno nella notte quando usciva.
"Cominciò allora il mio allenamento a restare sveglia di notte: non erano le veglie fino alle otto o alle nove del mattino, ma in genere già allora non andavo mai a letto prima di mezzanotte o dell'una."
Céleste visse con un turbamento inziale questo cambiamento di abitudini, con il più il fascino per un personaggio come non avrebbe mai immaginato potessero esisterne e che, con dolcezza diventava il centro della nuova vita: ora vicinissimo per la sua bontà e delicatezza, ora lontanissimo nel riflesso del suo pensiero."
Poiché Céleste era in servizio provvisorio Proust si preoccupava di trovare un domestico che sostituisse Nicolas e ne cercò di referenziati presso gli amici. Il conte Gautier-Vignal, suo ammiratore, incaricò la propria cameriera di occuparsi della cosa. Poco tempo dopo si presentò un giovanotto molto educato, timidissimo, che scambiò Céleste per la padrona di casa. Era stato riformato alla visita di leva perché troppo gracile. Proust lo assunse, in attesa che si impratichisse, e pregando Céleste di restare: lei capì che i cambiamenti e le facce nuove non gli piacevano molto, e ormai si era abituato con lei. Il povero giovane non fece in tempo ad imparare nulla: la guerra andava molto male, ci si appigliava a tutti i mezzi, fu richiamato e questa volta dichiarato idoneo e spedito al fronte, quasi da un giorno all'altro.
Proust ne cercò un altro. Assunse uno svedese, di nome Ernest, pensando che essendo di uno stato neutrale sarebbe durato più a lungo. Questi era completamente diverso dal primo, così infatuato di sé da credersi il re di Svezia, se non Dio.
Così Céleste fu pregata nuovamente di restare ancora un po'.
l'ultima volta a Cabourg
Ai primi di setttembre, nonostante la guerra, Proust decise di partire per Cabourg, sulla costa normanna, come ogni estate. "A Parigi si sentiva troppo abbandonato. La guerra aveva vuotato la città di quasi tutti i suoi amici. I più giovani erano al fronte - quanto a lui, era stato riformato per la salute in genere ed era così sofferente che, quand'anche avesse voluto andare volontario, non lo avrebbero voluto, neppure nelle retrovie. Gli altri, le donne, gli uomini troppo vecchi per andare sotto le armi, erano fuggiti dalla capitale, che si diceva fosse direttamente minacciata dalle armate tedesche."
La preparazione dei bagagli fu impegnativa, era fra le cose che Céleste non sapeva fare, ma sotto la direzione di Proust, imparò. Il portiere del palazzo, Antoine, fu incaricato di spedirli. Furono presi in consegna da uomini delle ferrovie. Proust aveva una grossa valigia che aveva visto molti viaggi, ma ancora solidissima, in cartone duro come ferro e ricoperto di tela beige. Fu riempita di manoscritti. Ogni volta che partiva, disse a Céleste, li portava via tutti. Erano il suo bene più prezioso, non se ne separava mai.
Aveva poi un enorme baule a rotelle, che però viaggiava nel bagagliaio, per vestiti, biancheria e maglie. Poiché si copriva molto, anche in estatem e cambiava regolarmente la biancheria - non metteva mai due volte la stessa - c'era una bella quantità di roba. C'erano anche due soprabiti fatti fare apposta per andare al mare, entrambi di vigogna, uno leggerissimo, grigio chiaro con fodera viola, l'altro marrone. E ognuno con bombetta a tono.
Bisognava portare, nel baule, le sue coperte personali, perché d'inverno l'albergo era chiuso, e per quanto arieggiassero, le loro coperte puzzavano di naftalina, e questo gli avrebbe dato fastidio.
Infine c'era tutta la farmacia per la cura dell'asma.
Il viaggio in treno fu più lungo del previsto, lungo le vie di comunicazione c'era il caos a causa della guerra e Proust arrivò stanchissimo. "Ma fu anche molto contento di ritrovare il suo Grand Hotel con la sua camera di ogni estate: la 137 se ricordo bene." Lo accolsero fastosamente, si vedeva che era stimato, ammirato, amato. Egli si sentiva come a casa sua. Avrebbero fatto qualcunque cosa per accontentarlo.
C'era più gente degli altri anni. Dati gli eventi, molta gente aveva abbandonato il proprio castello o la propria casa.
Céleste ricorda la grande terrazza sul mare. Proust aveva tre camere riservate all'ultimo piano, che davano tutte sul mare. Sopra di esse c'era un'altra terrazza alla quale era proibito accedere per tutta la durata del soggiorno di Monsieur Proust. Diceva: 'Non voglio avere né vicini né gente che mi cammini sulla testa. Lei, Madame, prenderà questa camera accanto alla mia, come un tempo Nicolas, Ernest prenderà l'altra.'
"La sua stanza era semplicisssima, molto meno bella della mia: un grande letto senza niente di straordinario, qualche sedia, qualche tavolo su cui dispose i quaderni e i libri. Niente camino: non ce n'era bisogno, dato che l'albergo era aperto solo d'estate."
