Padre Mansueto Maria da Peveranza
La vita e le opere
1857 – 1937
“O frade impertinente e o pararaios di Cearà”
L’Oceano può ben separare i corpi ma non opporre il benché minimo ostacolo al volo e al congiungimento delle anime.(fra Benigno da S.Ilario Milanese)
Padre Maria Mansueto ritratto proveniente dall'Archivio Storico del Sac. Don Giovanni Croce
Nel lontano 2006 ho pubblicato dopo anni dedicati alla raccolta di documenti e testimonianze questa breve cronaca storica della vita di un mio concittadino.
Uomo probo e santo, ho voluto di lui testimoniare e lasciare ai posteri questo racconto.
AUTORE: GIOVANNI CROSTA Architetto, membro della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria con sede c/o Archivio di Stato - Trieste.
Peveranzese DOC da 20 generazioni.
Ho insegnato Religione negli Istituti Superiori negli anni 1981-82, 1982-83 e 1983-84 (incarico come supplente del'Chir.mo Prof. Tallone Claudio); Storia dell'Arte presso la scuola privata Liceo Linguistico/Liceo Artistico “Piero Chiara” in Gallarate negli anni 1989-90 e 1990-91. Da anni ormai mi occupo di storia locale pubblicando in AA.VV. Sacri Monti, devozione, arte e cultura della controriforma, a cura di Luciano Vaccaro e Francesca Riccardi, Ed. Un. Jaca, 1992. Relatore – pagina 249: “Sincronia e Diacronia nel linguaggio architettonico-religioso del Sacro Monte sopra Varese”. In AA.VV. a cura di Cinzia Robbiati "La Ferrovia della Valmorea ” - edito da Nicolini Editore in Gavirate agosto 2001 - pag. 46 Contributo "Valmorea e Valle Olona: la nascita della ferrovia attraverso i documenti dell'epoca". Pubblicazione della Provincia di Varese.
Sono stato l'ideatore e il Curatore della Mostra “Dramma, Fotografia e Poesia nella Prima Guerra Mondiale - 1918/1998” predisposta per la ricorrenza del 4 Novembre, fine della Grande Guerra, presso la Sala Consiliare del Monastero di Cairate, con il patrocinio della Biblioteca Civica di Cairate.
Ho Pubblicato la biografia di Padre Mansueto Maria da Peveranza nel Giugno 2006; Stampato da Lazzati Casorate Sempione (Va) ; se ve né ancora qualche copia la si trova presso la nostra amata Parrocchia in Peveranza; qui a futura memoria ne riporto l'intero progetto grafico e testimoniale.
Sono ora impegnato in questa nuova esperienza dove ho sostituito la carta con il Web; spero di fare un buon servizio ai miei avi consegnando allo sterminato firmamento nebuloso queste note, convinto ci sia qualcuno che al di là del tempo e dei luoghi voglia conoscere e ricordare chi qui ha vissuto.
Curatore e autore del blog : peveranzastorica.blogspot.com V I S I T A T E L O, La storia di Peveranza è storia semplice ma ricca di episodi e testimonianze preziose.
A poche settimane dall’inizio del mio ministero in Peveranza, guardandomi attorno quà e là nei nuovi ambienti, ricordo di aver notato con curiosità un ritratto situato nello studio della casa parrocchiale. Quel ritratto mi aveva profondamente colpito per la sua “serena austerità” e mi faceva sorgere diversi interrogativi: non sapevo che quel frate cappuccino raffigurato fosse proprio Padre Mansueto. Leggendo questo libro mi piace pensare che il lavoro svolto da Giovanni Crosta sia paragonabile a quello svolto dalla mano di quel pittore che, tratto dopo tratto, ci ha consegnato il ricordo dell’immagine così vivace del francescano.
Ma la raffigurazione pittorica tace un aspetto fondamentale di questa figura: il rapporto con la sua gente, con il “suo” prossimo.
Chi è il mio prossimo? Chi devo amare come me stesso? Sicuramente domande come queste devono essere echeggiate nel cuore del giovane Cesare Saporiti mentre si apprestava ad intraprendere la strada della vita religiosa. Un cammino che sarebbe partito da Peveranza e lo avrebbe portato ad attraversare l’Atlantico per approdare in Brasile.
Proprio la percezione di questa distanza geografica (un oceano, migliaia di chilometri) ci fa capire la potenza dello sguardo di chi vive alla luce del Vangelo. Il “mio” prossimo, vicino, è colui che in qualche modo mi appartiene e al quale io appartengo perché facciamo parte della stessa famiglia e comunità. La novità del messaggio cristiano, di cui Padre Mansueto è stato portatore, sta nel fatto che il concetto di famiglia e comunità devono essere allargati all’Umanità intera in quanto composta da figli di uno stesso Padre.
Lo sguardo profondo del nostro francescano lo ha portato a “farsi prossimo” di genti lontane, distanti geograficamente e culturalmente, e a trovare in loro la sua famiglia.
Grazie alla mirabile ricostruzione storico-biografica operata da Giovanni Crosta oggi posso dire di aver conosciuto in profondità non solo il frate cappuccino raffigurato nel dipinto, ma anche la sua gente, insostituibile protagonista della storia di quest’uomo.
Pertanto è con immensa gioia che rinvio agli interventi di Mons. Luigi Mistò e Claudio Tallone nel richiamare l’importanza della presente opera come documento prezioso della memoria e dell’identità della comunità di Peveranza.
don Daniele Lodi
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Sono stato particolarmente colpito dalla pubblicazione di Giovanni Crosta su Padre Mansueto da Peveranza, e dunque volentieri spendo queste due parole a modo di proemio al suo testo.
Sì, proprio quasi offrendo al lettore la testimonianza delle risonanze che queste pagine, stese dopo un’accurata ricerca storica, quasi con devozione, hanno suscitato in me.
Confesso che sono stato colpito, in primo luogo, da quanto la morte dell’umile frate cappuccino ha provocato, direi quasi scatenato, attorno a sé. Non ho potuto fare a meno di istituire subito un paragone “si licet parva componere magnis” con la morte, o meglio con la vera nascita, dell’indimenticato e indimenticabile Papa Giovanni Paolo II.
Leggendo le testimonianze documentate di allora, mi sembrava proprio di vedere quanto è capitato a Roma attorno alla salma del Santo Padre. Leggiamo nel testo a pag. 123: “File interminabili passavano accanto alla cassa funebre, in silenzio e devozione, una cosa che mai avevamo visto, sembrava fanatismo, ma non lo era, erano le virtù di un frate amico e santo che attraevano tutta quella marea di gente appartenente ad ogni fascia sociale”. Potrebbe essere la descrizione stesa oggi di fronte a quanto avvenne in occasione della morte del Papa. Possiamo forse ricavare la lezione che, di fronte alla santità vera, cioè quella santità che la gente coglie direi quasi spontaneamente, tutti si resta colpiti, credenti e non credenti, grandi e piccoli, persone importanti e persone umili, tutti si resta segnati e la propria vita inevitabilmente si confronta con quella della persona che si ha davanti e inevitabilmente qualcosa passa, qualcosa segna la vita. Questa è la santità vera, una santità che di per sé non ha bisogno neppure di essere proclamata ufficialmente perché è proprio la testimonianza che passa, la consegna che si lascia, la lezione che si impara e che fa bene per la propria esistenza.
In secondo luogo, mi è sembrato davvero bello e meritevole di una ammirata lode e di un sincero ringraziamento l’aver proposto ad una comunità cristiana e civica la vita, la vicenda storica, l’avventura di un suo figlio, nel medesimo tempo umilissimo e illustre. Il tentativo, riuscito, di Giovanni Crosta consente così di riscoprire le radici vere di un popolo; il lavoro, quindi, che è stato steso è un tassello concreto di quel mosaico che oggi tutti riteniamo molto importante e che è costituito dalla riscoperta delle radici, in modo particolare delle radici cristiane, di una civiltà. Certo, qui abbiamo un esempio anche limitato, ma che si pone come riferimento un po’ per tutti. Padre Mansueto è il frutto di una tradizione, di una educazione, di una storia fatta di valori profondi che noi oggi dobbiamo riscoprire se vogliamo progredire nella costruzione di una civiltà degna dell’uomo. La ricerca delle proprie radici, lo studio delle proprie radici, l’ammirazione e la riattualizzazione delle proprie radici: questo può essere il senso più profondo e più vero dell’opera che è stata scritta. Mi viene anche in mente che queste pagine sfatano o dovrebbero aiutare a sfatare il proverbio che personalmente non ho mai troppo condiviso, anche se ritengo per qualche verso purtroppo vero: “Nemo profeta in patria”. Anzi quanto più la patria è piccola, questo proverbio può sembrare vero: Peveranza è un paese piccolo eppure riscopre la grandezza di questo suo figlio.
Qui si può proprio dire che Padre Mansueto è stato, è e vuole essere profeta in patria, ma questo dovrebbe valere un po’ per tutti, dovremmo imparare tutti a saper valorizzare le presenze che abbiamo e che ci sono in fondo donate. Tante volte non ce ne accorgiamo o facciamo finta di non accorgercene! Ma questo vuol dire in concreto perdere le occasioni propizie che ci vengono donate, senza renderci conto che poi non ci saranno più concesse altre possibilità: valorizziamo le presenze, valorizziamo gli apporti, valorizziamo con stima, con gioia, con gratitudine tutto ciò che di buono, di bello e di grande avviene attorno a noi. Tante volte quasi per una sorta di larvata invidia o gelosia non prestiamo attenzione alle cose belle e grandi che capitano proprio vicino a noi. Perché aspettare troppo tardi per riscoprire i valori che invece potremmo oggi condividere, e quindi insieme attuare, per rendere la vita di tutti più bella e più valida?
E da ultimo, mentre leggevo e venivo sinceramente toccato, e restavo ammirato dall’esempio di questo frate, interrogavo la mia stessa vita e il mio ministero sacerdotale, e mi domandavo: come non si può rimanere affascinati, entusiasmati da un esempio simile? Come Padre Mansueto non potrebbe anche oggi suscitare la voglia di una imitazione? Se è stato possibile per lui perché non può essere possibile per noi? In fondo questo è il senso vero della santità, questo dovrebbe essere il punto vero della santità.
L’auspicio con cui concludo queste mie righe, quindi, è proprio quello che altre persone, giovani soprattutto, leggendo questo testo e venendo in qualche modo coinvolti dentro questa avventura, nel medesimo tempo così semplice ma così elevata, sentano nel cuore il desiderio di una imitazione, sentano nel cuore il desiderio di fare come lui.
Sento di potermi rivolgere alla comunità stessa di Peveranza, che in questi anni ho avuto la grazia di poter ammirare e amare nella sua semplice ma intensa cordialità e nella sua peculiare ricchezza umana e cristiana: “Sii orgogliosa di questo tuo figlio così umile e così grande, conservane viva e attuale la memoria, continua a creare le condizioni affinché altri ragazzi, adolescenti e giovani ne possano imitare l’esempio!”
È bello ed è grande dedicare tutta la propria vita per un ideale di servizio in modo particolare nei confronti dei più poveri e dei più bisognosi. E se poi questo servizio è motivato dalla fede viva e ancorata alle proprie radici, alla propria tradizione vitale, allora questo servizio si traduce consacrando la propria vita, come ha fatto Padre Mansueto, nella missione anche nella nostra realtà che è comunque missionaria, affinché ogni uomo possa davvero incontrare la realizzazione piena della propria esistenza che è il Signore Gesù.
Luigi Mistò
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Quando si scrive intorno ad un religioso lo si fa, generalmente, per determinare la sua importanza nell’ambito della Chiesa universale o dell’Ordine o congregazione cui il religioso è appartenuto, oppure per valutare la valenza della sua spiritualità o l’eroicità delle sue virtù.
Giovanni Crosta ha raccolto le testimonianze sulla vita di Padre Mansueto da Peveranza con il semplice scopo di consegnare, nel modo più completo possibile, la memoria del religioso cappuccino alla comunità umana nella quale il seguace di san Francesco ha avuto i natali.
Per inquadrare storicamente la figura morale di Padre Mansueto quale risulta dalla ricerca documentaria condotta, tenacemente, dall’amico Crosta ritengo opportuno richiamare alcuni dati.
Dopo che nel 1528, con la bolla Religionis zelus, Clemente vii aveva promulgato l’erezione canonica dei ‘Frati Minori della vita eremitica’, che per voce di popolo presero il nome di ‘Frati cappuccini’, nel territorio vicino a Peveranza furono fondati in tempi che possiamo considerare brevi alcuni insediamenti: nel 1560 il convento di San Bartolomeo in Varese, nel 1571 quello di Santa Maria in Cardano al Campo, nel 1582 quello della Visitazione di Maria in Cerro Maggiore e nel 1642 quello di Santa Maria Assunta in Tradate. Insediamenti religiosi che furono tutti soppressi nel 1810 a causa dei noti decreti napoleonici.
Numerosi sono i cappuccini originari del nostro territorio che troviamo registrati nelle carte dei conventi dell’Ordine. Solamente per citare i più noti della prima ora facciamo il nome di Padre Giuseppe Piantanida da Ferno, ispiratore e propagatore dell’esercizio di pietà delle ‘Quarant’ore’, e quello dell’estatico Rufino da Gallarate.
Doveroso è anche qui ricordare Alessandro Gaetano Saporiti che in religione prese il nome di Padre Nicolao da Cureglia (sic!) il quale, nato a Peveranza il 12 agosto 1813 ricevette l’abito religioso il 25 ottobre 1834 e fece la solenne professione il 28 ottobre 1835. Padre Nicolao ricoprì le cariche di vicario del convento di Locarno nel 1845, poi, nello stesso convento, di guardiano nel 1849 e nello stesso anno di ‘discreto’, cioè componente del consiglio del superiore, nel convento di Faido.
Il giovane peveranzese Cesare Saporiti ha abbracciato l’Ordine dei cappuccini, prendendone l’abito, il 18 ottobre 1880, cioè circa vent’anni dopo la morte di un altro suo conterraneo seguace di san Francesco nello stesso Ordine, avvenuta nel Convento di Crema il 25 aprile del 1861, fra Domenico da Peveranza, al secolo Gaetano Crosta.
Il momento storico in cui vive Padre Mansueto da Peveranza è un tempo di crisi generale degli Ordini religiosi che coinvolgeva, ovviamente, anche quello dei Cappuccini che in quegli anni registrava, rispetto ai 26.826 membri del 1872 ed i circa 11.100 del 1850, poco più di 7.500 membri.
Bisogna, però, anche ricordare che in quel periodo storico la Chiesa si era arricchita provvidenzialmente di una grande mole di fondatori e fondatrici di congregazioni religiose dedite soprattutto alle opere di carità, molti dei quali per le loro eroiche virtù sono saliti agli onori degli altari, come ad esempio, Maria Domenica Mazzarello (†1881), Giovanni Bosco (†1888), Luigi Guanella (†1915), Francesca Cabrini (†1937).
Nel 1892, l’anno della lettera apostolica di Leone XIII Quarto abeunte saeculo nella quale il papa affermava l’importanza di condurre alle istituzioni cristiane i popoli dell’America Latina, Padre Mansueto è inviato dai suoi superiori in Brasile per svolgervi attività missionaria.
Vediamo sinteticamente quale fosse in quel tempo la situazione politica e religiosa in Brasile così da inquadrare storicamente la biografia del religioso cappuccino che Giovanni Crosta ha minuziosamente ricostruito nel suo lavoro.
Anche il governo indipendente del Brasile era stato influenzato dalle idee illuministiche e anticlericali così che a partire dal 1830 furono emanate numerose leggi contro la Chiesa. Nel 1855 venne proibito ai conventi di accogliere novizi, finché nel 1878 i religiosi stranieri avevano ricevuto praticamente la proibizione di mettere piede nel Paese ed i beni ecclesiastici dei missionari erano stati gradatamente espropriati. Il 15 novembre 1889 venne proclamata la repubblica degli Stati Uniti del Brasile, riconosciuta, in tempi brevi, da Leone xiii. Il 7 gennaio 1890 venne proclamata la separazione della Chiesa dallo Stato. I religiosi poterono allora apertamente far ritorno e riprendere le loro missioni fra gli indigeni.
Nel 1841 in seno all’Ordine dei Cappuccini era stato fondato a Roma il Collegio San Fedele, intitolato al protomartire dell’Ordine, per l’attività missionaria che tra i seguaci di san Francesco, come del resto nelle altre famiglie religiose, ha veduto fra il 1884 ed il 1887 una più efficace organizzazione.
Nel contesto politico e religioso sopra accennato Padre Mansueto ha avuto il primo incarico missionario nella diocesi brasiliana di Belém do Grão Pará, costituita nel 1719 e promossa archidiocesi nel 1906, nella quale le missioni avevano veduto un grande declino da che il vescovo Macedo Costa, era stato processato, condannato ed imprigionato nel 1873.
A Belém do Grão Pará, dopo aver per alcuni anni predicato le missioni al popolo nel territorio diocesano, Padre Mansueto ebbe l’incarico di cappellano dell’ospedale «Ordem Tercèira» presso il quale in poco tempo ha saputo rinnovare i Terziari ed infondere in loro un più profondo spirito francescano.
Mentre Padre Mansueto svolgeva il suo servizio missionario a Belém si stava preparando un avvenimento importantissimo per la Chiesa dell’America Latina: il Concilio plenario che si celebrò a Roma nel Pio Collegio Latino-Americano dal 28 maggio al 2 luglio del 1899. Da anni una commissione stava organizzando quel concilio ed in questa commissione si era distinto il dotto cappuccino Giuseppe Calasanzio da Levanaras che proprio per le capacità dimostrate nella fase preparatoria venne nominato presidente d’onore del Concilio e creato cardinale con il patronimico Vivés y Tuto.
I padri conciliari, seguendo i desideri di Papa Pecci, hanno regolamentato la formazione dei chierici, la loro vita ed i loro costumi, ed hanno trattato della formazione cristiana della gioventù, della dottrina cristiana, dello zelo delle anime e della carità. I decreti conciliari, approvati da Leone xiii con lettera apostolica del 1 gennaio 1900, avevano preso ispirazione da quelli tridentini e da quelli del Vaticano i, dalle decisioni dei papi e delle Congregazioni Romane oltre che dall’operato precedente dei concili provinciali dell’America Latina.
Nei primi anni del novecento Padre Mansueto viene mandato a Fortaleza, sede diocesana dal 1854, come coadiutore della locale chiesa del Sacro Cuore. La diocesi, retta dal vescovo Gioacchino Giuseppe Vieira dal 1883 al 1912, era in una fase di sviluppo e ancora più vigoroso impulso ha avuto durante l’episcopato di Emanuele da Silva Gomes, già ausiliare del Vieira, dal 1912 al 1941, tanto che Benedetto xv nel 1915 elevò la sede episcopale ad archidiocesi.
L’impiego del nostro religioso nella pastorale parrocchiale è facilmente spiegabile dal fatto che uno dei principali problemi della Chiesa brasiliana, allora più di oggi, era quello della scarsità di clero.
Altro problema nella Chiesa del Brasile era quello della formazione catechistica e Padre Mansueto colpì subito nel segno fondando nella parrocchia del Sacro Cuore l’opera del catechismo che ci è testimoniata come portatrice di copiosi frutti, tanto da potersi dire che il nostro cappuccino anticipò di settant’anni lo slogan della mobilitazione della diocesi brasiliana di Bajé del 1972: «Senza catechismo non c’è religione».
Padre Saporiti era pienamente cosciente del fatto che per una valida catechesi bisognava partire da un opera di umanizzazione attuata attraverso gesti concreti di carità: perciò ha fondato la «Scuola Pio x» per i ragazzi emarginati che da sola, come è detto nel Necrologio dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di San Carlo in Lombardia, mostra i meriti e le virtù apostoliche del religioso.
Padre Mansueto muore a Fortaleza nel 1937 coronato dalla stima di molti, come ben ci documenta Giovanni Crosta nella parte terminale del suo lavoro, ed io aggiungerei anche, consolato dal vedere la Chiesa brasiliana in una fase di forte ripresa. Infatti l’attività ecclesiale in Brasile illuminata dal Vangelo stava facendo i primi progressi nell’azione sociale, nel campo dell’educazione, delle cooperative agricole. Il clero del Brasile ed i missionari giunti dall’Europa stavano iniziando a sensibilizzare le popolazioni su problemi importanti come quelli della famiglia, della salute, del lavoro. Da un documento del 9 giugno 1935 pubblicato dall’episcopato brasiliano sugli statuti dell’Azione Cattolica e da una lettera indirizzata il 12 ottobre successivo da Pio xi al cardinale Sebastião Leme abbiamo anche testimonianza del fatto che in Brasile stava prendendo avvio questa importante organizzazione di laici disposti a lavorare in contatto più stretto con il clero. Nelle diocesi brasiliane la presenza dell’Azione Cattolica veniva ad assumere importanza ancora maggiore data l’insufficiente presenza di sacerdoti.
Giovanni Crosta ha raccolto anche testimonianza dei rapporti epistolari fra Padre Mansueto ed il parroco di Peveranza don Giovanni Croce e sulla particolare stima da parte di quest’ultimo nei confronti del missionario manifestata in più occasioni. Le lettere del Saporiti al parroco ci mostrano quanto il religioso fosse vicino spiritualmente alla gente del suo paese e quanto grande fosse in lui il desiderio di dialogare con i propri compaesani che oggi ancora ricordano il nome del missionario percorrendo la via di Peveranza che, a lui intitolata, di lui parla: è la strada più umile del paese.
Claudio Tallone
Frei Mansueto (primo in basso a sinistra), Frei Adolfo, Frei Bartolomeu e outros
Poi disse ai discepoli: «Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono: eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l'animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
Luca 12, 22-32
Don Carlo Monti, Parroco reggente la Parrocchia di Santa Maria Assunta in Peveranza, mi chiese - una decina d’anni or sono - di predisporre un progetto grafico per la realizzazione di un riquadro decorativo - evocativo. La sua collocazione finale presso il cimitero del nostro borgo, aveva intento didattico e commemorativo: tenere vivo il ricordo dei Parroci rettori della nostra Parrocchia nonché dei Sacerdoti e Religiosi nati in Peveranza, perlomeno, di quelli di cui si aveva testimonianza diretta o recente.
L’interesse era tale per una simile proposta, che ben presto iniziai sia la stesura delle prime bozze figurative del progetto grafico sia la ricerca storica dei dati e degli antefatti.
Una prima consultazione, presso gli archivi della Parrocchia, mi diede la possibilità di catalogare la documentazione relativa a coloro che avevano svolto il loro ministero in Peveranza; tale documentazione si rivelò appena sufficiente, per individuare i dati essenziali di quanti nei secoli si erano alternati alla regola religiosa del paese. Particolarmente laboriosa risultò, inoltre, la ricerca sui nativi, soprattutto di tutti quelli che avevano svolto il loro ministero in altre diocesi o addirittura oltre i confini d’Italia.
Nella circostanza, un nome mi colpì in particolare: Padre Mansueto Maria al secolo Cesare Saporiti. Mi fece ricordare come nel centro del nostro abitato vi fosse una via lunga poche decine di metri, di scarso interesse viabilistico, la quale raccorda piazza Roma con via Castelfidardo, e, in prossimità del transetto della Parrocchiale, sulla parete di un caseggiato prospiciente, una lapide con il suo nome.
Mi posi la prima di una lunga serie di domande: perché dedicare[1] una via? Chi era P. Mansueto? Dove aveva vissuto in gioventù? Dove aveva svolto il suo ministero e per quanto tempo? Dove si trovavano le sue spoglie? E altre domande ancora si sovrapponevano….
La lettura dei testi e dei carteggi che durante le ricerche raccoglievo, faceva si che più analizzavo, esaminavo, più le sue qualità affioravano; le nebbie che circondavano il suo percorso terreno, si trasformavano in foschie sempre più rade. A poco a poco, si delineava il ritratto di un uomo straordinario, e si tracciavano i contorni della sua grande personalità. Emergeva come la figura del Saporiti avesse pervaso per molti anni il tessuto religioso e sociale della nostra comunità; non solo per i buoni rapporti allora in essere con i parroci reggenti la parrocchia, ma anche per il prestigio e la fama che hanno sempre circondato la sua figura, nonostante avesse trascorso tutta la sua vita, lontano migliaia di chilometri dal paese natìo.
Spinto dalla curiosità, mi ricordai dell’“archivio” che mia nonna[2], certamente con lungimiranza, aveva custodito con cura nella sua lunga vita. È una raccolta estesa di libri, documenti, foto, stralci di giornale, lettere, cartoline, necrologi ed altro: una eredità insolita, pressoché una “memoria” della sua lunga vita.
Proprio in questa raccolta trovai, prima ed importante traccia, un opuscolo commemorativo di Padre Mansueto, che raccontava avvenimenti singolari; rinvenni un necrologio che era servito per completare un epitaffio a suo ricordo. Tra carte ingiallite, documenti dattiloscritti, epistole e foto sbiadite con ritratti di persone sconosciute, ho avvertito più intenso il desiderio di percepire meglio la personalità ed il carisma di questo frate cappuccino che mi appariva sempre più avvincente e coinvolgente.
Ho avuto modo di accedere alla corrispondenza[3], intrattenuta con Don Giovanni Croce, parroco di Peveranza (1929-1973), depositata presso gli archivi della Parrocchia.
Ho trovato informazioni e preziose annotazioni dei suoi confratelli nella “Cronaca dalle Missioni”, contenuta negli Annali Francescani[4], e inoltre nei numerosi testi pubblicati sulle vicende delle Missioni Cappuccine Milanesi in Brasile.
Altre notizie importanti sono emerse dalle pagine dei quotidiani dell’epoca; I giornali di Fortaleza, ricordarono, con insolita evidenza, la vita, le opere e le solenni esequie che furono tributate a padre Mansueto; così pure mi risultarono significativi i vari e articolati necrologi, fondamentali per appurare i sentimenti e le emozioni di quanti lo conobbero in vita.
Ho successivamente continuato la ricerca documentale presso l’archivio della “Provincia Cappuccina Milanese”, in Italia, in Svizzera e in Brasile, avvalendomi della preziosa collaborazione di tante persone.
Tra queste, in modo particolare, vorrei ricordare e ringraziare:
Padre Fedele Merelli, attuale responsabile dell’Archivio Provinciale dei Cappuccini Lombardi in Milano il quale, con francescana pazienza, nonostante le difficoltà dovute all’opera di sistemazione della biblioteca e dell’archivio, mi ha fornito una serie preziosa di testimonianze.
Padre Ruggero Beltrami responsabile dell’Archivio dei Cappuccini della Curia Provincial presso la Provincia Capuchinha della N. S. do Charmo in São Luís il quale, nonostante i suoi tanti impegni (dovuti alle molteplici responsabilità), si è attivato presso i confratelli della Provincia del Cearà per farmi pervenire documenti, fotografie, testimonianze dirette e tanti altri dati necessari per approfondire la conoscenza della vita di Padre Mansueto in Brasile. Dato che Padre Beltrami è rientrato in Italia nell’estate scorsa, in occasione dei festeggiamenti per i suoi 50 anni trascorsi in missione, mi sono avvalso della sua competenza e dei suoi consigli nella ricerca presso gli archivi, ha aggiunto così preziosissime notizie e testimonianze a complemento di quanto già raccolto.
Padre Lorenzo Frattini, missionario comboniano in Africa, nostro compaesano, il quale mi ha aiutato in alcune riflessioni sugli aspetti teologici e “kerigmatici” della Predicazione nonché con interessanti meditazioni sul concetto di santità e di martirio.
Don Daniele Lodi, nostro parroco, che si è lasciato coinvolgere anche a livello personale nella ricerca e nell’approfondimento di annotazioni, memorie e manoscritti conservati presso l’Archivio Parrocchiale.
Un grazie a Carla David, gentile maestra portoghese distaccata nel “Comprensorio Scolastico di Cairate”, e a Luisella Rivolta, cara amica, che sono pazientemente intervenute nella trascrizione italiana dei documenti in lingua portoghese, grazie inoltre alla Professoressa Rossi Graziella per la revisione del testo e i raffinati suggerimenti.
L’amico Gian Piero Morandi, che ha meticolosamente strutturato con me i dati raccolti, le informazioni e ha collaborato alla stesura del primo canovaccio di questa pubblicazione.
Un grazie infinito non solo per la prefazione ma soprattutto per il dono della sua amicizia bene più prezioso a Monsignor Luigi Mistò Direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi e della Fondazione Ambrosiana Paolo VI con sede a Villa Cagnola di Gazzada.
Vorrei infine esprimere tutta la mia riconoscenza al Professor Claudio Tallone del Centro Studi Guanelliani in Roma, mio méntore; ci lega un profondo e ormai trentennale rapporto affettivo, più di un fratello maggiore, e mi è stato maestro di vita; senza il quale nulla avrebbe avuto inizio e fine.
l’autore
Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, se non sono stati inviati?... La fede viene dall'ascolto e l'ascolto viene dalla parola di Cristo»
Rm 10,14.17
A partire dai primi decenni del secolo scorso, come sostenne Benedetto XV viene riesaminato il concetto di santità: la santità non è più considerata acquisita esclusivamente attraverso comportamenti straordinari o attraverso il martirio, ma più concretamente, si riconosce, l’eroismo nell’ambito dell’esatto adempimento della volontà di Dio, cioè nel compimento del proprio dovere cristiano, inteso in concreto e globalmente.
Ancor più incisivo è l’apporto dato da Pio XI, che completa l’intuizione del predecessore presentando la santità come la virtù di coloro che …sono dichiarati “santi” proprio perché in essi è discernibile questo caratteristico modo di realizzare la pienezza della vita cristiana.
Il Magistero di Paolo VI, nel luglio del 1975, ammonisce:
Noi, seguaci di Cristo, ci domandiamo: qual è la vera perfezione, quella che noi dobbiamo preferire?… Dice Gesù: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Vostro Padre celeste” (Mt.5,48)… Ha un nome, noi ci domandiamo, questa perfezione? Sì, ha un nome; … e si chiama santità. Come è mai possibile applicare alla nostra vita vissuta una formula talmente impegnativa…? Vediamo. Prima di tutto non è vero che la santità sia impossibile; leggete le vite di tutti i Santi e vedrete come essi per primi abbiano sperimentato le nostre stesse difficoltà, le nostre debolezze, e come siano riusciti, miracoli e carismi a parte, a meritarsi il titolo di Santi. Secondo: non a tutti i cristiani è fatto obbligo di impegnarsi nella esperienza di quei fenomeni straordinari, che caratterizzano alcune eccezionali figure di uomini e di donne, tra le tante che la Chiesa innalza agli onori degli altari.
Esiste una santità, che possiamo dire ordinaria, mentre anch’essa è tutta tessuta in un duplice disegno straordinario, ma, per sé, a tutti accessibile. La santità, infatti, di cui ora parliamo, risulta da due coefficienti, disuguali per natura e per efficacia, ma concorrenti e disponibili ad ogni buon cristiano fedele alla propria vocazione, alla santità. Il primo è la grazia, lo stato di grazia, la vita di grazia, che la Fede e i Sacramenti ci procurano, e che la preghiera alimenta ed esprime.
I primi cristiani, battezzati e in tal modo inseriti nella Chiesa, si chiamavano comunemente, per antonomasia, “santi”. “Santi” voleva dire cristiani viventi in quel principio vitale nuovo e divino ch’è la grazia, l’azione cioè dello Spirito Santo, la inabitazione di Dio, Uno e Trino, nell’anima, che appunto perciò si chiama “santa” (cfr. Gv.14,23).
Questo ineffabile rapporto soprannaturale della nostra anima col Dio Vivo, col Dio Amore, è la perfezione più alta, la fortuna più vera, la condizione più felice e indispensabile, a cui l’uomo possa e debba aspirare.
Vivere sempre in grazia di Dio è il proposito che ciascuno deve fare e per sempre…
Il secondo coefficiente è la nostra volontà, cioè la nostra personale vita morale, alla quale la nostra religione non impone solo precetti e minaccia castighi, ma infonde lumi, energie, conforti, carismi, che rendono, in certa misura, facile e possibile una stupenda, anche se nascosta, perfezione umana.
Volontà: la santità, derivante dall’uomo, esige questo primissimo impegno: bisogna volerla. Volere vuol dire amare. L’amore umano, animato da quello divino, cioè la carità, possiede il segreto della perfezione e riassume tutto il dovere dell’uomo e tutta la onestà naturale; questo è il sommo e primo precetto di Cristo: amare Dio, amare il prossimo.
Questa è la santità. Quella che il Vangelo ci predica e che esso rende possibile. Quella che sola salva l’uomo, edifica la Chiesa, rinnova il mondo.
Così nel corso degli anni l’avvenuta elaborazione del concetto di santità: è stato correlato il principio di quotidianità dell’azione evangelica, come forma eroica, sviluppata nell’azione virtuosa; potremmo qui presentare come esempio quella di Padre Mansueto nei lunghi anni di Missione.
La Chiesa ci ha illuminato a questo proposito con la Costituzione Dogmatica «Lumen Gentium» ed in particolare il capitolo V De universali vocazione ad sanctitatem in Ecclesia[1] e il successivo Decreto, Ad Gentes, interamente appoggiato sul fondamento dottrinale della Costituzione e dedicato alle attività missionarie. Tutta la Chiesa dunque è chiamata alla santità partecipandovi attivamente e perfezionando i doni che ha ricevuto dallo Spirito Santo.
Giovanni Paolo I in uno dei discorsi del suo breve Pontificato, quasi prevedendo la fine imminente della sua vita si e ci domandava: che cosa ci chiederà il Signore nel giorno del giudizio? E subito ce ne dava la risposta:
Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.
Matteo 25,31-46
La risposta che Albino Luciani traeva dal Vangelo ben si sposa con un altra pericopa evangelica che ben preannuncia il giudizio per i giusti:
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
Matteo 5, 3-12.
Il nostro Padre Mansueto si può ben definire un esempio di cristiano che testimonia in concreto, un’esistenza umana che ha partecipato attivamente e perfezionato nel quotidiano ciò che lo Spirito Santo gli ha donato. Santità ‘comune’ non significa una ‘santità inferiore’ ma una santità realizzata attraverso il dovere della quotidianità. Ogni uomo dunque ha in sé un richiamo alla presa di coscienza della vocazione cristiana e quindi della vocazione alla santità.
Ora, quando si propone la figura di Padre Mansueto quale ideale anticipatore, con il suo comportamento umano e religioso, della concreta esperienza della santità quotidiana o delle virtù esercitate nel quotidiano, che cosa intendiamo dire?
Ricorre spesso nella descrizione della vita di Padre Mansueto il termine ‘santo’, un attributo, che rivolto al ‘vecchio’ frate, potrebbe essere, per alcuni, inopportuno, in quanto espressione esclusivamente riservata a coloro che sono in diretta relazione con Dio e, in senso ancor più ristretto, a coloro verso i quali la Chiesa ha riconosciuto debiti pubblici onori in ragione delle loro eroiche virtù. Nessuna idea di attribuire un riconoscimento così impegnativo alla figura carismatica di padre Mansueto, va però riconosciuto al nostro buon seguace di S. Francesco che la sua vita è stata ispirata al principio di fedeltà evangelica che vede nella quotidianità una forza eroica. È una condizione che se non vale tanto quanto il sacrificio estremo e sublime del martire che consegna la sua vita a testimonianza della sua fede, è tuttavia composizione di quel ‘ quinto Vangelo’ di cui parla Pomilio.
Con queste premesse ha interpretato nel corso della sua quotidianità il miracolo della santità.
Quella di un uomo che in Dio ha perso realmente la coscienza di se stesso al punto da stimare Dio come l’unica realtà importante. O ancora, quella santità di un uomo che permette allo Spirito Santo di intervenire su di lui, di servirsi di lui perché possa egli esercitare il ministero dello Spirito nei confronti dei fratelli, aprirli alla grazia del Dio vivente, dire loro una parola amorosa dolce, esigente (Von Balthasar).
Sono le stesse parole che un’altra santa del nostro tempo, Madre Teresa di Calcutta, soleva ripetere quando le ricordavano i “miracoli” di bene operati nella sua vita: “Sono semplicemente una piccola matita nelle mani di Dio. Egli scrive attraverso di noi e scrive bene, per quanto noi possiamo essere degli strumenti imperfetti”. E tutto ciò è presente, sempre, ed abbraccia nel suo insieme tutta la vita di Padre Mansueto. La sua testimonianza lascia spazio per l’azione potente dello Spirito di Dio. La sua giornata poggia sull’esercizio concreto della fede, della speranza e della carità che traduce nell’impegno missionario di “martire” e di “confessore” presso i fratelli.
Testimone diretto il Silva, afferma con cognizione di causa:
Lì tutti conoscevano quel frate austero, corretto, santo e santificatore, sempre con il mantello sulle spalle che lo rendeva ancora più santo. Perché in esso infilava l’aureola della santità.
La sua fama di santità cresceva di giorno in giorno. Egli la teneva dentro di sé, nella curva dell’umiltà. Più la nascondeva e più il popolo devoto la scopriva. Per questo era visibilmente venerato e rispettato.
Il confessionale era la sua cattedra. Tutti volevano confessarsi con lui in quanto i suoi consigli erano come un balsamo confortante per le anime che gli si avvicinavano.
Proprio perché si lascia veramente guidare dallo Spirito, non si gloria delle sue opere e delle iniziative – talvolta anche eccezionali - a cui ha dato vita. Con l’umiltà e la preghiera egli si affida a Dio, ma, proprio perché dimora in Dio ed è vicinissimo al cuore di Dio, ha una genialità profetica e una forza eroica nel percepire i bisogni degli uomini e nel venire loro incontro.
Una esperienza fondamentale del suo quotidiano è il ricorso alla preghiera. Sa che nulla potrebbe fare senza la forza intrinseca della Parola di Dio, alimentata dalla preghiera personale: questo è il segreto che gli permette di scoprire ed accettare le sofferenze, i sacrifici e persino il supremo sacrificio personale.
Come pastore non si sottrae all’esperienza di darsi tutto senza aspettarsi risultati: come il seme che, caduto in terra, muore. Ma non inutilmente.
Questo frate cappuccino, così come emerge dalla cronaca del tempo, nonché dalla memoria dei suoi confratelli, ha lasciato “tracce indelebili” della sua lunga vita terrena.
Certamente non possiamo immaginarlo come un uomo assolutamente perfetto, che faceva bene ogni cosa, che passava in mezzo alle cose sapendo trovare sempre il meglio.
Ci domandiamo: la virtù esercitata nel quotidiano quanto incide come testimonianza di fede e di carità? Tanto quanto il gesto, il vertice dell’eroismo cristiano, il martirio che è il sacrificio completo, dono di sé agli altri. Consideriamo solamente che ogni istante delle nostre vite dalla nascita alla morte, ha lo stesso valore e ogni nostra azione si qualifica come gesto in armonia spirituale con il Vangelo di Cristo o contro di Lui.
Il messaggio evangelico, divulgato quotidianamente in questi lunghi anni, ha dato, in silenzio, senza fragore alcuno, i suoi frutti.
Nella realtà la vera storia della vita di un santo ci mostra anche le incertezze, le fatiche, i dubbi, le difficoltà, le ansie, e anche gli errori nel trovare il proprio cammino. Ma è proprio in questa tensione spirituale, in questa ricerca dell’infinito e in questa certezza che dietro il volto di ogni uomo trovo il volto di Cristo, che si concretizza la santità vissuta, la santità del vivere quotidiano(card. C.M. Martini).
Ecco allora che nella serenità della preghiera, in lunghi anni di passione, di pericolo, di testarda fedeltà alla Chiesa di Cristo, di rigore morale, di insegnamento severo, di esempio costante, si è costituito l’humus, sul quale costruire, “nel deserto arido, nel silenzio, un’enorme foresta viva” che prende il nome di comunità cristiana Cearense. Non dimentichi di questa grande figura, alcuni anni dopo la sua morte, a seguito di eventi imprevedibili, come disegnati da una mano superiore, le sue spoglie furono separate e parte di esse, dalla tumulazione originaria nel cimitero di S. Giovanni Battista in Fortaleza, vennero trasportate e inumate in Sao Luis: …come le ossa dei Martiri che vengono suddivise nei luoghi di venerazione legate ai Paesi dove avvennero i loro soggiorni terreni…, così commentava Padre Ruggero questo avvenimento. Così ci viene ricordato padre Mansueto nelle memorie; Questo frate cappuccino, e sono la cronaca quotidiana, la memoria dei suoi confratelli, l’attestazione dei credenti a testimoniarlo, ha lasciato della sua “lunga vita” terrena tracce indelebili:
E file interminabili passavano accanto alla cassa funebre, in silenzio e devozione. Una cosa che mai avevamo visto. Sembrava fanatismo, ma non lo era. Erano le virtù di un frate amico e santo che attraevano tutta quella marea di gente appartenente ad ogni fascia sociale….