Per il caffé non avevano portato niente, ma in fondo al corridoio del piano c'era un office per il personale e Céleste poteva prepararglielo utilizzando i mezzi dell'albergo, all'ora voluta. In mancanza di un campanello da una camera all'altra, per chiamarla avrebbe bussato al muro.
La vita in albergo era più o meno come quella a Parigi. Riposo e silenzio assoluto al mattino. Poi, dopo aver fatto i suoi suffumigi, bussava alla parete a fianco del letto (come al tempo dei soggiorni con la nonna), per avere il caffè. poi riposava di nuovo o lavorava ai suoi quadermi. Stava molto tempo a letto. La sera, a volte, scendeva all'ora dei pasti, ma senza pranzare.
La sera usciva raramente, essendo chiuso anche il casinò, dove prima gli piaceva recarsi, ma, disse a Céleste, senza mai giocare, solo per osservare.
Céleste non ricorda che avesse visto molti degli amici che pure soggiornavano nei dintorni come la contessa Greffulhe a Deauville, il conte de Montesquiou a Trouville, Mme de Clermont-Tonnerre a Bénerville, e la sua amata amica Madame Straus nella sua proprietà di Clos des Muriers, vicinissima. Capì un aspetto del suo carattere: voleva stare vicino a certe persone, se avesse avuto voglia di vederle per ragione sue, ma rifiutando gli obblighi che da loro potevano venirgli." Così le sembra di ricordare che i conti Greffulhe e il conte Montesquiou si fossero fatti annunciare, ma lui non avesse accosentito a riceverli.
In effetti, in una lettera a Madame Straus del settembra 1914, dopo essere tornato da Cabourg, Proust scrisse:
[...] J'ai appris rétrospectivement qu'un Monsieur, venu pour me voir à Cabourg avec Mme Greffulhe mais qui n'avait pas laissé son nom, ètait Montesquiou. Et j'ai pensé que peut-être il était chez vous à Trouville. Mais non, vous deviez déjà être à Pau. Mme Greffulhe este revenue depuis, mais me n'ai pas plus ètè en état de la recevoir que la premiére fois de sorte que je n'ai rien su à cet ègard [...].
"Fu allora che, dopo qualche tempo, rinunciò a darmi della 'Madame' per chiamarmi Céleste. E fu anche allora che, di tanto in tanto, cominciò a trattenermi per chiacchierare. Oppure mentre passeggiava sulla terrazza dell'albergo e mi vedeva passare oprendere anch'io un po' d'aria, mi faceva cenno di raggiiungerlo e parlavamo andando in su e in giù o guardando il mare. Ma questo non accadde più di due volte, perché io avevo abbastanza da fare a mettere in ordine nella sua camera quando lui non c'era."
Cresceva la fiducia di Proust in Céleste e Céleste si sentiva sempre più a suo agio e libera nel parlargli. Il presuntuoso Ernest fu un pretesto per questo rispettoso avvicinamento, fu utile praticamente solo per quello, perché non faceva quasi nulla e si annoiava in attesa di ordini, che Proust, irritato e seccato dalla sua presenza, non gli dava. Fu per loro due motivo di conversazione, entrambi facevano l'imitazione della sua aria sostenuta e ne ridevano.
Proust rimproverava Cèleste di non interessarsi a Cabourg e ai suoi dintorni, di non voler andare a spasso. Un giorno le paveva proposto di pagarle l'auto per farla portare in un posto dove in altra epoca lui aveva mangiato ottime frittelle. Lei aveva risposto di non averne voglia: "Mi trovo bene qui, con lei."
"Ricordo che andavamo su e giù per la terrazza, lui aveva messo il soprabito grigio chiaro: si fermò e mi mandò un sorriso solare. 'Grazie, Céleste' disse."
A Cabourg Proust iniziò a parlare a Céleste del suo passato, dei primi soggiorni che vi aveva fatto da bambino con la nonna e di quelli successivi, per fedeltà a quel ricordo e anche per seguire i consigli dei medici, tra cui suo padre, che ritenevano il cambiamento d'aria utile contro l'asma; inoltre in estate molti suoi amici soggiornavano nei dintorni.
Alcuni dei loro nomi divennero familiari a Céleste, come quello del banchiere Horace Finaly e di Madame Straus. Seppe che in quell'epoca felice andava spesso a fare gite e visite in auto; da Jacques Bizet, che dirigeva una prime compagnie di autonoleggio, gli erano stati indicati tre uomini di fiducia, due dei quali divennero i suoi preferiti: Odilon Albaret (suo futuro marito) e Alfred Agostinelli.