Uomini e donne anziani e bambini, ricchi e poveri prestano il loro omaggio di venerazione al figlio di S. Francesco che mai cercò la popolarità.
Tutto si ferma:
Affinché il personale potesse prendere parte alla manifestazione di cordoglio, le Segreterie dell’Interno e delle Finanze, e la Direzione Generale dell’Educazione chiusero gli uffici alle ore 15.
La vivida immagine della sua vita:
L’austerità della sua vita, la vivezza della sua fede, l’affettuosa, compassionevole sua carità, tutta soffusa di mitezza e di umiltà, si imponevano a tutti. La stima cresceva intorno a Lui, tanto più vasta e risonante, quanto più l’umile frate cercava di nascondersi e di passare inosservato.
La bontà, quando ha le trasparenze insegnate da Gesù, e l’amore quando scaturisce da un animo unito con Dio e che per Dio solo e in Dio solo ama i fratelli, hanno una forza a cui non si resiste, un fascino a cui non si può sfuggire. Ebbene l’umile frate Cappuccino seppe esercitare questa forza e questo fascino in mezzo alle centinaia di ragazzi che passarono nella sua scuola. Egli amò tutti con pienezza di cuore e con disinteresse assoluto, e da tutti fu riamato, poiché nella sua vita non ha fatto che realizzare il motto francescano di “Pace e Bene”. Una Pace ed un bene praticato e irradiato da una vita che fu tutta spesa per gli altri, senza nulla riserbare per se stesso. L’anno scorso aveva celebrato il suo giubileo sacerdotale, e attorno a lui fu una festa di popolo e di autorità.
La storia testimonia per noi che un umile frate Cappuccino, con la sola forza del suo grande cuore aperto a tutti i dolori e del suo segno di croce benedicente e riconciliante su tutte le miserie e le brutture della società, ha potuto in terra straniera suscitare tanto fervore e provocare, alla sua morte, tanto cordoglio di popolo e d’autorità.
Quale “valore” riveste per questi popoli la figura di Padre Mansueto?
A queste comunità dobbiamo oggi riferirci quando riflettiamo sull’operato di questo grande personaggio della fede e del sacrificio.
La verità ci consegna il contributo incondizionato dato nei 45 anni di vita missionaria di padre Mansueto, nella costruzione della comunità, nella diffusione della catechesi e nell’istruzione dei piccoli, futuri uomini e figli di Dio, sicuramente contributo non solitario, tassello di un mosaico grande e infinito, di certo artefice determinante, attraverso l’esempio quotidiano, per la salvezza delle anime.
Quale “valore” ha per noi oggi, la figura di Padre Mansueto?
Il valore dell’umiltà, della misericordia e dell’amore infinito per l’umanità, là dove chi si fa Umile e Misericordioso è capace attraverso l’amore profuso ininterrottamente di penetrare nei misteri più sottili della vita.
Frei Marcelino e Frei Mansueto
Noi siamo nati per la fatica e ci riposeremo in paradiso. Leopoldo Mantic
Cesare Saporiti nasce il giorno 17 ottobre 1857[1], a Peveranza Comune Autonomo del mandamento di Gallarate, nel XII° distretto della provincia di Milano, allora parte del Regno Lombardo Veneto[2].
Il paese, posto sul terrazzamento tra la valle Olona e le Prealpi varesine, in felice posizione geografico-ambientale, è raggiungibile mediante l’uso dei mezzi disponibili in quel periodo - quali il cavallo, il mulo e carriaggi vari - dalle altre località sparse lungo l’asse dell’Olona e dalla vicina Gallarate, sede della Pieve di riferimento.
E’ un piccolo centro ove l’agricoltura è l’attività principale: vi si coltivano granoturco, segale e frumento, ma non mancano la coltura del baco da seta, la lavorazione della piuma d’oca, la vigna e già si manifestano i primi sintomi di quella che sarà poi la fase protoindustriale dell’area Gallaratese con la nascita dei primi laboratori artigianali di meccanica e di tessitura.
L’ambita autonomia Territoriale e Amministrativa, riconosciuta al piccolo Comune, venne cancellata nel 1869 quando, come accadde per il vicino paese di Bolladello, fu accorpato al centro più importante e attiguo di Cairate[3].
La popolazione conta nel 1853[4] circa 470 persone e questo numero non subirà variazioni anche negli anni successivi: il censimento dell’anno 1921 registrerà, infatti, appena 437 unità[5].
Fra le varie notizie, rilevate nei vari testi di storia locale, colpisce la segnalazione di fatti straordinari, che collimano con gli anni prima e dopo la nascita di padre Mansueto, soprattutto si ha notizia di estese manifestazioni del Colera, in particolare nei paesi limitrofi, almeno sino al 1858[6].
Per quanto concerne l’aspetto urbanistico, Peveranza, per lungo tempo, presenta un tessuto urbano semplice[7]: posta a margine del torrente Tenore, è attraversata in buona parte dal Riale, che ne determina la conformazione urbana, e, al di sopra di un piccolo rilevato, nel centro dell’abitato, sorge la chiesa dedicata a Santa Maria Assunta[8]. Di qui passa uno degli itinerari che si identificano con l’antica via tra Como e Novara. Il borgo, così posizionato, si trova quindi quale punto di intreccio tra le vie di comunicazione portanti alle località limitrofe, affacciate sulla valle d’Olona e strategiche dal punto di vista del raccordo tra i bacini territoriali del Gallaratese e della vicina Como.
La conformazione del piccolo centro è omologa a molti altri luoghi e paesi della zona:
a) il nucleo centrale è composto primariamente da case rurali realizzate con materiali di risulta (sassi, pietre, calce composta con sabbie prelevate dal Tenore); la cui destinazione principale si interseca, inscindibilmente, con quella di sostentamento: spazi d’abitazione, vani per il ricovero di animali e masserizie. In un tessuto protourbano unico, si incrociano nello stesso ambito, decorose dimore, pozzo, concimaia, ricovero animali e ricovero mezzi e attrezzi per la campagna.
Addossate le une alle altre, formano cortili intercomunicanti con le pubbliche strade in un intricato schema di attraversamenti, di trame pedonali e carriaggi, ove la proprietà e la strada mantengono un confine, quasi impercettibile, ma fermo per coloro che ne hanno la pertinenza.
b) le cosiddette “case sparse”, ovvero le case coloniche esterne all’abitato principale, immerse nel verde della campagna: le cascine “Roncaccio”, “Biello” e “Belvedere”, collocate lungo le direttrici viarie verso i paesi finitimi e cioè Cairate, Bolladello, Castelseprio e Rovate.
Le strade, bianche, sino alla metà del secolo scorso, meritano di essere segnalate a ricordo della loro originaria denominazione, le principali: la Contrada di Santa Maria Assunta – oggi via Cattaneo -, la Contrada del Castello – oggi via Castelfidardo – e la Contrada della Piazza.[9]
Il paese é attraversato longitudinalmente da un canale o roggia di raccolta delle acque provenienti dalla collina posta a nord dell’abitato: il rivo, detto “Riale”, ha le proprie sorgenti nel territorio del vicino borgo di Rovate e si getta nel più capiente torrente Tenore in prossimità della strada consortile, oggi in disuso, detta della Mornera, posta lungo l’asse nord sud-est (oggi all’altezza del Circolo Cooperativa Famigliare).
Detto torrente, attraversa tutto il Contado del Seprio, costituisce una risorsa importante per il territorio, non solo per l’approvvigionamento idrico dei terreni coltivati circostanti ma anche per le cave di sabbia e di sassi indispensabili per le costruzioni, inoltre è il luogo ove quotidianamente si recano le donne per il tradizionale bucato.
Ancor oggi alcuni ricordano la presenza di un lavatoio in prossimità della attuale via Torino.
Il Riale coperto negli anni 30’ del millenovecento, diventa sede stradale, che per buona parte prende il nome di due Sacerdoti Peveranzesi, per il primo tratto quello di Ambrogio Saporiti (Fu parroco di Ranco), per il secondo, come detto, di Padre Mansueto.
Casa Saporiti si identifica oggi nella porzione di stabile[10], posto a chiusura della via privata che, dando le spalle alla Parrocchiale, troviamo, percorrendola, quale prima laterale sinistra della odierna via Castelfidardo[11].
L’abitazione della famiglia Saporiti[12] si compone di 4 locali ad uso abitativo e di due vani utilizzati come stalla e fienile e forma, con altre unità abitative[13] e rurali, la corte posta a chiosa dell’area cortilizia interna.
Il padre Damiano[14], di famiglia contadina, si sposa con Giuditta.
Dopo il primogenito Alessandro, viene alla luce Cesare; successivamente nascono Santino, Carlo ed i gemelli Baldassarre e Rosa .
Avviato al lavoro molto presto presso locali aziende, Cesare pratica il mestiere di ramiere: ne è prova la nota evidenziata nel registro dei Morti agli atti presso l’Ufficio Stato Civile del Comune di Cairate, di cui diremo nel prossimo capoverso.
Nel maggio del 1879 vede morire tragicamente il fratello Santino, di appena sedici anni[15] . Molto probabilmente questa circostanza contribuisce a far maturare la sua vocazione religiosa e ad avvicinarlo definitivamente alla vita conventuale.
Vive nel segno del Signore fin dalla prima giovinezza: così annota Don Angelo Tettamanti, poi parroco nella vicina Lonate Ceppino[16], il quale, nel corso della sua infanzia, ha la fortuna di conoscere Cesare, operaio presso l’azienda di famiglia ad Arluno[17].
Nella stessa orazione commemorativa ricorda le sue virtù da giovane e della santità che già possedeva prima ancora che si facesse religioso. Don Angelo conclude le sue note dicendo fortunati i Peveranzesi che potevano contare tra i propri concittadini un uomo veramente grande che ha fatto parlare di sé due mondi e specialmente che hanno un Santo in paradiso. Nei vostri bisogni ricorrete a Lui .
I Parroci reggenti la parrocchia di Santa Maria Assunta apprezzano fin da subito la sua volontà di diventare portatore di fede, soldato di Dio: Don Carlo Besozzi dal 1814 al 1868 negli anni dell’infanzia di Cesare, e poi Don Francesco Maino, dal 1868 al 1889[18]; anni questi decisivi per la chiamata alla vita religiosa del giovane.
Don Maino é il suo primo ed importante riferimento: vede crescere le aspirazioni di Cesare e ne segue, passo dopo passo, la vocazione.
Lo aiuta nella formazione religiosa, si applica nell’istruirlo, gli insegna la lingua italiana e la lingua latina, ammirandone la tenacia.
Dopo questo intenso periodo di fatiche, il 15 luglio 1880, don Maino non esita a predisporre tutta la documentazione necessaria da allegarsi alla domanda per accedere all’anno di noviziato presso l’Ordine Francescano dei Frati Minori Cappuccini[19].
Presentando Cesare Saporiti al Superiore dell’Ordine Francescano dei Minori Cappuccini, reggente il convento presso il quale era predestinato, così scrive il parroco don Maino nella “Relazione”, un documento tassativamente richiesto per quanti sono avviati alla vita consacrata:
Saporiti Cesare Augusto, di Damiano e Giuditta Carbonolli, nato e domiciliato sotto la parrocchia di Peveranza, non può dirsi abbia avuto un’istruzione regolare. Fanciullo ebbe frequentato la scuola comunale elementare fino alla seconda classe. Giovanetto fu esercitato in una pratica composizione, intervenendo qualche anno alla scuola serale, durante la stagione jemale.
Da un anno incirca sotto la direzione dello scrivente s’ebbe applicato ad uno studio più regolare della grammatica italiana in prima ed in seguito anche in quella latina Un’attiva e perseverante applicazione fece si che si venisse ad un risultato più che soddisfacente. Il Saporiti or sa tradurre l’italiano in latino ed il latino in italiano, con cognizione se non perfetto almeno più che sufficiente, delle principali regole grammaticali. In lui è fuor dubbio manifesto una buonissima disposizione ed attitudine a perfezionarsi nello studio, quando possa avere una regolare istruzione .
Il Parroco di Peveranza Sac. Francesco Maino [20].
Ed ancora, a seguito di una ulteriore richiesta di approfondimento sulla vita e sulle aspirazioni del Saporiti, il 28 luglio 1880 Don Maino scrive al reverendissimo Padre Superiore:
Molto reverendo Padre, la fausta circostanza che in questo dì, trovasi di mezzo a noi il caro ed amato nostro Arcivescovo, per l’Amministrazione della Cresima ha fatto si che ritardassi alquanto a evasionare il di lei foglio del 21 a.m. con cui mi ricerca di notizie intorno al postulante mio parrocchiano Saporiti Cesare. Mentre però prego a compatire il ritardo, non esito un momento ad esporre … quanto mi prego sapere del detto Saporiti Cesare. Il giovane è fuor dubbio della migliore indole, perché umile, riservato, obbediente e pio. Da me stesso venne ammesso alla Prima Comunione e fin da quei teneri anni mi ebbe dimostrato una pietà singolare. La pietà e per così dire ereditaria nella di lui famiglia, la quale come in passato così anche di presente conta preti, frati e monache. Per cui si può fare ogni miglior pronostico sulla felice riuscita di quanto che a mio avviso s’ebbe deciso per lo stato religioso, lorchè si vidde rapire un carissimo fratello di soli 17 anni, da un integrativo valore.
L’integrazione morale e religiosa che gli fu data dai legittimi ottimi cristiani cattolici suoi parenti non ha lasciato certamente nulla a desiderare. Aggiunga lei questa venne fuor dubbio perfezionato dalle mie cure pastorali a cui il Saporiti Cesare ebbe sempre fedelmente corrisposto. Così educato egli sempre si mantenne fermo nei buoni principi ancorchè per il suo mestiere di ramiere avesse dovuto temporaneamente abbandonare la famiglia.
Egli non fu mai implicato in nessuna lite, non assunse giammai nessun impegno di matrimonio, si dimostrò ogni ora fedele ai suoi doveri per cui è assolutamente libero da qualunque impegno. Da un anno in poi il suo sistema di vita lo si può dire da claustrale e ciò lo posso asserire con cognizione di causa, in quanto che io stesso l’ebbi assistito e moralmente ed indirizzato intellettualmente. Anzi vorrà aggiungere che più d’una volta ha ricercato e con… abbastanza aspri sacrifici ed umiliazioni per mettere alla prova la sua vocazione e sempre lo riscontrai docile tranquillo perseverante. Dopo tutto questo, parmi che possa accettare voi M.R. Padre di accettare in noviziato questo mio parrocchiano che continuamente il Signore a benedirlo, vorrà certamente essere un buon religioso.
Io non porgo nemmeno il minimo dubbio lo faccia per vocazione speciale, rimesso affatto il pericolo di abbracciare questo stato religioso o perché violentato o perché lusingato.
Credo di non ingannarmi ciò asserendo con tutta la franchezza ed una coraggiosa convinzione. Chiudo facendo voti perché il mio Saporiti Cesare venga il più presto possibile assecondato nel suo ardente voto di chiudersi nel chiostro per togliersi al mondo, prego voi M.R. Padre a non risparmiarmi dove posso illuminare ed indirizzare il mio Cesare che sono certo mi implorerà benedizione da Dio per avere … coadiuvato per corrispondere alla vocazione del Signore.
Sempre disposto ai suoi ordini e nel vivo desiderio di fare la di lei conoscenza alla prima opportunità.
Sac. Francesco Maino Parroco di Peveranza[21].
A seguito di questa ulteriore precisazione, all’età di 23 anni – nell’ottobre del 1880 – viene meno ogni dubbio perché il giovane Cesare possa entrare a far parte dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, aggregandosi alla “Provincia di S. Carlo” in Lombardia, e precisamente a Lovere (Provincia di Brescia), degno figlio tra le fila di quanti porteranno il seme apostolico lungo il cammino arduo delle Missioni.
Credo ci si debba soffermare su questo chiaro e limpido spaccato fatto da Don Maino della personalità, della forza, della fede di Cesare Saporiti, giovane, ma già maturo, convinto dei propri mezzi, capace di superare qualsiasi avversità e qualsiasi prova per poter affermare con la sua volontà il desiderio di affidarsi completamente al servizio della Chiesa di Dio, attraverso il cammino lungo e difficile presso la comunità religiosa dei Frati Cappuccini.
Lo stesso Don Maino non nutre dubbi sulla sua vocazione e sulla sua determinazione, anzi dà notizia con dovizia di particolari delle difficoltà, dell’assistenza sua, del sottoporlo ad abbastanza aspri sacrifici ed umiliazioni per mettere alla prova la sua vocazione non meravigliandosi quando alla verifica di queste prove sempre lo riscontrai docile tranquillo perseverante.
Inoltre la testimonianza dei concittadini, data per iscritto e qui trascritta trasmette ancora di più la dimensione religiosa presente in questo straordinario giovane:
Deposizione.
Peveranza 15 luglio 1880: Richiesto noi, Crosta Giovanni Antonio e Mussi Michele terrieri di Peveranza, dal M.R. Parroco don Francesco Maino di esporre con tutta verità e coscienza, tutto che può essere a nostra cognizione intorno a Saporiti Cesare Augusto, nostro compaesano protestiamo di non mentire ma dire la pura e semplice verità. Esponendo
I° Che il detto Saporiti Cesare Augusto è nato a Peveranza il 17 ottobre 1857 dai legittimi coniugi Damiano e Carbonolli Giuditta. Sono questi suoi genitori di ottimi costumi, veri e sinceri cristiani cattolici, che dalla vita più esemplare, ebbero ognuno avvalorato e confermato i buoni e religiosi principi in cui si studiano di allevare la figliolanza.
II° Che corrispondendo infatti alla buona cristiana educazione avuta, il Cesare Saporiti condusse ( ..) sempre una vita la più morigerata ed esemplare. Sotto ogni rapporto. Ragione per cui è giovane stimato da tutti, come esempio di moralità ed oggetto di edificazione per il fervore della sua pietà e la sanità dei suoi fermi principi cattolici. III° Che non fu mai, che il detto Saporiti Cesare, sia stato un imputato, in (…) implicato in processi di sorte, per crimine di furto, ladrocinio o altro di simile genere. Egli è indubitatamente scevro, da ogni macchia,, presso qualsiasi autorità.
IV° Che parimenti è libero da qualsiasi obbligazione con dei (…). Egli non ha debiti di sorte, non tiene gestione di cui debba rendere conto, non è impegnato in nessuna lite, insomma è rimosso assolutamente anche il minimo dubbio che egli possa avere il pericolo di simili molestie.
V° Che se il più volte citato Saporiti, entra in religione, non per secondi fini ne per procurarsi materiali vantaggi, sibbene per puro impulso di pietà, di sua spontanea e libera volontà, per corrispondere alla vocazione che il Signore ci ebbe dato nella circostanza e imprevista morte di un fratello minore. Questo è quanto a nostra cognizione che per amore di pura verità, attestiamo e confermiamo sottoponendo le nostre firme [22].
Ammesso ad affrontare l’anno di noviziato, nel Convento di S. Maurizio[23], Cesare ha modo di maturare la sua vocazione e di affinare le sue doti caratteriali, il suo spirito di servizio, nonché di aumentare le sue conoscenze linguistiche e intellettuali.
Prende quindi il nome di Mansueto Maria e così formula, il 20 ottobre 1881, la sua prima professione religiosa:
Io frate Mansueto Maria da Peveranza Chierico professo, che al secolo mi chiamavo Cesare Saporiti, essendo stato ricevuto in età di anni 23 nell’Ordine dei Cappuccini in questa Provincia di S.Carlo in Lombardia dal molto Reverendo Padre Agostino da Crema Ministro Provinciale, e compito l’anno canonico del mio noviziato in questo Venerando Convento di San Maurizio di Lovere, constituitomi parzialmente prima della mia semplice professione alla presenza del molto reverendo Padre Agostino et altri Religiosi, professo di questa famiglia protestando con mio giuramento di volere fare la mia professione di mia sincera libera e spontanea volontà, e di essere sano di mente e di corpo e di non avere alcun impedimento canonico, fisico o morale, che possa ostare a questo atto, sapendo inoltre tutto quello che devo promettere ed osservare, ho fatto la suddetta professione nelle mani del molto Reverendo Padre Giuseppe da Rovatta di questa Provincia oggi 20 ottobre del 1881 alle ore sete ante, alla presenza degli infrascritti testimoni e della religiosa famiglia Il che tutto confermo con giuramento toccando questi Sacrosanti Evangeli i quali mi assistono - frate Mansueto Maria da Peveranza chierico professo - Frate Giuseppe Maria da Rovetta maestro, Frate ignazio di Moretta … Testimonio, Frate Aurelio Vice=Maestro testimonio [24];
Tre anni più tardi, l’8 dicembre 1884, rinnova la sua scelta, questa volta con la solenne professione perpetua:
Professione di fede di P. Mansueto :
Formula da rimettere al Provinciale dopo la Professione Solenne Il Frate Mansueto Maria da Peveranza chierico con voti semplici che nel secolo si chiamava Saporiti Cesare essendo stato ricevuto in età d’anni 23 all’Ordine dei cappuccini in questa Provincia di S. Carlo in Lombardia, e compito l’anno canonico del suo noviziato nel Convento di S. Maurizio costituitosi personalmente prima della professione solenne alla presenza dei qui sottoscritti RR. PP.Professi di questa Religiosa Famiglia protestando con mio giuramento di voler fare la mia professione solenne di mia sincera, spontanea e libera volontà, d’essere sano di mente e di corpo e di non avere alcun impedimento che secondo le Nostre SS. Costituzioni ed i SS. Canoni possa ostare a quest’atto, sapendo inoltre tutto quello che devo promettere ed operare, Ho fatto la mia professione solenne nelle mani del M.R.P. Timoteo da Brescia Delegato dal provinciale M.R.P. Lorenzo d’Albino questo giorno 8 dicembre (giorno della Concezione di Maria) alle ore 10 e ¾ dell’anno 1884 alla presenza degli stessi infrascritti testimoni della Religiosa famiglia. In fede Fra Mansueto M. da Peveranza chierico professo; F. Timoteo M. da Brescia delegato; Fr. Filippo da Saronno testimone; Fr. Pio Ma da Bergamo testimone [25].
Sono trascorsi poco più di cinque anni dalla sua accettazione, e il 15 febbraio 1886 Padre Mansueto Maria é ordinato Sacerdote [26].
Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.
Luca 6,27-35
CENNI STORICI
La presenza dei frati cappuccini in Brasile è segnalata già nel XVII° secolo, precisamente nell’anno 1612, in concomitanza di una spedizione militare francese, e continua, salvo il momento delle espulsioni, sino ai giorni nostri[1]. I primi Padri missionari provenienti dall’Italia si insediano, intorno al 1705, dapprima nella città di Bahia, in quel tempo colonia portoghese, e da lì si spingono verso le vaste aree del territorio ancora inesplorato del Brasile. A partire dal 1889 il Brasile offre nuovi scenari politici. Con la caduta della monarchia e la proclamazione della repubblica e migliorate le relazioni tra Chiesa e Stato, molti sono gli Ordini religiosi che riprendono dinamicamente l’avvio di nuove ‘missioni’ evangelizzatrici nel paese.
Dopo anni alterni, in cui le difficoltà delle Provincie religiose italiane – gli anni delle guerre e della soppressione napoleonica – avevano influenzato non poco l’attività in queste terre, si sviluppa e si concretizza, attraverso l’organizzazione di nuove missioni, una maggiore presenza dell’Ordine dei Frati Cappuccini, specialmente in Brasile. Di qualche anno prima era infatti lo Statutum pro missionibus, una specie di ‘magna charta’, che Papa Leone XIII aveva decretato (25 luglio 1887) per gli Ordini religiosi impegnati nella evangelizzazione. Con questo documento venivano introdotte importanti innovazioni in materia di dottrina e di orientamento, modificando concretamente i criteri di operatività e di azione di tutto il movimento missionario cappuccino, rendendolo così più efficace e concreto nella sua difficile opera di evangelizzazione. Una delle prime applicazioni pratiche del citato Statuto é l’azione condotta dal Procuratore dell’Ordine, Padre Bruno da Vinay, che indirizza, nei primi mesi del 1891, un appello al Ministro Provinciale di Milano:
giacchè si presentano circostanze assai favorevoli per l’Ordine e per le Missioni nel Brasile. Il Governo del Brasile ha fatto caldissime istanze a Sua Ecc. R.ma Mons. Internunzio Apostolico in Rio de Janeiro ed al nostro R.mo Commissario Generale in quella Repubblica, per avere una numerosa spedizione di Missionari Cappuccini da impiegarsi soprattutto in una missione indigena sulle sponde del fiume Amazzoni, dichiarandosi pronto a stipulare qualsiasi convenzione in nostro favore [2].
La richiesta prosegue con l’assunto più importante relativo alla eccezionalità di tale sollecitazione:
La Santa Sede riconosce che è di una importanza eccezionale l’approfittarsi di tale offerta, poiché nelle condizioni presenti Le apre la via di affermare e stabilire presso quel Governo la sua benefica influenza ad incremento della nostra Santa Religione e a salvezza delle anime: ma perduta questa occasione, forse non ne ritornerà una simile e non potrà più conseguirsi il gran bene che ora ci è promesso[3].
La risposta del Superiore Provinciali non si fa attendere: la “Provincia Lombarda dei Frati Minori Cappuccini”, dopo i necessari accordi e la stesura di un piano organizzativo, approva con entusiasmo l’iniziativa.
Già nello stesso anno la missione di evangelizzazione, predisposta dai padri Cappuccini lombardi, nel Brasile del Nord può dirsi organizzata e fu scelto un gruppetto di candidati che dovevano formare la prima spedizione salpante per il Brasile. Secondo gli accordi presi con il Generale dell’Ordine, il 13 novembre 1891 esso partiva da Milano alla volta di Roma, per trascorrere alcuni mesi di studio e per dare una prima formazione ai missionari [4].
Io non ho mai desiderato argento, oro o vesti di nessuno. Voi sapete che alle mie necessità e a quelle di coloro che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In ogni occasione io vi ho mostrato che è così, lavorando, che occorre prendersi cura dei deboli, ricordandosi della parola del Signore Gesù che disse: “C’è più felicità a dare che a ricevere”.
At 20,33-35
Il quadro che segue si attiene al racconto fatto dagli storici, dai testimoni e da coloro che hanno descritto compiutamente la Missione: momenti, episodi, luoghi e persone.
Attraverso la correlazione di brani estrapolati dai testi, dagli Annali Francescani, dalle ricostruzioni storiche, dalle Relazioni Generali, dalle testimonianze dell’epoca, il cui filo conduttore è il tempo in cui si scandiscono senza tregua le vicende terrene di padre Mansueto e dei suoi confratelli, si dipana il racconto della sua vita missionaria.
Faccio avvertire tuttavia che i dati qui raccolti sono solo l’embrione di una più cospicua messe da conseguire in futuro grazie ad altri studi o ricerche, e segnalo che non di tutti i periodi si è riuscito a raccogliere documentazione e argomentazioni sufficiente.
La cronaca, anche se avara, comunque, ci documenta i grandi momenti di vita religiosa, di preziose manifestazioni spirituali e di atti eroici, di uomini che nella fede e per la fede “donano la loro vita”, di popolazioni che accolgono questi figli di Dio e delle enormi difficoltà incontrate lungo l’erto cammino della testimonianza in Cristo.
Ottobre 1891, Gli albori della Missione.
Dopo una accurata valutazione riferita alle capacità, alle attitudini, al carattere, nonché alle solide convinzioni di fede di ciascuno, con la comunicazione del 14 ottobre di quell’anno, vengono prescelti i seguenti frati: Vito da Martinengo, Mansueto da Peveranza, Samuele da Seregno ed Emiliano da Goglione, sacerdoti, ed ancora: Paolo da Trescorre e Daniele da Clusone, fratelli laici[1] .
La partenza da Milano, destinazione Roma quale tappa ‘obbligata’ per il necessario periodo di preparazione, avviene il successivo 13 novembre. Seguono alcuni mesi di dura e intensa formazione, di preghiera e di meditazione; altrettanto impegno é inoltre richiesto per l’apprendimento della lingua ed un primo approccio alle innumerevoli e complesse problematiche che si sperimentano in terra di missione. Lasciata Roma il 2 aprile 1892, arrivano il giorno seguente a Genova, porto di riferimento per i viaggi transoceanici dell’epoca.
10 aprile 1892, La Partenza.
Dopo alcune vicissitudini relative al mancato imbarco causato da un sospetto contagio da febbre gialla sul piroscafo, trovano posto sulla motonave “La Veloce” e salpano il successivo 10 aprile. Dopo 14 giorni di navigazione attraverso l’Oceano Atlantico sbarcano a Recife, capitale dello Stato di Pernambuco, sede prescelta per un primo approccio alla nuova realtà e per il necessario periodo di acclimatamento[2] .
Alcuni mesi fa abbiamo accennata la partenza dal convento di Milano di sei religiosi nostri cappuccini destinati alla lontana Missione delle Amazzoni in Brasile. …….. Di questi giorni salparono alla volta del Brasile…… Abbiamo avuto il piacere di salutare questi novelli apostoli della fede, della fratellanza. Essi sono lietissimi della determinazione presa di andare laggiù allo scopo altamente caritatevole di giovare a quelle povere popolazioni. L’idea della febbre gialla che al Brasile ora infierisce, il pensiero dei disagi punto impensieriscono questi novelli apostoli della fede, della fratellanza[3].
Arrivati a Pernambuco, mentre affrontano i primi passi nelle lande e nei villaggi, a nemmeno due mesi dal loro arrivo sperimentano la prima straziante prova: la morte, causata dalla febbre gialla, di P. Emiliano da Goglione [4]. Lo strascico lasciato da questa tragedia, non influisce però sul morale dei missionari, al contrario accentua la volontà di agire presto e bene in quei vasti territori del nord Brasile.
Per permettere un miglior avvio della nuova missione ed in vista di un futuro rafforzamento delle sedi con l’arrivo di altri Padri, si dividono in 2 gruppi.
Nella nuova Missione di Phena, padre Mansueto ha come compagni padre Vito da Martinengo e il fratello laico Daniele da Clusone.
Per meglio comprendere l’ambiente in cui vengono a trovarsi i nostri missionari, ci aiuta la testimonianza di padre Natale da Besana, anch’egli missionario in terra brasiliana, che così scriverà una ventina d’anni più tardi.
Per avere un’idea precisa del come la passa qui il Missionario, è necessario che voi abbiate qualche nozione riguardante questi luoghi.
Anzitutto dovete sapere che il Brasile è composto di moltissimi Stati. Ciascun Stato ha le sue città (più o meno civilizzate) con una grandissima estensione di selve abitate da gente non ancora civilizzata chiamata “cabocchi”. In tutti questi Stati vi è il proprio Vescovo con pochissimi Preti i quali stanno solo nelle città. Anche i Conventi di noi Missionari sono quasi tutti situati nelle città, ma la maggior parte dell’anno noi lo passiamo in mezzo alle selve, catechizzando i poveri cabocchi. Un Missionario, per esempio, esce dalla città per portarsi in mezzo alla selva a tenere Missioni e dopo tre, quattro, cinque mesi continui, stanco dalle fatiche se ne ritorna al proprio convento; ed ecco che subito un altro Missionario va a continuare l’apostolato dell’altro, e così via, via di seguito.
E le città del qui Brasile, credete forse voi che possano star a confronto a quelle d’Europa?
Niente affatto, sia in quanto al modo di trattare, al modo di cucinare, al modo di vestire e così andate dicendo. Per questa volta io non vi parlo d’altri luoghi, d’altre città del Brasile dove io fui solo di passaggio perché il giudizio che di essi io feci potrà essere errato, ma mi limito a parlar solo della città di S. Luiz, città principale del Maragnone dove sono già più di due mesi ch’io dimoro. In generale qui le case sono molto basse di un piano o, al più, di due piani, ma riguardo questo non si deve far nessuna meraviglia perché se così si costruisce, è per causa del grande caldo che ivi esiste.
Le vie sono molto strette, anguste e, quel che è peggio, sono molto sporche. Questa città la si può benissimo chiamare la città dei cani, perché non v’è famiglia che non abbia uno, due, tre cani, e un giorno io ritornando dal cimitero al mio convento (che non è tanto lungo) ebbi la pazienza di numerare tutti i cani che mi incontrai su quella via e furono più di novanta.
Il colore di questa gente è molto variato ma quello che più domina è il nero e il mulatto. Le prime volta che io vidi queste facce, nere come il carbone, ebbi quasi paura. Certamente si deve fidarsi poco di questa gente perché è traditrice al sommo.
Non solo nelle selve, ma anche sulle vie della città si trovano una gran parte di ragazzi e fanciulle (già grandicelli) completamente nudi e di questo nessuno se ne fa meraviglia, tanto sono abituati. Nella donna, specialmente, non vi è nessun pudore ed ecco perché il brasilero, anche oggi giorno, vive più da pagano che da cristiano. E davanti a Dio saranno forse scusati del gran male che fanno per la ragione ché sono gente rozza, ignorante? No certamente, perché questa è una ignoranza prettamente colpevole. Il dolce far niente piace troppo a questa gente, e, non volendo intraprendere nessuna arte o mestiere, sono costretti poi a vestirsi e a mangiare stentatamente.
Volete sapere di che cosa si ciba in generale il brasilero? Egli si ciba di arces (è una specie del nostro riso, cotto nell’acqua senza condimento), di mandioca (farina estratta dalle radici di una pianta), di carne di animale (non già ingrassato, bensì giovane, al più d’un mese di vita) e di frutta. Questi sono i cibi o piatti prediletti di qui, ma fino a tanto ch’io non mi sono climatizzato bene, mi astengo da questo modo di mangiare, almeno stando in Convento.
Qui a S. Luiz sta il Vescovo, ma la cattedrale (ovvero Duomo) è molto inferiore alla chiesa, non dico parrocchiale di Besana, ma di Santa Caterina. Non vi è un piccolo altare di marmo, e in quanto arredi sacri sono pochissimi e sdruciti. Dite, dite a Don Giovanni di gloriarsi perché egli tiene più paramenti per la sua chiesuola che il Vescovo qui del Maragnone.
Dacché io giunsi al Maragnone fino a quest’ora, grazie a Dio, si verificò un sol caso di febbre gialla, (terribile morbo che tolse la vita a parecchi nostri Missionari lombardi) ma s’appressa l’inverno (cioè tempo di pioggia che dura di continuo tre o quattro mesi), ed è allora il tempo dei malanni. Quando qui piove avviene tutto all’opposto di quello che succede a Milano nel tempo dei grandi calori d’estate. La ventilazione non si fa più sentire, e vi regna un’umidità indescrivibile. Io e gli altri due miei ottimi compagni, questa volta fortunatamente, giungemmo nel Brasile in un tempo molto propizio imperocchè l’inverno non ha ancora incominciato mentre per il passato, mi si disse, che la pioggia principia in Dicembre, intanto vi è meno pericolo di malattie perché ora siamo già climatizzati mica male[5].
Questa testimonianza aiuta a comprendere meglio gli stati d’animo di quanti affrontano con grande spirito di sacrificio, con abnegazione e altruismo, attraverso la sofferenza del corpo per gli sforzi da sostenere, la grande generosità e il dono di se stessi, la dura esperienza del missionario.
Padre Mansueto e gli altri confratelli sperimentano veramente la spiritualità di un’azione umile, concreta, ma certamente ‘eroica’, nell’annunciare il Cristo e nel servire la causa del suo Vangelo: uomini di fede profonda, determinati e pronti al calarsi vigili e amorosi nella vita quotidiana per rispondere di volta in volta alle sollecitazioni della Carità, al servizio dei fratelli.
I missionari, nell’autentica interpretazione del messaggio evangelico, si offrono al servizio dei poveri, dei giovani, dei malati, di coloro che il mondo rifiuta e non riconosce come ‘euguali’, e si dedicano al ministero popolare.
In obbedienza ai superiori, lasciano la sede per avvicinare e conoscere nuovi insediamenti, così da avvicinare e conoscere gli “indios” di quella regione ed esercitando in maniera del tutto originale il loro “ministero popolare, una forma di predicazione e di evangelizzazione “itinerante”, che costituirà una prerogativa della “Prefettura di Pernambuco” [6].
1892/93, Le prime Missioni ‘volanti’.
Diversi sono i viaggi che vedono impegnati i missionari: Padre Vito e Padre Celestino da Pedavoli in località Espirito Santo; Padre Samuele da Seregno con Padre Cassiano da Comacchio nella cittadina di Belem e dintorni; Padre Mansueto con il suo Superiore Padre Gaetano da Messina, prima nella cittadina di Itamaracà e successivamente a Limoeiro, in occasione della Pasqua del 1893.
Di questa missione itinerante, descritta negli «Annali Francescani», ricordiamo il grande impegno profuso nella predicazione, per le missioni quotidiane, per le processioni, per le benedizioni con una presenza costante di centinaia di persone[7].
In occasione di manifestazioni religiose particolarmente importanti, quali ad esempio la benedizione della Croce che doveva essere collocata nel frontespizio del N.S. Bon Gesù dei Passi di Jaguaribe, si registra la presenza di ben diverse migliaia di persone.
A nemmeno un anno di distanza dal suo arrivo, così si parla del nostro:
Padre Mansueto, non meno buono, non meno paziente, poche volte ebbimo il piacere e la fortuna di udirlo: ma in queste poche volte che l’udimmo, l’abbiamo dovuto ammirare come distinto predicatore. Parlando portoghese correttamente egli attraeva tosto il cuore di tutta quella moltitudine, per la sua persona simpatica, per la sonorità della voce che giungeva a tutti gli uditori e soprattutto per la bellezza del suo dire, per gli esempi e comparazioni storiche che citava e che rivelavano la sua erudizione. Padre Mansueto è incontestabilmente un distinto predicatore, degno d’esser udito. [8]
Padre Mansueto, oltretutto, conosce correttamente il portoghese: l’istruzione ricevuta, come del resto era previsto dal citato ‘Statutum pro Missionibus’, dà i suoi frutti: la grande acutezza e l’intelligenza, già sottolineate dal suo parroco don Maino nelle lettere di presentazione, gli vengono ampiamente da tutti riconosciute.
Appena un anno dopo il suo arrivo nella Missione, padre Mansueto conferma così la fiducia che i Superiori avevano riposto in lui: i nuovi missionari incominciano dunque ad essere impiegati nei vari uffici, addestrandosi soprattutto al ministero popolare che costituiva il compito più importante. [9]
Ma Padre Mansueto deve affrontare un’altra grande prova di fede e di coraggio. Le forti febbri e gli sforzi eccessivi, sopportati in occasione dell’ultima missione hanno purtroppo stroncato la forte fibra del confratello Padre Vito da Martinengo: la morte lo raggiunge il 4 marzo 1893, a soli 34 anni [10].
Lo stesso padre Vito aveva così sintetizzato negli «Annali Francescani», di cui era l’estensore, l’impegno profuso in quella missione, nella cittadina di Espirito Santo dell’11 gennaio al 12 febbraio , pochi giorni prima di morire:
un mese intero di predicazione, 15.000 uditori che tempestano i missionari per essere confessati, comunicati, ascoltati e consolati nei loro bisogni; lavoro quotidiano dalle tre del mattino alle dieci di sera, migliaia di confessioni e comunioni; 500 matrimoni [11].