Una sera disse con aria complice a Céleste che le avrebbe mostrato qualcosa che non aveva mai visto. Dopo essere stato rassicurato che fuori dalla camera non ci fosse nessuno, perché era in giacca da camera e pantofole, la prese per mano come una bambina e la portò in fondo al corridoio: dal grande occhio di buio sul fondo si vedeva lo spettacolo del sole al tramonto sul mare di fuoco. E mentre Céleste guardava commossa sia dal suo gesto che dalla vista. le disse: "Guardi quel riflesso, Dio, com'è bello! Per me è sempre una meraviglia."
Un'altra volta, verso la fine del soggiorno, era l'equinozio; chiamò Cèleste per farle vedere, attraverso la finestra chiusa, la gente che portava tutto sulla diga per evitare i danni dell'alta marea. Lei era spaventata da quella sorta di Giudizio Universale. Lui rise della sua paura e la prese per un braccio. "Vedrà com'è bello! E questo non è niente. Cosa direbbe se vedesse la Bretagna?" E ricordò il suo viaggio con Reynaldo Hahn con cui aveva ammirato l'alta marea equinoziale alla punta di Raz. "Era magnifico, Céleste! Come vorrei tornarci!" E poi una cosa che in seguito mi avrebbe detto spesso: "Forse un giorno, se starò meglio... E la porterò con me. Vorrei proprio che lei vedesse."
"E anche allora, c'era nella sua voce un rimpianto quasi infantile."
il drammatico ritorno
Era il periodo delle grandi battaglie, come quella della Marna e dopo non molto arrivò l'ordine di requisizione dell'albergo a favore dell'esercito, per il ricovero dei feriti; restarono solo alcuni clienti che si sistemarono in una dipendenza dell'albergo. Proust era molto preoccupato per il fratello Robert che operava nelle prime linee. Ottenne di poter restare e fino all'ultimo giorno non arrivò nessun ferito.
Qui Cèleste sfata il racconto secondo il quale Proust sarebbe andato a far visita ai feriti, regalando loro sigarette e dolci, spendendo tanto da essere costretto a ripartire.
Vero che il denaro fu la seconda complicazione, ma a causa del panico causato dagli avvenimenti, per cui le operazioni bancarie furono per lo più sospese o rese impossibili dalla mancanza di mezzi di comunicazione; i suoi titoli erano partiti per Bordeaux ed egli non poteva rinnovare la riserva di denaro portata da Parigi. "Mia povera Céleste, ho speso tutto." In effetti aveva un alto tenore di vita, per quanto semplice, ed era molto generoso con le mance.
Così ripartimmo alla fine di settembre. I tedeschi erano stati fermati e i treni civili avevano ripreso a funzionare. Ma il ritorno fu drammatico.
All'improvviso, quando il treno arrivò all'altezza di Mézidon in Calvados, Proust ebbe una spaventosa crisi d'affanno. Tra una crisi e l'altra riuscì a spiegare:
"Mi prende ogni volta qui, d'improvviso., Dev'esserci qualcosa nell'aria che non sopporto... forse perché è la stagione del fieno. All'andata, quando si attraversa questa regione si è quasi giunti alla meta e la crisi non ha tempo di esplodere, ma al ritorno... l'idea che ci sia ancora un tragitto così lungo..."
Céleste era smarrita. Le medicine e il suffumigio erano in un baule nel bagagliaio, spiegò tutto all'addetto che vedendola sconvolta capì la gravità della situazione e le rintracciò il baule, da cui lei poté trarre l'occorrente per l'inalazione, che Proust fece subito dopo nello scompartimento.
All'arrivo nella'appartamento di boulevard Haussmann ci aspettava un'altra sorpresa: trovammo ancora all'opera gli addetti alla pulizia a fondo che ogni anno, durante l'assenza veniva eseguita con potenti aspiratori per togliere la polvere da ogni angolo della casa.
"Quando Proust sofferente vide quello spettacolo, mi disse accompagnando le parole col gesto: 'Se ne vadano, Céleste se ne vadano! Voglio solo poter andare a letto'."
Mandati via gli operai, una volta in camera, Proust chiese di avere subito le sue borse d'acqua calda e il candeliere con la candela accesa e i pezzettini di carta per dar fuoco alla polvere da inalare. Poi disse di non chiamare nessuno, di lasciarlo solo, aveva bisogno solo del suo letto. E di venire in camera solo quando avesse suonato.
Céleste, nel lasciarlo così, sudato, con difficoltà di respiro, piegato in due sul suffumigio, era atterrita. Aspettò in cucina, sicura di non rivederlo vivo. E invece, pian piano la crisi si placò e in serata la chiamò:
"Mia cara Céleste, lei ha avuto molta paura. La capisco e la ringrazio. È una cosa che non aveva ancora visto. Ma pensi che quand'ero giovane avevo delle crisi ancora più gravi."
Poi Proust le disse che aveva deciso di non tenere Ernest e di non aver voglia di cercare un altro sostituto, era troppo faticoso.
" 'Sarei lieto se si potesse fare in modo di rimanere come siamo. vuole?' Ed io, come se fosse stata la cosa più naturale di questo mondo, risposi: 'Perché no, Monsieur Proust?'
Ne parve sollevato."