Sempre dagli «Annali» si percepisce la complessità della instancabile predicazione nel Pernambuco:
per grande che sia il bene che si fa in queste missioni, per schiacciante che riesca il lavoro che vi si sostiene, …… vi sono le parrocchie, ma distanti le decine di leghe l’una dall’altra, con un solo prete. Vi sono Phena, Colonia e Papacaça: ma per quanto la nostra voce giungesse lontano, lontano, chi può pretendere che facciano …. Un pellegrinaggio lungo più dell’Italia tutta quanta …. Senza strada ferrata che non giunge se non al Garanhuns un 60 km avanti Papacaça; senza nemmeno strade di carrozza o di carro, ma solo per sentieri praticati in mezzo a vergini selve a ridosso di monti e a guado di fiumi; con stagioni sempre disastrose al viandante, perché o v’ha il sole d’estate che vi abbrucia e non trovate per leghe e leghe acqua né per voi né per le cavalcature; o v’hanno le piogge d’inverno che rendono impraticabili i sentieri e non guadabili i fiumi? Basta pensare che siamo in uno stato dove fanno appena cinque anni dall’abolizione della schiavitù…….. Se mal non mi appongo qui siamo come era la nostra Lombardia nei secoli quarto e quinto. Ricchissima fertilità di terreno e buona indole di popolo che aveva abbracciato, molto più presto che nelle altre provincie d’Italia il cattolicesimo: ma la difficoltà d’irrigazione e la mancanza di viabilità minacciava tener infruttuosi e i tesori del pingue suolo, e la semente Evangelica.[12]
1894, La Missione del Maranhão.
Nel secondo anno di instancabile opera di evangelizzazione, il 1894, Frei Mansueto, lasciata Pernambuco, raggiunge i primi missionari insediatisi nello stato del Maranhão, in funzione di appoggio, e anche lì si distingue per la sua innata capacità oratoria, acquisita in ore ed ore di instancabile predicazione presso le comunità indigene:
Questo missionario, in un anno e mezzo di permanenza in Brasile, era già diventato un provetto predicatore popolare[13].
Quali le motivazioni dello spostamento di Frei Mansueto nel Maranhão?
Quasi certamente i Superiori condividono la sua determinazione di portare il Vangelo agli abitanti di queste regioni, che erano ancora assolutamente all’oscuro della parola di Dio.
Uno dei veterani della missione è l’instancabile P. Mansueto da Peveranza, dotato di grande zelo e di forte complessione e di un forte potere di resistenza contro i più gravi ostacoli di viaggi, di paesi, di popolazioni, ottenendo quasi sempre dall’opera sua numerose conversioni, l’aumento della pietà e della pace nei paesi dove fè sentire la sua parola. .. sin da principio della nostra Missione nel nord del Brasile si dette a vedere sempre quale operaio instancabile nella vigna del Signore. Fin da quando dimorava in Pernambuco s’era reso già noto a quelle popolazioni per l’ardente zelo col quale annunziava la parola di Dio. .. fu mandato a tener missioni a Alcantara, a Viana, a Rosario e ad altri paesi del continente, e per tutti riportava grandi frutti. [14]
La realizzazione di una sede nella città di S. Luis capitale dello Stato del Maranhão, costituisce un tappa importante per la presenza dei Frati Cappuccini in queste terre, anche se questa avviene per gradi. Il riferimento è costituito dalla vecchia Chiesa di S.Giovanni Battista che in un primo tempo viene “ricevuta in consegna” dal Vescovo locale e successivamente acquisita con decreto del generale dell’Ordine il 12 maggio 1894; con lo stesso decreto é riconosciuta alla Missione del Maranhão autonomia transitoria,successivamente tramutata in definitiva nel 1897. L’istituzione della nuova “Missione del Maranhão” consente una più allargata azione evangelizzatrice verso altri stati, quali il Parà, il Cearà, l’Amazzonia e il Piauì[15].
Il primo organigramma della missione risulta essere composto dal Superiore, P. Carlo da S. Martino Olearo e dai padri Mansueto da Peveranza e Alfonso da Castel di Lecco e infine dal fratello laico Daniele da Clusone. Si può facilmente intuire quale sia il contrasto tra un territorio così vasto e le poche forze, anche se ben ‘agguerrite’, messe a disposizione. È compito di Padre Carlo sviluppare e risolvere tale problematica e lo fa seguendo due linee guida: la ricerca di una sede centrale e definitiva per la Missione e la richiesta di altri missionari presso i suoi Superiori. Ottiene tutto ciò attraverso il recupero strategico del vecchio convento dei carmelitani ‘Il Carmo’, dedicato alla Madonna del Carmine, e più tardi l’arrivo di nuovi frati missionari, ben 14, alla fine del 1894[16] .
In questo contesto l’opera di Padre Mansueto si concentra non solo nel recupero alla fede degli abitanti della capitale ma anche nella predicazione presso le diverse tribù “Indios” di quella zona, quindi nelle “missioni ambulanti” e nelle desobrigas[17] .
Le missioni ambulanti sono la parte più complessa e difficile del ministero di questi missionari.
Quando ci riferiamo ai luoghi e alle terre da evangelizzare, non dobbiamo dimenticarci dell’estensione dei diversi Stati del Brasile: si tratta di milioni di metri quadri di superficie in territori inesplorati, senza strade, senza servizio alcuno, in zone arretrate, percorse a piedi, alla bell’e meglio a dorso di mulo o su fragili canoe lungo fiumi ricchi di imprevisti e di insidie, i trasferimenti comportano giorni e giorni di estenuanti viaggi e di fatiche impressionanti.
Instancabile é l’opera dei missionari, impegnati nel diffondere la parola di Dio in quel territorio vastissimo.
Nella sola Missione di Canhotinho, ove padre Mansueto si reca in compagnia di Padre Samuele da Seregno, vengono amministrate 10.000 comunioni e confessioni, 638 matrimoni e 166 battesimi. Nel contempo non trascurano il rifacimento della vecchia chiesa che hanno trovato in pessime condizioni: secondo le necessità del momento si improvvisano capomastro e carpentiere.[18]
Ed ancora, al limite delle umane possibilità, profondendo grande impegno, Padre Mansueto e Padre Alfonso nelle zone del Mearim e dell’Itapicurù[19] continuano il loro ministero nelle cittadine di S. Bento, Buritì, Brejo e Caxias. Scrive in quel periodo Padre Mansueto: Nella seconda città del Maranhào, Caxias, la predicazione durò 37 giorni con la amministrazione di ben 8.077 comunioni, 14.441 cresime, 832 battesimi e 722 matrimoni; 105 i discorsi predicatori e 2 i cimiteri costruiti.
Anche nelle altre città visitate, le missione hanno lunga durata, L’impegno profuso vedeva i missionari impegnati in cerimonie religiose, attente e lunghe predicazioni, processione finale, garantendo così la possibilità a tutto il popolo di ascoltare la parola di Dio e di ricevere i Sacramenti[20]. In S. Bento la missione si svolge per ben 32 giorni, con 132 discorsi, 4165 comunioni, 6215 cresime, 720 battesimi e 770 matrimoni. A tal proposito padre Mansueto ricorda una singolare esperienza vissuta in questa occasione[21]:
Molte famiglie restavano sul luogo della missione molti giorni per potersi confessare. Più di una volta mi si prostravano ai piedi supplicando con lacrime: -Padre santo(Si tratta di un espressione comune tra questi popoli, quando si rivolgono ad un missionario; n. di P.M.), mi confessi per l’amor di Dio; sono già dieci e più giorni che m’affatico per confessarmi e ancora non ci sono riuscito: abbiate pietà di me. Già ho consumato tutto il danaro per il viaggio: ma non voglio assolutamente ritornare a casa senza confessarmi; il buon Dio mi deve fare questa grazia.
A Buritì[22], in 34 giorni, si dispensano 4080 comunioni, 9519 cresime, 545 battesimi, 482 matrimoni, 90 prediche e si intraprende la costruzione di un cimitero. Nella città di Brejo[23] i padri missionari, che predicano ben 22 giorni, amministrano 5160 comunioni, 13.188 cresime, 350 matrimoni e 689 battesimi, 100 prediche.
Padre Mansueto, nonostante i molteplici impegni, così ricorda sinteticamente il risultato ottenuto nella città di Caxias, la seconda città più importante del Maranhao:
Il concorso in tutte queste missioni fu sempre straordinario e sempre fui accolto con entusiasmo degnandomi Dio di benedire la mia povera parola. Solo in un luogo il demonio tentò di paralizzare il frutto della missione, facendo credere al popolo che io non ero un sacerdote, ma un protestante e persino un anticristo; e tutto questo era avvenuto perché ero passato per una città dove risiedevano due protestanti. Quando io seppi ciò, feci subito una pubblica dichiarazione; e quelli che avevano creduto ai falsi profeti non tardarono a venire a chiedermi perdono, piangendo amaramente…Senza esagerazione, il povero missionario in questi luoghi è venerato come un essere superiore. E’ vero che nel tempo della missione bisogna lavorare dalle quattro antimeridiane alle undici di notte; ma la consolazione che si prova rende dolce ogni pena [24].
1895, Nello Stato dell’Amazzonia, in Manaus.
La presenza di Padre Mansueto si prolunga per buona parte dell’anno 1895 in San Luís, il 2° Distretto della Missione, con la carica di Vice Presidente ad interim del Carmo. Nel biennio 1894/95 gli viene conferito l’incarico di Lettore di Teologia Morale , nonché di Direttore Spirituale dei pochissimi chierici presenti nel Seminario diocesano di San Luis[25]. Nella seconda metà del 1895, a fianco di Padre Alfonso da Lecco, parte alla volta dell’Alto Amazzoni per una nuova missione.
Questa la cronaca:
Appena arrivati a Manaos si misero a predicare nei vari punti della città ; ed erano a tutte 1'ore chiamati ad assistere ai moribondi, appresso furono dal Vescovo pregati a tener due Missioni in luoghi vicini alla città ben intesi che là si dicono vicini quei luoghi che a andarci richiedono più ore di viaggio.
Tauapaçaça, dove furono mandati i nostri a predicare è lontano da Manaos quattro o cinque ore di battello fluviale. In Manaos si trattennero circa due mesi. Durante quei due mesi e più, scriveva il P. Mansueto, che dimorammo in Manaos, la domanda per missioni furori numerosissime; da tutte le parti arrivavano a quel povero Vescovo petizioni; ma quello che più ci fece impressione e che ci cavò le lacrime, fu il vederci piu volte importunati dai negozianti di gomma elastica ad andare tra gl'”Indios”, dicendoci: “Molte tribù ci pregarono; ci supplicarono a condurre tra di loro sacerdoti che amministrassero il Battesimo, dicendo che volevano farsi figli di Dio. Il Vescovo, in occasione di una visita che gli facemmo, apriva il suo cuore, dicendoci: “Si fermino qui per amor di Dio, aprino una casa, il bisogno che ho è immenso”. Mi vengono domande per le missioni da tutte le parrocchie, perché quasi tutte si trovano prive di sacerdoti ; persino i poveri indios mi mandarono commissioni pregandomi di mandare loro sacerdoti per istruirli e battezzarli. Continuando quel povero Vescovo così piangendo disse : “Non so come andare innanzi in mezzo a tanta necessità di questa mia diocesi. Anche le Suore di Sant'Anna mi domandarono un confessore; ma è impossibile esaudirle; io pure a dir la verità non ho un confessore, un direttore spirituale che mi possa aiutare nelle mie necessità spirituali; se voglio andare in visita pastorale non ho un sacerdote a cui possa affidare il governo della Diocesi”. Anche i Magistrati di quella città pregarono e supplicarono perché stabilissimo una residenza in quella diocesi vastissima anche per riguardo agli indios, il cui numero chi sa a quante migliaia arriva?. Partimmo da quella città in mezzo alle lacrime ed al pianto. Molte persone dicevano singhiozzando: “Chi chiameremo noi per assistere i nostri malati negli ultimi momenti. Essi se ne partono, e noi resteremo privi della grande carità che ci usano nei nostri bisogni spirituali. Ritornate presto, non ci lascino qui abbandonati!”. Il padre Provinciale, non può immaginare quanto soffrimmo in questa scena di pietà cristiana; io avrei dato il mio sangue per rimanervi ; ma l'obbedienza ci chiamava altrove. Le Suore di S. Anna ci manifestarono il loro sentimento di dolore per la nostra partenza, dicendo : “Povera città di Manaos ! Partendo loro andrà sempre perdendo ogni sentimento cristiano. Gli ammalati dei nostri ospedali moriranno senza i conforti della Religione, perché qui chiamare un prete è come voler prendere una mosca bianca, e noi pure chissà come la passeremo.[26]
Padre Mansueto ricorda quei giorni così intensi evidenziando come la
nuova e vastissima diocesi di Manaus misurava 1.897.020 chilometri quadrati di superficie ed una popolazione che non si può calcolare per la semplice ragione che vi è un numero stragrande di indios, dei quali non è possibile farsi il censimento, e conta dieci ovvero dodici sacerdoti.[27]
Quali e quante giornate senza sosta si susseguono nella vita di questo infaticabile uomo di fede! Quale spinta interiore funge da propulsore per le sue gambe! Impossibile contare i chilometri percorsi predicando e amministrando i sacramenti agli indigeni, senza trascurare gli infermi e i moribondi. Risulta davvero eccezionale la forza lo sorregge durante le interminabili manifestazioni religiose.
Veramente la Divina Provvidenza aveva dotato questi uomini di una forza e di una resistenza superiore, austeri nel vivere, affettuosi, compassionevoli, miti ed umili, dotati di una grande misericordia, veri figli di S. Francesco! Nella sua Relazione Annuale della Missione Cappuccina, padre Carlo da San Martino, ringraziando Dio per lo stato di salute dato ai suoi missionari, non manca di sottolineare una certa preoccupazione per la salute di padre Mansueto: niente di più è dato conoscere, se malattia o infortunio o altro che potesse ingenerare qualche timore al riguardo[28].
1896, Nello stato del Parà, le Missioni Volanti.
Dopo aver trascorso un breve periodo nel convento del Carmine di S. Luis, padre Mansueto nel periodo tra luglio e novembre del 1896, si prende cura di un’area comprendente le località di Icatù, Ascixà, Morros, Miritiba, Primeira Cruz, Cajò, Barreirinhos, Morro Alto e Tutoria. Poi si sposta per una serie infinita di chilometri a dorso di mulo e a piedi, per predicare, comunicare, cresimare o battezzare decine di migliaia di persone, armato solo della generosità del proprio cuore e della vigoria del proprio corpo,[29] con carichi di lavoro enormi.
Occorre ricordare che alla parte prettamente spirituale e religiosa corrispondeva una parte burocratica, comprendente annotazioni e registrazioni di tutti gli atti compiuti, delle comunioni effettuate, del registrare nomi di battesimi e matrimoni, creando così una prima embrionale anagrafe delle popolazioni visitate.
Alla luce di queste difficoltà, spesso quasi al limite dell’impossibile, le parole di Padre Davide da Desenzano al Serio - correligionario e compagno di missione per ben 17 anni – risultano di fondamentale importanza nel sottolineare, con le doti, lo spirito di sacrificio e di eroica abnegazione di Padre Mansueto:
lo vide apostolo, non curante della sua salute, fare prodigi per convertire le anime al Signore. La sua tempra d’acciaio lo fece resistente ad ogni clima, fino ai 43 gradi di calore, alle piogge che durarono mesi e mesi, ai viaggi lunghissimi in missione cavalcando un mulo, passando fiumi, traversando foreste senza temere belve e neppure la ferocia di qualche tribù che ebbe a massacrare molti suoi compagni di missione. Basti dire che nella Serra Grande ebbe a fare più di centomila Cresime senza contare le confessioni e le comunioni ed i matrimoni legittimati[30].
1897, in Belém.
Ancora una volta chiamati ad affrontare una nuova missione, i frati cappuccini danno luogo ad uno slancio di energia e di fede che permette loro di avviarsi verso il cammino difficile della evangelizzazione di nuove terre.
Già presente nel 1895 per un certo periodo a seguito del viaggio in Manaus, come a voler mantenere fede alla promessa fatta al Vescovo di un ritorno dedicato, padre Mansueto é tra i primi nel 1897 a Belem - individuato come il secondo Discreto[31] della Missione -, non solo predicando ma anche facendosi carico della locale struttura per la cura degli infermi: La Santa Casa[32]. Dedicandosi ad essi con grande energia e come sempre dandosi vigore nella missione; qui incontra i primi problemi di salute che lo obbligano al ritorno nel Maranhão, Il P. Mansueto che aveva dietro invito del Canonico Monsignor Maltez predicata la Quaresima nella Chiesa Parrocchiale di Sant’Anna, tornava in malferma salute al suo convento in S. Luiz [33]. Lo sostituisce Padre Davide da Desenzano al Serio, un missionario dotato di grandi qualità e di grande carisma, che sarà successivamente la grande guida spirituale e l’anima di questi territori.
1898, Nello Stato del Cearà, le Missioni Volanti.
Ripresosi ben presto dalla malattia nel 1898, Frei Mansueto Maria si ricongiunge ben presto con Padre Davide e con lui inizia le predicazioni nel Cearà.
La sua azione si svolge primariamente nella parte settentrionale di quella regione, in particolare le città di Camocim, Granja, Sobral, Sant’Anna, Palma, Meruoco.
Inviato successivamente sull’altipiano dell’Ipiapaba contrasta con ogni mezzo
una setta di fanatici che minacciava di farsi largo e diffondersi per tutti gli abitanti di quelle regioni. Era la Legione della Croce, che aveva già pervertite non poche famiglie…..I settari fanatici portavano una croce con la scritta Legiao da Cruz, se ne stavano lontani dalla chiesa, proibivano i Sacramenti, soggetavano a penitenze pubbliche, vivevano quasi in perfetto comunismo [34].
In breve tempo riesce ad annullare la presenza di quella Setta. Istituisce e avvia la ‘Pia Unione’, alla quale affida l’insegnamento del catechismo: provvidenziale e ottima istituzione questa, poiché andativi a predicare otto anni dopo i P. Abramo e Defende, non vi trovarono più avanzo di alcun errore[35]. Risultato di quelle Missioni durate mesi: 532 Prediche, 2672 Battesimi, 85.749 Comunioni, 54.860 Cresime[36] .
1899/1900, Nel Maranhão, le Missioni Volanti.
In questi anni lo ritroviamo, attivo e sempre entusiasta, nella regione del Maranhão, per aiutare ed incoraggiare i suoi cristiani attraverso la predicazione assidua e la celebrazione dei Sacramenti.
Padre Rinaldo da Paullo Superiore Generale nella sua Relazione annuale individua quale centro della Missione la Stazione del Carmine in S. Luiz Capitale del Maranhão, elencando i religiosi presenti e le varie mansioni a cui sono destinati descrive così l’operato del nostro:
il detto Padre oltre alle Missioni riferite nell’ultima relazione 97 – 98, ebbe tanta salute e buona volontà da continuare la Missione fino a dicembre, dando altre Otto Missioni, così che poco mancò che completasse un anno di Missioni ambulanti il cui risultato trascrivo conforme la nota presentatami: 407 battesimi; 75.770 comunioni; 42.127 cresime; 304 matrimoni; 335 prediche e istruzioni.
E’ d’uopo però confessare che nelle Missioni del Cearà v’è gran parte dei sacerdoti che aiutano nelle confessioni.
L’instancabile Padre in ciascuna Missione preparò un buon numero di fanciulli per la Prima Comunione;istituì una Società chiamata Pia Unione di Signore per l’Istruzione Religiosa dei Fanciulli. In 10 luoghi ha isituita la detta Pia Unione. Nel frattempo che stette in convento ci aiutava sempre nella predicazione e altre occupazioni ed ora si trova nell’Alto Piauhy dando un altro corso di missioni. Che Dio lo conservi in buona salute da potere dare un’altra gloriosa missione come quella dell’anno scorso.[37]
La necessità di avere nel Pará un punto di appoggio per la nuova fondazione del Prata impone una presenza stabile anche nella capitale Belém. I colloqui con le autorità competenti si concludono con la possibilità di aprire un ospedale dell’ “Ordine Francescano” la cui direzione spirituale viene assunta dai Cappuccini.
L’accordo tra i responsabili dell’ospedale e la Missione viene siglato il 30 novembre 1900. Padre Mansueto inizia quindi a dimorare nel nuovo ospizio e a promuovere un fecondo apostolato dell’ospedale e di tutta la città di Belém[38].
Prima che i Padri Cappuccini Milanesi si stabiliscano in Canindè, Padre Mansueto è chiamato a sostituire il Superiore, Padre Carlo, nella guida dell’ospedale di Belem rimanendovi col titolo di Cappellano dal 30 novembre 1900 fino al 25 gennaio 1902.
Attivo, zelante, esemplare, predicava, confessava e funzionava nella sua chiesa e si dava attorno a far del bene, da tutti venerato come un santo missionario. Egli riuscì a fare della sua chiesa un santo convegno di pietà, così che la frequenza ai sacramenti, s’aumentava di dì in dì, ciò che non è cosa ordinaria in Brasile, dove anzi in tanti luoghi la pietà appare, come pratica, vorrei dire strana e fuori posto, come vaga e fresca rosa in mezzo ai fiori da morto.
Tanto il Padre Mansueto era venuto in credito di religiosa serietà e sode virtù che fu da Mons. Vescovo destinato a confessore di quattro religiose comunità e come proprio confessore. Tutta carità e bei modi era chiamato al letto dei malati, avendo tutti in lui piena e santa fiducia. Quanto poi al Terz’Ordine, secondo le prescrizioni fattegli da P. Carlo, non riceveva al detto consorzio alcuno se non risultavagli fosse persona di condotta veramente cristiana; e quanto agli antichi associati, stava attentissimo, quando, infermi, veniva loro ad aggravarsi il male, a non li lasciar privi dei sacramenti e di tutti i religiosi conforti; ciò che, pur troppo, non si faceva prima che v’andassimo noi[39] .
P. Metodio da Nembro nel suo libro ‘I Cappuccini in Brasile’, così sottolinea la personalità e la forza di volontà di Padre Mansueto:
Reduce da una tournèe apostolica nel Piauì durata 10 mesi, P. Mansueto non intendeva restare ozioso in Belem, dove il bisogno d’azione era tanto urgente: del resto egli era Uomo attivo per natura che faceva del ministero la passione della sua vita. Si diede quindi ad organizzare funzioni nella chiesa dell’ospedale, predicando confessando, accogliendo affabilmente tutti quelli che a lui ricorrevano e, in breve, acquistando la stima di un santo missionario. La chiesa non tardò a divenire un centro importante di pietà. Egli celebrava le principali solennità dell’anno, le devozioni dei mesi di maggio, giugno e ottobre, predicava tutte le domeniche tenendo l’omelia e la spiegazione della dottrina cristiana, tutto intonando al vero spirito del Terz’Ordine francescano. La frequenza ai Sacramenti aumentò in modo straordinario anche nell’ospedale, dove egli prodigava le sue cure assidue agli infermi, e specialmente ai moribondi. Quanto poi alla congregazione dell’ Ordem Terceira, di cui era direttore spirituale, egli ebbe cura di non accettare più alcuno che non avesse spirito consentaneo alla regola. [40]
1901, La Tragedia di Alto Alegre.
Il 13 marzo 1901 è un giorno funesto per la Missione del Maranhão.
Accade quanto di più terribile si possa immaginare in una missione, che, se pur proseguita tra innumerevoli difficoltà, nel corso di quegli anni si era ben inserita nella realtà di quel territorio.
Alcuni segnali di irrequietezza, ad onor del vero, sono già presenti in quegli anni tra le popolazioni degli ‘indios’: le contestazioni e le calunnie operate da massoni e protestanti, la sempre diffusa ignoranza e l’incredulità popolare in quelle terre, il ricorso alla pratica della stregoneria sono le premesse per i quattro attentati nei confronti di Padre Celso da Uboldo, di Fra Salvatore da Albino, di Padre Rinaldo da Paullo e di altre persone.
In quei giorni la paura per la vita dei missionari e dei loro collaboratori è veramente grande.
Nonostante le avvisaglie ed i numerosi segnali di possibili e gravi rischi, i frati continuano la loro attività apostolica, pur consapevoli che senza nessuna protezione, sono esposti alla azione violenta dei rivoltosi.
Così come padre Metodio, anche padre Rinaldo non nasconde in quei giorni la sua grande preoccupazione: il mio corpo non l’avrai più in Italia! Voglio morire per i miei cari indiani! [41].
Purtroppo, nulla riesce a fermare il massacro che stermina completamente la Comunità religiosa e molti residenti di Alto Alegre. Le famiglie delle fazende, poste nei dintorni, sono anch’esse trucidate nei giorni successivi. Una blanda operazione di ‘polizia militare’ e un processo ‘farsa’ [42] chiuderanno successivamente, ed in modo definitivo, questa tremenda esperienza per i Padri Missionari Cappuccini di quella regione.
Questa tragedia, comunque, ha gravi ripercussioni sulla vita e sulla prosecuzione delle attività missionarie, a tal punto che queste vengono tutte sospese, anche se solo per un breve periodo di tempo.
Con il successivo arrivo del nuovo Superiore padre Giampietro da S. San Giovanni,[43] si riesce a dare un nuovo impulso al processo di normalizzazione, rafforzando quanto di buono era rimasto e attivando nuove regole, che consentiranno il coagulo tra i vari centri religiosi per una più efficace ripresa della Missione nel Maranhao.
Nel nuovo secolo: Fortaleza
Il Sagrado Coraçao di Jesus é una caratteristica chiesa costruita tra il 1878 e il 1886 al centro della Città di Fortaleza.
La permanenza di Padre Mansueto all’ospedale è però passeggera. Il 3 luglio 1901 i Cappuccini arrivano a Fortaleza per assumere la direzione della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, accettando l’invito di Padre Antonio Xisto Albano[44].
Padre Mansueto, dopo la reggenza iniziale di alcuni suoi confratelli, viene nominato rettore della chiesa e “superiore” della missione.
Siamo nel 1902 e, all’età di 45 anni, nel pieno della maturità, affronta con grande entusiasmo questa nuova sfida e, con l’aiuto di un grande benefattore, Jùlio Cezar da Fonseca, Segretario Comunale della città, in pochi anni, il Sagrado Coraçao diventa la chiesa più frequentata della città.
Con l’istituzione dell’Opera del catechismo, che permette l’istruzione religiosa di migliaia di bambini e giovani strappandoli dalla strada, Padre Mansueto riesce inoltre nell’intento di costituire e sviluppare congregazioni religiose e confraternite, le quali diventano un vero e proprio braccio operativo nel territorio del Maranhão.
Ottenuto il benestare dal superiore della missione, Padre Giampietro, il 21 gennaio 1903[45], superando gravi difficoltà e non lasciandosi abbattere dai molti sacrifici e contrarietà, si mise all’opera per attuare il progetto inteso a dare una conveniente dimora ai missionari nella capitale del Cearà [46], si adopera per la ricostruzione e l’ampliamento dei fabbricati costituenti il primo nucleo operativo[47].
Il terreno, situato nello stesso posto dove ora sorge il convento, viene comprato dai signori Boris Fréres e misura 50 palmi di larghezza x 500 palmi di profondità. La suddetta acquisizione viene effettuata il 18 marzo 1903 da Padre Mansueto congiuntamente a Padre Davide di Desenzano che, per esigenze legali relative agli atti civili, devono siglare i documenti in qualità di acquirenti. Entrambi espressamente affermano nuovamente il loro atto di povertà in una dichiarazione allegata in cui spiegano la necessità delle loro firme a causa di esigenze civili interne legate alla suddetta acquisizione[48].
Con la posa della prima pietra del muro di cinta, avvenuta il 9 luglio 1903, e della casa il 10 ottobre seguente, iniziano le opere che si concluderanno poi con la realizzazione del ‘conventino’[49].
Padre Mansueto non si risparmia nelle opere di costruzione del suddetto convento e dopo un anno di lavori presenta ai frati una degna dimora, che viene inaugurata il 10 marzo 1904. La seconda parte viene inaugurata nel 1907.
Padre Mansueto incontra non poche difficoltà; si scontra con gli ‘eccellenti’ personaggi della massoneria locale e deve operare comunque, sempre in situazione precaria, per il bene della comunità religiosa.
Padre Giampietro da Sesto S. Giovanni, in data 22 luglio 1902, descrive così la sua opera:
P. Mansueto da Peveranza si occupa del servizio della chiesa e, grazie al cielo, è di tanto zelo e di tanta salute favorito, che lavora per tre. Se non avessi veduto con i miei propri occhi nelle tre o quattro volte che passai da Fortaleza, neppur io lo crederei. Quotidianamente si fanno in questa detta chiesa centinaia di comunioni e quel buon padre passa quasi tutto il giorno nella chiesa confessando. Predica due volte nei giorni festivi, quotidianamente nei mesi di marzo, maggio, giugno e novembre, e celebra con tutta pompa e solennità le feste principali dell’anno. Si direbbe che la chiesa del S. Cuore di Gesù in Fortaleza è un vero Santuario, nel quale tutti trovano conforto, sollievo e consolazione, perché di là nessuno esce senza avere esperimentato i frutti dolcissimi della devozione al S. Cuore. E questo dopo Dio, è dovuto all’infaticabile nostro missionario padre Mansueto, il quale va inoltre adunando ragazzi al catechismo, fondando confraternite e associazioni religiose per adulti e trova pure il tempo per visitare e sacramentare infermi e moribondi, fece durante i sei mesi che la si trovava 13.900 Comunioni, 87 Battesimi Solenni, in extremis 10 , 6 Matrimoni, 40 Estreme Unzioni, 170 Prediche. [50]
Lo zelo di Padre Mansueto, unitamente a quello dei suoi confratelli P. Davide da Desenzano al Serio e Fra Paolo da Trascorre, amplifica positivamente l’immagine dei cappuccini. Il prestigio che ne deriva é tale che le richieste di invio di frati missionari aumentano esponenzialmente proprio a causa della fama del loro impegno quotidiano.
Vita di duro sacrificio senza dubbio, ma come non accettarla volentieri quando si vedono le tristissime condizioni di questa cristianità abbandonate, dove non è difficile incontrare giovani dai 15 ai 20 anni senza battesimo?.[51]
La catechesi è l’esercizio quotidiano fra i più costanti della sua vita religiosa, è il sacerdote che rende testimonianza di un vivo senso di Dio nella celebrazione del culto, è l’uomo di Dio che si nutre della sacra Parola e la diffonde.
Oltre alle due fervorose congregazioni di terziari francescani, alle quattro confraternite del Sacro Cuore di Gesù, Sacro Cuore di Maria, San Giuseppe dell’Agonia e San Michele Arcangelo con diverse migliaia di ascritti, all’Apostolato della preghiera all’opera catechistica organizzata in otto corsi distinti e con circa 900 alunni, al Sagrado Coracão mettevano capo anche 5 conferenze di San Vincenzo, il movimento religioso annuale attingeva già nel 1907 le 50.000 comunioni, la predicazione si avvicinava ai 300 discorsi annuali con relative funzioni, i moribondi sacramentati nella città e nei dintorni salivano annualmente a molte centinaia: il lavoro che gravava sulle spalle di pochi missionari era tale che P. Cirillo da Bergamo scriveva – non c’è riposo né di giorno né di notte.[52]
P. Mansueto, grazie alla sua lunga esperienza nella istruzione dei catecumeni, trova anche il tempo per scrivere un libretto di formazione dal titolo Uniao do Cathecismo. Instruccoes para o ensino do Cathecismo aos meninos e as meninas, opera ben presto approvata e raccomandata anche dai suoi superiori[53] .
Ritroviamo la testimonianza della sua instancabile fede e del suo ottimismo in una lettera del 1905, inviata al Superiore Provinciale. È’ questa una testimonianza dei suoi sforzi e delle sue attività quotidiane: in essa sono elencate con estrema precisione tutte le opere realizzate in quegli anni.
M.R.P. Provinciale,
Obbediente allo Statuto delle nostre Missioni, ed anche all’affetto figliale che al supremo Moderatore della mia diletta Madre Provincia nutro, prendo la penna per darle l’annua relazione di quel poco bene che il Signore Iddio si degnò fare per mezzo mio. Anche l’anno testè spirato Dio volle visitare questa nostra diletta Missione, chiamando a sé l’amatissimo P. Gesualdo, dal quale molto si aspettava la nostra Missione, sia per le sue doti personali, sia per le virtù di cui andava fornito.Come già saprà nell’anno 1901 fui destinato a questa nuova Missione, chiamata residenza del Sacro Cuore di Gesù in Fortaleza, capitale dello Stato del Cearà.Il servizio di questo Santuario non è piccolo, perché oltre alla frequenza del popolo, che è numerosissimo, fu duopo prestare il servizio spirituale alle seguenti Arciconfraternite canonicamente erette in questa chiesa:
1° quella del Sacro Cuore, che conta più di 500 ascritti;
2° quella di Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù;
3° quella di S. Giuseppe, che conta quasi 400 ascritti;
4° quella di S. Michele Archangelo, che ha per fine di suffragare le anime del Purgatorio.
Più, avendo instituito le Congregazioni dei Terziari e terziarie, contando quella quasi 100 ascritti, questa quasi 500, occorre che si provveda anche a loro.
Le quattro Arciconfraternite richiedono una conferenza mensile per ciascheduna ed un’altra le due congregazioni dei Terziari; come vede V.P.M.R., già per questo lato il lavoro spirituale non è piccolo.
Si è fatto il mese di marzo dedicato a S. Giuseppe, quello di maggio dedicato alla Madonna, quello di giugno dedicato al S. Cuore, quello di ottobre dedicato al santissimo rosario; finalmente quello di novembre in suffragio alle anime del Purgatorio. Sempre si predica due volte alla domenica ed una volta nelle feste di precetto. Questo servizio spirituale fu fatto quasi tutto da me solo. Ho dato 5 brevi corsi di esercizi spirituali ai ragazzi e ragazze della Prima Comunione fatta nella nostra chiesa. Un altro breve corso di esercizi spirituali ai prigionieri di questa capitale, il cui numero è di 130; 112 si confessarono e si comunicarono. Bisogna correre ad ogni istante di giorno e di notte per l’assistenza degli infermi in questa parte della città, le cui contrade sono tutte sabbia, che scotta come brage pel calore del sole, camminando a piedi scalzi pare di passare sopra i carboni; alcune volte bisogna fare su di essa due o tre chilometri; non le pare, M.R., che c’è da sudare? Ma sia tutto per amore di Dio. Sarebbe fatto di più se le forze lo avessero permesso e se non fossi rimasto in questa residenza quasi tutto l’anno solo, causa la scarsità di Sacerdoti in questa nostra Missione relativamente al numero delle case che teniamo aperte presentemente.[54]
Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.
Marco 10, 13-16
Tra le innumerevoli iniziative, Padre Mansueto, presta particolare attenzione alla istruzione del popolo a lui affidato.
Consapevole della importanza di tale missione, non si sottrae ad un impegno gravoso come quello della istituzione di un centro religioso e insieme culturale, sul quale poter contare per lo sviluppo anche sociale di quella gente.
È lui l’ispiratore della ‘Scuola Pio X’, un riferimento importantissimo non solo per la missione di Fortaleza, ma anche centro di spiritualità aperto alla progressiva evangelizzazione ed al radicamento di fede e di carità a cominciare dal mondo giovanile; P. Metodio da Nembro così descrive i fatti:
Il secondo triennio di governo di padre Giampietro (è il superiore della Missione di Fortaleza) conta altre realizzazioni nel concretarsi del piano di allargamento e rafforzamento della missione, da lui meditato; tra esse merita di esser segnalata per la sua particolare importanza la cosidetta “Scuola Popolare Pio X” di Fortaleza, ….
Essa trova il suo precedente nella fiorente opera catechistica fondata al Sagrado Corazao de Jesus da p. Mansueto da Peveranza sin dal febbraio del 1903 (con l’aiuto di terziari e terziarie francescane delle due congregazioni cittadine, andò progredendo in modo notevole tanto che, nel 1910, complessivamente essa accoglieva ben 887 alunni – 507 bambine e 380 bambini – Noteremo qui che p. Mansueto si mostrò instancabile nel creare, ovunque lo portasse il suo ministero, centri catechistici e confraternite o associazioni religiose: ad esempio, nel 1898 egli segnalava di aver fondato, in vari luoghi, 15 confraternite e alcune pie unioni del catechismo; nel 1899 i centri catechistici fondati furono 11: per essi egli fece approvare dai superiori dell’Ordine un particolare regolamento)….
Il suo antecessore aveva ideato, e in parte attuato, un tale programma di attività nella capitale cearense che la residenza locale doveva considerarsi una delle più importanti dell’intera missione.[1]
Sempre sugli Annali troviamo la storia a puntate della Scuola Pio X: con dovizia di particolari sono descritti i momenti salienti della sua costituzione e della sua crescita, non solo sotto l’aspetto religioso, ma anche socio-culturale. Risulta interessante evidenziare le originali intuizioni di Padre Mansueto: esse hanno dato il via a una grande opera che avrebbe in seguito modificato la vita sociale in Fortaleza, diventando esempio per lo sviluppo di analoghe iniziative nelle comunità confinanti:
L’autore dell’articolo così descrive l’inizio dell’avventura:
Prenderò le mosse un po’ da lontano. Si era ai primordi di questo verde e silenzioso Conventino di Fortaleza, forse la più simpatica fra tutte le residenze della nostra Missione, ed il suo primo Superiore – P. Mansueto il venerando soldato, che ancora gagliardamente resiste sulla breccia – aveva incominciato un’intensa propaganda catechistica tra i figli del popolo (cosa qui, a quei tempi, quasi sconosciuta), aiutato anche dalla Congregazione del Terz’Ordine da lui riformato. I risultati non si fecero aspettare. Vi fu subito un febbrile movimento di giovinetti d’ambo i sessi che accorrevano alla nostra chiesa del Sagrado Coraçaò per assistere alle lezioni di Dottrina Cristiana, attratti e dai cantici sacri, di cui vanno pazzi, e dai biscottini, dei quali sono molto ghiotti, distribuiti generosamente dal buon P. Mansueto.
E l’affluenza crebbe tanto che il chiasso e lo strepito del garrulo mondo infantile, fecero pensare alla convenienza di un cambiamento di domicilio, si perché il catechismo intralciava altre funzioni della chiesa, si perché il rispetto dovuto alla Casa del Signore non s’addiceva troppo al quel mondo di folletti. Ma dove trovare l’ambiente? Lì intorno in quel tempo, non c’erano case, solo un piccolo deserto coperto di bianche arene e cosparso di alberi. Si pensò, allora, alla costruzione di un salone.
Se ne fece parola al Superiore Regolare P. Giampietro da Sesto San Giovanni, il quale ben volentieri accondiscese. Siccome però in quel tempo si ebbero mutamenti dei Superiori, fu solo sul finire del 1907 e sul principio del 1908 che, P. Michele da Origgio, coadiuvato dai Padri Cirillo e Marcellino, pose la prima pietra col beneplacito e la benedizione del Vescovo Mons. Gioachino Giuseppe Vieira e con immenso giubilo dei buoni.[2]
L’edificio viene poi realizzato da Padre Michele da Origlio, con l’aiuto di fra Cirillo da Bergamo e di fra Marcellino da Milano, perché ci si rende conto della grande necessità di una educazione alla portata di tutti, mirata ai giovani disagiati e ai componenti i ceti popolari meno abbienti.
Dopo una serie di difficoltà, dovute soprattutto alle organizzazioni locali massoniche e antireligiose, nell’ agosto del 1908, accogliendo 515 alunni, la scuola apre le sue porte: é un grande avvenimento per la città, al punto che ancora oggi viene ricordato come l’inizio una grande esperienza ecumenica e di supporto alla formazione dei giovani cearensi[3].
Si dirà poi al riguardo, ricordando padre Mansueto:
La sua scuola Pio X vale una consacrazione dei suoi meriti e virtù apostoliche……. restano la Chiesa del S.C. di Gesù e la Scuola Pio X ad attestare la sua virtù, la sua pietà, il suo carattere di pura, retta e inossidabile tempra.[4].
Il commendatore Luis Sucupira ricorda: “La Scuola Pio X, attraverso il ‘Gremio Pio X’, proponeva opere teatrali, drammi, commedie e sessioni cinematografiche. I film venivano sclelti accuratamente grazie alla sensibilità di Padre Mansueto, che non si limitava a vigilare sulle pellicole da proporre bensì anche sulla sala semi-oscura, utilizzado a volte una indiscreta ma efficace lanterna che evitava qualsiasi attacco alla morale, pur piccola che fosse”.
All’inizio del 1920 questa istituzione conta ben 650 alunni frequentanti le lezioni di catechismo[5] .
Nei primi 16 anni di vita la “Scuola Pio X” registra già l’avvicendarsi, tra le sue mura, di oltre 13.000 iscritti [6].
L’impegno missionario continua.
Sono questi gli anni in cui la dedizione, la volontà ferrea, la fede in Dio, fanno crescere gradatamente la figura operosa e integra di Padre Mansueto, grande predicatore.
Alcune relazioni annuali di quegli anni ci aiutano a capire lo stato delle missioni e la composizione delle varie case o residenze:
1912 - La Missione conta otto case o residenze; tre nello stato del Parà: Belem, S. Antonio do Prata, Ourém; tre nello stato del Maranhào: S. Luiz, Anil e Barra do Corda; due nel Cearà: Fortaleza e Canindè. I Missionari che – data l’estensione vastissima del territorio – sono pochissimi: 26 Sacerdoti, un Chierico, 12 fratelli laici e 35 Suore Terziarie vi hanno spiegato una attività sorprendente. Essi vi tengono ben 7 collegi e 3 scuole con 709 alunni e 553 alunne; nelle chiese delle loro residenze e nelle difficili disobrigas hanno fatto nello scorso anno 1912 ben 4122 battesimi, 12.185 cresime, 213.946 comunioni, 1593 estreme unzioni e 1039 matrimoni. Per chi conosce quelle località, le difficoltà dei viaggi anche per la sola assistenza degli infermi e le fatiche delle confessioni e predicazioni sono da sé il più bel elogio per quei nostri confratelli. Ma essi del loro zelo non hanno dimenticato neppure la cultura del Terz’Ordine e oltre a 24 altre pie Confraternite, vi hanno sei fiorenti congregazioni con ben 1.426 Terziari.[7]
1917-1918 - Questa residenza è composta da 3 sacerdoti, P. Roberto da Castellanza, P. Mansueto da Peveranza, P. Marcellino da Milano e da un fratello laico Frate Serafino da Pisogne. P. Mansueto il più anziano (61 anos) nella Missione, lavora come un eroe per la salute delle anime e dirò egli è la vita, l’anima del Santuario del Sacro Cuore di Gesù. La maggior parte delle domeniche sta solo e compie esattamente tutte le sacre funzioni. Il buon Dio ce lo conservi ancora per molti anni! Comunioni 110.000 – estreme unzioni 439 – prediche 520. Dal Nostro Convento del Maranhao 7 agosto 1918, festa dei SS. Martiri cappuccini Agatangelo e Cassiano.[8]
La Cronaca Missionaria ricorda ancora la sua presenza in Fortaleza nel 1924 quale ‘Coadiutore efficace nell’opera santa, P. Mansueto, vecchio missionario del Brasile’[9], intendendo con questa asserzione, il suo impegno nel coadiuvare M.R. Padre Marcellino da Milano, Direttore della «Scuola Pio X» e del «Collegetto Serafico».
Padre Roberto Superiore Regolare compie diversi gesti paterni a favore di missionari anziani o bisognosi: ad esempio il titolo di “molto reverendo” ottenuto nel 1925 a p. Mansueto da Peveranza, uno dei pionieri della missione e tuttora assiduo, dopo 33 anni di missione, nell’apostolato del confessionale al Sagrado Coração di Fortaleza. [10]
Di lui si ha notizia nel 1926[11], quando viene identificato nella destinazione dei missionari comunicata da Sua Ecc. Rev.ma Mons. Roberto Colombo, come M.R.P. Mansueto da Peveranza, Vice Presidente e Maestro dei Postulanti.
Sempre nello stesso anno lo ritroviamo residente in Fortaleza insieme a R.P. Silverio da Milano, P. Cirillo da Bergamo, Fra Giammaria da Malegno e Fra Bernardo da Viscosa.
Come un soldato di Dio sempre presente, con una vita vissuta in mezzo ai fratelli in un dono di sé senza fine, quale strumento nelle mani dell'Altissimo, sempre disposto allo slancio verso le nuove vie della fede, ancora all’alba del 1928, alla veneranda età di 71 anni, di lui si scrive:
perfino il venerando veterano della missione P. Mansueto, è spesso in moto per soddisfare le numerose richieste. Tale apostolato è già da lunghissimo tempo caratteristico nella nostra missione e non solo nelle residenze principali e cittadine, ma anche in quelle del Sertào: tutti i religiosi vi si prestavano di buon grado. [12]
Nel 1929 una breve relazione descrive così l’operato di Frei Mansueto:
Per dovere di ufficio civile ho dovuto mesi orsono, percorrere l’immensa Prelatura di S. Giuseppe del Grajahù, affidata alle cure dei Cappuccini Lombardi della Missione del Maranhào…… A Fortaleza ho trovato il bravo superiore P. Silverio da Calvairate; Padre Mansueto da Peveranza, uno dei primissimi missionari venuti in Brasile, vero apostolo della carità, esempio di ogni virtù, la cui vita si divide tra pergami e confessionali. [13]
Quanto appena riportato chiarisce il senso della sua vocazione e l’opera che egli dispensa in tutta una vita dedicata alla missione in Brasile; non possiamo e non vogliamo neppure aggiungere un commento, tanto è eloquente.
Da un documento in data 30 ottobre 1935 risulta che gli anni trascorsi nella missione da alcuni religiosi sacerdoti era il seguente: Mansueto da Peveranza 43 anni, Mattia da Ponteranica 37anni, Cirillo da Bergamo 37 anni, Cherubino da Carpiano 33 anni, Silverio da Calvairate 32 anni, Alfredo da Martinengo 32 anni, Michele da Origgio 33 anni, Bernardino da Mornico Superiore 21 anni, Giosuè da Monza 30 anni, Marcellino da Cusano 30 anni, Angelo da Vignola 28 anni, Teobaldo da Monticelli 25 anni, Riccardo da Dovera 23 anni [14].
Padre Mansueto si mostra generoso di suggerimenti e consigli anche verso i suoi cari compaesani, lontani da lui migliaia di chilometri. Nella lettera del 26 dicembre 1935 a Don Giovanni Croce, ricorda gli anni della sua gioventù e con essi la miseria del suo paese natio:
La ringrazio pure dell’immenso bene che al mio piccolo paese continuamente va facendo. Se sapesse il triste passato del mio paese piangerebbe insieme a me, ma forse lo saprà. Dico che lei francamente sta facendo miracoli di rigenerazione di Peveranza, per questo prego continuamente il Signore e l’Assunta che la conservino ad multos annos e che allontani da Lei il concorrere ad altre parrocchie. Un saluto ai miei cari parrocchiani che sempre ricordo.[15]
Nel 1935, risulta dagli Atti essere ancora direttore della «Scuola Pio X». [16]
Negli «Annali Francescani» è riportata una breve relazione inviata al Vicario Provinciale[17], che testimonia ancora la sua forte vitalità e costante presenza nell’apostolato. Nella lettera è ricordata la sua opera quale confessore instancabile, ma si evidenzia soprattutto il suo precario stato di salute, in quanto colpito da grave malattia:
Fortaleza Convento del S. Cuore di Gesù, 26 dicembre 1935.
M. Rev. P. Vicario Provinciale,
Mi benedica,
E’ con gioia che mi accingo a compiere il mio dovere inviando a V. Paternità M.R. la relazione del bene che abbiamo compiuto con l’aiuto del Signore nell’anno che ormai sta per finire.
In questa residenza, come in tutte le altre della nostra Missione, è in vigore l’osservanza regolare quasi come in Provincia, ciò che costituisce il segreto e la fonte di tutte le buone riuscite dei Missionari.
Del lavoro ce ne fu molto in quest’anno, assai più degli altri anni, per ragione della chiusura dell’Anno Santo. Le confessioni aumentarono straordinariamente cosichè anch’io, oltre all’ufficio di confessore ordinario dei due ospedali, delle religiose che sono ivi al servizio, della casa di educazione tenuta dalle nostre cappuccine, oltre la direzione della scuola Pio X e la dottrina di ogni domenica, ho confessato persone di ogni classe, in gran numero. Fu tale il lavoro che alle volte ci sembrava di non poter più reggere, ma con la divina grazia abbiamo resistito.
Così si dovette lavorare molto per la fondazione della Associazione di Azione Cattolica, come per la riorganizzazione delle conferenze della dottrina cristiana.
Anche la predicazione fu quest’anno più frequente, non solo a causa della chiusura dell’Anno Santo, ma per una recrudescenza di una doppia piaga morale: il Bolscevismo e lo Spiritismo.
Il Bolscevismo che si fece strada fra le nostre contrade brasiliane e col soffio pestifero avrebbe distrutta l’opera nostra se la Divina Provvidenza, intervenendo prontamente, non avesse confusi e sventati i piani diabolici dei nemici della Fede.
Lo Spiritismo i cui caporioni hanno introdotte ipocritamente quasi tutte le feste della Nostra Santa Religione per ingannare il popolo semplice e per poter convincere che essi pure sono cattolici. E questi ebbero perfino la sfrontatezza di avvisare il pubblico per queste feste. Però. Grazie al Cielo, dopo varie istruzioni e molte preghiere venti persone cessando di frequentare i centri spiritisti, hanno cominciato una vita tutta nuova.
Ne questi furono i soli frutti spirituali coi quali il Signore si degnò coronare le nostre fatiche, ma altri ancora ve ne sono.
Cinque persone, abiurata dopo molte esortazioni e preghiere la setta massonica, sono ora tra le pecorelle di Cristo che si pascono del cibo di vita eterna.
Così pure dieci famiglie che erano ascritte alla setta protestante, vinte finalmente dagli stimoli della grazia, dalle esortazioni e dalle preghiere, sono entrate nel grembo della S. Chiesa cattolica, rinnovando e purificando i loro costumi.
In quanto a me mi trovo convalescente da una grave malattia che mi tenne a letto più di tre mesi; ricevetti pure il S. Viatico, ma il Signore nella Sua immensa bontà mi vuole conservare ancora in vita e sto già lavorando quasi come prima.
Il contributo dato da padre Mansueto è inoltre fondamentale per la redazione del “Programma das SS.Missoes”, pubblicato a Fortaleza nell’anno 1936 dal Superiore regolare padre Bernardino da Mornico[18] .
Così ricorda questo avvenimento padre Metodio da Nembro.[19]”
Questo documento è interessante non solo per l’impulso che, attraverso sapienti norme e consigli, diede a tale forma di apostolato nel particolare momento storico, ma anche perché riflette il criterio inaugurato già dai primi missionari del Maranhão e poi seguito in modo costante durante i molti anni in cui tale ministero rimase in fiore. Il Programma che reca la data del 1892, si apre con una specie di prologo contenente alcuni saggi consigli che possono applicarsi a ogni predicatore in genere; traccia poi una rapida sintesi dell’attività missionaria cappuccina nel Brasile con particolare riferimento all’apostolato delle missioni ambulanti, e in seguito viene ad esporre norme pratiche sulle diverse fasi secondo le quali si svolge la missione ambulante.
Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».
Marco 1, 4-8
Nel 1936, nella ricorrenza dei suoi 50 anni di Ordinazione Sacerdotale, hanno luogo, al di là e al di qua dell’Oceano, giornate di festa e ringraziamento: nel paese ‘adottivo’ di Fortaleza e anche a Peveranza suo paese natìo.
In queste manifestazioni, alla grande gioia popolare partecipano anche autorità religiose e civili. La cronaca relativa a quegli anni restituisce con significativo risalto gli avvenimenti di quei giorni di festa.
Si riporta di seguito il risalto dato dalla cronaca all’Anniversario di Ordinazione del nostro:
DALLA MISSIONE DEL BRASILE
Messa d’oro del P. Mansueto da Peveranza
Il giorno 22 marzo il venerando P. Mansueto da Peveranza celebrò nella nostra chiesa del S. Cuore di Gesù in Fortaleza il suo 50° di Sacerdozio. La Festa che venne organizzata per l’occasione assunse le proporzioni come di una solennità cittadina; riuscì un vero plebiscito di amore e di gratitudine al caro veterano che si prodigò in mille maniere per il bene di Fortaleza, profuse in ogni classe di persone i tesori inestimabili del suo cuore sacerdotale e missionario con l’esercizio del S. Ministero, con svariate iniziative opportune, quando dilagava nella città la corruzione e l’ignoranza e quasi nessuno si occupava di arginare, per l’edificazione dello spirito cristiano e della pietà, per la restaurazione dei costumi, per la dissipazione dell’ignoranza religiosa e civile delle classi. Tutta la città si movimentò, tutti parteciparono alla festa, dal bambino della strada, che anche oggi forma l’oggetto dell’attività di P. Mansueto, dall’indigente a brandelli, dall’ultima donnicciuola, al commerciante, al professionista, all’uomo della politica e su su sino al sommo della gerarchia locale e statale, fino all’Arcivescovo e al Governatore del Cearà. La colonia italiana non volle essere seconda in questa dimostrazione.
Dalla mezzanotte alla mezzanotte continuarono, a brevi intervalli, i lanci di razzi e gli spari dei fuochi nel cortile della scuola Pio X di cui P. Mansueto è Direttore. La piazza della chiesa e il locale della scuola erano parati con bandierine e con rami di palme .Alle ore 6 P. Mansueto celebrò la messa letta solenne, accompagnata all’Altare dai Religiosi confratelli, dai Fratini del Collegio Serafico, dai Terziari Francescani in divisa; assistito dal Padre Provinciale e suo Segretario, dai Superiori Maggiori della Missione e da tutti i Superiori locali della costa. Durante la medesima, coadiuvato da altri 2 Padri, distribuì la Comunione ai suoi bambini della Scuola Pio X e ad una folla immensa di Terziari e fedeli. Un gruppo di signorine cantò appropriati mottetti con accompagnamento di orchestra. Alle ore 8 cantò la Messa il Padre Provinciale. Padre Mansueto vi assisteva in forma solenne. Facevano corona al festeggiato l’Arcivescovo di Fortaleza, il rappresentante del Governatore del Cearà, L’Agente Consolare d’Italia, il Dottore Cesare Rossas, parecchie autorità civili e politiche di cui mi sfugge il nome e le rappresentanze di tutti gli istituti Religiosi ella città. Il Vicario Generale della Diocesi tenne il discorso che riuscì un’apoteosi per P. Mansueto. Eseguirono la “Missa Te Deum Laudamus” del Perosi un buon coro di Frati e le Parti mobili i Fratini del Collegio Serafico.
Dopo il ritorno dalla chiesa, nell’atrio del Convento il Padre Provinciale disse il suo grazie sincero e cordiale alle autorità convenute che in P. Mansueto avevano onorato tutta la Comunità dei Cappuccini. Si dirigeva in modo particolare all’Arcivescovo e al Governatore, perché la loro presenza era un nuovo atto di riconoscimento dei meriti dei Missionari che da tanti anni si prodigano in un faticoso apostolato di bene per il Cearà, al Dottor Cesare Rossas, affezionatissimo ai Cappuccini, che vegliò e assistette amorevolmente P. Mansueto nella sua lunga e pericolosa malattia, all’Agente Consolare d’Italia che si vale di ogni occasione per manifestare la sua simpatia ai figli di S. Francesco. All’agape fraterna che si svolse nell’intimità, senza inviti, perché più spontanea fosse la manifestazione dei fratelli al loro caro Veterano, il Padre Provinciale disse uno dei suoi discorsi pieno di paterno affetto, che fanno vibrare l’anima e la commuovono. Porse a nome di tutta la Provincia Religiosa felicitazioni e auguri, dichiarò opportuna e veramente felice la coincidenza della presenza del Padre Provinciale a questa festa che lui stesso aveva ordinato si celebrasse nel modo più solenne possibile, perché in tal modo al Padre Provinciale era dato far intendere come la sente la Provincia per i suoi figli che la illustrarono e la onorarono col loro apostolato missionario. “Padre Segretario – proruppe poi nella foga del suo dire – si alzi in piedi; guardi a questo vecchio Missionario, il primo di una schiera di eroi partiti dalla nostra Milano, e agli altri anziani che gli fanno corona; guardi a questo stato maggiore di un esercito che da cinquant’anni cammina sempre avanti e non conosce sconfitte né vergognosi ritorni. Legga in loro le stimmate di quelle fatiche che li hanno fiacchiti innanzi tempo e costretti a ridurre le loro attività e, quali rappresentanti di tutti i Fratelli della Provincia, inchiniamoci dinanzi a loro e diciamo tutta la nostra ammirazione. Noi abbiamo camminato l’immenso Sertao, abbiamo sofferto la fame, la sete, ho la sete! La sfinitezza, il languore, i disagi delle capanne ospitali; questo stato maggiore ha battuto palmo a palmo quel Sertao ed altri ancora. Abbiamo potuto vedere le tappe gloriose del loro cammino: Barra do Corda, Grajaghù, Carolina, Imperatriz, Tury-Assù… Parigi ha voluto immortalare le conquiste di Napoleone I, fissandone i rispettivi nomi ai ponti della Senna che attraversa la città. Barra do Corda, Grajaghù, Carolina, Imperatriz, Tury-Assù stanno là ad immortalare le conquiste di questi nostri eroi”. Chiedeva gli venisse acconsentito un particolare accenno a Padre Marcellino da Milano, in nome di quella amicizia che lo lega a lui fino dai banchi della scuola, del quale ovunque passammo, raccogliemmo l’eco dei suoi sudori sparsi nell’apostolato. Dopo il Padre Provinciale parlò il P. Marcellino, il principe incontrastato degli oratori di tutto il Brasile. Con un portoghese forbito, in una sintesi alata, con pennellate artistiche, conteggiò tutta la vita laboriosa missionaria di P. Mansueto, le sue conquiste, i suoi meriti e a nome di tutti i Missionari presentò voti e auguri. Alla sera, avanti la Benedizione Eucaristica, gremita la chiesa come nelle funzioni del mattino, il M.R.P. Alfredo da Martinengo, ex Superiore Regolare, lesse un elevato discorso, sintetizzando i meriti e le virtù del festeggiato, esprimendo i sentimenti di cui sono animati i Missionari per il loro Veterano, invitando tutti a pregare per la longevità di P. Mansueto a gloria di Dio e al bene delle anime. Seguì il canto del “Te Deum” e la Benedizione Eucaristica impartita da Padre Mansueto. Partecipò a questa funzione il Seminario Diocesano che sostenne la parte musicale. Chiuse la bella festa un’accademia solenne nel salone Pio X dinanzi ad un pubblico di oltre 2000 persone. Aprirono la serata un bambino e una bambina del popolo, alunni della scuola Pio X con indirizzi al loro Padre e Direttore, pieni di sentimento e affettuosa riconoscenza. Seguirono diversi oratori amici di P. Mansueto e del movimento Cattolico e francescano di Fortaleza. I giovani del vicino Collegio dei Maristi vollero dare una commedia intonata alla circostanza. Ne seno dei Terziari vi è una discreta orchestra destinata solo alle manifestazioni proprie della Congregazione. Rallegrò la serata negli intervalli con della buona musica. Durante la giornata venne distribuito un Numero Unico, bello davvero, curato dal Superiore Regolare della Missione. La festa venne organizzata da P. Bernardino da Mornico, Superiore Regolare, coadiuvato da P. Gaudenzio da Rescalda, Superiore locale di Fortaleza. Possono ben dirsi soddisfatti della riuscita: non poteva essere migliore.
(Fr. ALIPIO M. DA ORIGGIO) [1]
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In quest’anno 1936 compiono i 79 anni dacché P. Mansueto salutò la vita in umile casetta che sorge ai margini di un simpatico paesino sulle colline del Gallaratese; in questo mese di febbraio compiono 50 anni dal giorno che l’unzione sacerdotale consacrava a Dio l’anima sua benedetta; ed è l’anno, questo nel quale P. Mansueto saluta, con occhio ancora non stanco, il suo 44° anno di vita missionaria nel lontano Brasile. A leggere queste date ci viene alla penna l’enfatica espressione di S. Ambrogio quando, tessendo il panegirico di S. Agnese, davanti al suo popolo di Milano, compreso di stupore e di meraviglia esclamò: “Appellabo martirem: praedicavi satis”( la dirò “ martire “: più nulla c’è aggiungere a questa gloria). Non noi vogliamo offendere la modestia francescana e cappuccina del nostro lontano Confratello, ma vogliamo innalzare al Signore un pensiero d’infinita riconoscenza che à voluto conservare a queste date gloriose l’umile Frate che vide sul suo lungo cammino fatti dolorosi e tragici; che campò da mille pericoli minaccianti alla sua vita; che provò il tormento della fame e della sete; che soffrì la pena dell’abbandono nelle sterminate selve del Brasile; che vide la strage delle anime là dove non impera la Croce di Cristo; che sudò, affatico senza tregua, senza mai darsi riposo… sì, per tutto questo e per quello che ci diranno di P. Mansueto i compagni di Missione, che, in un coro col nostro Provinciale, si stringeranno intorno a Lui per ricordare le fauste date, noi innalziamo un inno di riconoscenza al Supremo Datore di ogni bene. La Direzione degli Annali e la Delegazione del Terz’Ordine Provinciale deve essere in modo particolare riconoscente a Padre Mansueto anche perché nel lontano Brasile egli curò in modo speciale le Congregazioni del Terz’Ordine, non solo col fondarle, ma con l’assisterle amorosamente, portando in seno alle stesse tutto quel fuoco serafico di cui andò ricolmo il suo cuore francescano. Più volte in questo Periodico si parlò del bene grande che fanno i Terziari Francescani, al fianco dei nostri Missionari, nelle Parrocchie, nelle Scuole, nei Collegi di educazione. Senza nulla togliere agli altri missionari, possiamo dire che Padre Mansueto si dedicò alla coltivazione di questa pianta serafica con zelo affatto particolare e non è a dire quanta corrispondenza à trovato in questo campo di lavoro tra quelle anime desiderose di vivere la religione di Cristo, tra le aiuole della vita francescana.
P. Mansueto! Ad multos annos”.
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Il Vicario Provinciale FRA BENIGNO DA S. ILARIO MILANESE descrive[2], nella sua lettera di augurio per il 50° di sacerdozio, con grande precisione tutte le esperienze, gli aneddoti, le virtù del P. Mansueto, sottolineando alcune prerogative che esaltano la figura di questo grande missionario del Vangelo:
Al M. R. P. MANSUETO DA PEVERANZA, Missionario Cappuccino.
M. R. Padre
La notizia che il febbraio p.v. segna per Vostra Paternità una delle più care e dolci ricorrenze che possa mai desiderare l’animo di un sacerdote: “Le nozze d’oro sacerdotali”, viene a rallegrare il cuore dei suoi confratelli tanto della Missione che della Provincia.E’ una ricorrenza questa da molti ambita e sospirata, ma che solo pochi hanno la grazia e la felicità di poter celebrare: solo quelli che Iddio, per un tratto speciale della sua predilezione, conserva in una prospera e operosa longevità, affinché possano coronare una giornata veramente piena, tuta dedicata alla diffusione del suo regno divino tra le anime. E V. Paternità è senza dubbio uno di questi privilegiati, di questi prediletti del cuore di Dio. Io ben mi immagino la gioia e la consolazione che arrecherà al di Lei cuore una data sì lieta. Sarà certamente la gioia del santo e fedele Ministro di Dio che ha vissuto cinquant’anni di stretta e intima unione eucaristico-sacerdotale con Gesù. Sarà la consolazione dell’Apostolo che ha svolto un lungo e fecondo apostolato tra i popoli dell’Alto Brasile. Sarà l’appagamento dell’educatore che ha informato alla virtù e al sapere più generazioni a Fortaleza.A questa sua santa e legittima gioia si assoceranno certamente. Oltre i Missionari, tutti quelli che in qualche modo sono stati da Lei beneficati. E con molta probabilità anche il Molto Rev. Padre Provinciale, di ritorno dalle gravi fatiche della Santa Visita nell’interno, condecorerà con la sua ambita presenza la di Lei festa, e le porterà tutto l’entusiasmo riconoscente e gli auguri della Provincia. Tuttavia é giusto e conveniente che anche i Confratelli lontani facciano sentire partecipazione alla Sua gioia e di viva riconoscenza per la ricca e molteplice opera missionaria da Lei svolta. Non è il caso che io accenni di proposito a tutte le di Lei benemerenze. Sono note ad ognuno. Ricorderò solo che la Provincia si onora di riconoscere in V. Paternità il più anziano tra i veterani della Missione per età e durata di esercizio apostolico, il vero tipo dell’Operaio Evangelico, poiché in un età così invidiabile V. Paternità rimane ancora sulla breccia attivo e instancabile, esempio e sprone a tutti. V. Paternità infatti non solo è uno dei pionieri che hanno gettato le basi della gloriosa e feconda Missione del Brasile da Dio consacrata fin quasi dagli inizi col sangue dei Martiri di Alto Allegre, ma l’ha accompagnata e seguita fino all’odierna fioritura.
E’ rimasta sempre e rimane tuttora sul campo del lavoro, dove in tanti anni di fatiche e di sudori ha profuso tutto il tesoro della Sua molteplice e febbrile attività. Saggio comprensore dei bisogni spirituali e sociali di un popolo, V. Paternità ha dato a tutto il movimento missionario quell’organicità sapiente e ordinata che assicura la fruttificazione al cento per uno della semente divina gettata nei cuori e concretizza e corona l’efficacia della predicazione.
Voglio alludere alle cure da Lei usate per il riferimento delle Confraternite e specialmente del Terz’Ordine, che si è rivelato un si valido strumento di cooperazione missionaria.
Ma a Fortaleza c’è un’opera a cui è legato indissolubilmente il nome di Padre Mansueto. “La scuola Pio X”, l’istituzione provvidenziale che ha accolto e accoglie tuttora tanta povera fanciullezza tolta all’ambiente viziato e corrotto della strada, l’istituzione a cui V. Paternità dedica tutte le sue cure paterne impiegandovi quelle energie che non hanno giammai accennato a venire a meno in Lei, nonostante l’età.
Poiché, bisogna dirlo, gli anni sono passati sulla Sua anima senza lasciarvi l'impronta della stanchezza e dell’esaurimento, ed Ella rimane sempre per i religiosi lombardi il simbolo del lavoratore rotto ad ogni fatica, conforme a quanto già poteva dire di V. Paternità con cognizione di causa Mons. Brandào: “ O Frei Mansueto è un grande trabalhiador!”.
Sono lieto pertanto di esprimerLe in si fausta ricorrenza, anche a nome dei Confratelli di Provincia, tutti i miei sentimenti di commossa ammirazione per il Suo intenso e indefesso apostolato e per lo slancio veramente singolare con cui ponendo in seconda linea ogni considerazione di ordine umano, ha fatto spontaneo e generoso getto della vita, dedicandola senza riserve a quella Missione che è diventata per Lei una seconda patria, la patria di adozione. Nello stesso tempo ci tengo a ringraziarLa del Suo amore e attaccamento alla Madre Provincia, amore e attaccamento che ha dimostrato sempre con la vita e con l’azione e che lo scorso novembre ha confermato con la delicata e commovente accoglienza da Lei fatta al Molto Rev. Padre Provinciale in qualità di anziano della Missione. Grazie, Rev. Vev. Padre, grazie per il nobile esempio di vita veramente apostolica che Ella dà a tutti: giovani, adulti e vecchi.
Non mai come oggi i suoi confratelli Le sono vicini, partecipi della Sua felicità e formulanti per Lei i più cari e sinceri auguri. L’Oceano può ben separare i corpi ma non opporre il benché minimo ostacolo al volo e al congiungimento delle anime.
E le nostre preghiere, unite alle benedizioni dei popoli evangelizzati e dei fanciulli salvati, non potranno che richiamare sul di Lei capo augusto e venerando il sorriso e la compiacenza divina.
Sicuro che i giovani si sentiranno spronati a imitarLa nell’eroismo e nel sacrificio e che raccoglieranno l’eredità preziosa da Lei lasciata, io faccio voti che il Signore La conservi ancora a lungo, per il bene comune, all’effetto riverente dei Confratelli, dei suoi cari fanciulli e dei cittadini di Fortaleza tra i quali vive amata e venerata. PregandoLa che voglia ricordare con me nella S. Messa Giubilare tutta la Religiosa Provincia mi segno
Della Paternità V. M. Rev. Aff.mo nel Signore
FRA BENIGNO DA S. ILARIO MILANESE
Vicario Provinciale (l. i.)
Cremona, 19.1.1936
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Altrettanto importante è il rilievo che la cronaca di casa nostra riserva alla solenne celebrazione del 50° di sacerdozio di Padre Mansueto.
Nel mensile Parrocchiale di Peveranza scrive don Giovanni Croce.[3]
“Solennissime feste commemorative si celebrarono nel paesello di Peveranza che sorge simpatico tra i colli del nostro Gallaratese. Volentieri facciamo posto alla bella pagina di cronaca in questa parte missionaria del Periodico perché il movente delle feste è stata la veneranda figura, ormai ottuagenaria, del M. R. Padre Mansueto (Saporiti) da Peveranza che vive nel lontano Brasile infaticabile missionario fin dal 1892. Tutto il paese con a capo il Parroco, avrebbe voluto fissare i propri sguardi e puntare i palpiti del proprio cuore nell’Uomo che gli fa tanto onore sotto il cielo delle selve sterminate e nei sertao bruciati dal sole equatoriale: ma ciò è stato impossibile.
Molto bene però fu rappresentato dal M.R.P. Domenico da Origgio che fu il sacro ed efficace oratore della circostanza.
Ecco la cronaca: Per geniale iniziativa del Parroco di Peveranza, Don Giovanni Croce, quivi si è celebrato solennemente il 50° di sacerdozio del cappuccino Padre Mansueto Saporiti da Peveranza, Missionario nel Brasile del Nord, e precisamente nel Cearà a Fortaleza.
Dire che la festa è riuscita è dire troppo poco. Nell’occasione delle feste di agosto, sagra del paese, Peveranza ha voluto celebrare con tutto l’entusiasmo di un popolo tre date memorande: il 15° di sacerdozio del suo Parroco, l’Assunta e le Nozze d’oro del concittadino P. Mansueto.
Preparata con un triduo di predicazione, tenuto dal Padre Domenico da Origgio, cappuccino, nei giorni 12,13,14 agosto, la buona e lavoratrice popolazione di Peveranza vi corrispose con tutto lo slancio.
Già tutto predisposto dallo zelante parroco, il popolo ha trasformato il suo paese in un vero e ameno giardino. Le porte delle case, le finestre, i vicoli, gli sbocchi, così numerosi nei paesi, vennero rivestiti di rami di verdi pini, larici e mirto, intrecciati di vasi di fiori naturali e mazzi di fiori artificiali. Fu una vera gara di anime e di cuori. Tutti andavano a gara nell’escogitare geniali parate e addobbi, per riuscire migliori onde gustare la gioia di poter dire: io ho fatto meglio di te: la nostra contrada è migliore della vostra. Gare dei paesi cristiani che strappano lacrime.
Gli archi trionfali sulle vie principali erano sette, in onore delle sette allegrezze di Maria SS.. Tutti superbamente magnifici e tra loro erano collegati da belle gallerie di zendali infiorati a variopinti colori, così da creare una fantasmagoria di fughe che metteva gaiezza e splendore suggestivo a tutto il paese giardino.
La chiesa col suo rinnovato pavimento a mosaico, col suo nuovo Capocielo sull’Altar Maggiore, come è prescritto dal Rito Ambrosiano, apparve sposa bellissima nel suo ricco addobbo eseguito con vero gusto signorile.
Ai preparativi esterni, la preparazione spirituale.
Tutto il popolo accorse ad ascoltare la sacra predicazione, numerosa e solenne la Comunione Generale dei bambini, delle giovani, delle donne e specialmente dei giovani e degli uomini.
Al giorno 15, festa dell’Assunta, Patronale, e del 15° di Sacerdozio, cantò messa il festeggiato, Don Giovanni Croce.
Al Vangelo tenne il panegirico padre Domenico, intrecciando armoniosamente le glorie dell’Assunta cole opere di zelante Sacerdote compiute da Don Croce. La musica fu della locale Schola cantorum S. Cecilia. Alle ore 16, dopo i Vespri, si portò solennemente la statua antica e bella dell’Assunta che campeggiava sul nuovo trono a sesto acuto di legno intagliato e dorato a fino da una ditta di intagliatori di Val Gardena nel Trentino. Il bellissimo trono era stato offerto da tutte le donne del paese, le quali, fissandolo con infinita compiacenza sostenuto e portato dai loro baldi giovani, non sapevano contenere il senso di segreto orgoglio che dentro frugava i loro cuori. Prestava servizio la Banda di Cairate.
Alla sera lancio di fuochi e di bengala, ed illuminazione della chiesa, del campanile e di tutto il paese.
Un lembo di paradiso sembrava fosse venuto a posare in quella piccola terra dove i cuori e le anime erano in paradiso. Alle 21, la Schola Cantorum S. Cecilia di Peveranza nel cortile parrocchiale, dava il melodramma “S. Pancrazio” in quattro atti e otto quadri.
….. Ed eccoci al giorno 16, giorno tutto consacrato al 50° di padre Mansueto. Oh! Quanto era desiderata la presenza del Venerato Concittadino! Ma gli ottant’anni, l’oceano che lo separa dalla terra italica tennero lontano l’infaticabile missionario Cappuccino.
Al mattino si rinnovò lo slancio di fede e di amore alla Santa Balaustra, per ottenere al Commemorato Padre, grazie e benedizioni.
Alle 11, come nelle maggiori solennità, cantò la S. Messa solenne in Rito Ambrosiano il padre Domenico da Origgio, il quale al Vangelo tenne il discorso commemorativo.
Detto delle Missioni cappuccine Lombarde e in genere, fermò subito l’attenzione su padre Mansueto Saporiti. Disse della sua adolescenza e gioventù passata a Peveranza edificando tutti, colla sua pietà e attività cristiana. Disse che solo a 23 anni poté indossare le Serafiche lane, e dopo dodici anni di preparazione religiosa collo studio e colla pietà, nel 1892 poté volare in Brasile. Descrisse tutta la sua attività apostolica nelle desobrighe, tra le selve ed il sertao: del suo lavoro missionario nelle città della Costa, negli ospedali, nelle colonie, nei lebbrosari, nei quali P. Mansueto è chiamato Santo. Disse della sua lunga permanenza nello stato del Cearà, a Fortaleza, dove tutto parla di Padre Mansueto da Peveranza. Ma il suo nome è legato, e lo sarà per i secoli, in modo particolare alla “Scuola Pio X” che sorge segnacolo di fede e di vita fervidamente cristiana nella capitale del Cearà, Fortaleza. Fu dessa in gran parte l’opera sua, sgorgata ed alimentata dal suo cuore di apostolo. Qui egli vide le giovani generazioni passare sotto il suo sguardo paterno e fu luce alle menti; qui Egli ha formato e plasmato i cuori cristiani al nobile sentire della vita cattolica anche nelle forme più odierne; e sono circa 500 giovinetti dell’uno e dell’atro sesso che frequentano la scuola. Tutta la città di Fortaleza saluta in Padre Mansueto il maestro, il pastore, la vigile scolta che assiste, che accompagna la generazione che cresce ed è a Lui infinitamente riconoscente e venera in Lui uno dei suoi più grandi benefattori. Inutile dire che tutto il popolo bevve avidamente il discorso del Sacro Oratore; inutile rilevare il senso di profonda compiacenza che si leggeva negli occhi, nell’attenzione religiosa.
A discorso terminato, un sussurro universale, sacro e contenuto, ne sprigionava tutta la gioia cristiana e sembrava dicesse: “Noi siamo orgogliosi del nostro padre Mansueto!” E lo dimostro il fatto quando, a suon di banda, attraversando le vie del paese, il Clero, le Autorità e tutto il popolo trassero alla casetta natale per l’atto di doveroso omaggio, dove la veneranda cognata ed il nipote visibilmente commossi ricevettero tutto quel popolo in festa che ringraziarono sentitamente, offrendo poi una bicchierata ai bandisti ed un vermouth d’onore a tutte le autorità.
Alle ore 16, cantata Compieta, si fece la Processione Solenne con il SS. Sacramento seguendo l’itinerario del giorno precedente. La musica e la banda come nel giorno dell’Assunta.
Ritornata la Processione in chiesa, prima del Tantum Ergo, padre Domenico, si sentì in dovere di rivolgere un caldo ringraziamento a Dio, al Parroco, al Popolo di Peveranza per gli onori tributati a padre Mansueto, il quale se è di Peveranza, ove ne stette per 23 anni, è anche un glorioso figlio della Provincia Lombarda dei Cappuccini, e nonostante la sua tarda età pure rimane sulla breccia una grande attività della Missione del Brasile affidata ai Cappuccini Lombardi. Si chiuse con la Benedizione Solenne.
Alla sua partenza dal paese padre Domenico è stato entusiasticamente salutato da tutto il popolo al grido di Viva padre Mansueto Saporiti. Che l’esempio di padre Mansueto susciti nuove vocazioni a Peveranza e dintorni, a gloria di Dio ed alla salute delle anime.[4]
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Il Quotidiano locale “Cronaca Prealpina”[5] pochi giorni dopo l’evento dedica un articolo che ricorda l’importanza di questa grande festa religiosa.
Da giorni fervevano intensi i preparativi per queste funzioni che hanno superato qualsiasi previsione; i parrocchiani hanno festeggiato il cinquantesimo di Padre Mansueto…… il quindicesimo di Sacerdozio del Rev. Parroco, ………….. l’inaugurazione e benedizione del pavimento in mosaico della Chiesa Parrocchiale nonché del capocelo sull’altare e del trono votivo portatile della B.V.. Due giornate sono durate le funzioni intercalate da manifestazioni e giochi popolari perfettamente riusciti….
– rapporti epistolari e promozione della memoria -.
Ed ora, ecco io so che voi non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali io sono passato annunciando il regno.
At 20, 25
Nella ‘stagione della sapienza’ - Padre Mansueto aveva ormai superato i sessantacinque anni di vita - é Don Giovanni Croce, arrivato in Peveranza il 20 novembre 1929 e successivamente confermato come parroco nel marzo del 1930, ad intrattenere un lungo e cordiale rapporto epistolare[1].
Purtroppo si conoscono soltanto i contenuti delle lettere di Padre Mansueto in quanto pubblicate e non quelle di Don Giovanni, perché inviate in Brasile e non più rintracciate negli ‘archivi’ dei Missionari cappuccini di quel Paese.
Pur non avendo avuto modo di conoscere direttamente Padre Mansueto,[2] don Giovanni Croce ricorda più volte nel corso degli anni, ai suoi parrocchiani di Peveranza, le virtù morali di questo intrepido missionario d’oltreoceano mantenendone vivo il ricordo; vuole fortemente le manifestazioni di giubilo per il 50° di Ordinazione Sacerdotale del nostro e successivamente avrà cura dei suffragi nella ricorrenza della morte.
Per tenere sempre viva nei suoi parrocchiani la memoria dello zelante missionario, Don Giovanni ha chiesto e ottenuto dall’Amministrazione Comunale la titolazione a Padre Mansueto di una via cittadina.
Don Giovanni ha fatto conoscere In Parrocchia la corrispondenza di Padre Mansueto tramite la citata «La Voce del Parroco», uno strumento di apostolato fortemente voluto e ricco di spunti, di consigli e di significative osservazioni .
Questo ‘notiziario parrocchiale’ accompagnerà il ministero pastorale di don Giovanni per lunghi anni: il primo numero è infatti presentato alla comunità di Peveranza nel dicembre 1930, l’ultimo numero verrà dato alle stampe nel dicembre del 1959[3].
In un articolo apparso nel febbraio del 1931 così scrive:
Conoscete il Padre Mansueto da Peveranza?
Oh, sì! I vecchi lo conoscono. E’ un nostro concittadino frate cappuccino che da 38 anni si trova missionario in Brasile. Eppure egli sempre si ricorda di noi e mi incarica di salutarvi, mi incoraggia farvi del bene. Tre cose ci raccomanda:
1) Consacrarci al Sacro Cuore di Gesù e di Maria.
2) Dottrina Cristiana.
3) Comunione frequente.
Nel 1932 Don Croce pubblica una lettera molto severa di P. Mansueto rivolta a coloro che mettono in dubbio l’autorità del Parroco:
Il nostro caro e venerando Padre Mansueto mi prega di pubblicare nel bel giornaletto la seguente lettera ai suoi cari concittadini:“Due parole ai miei cari compaesani, Sempre ebbi grande stima, rispetto ai Parroci, ma più ancora quando il Signore mi chiamò allo stato religioso, perché il Parroco cattolico è il rappresentate di N.S. Gesù Cristo, per questo sempre pregai e continuo a pregare affinché Dio Nostro Padre dia buoni e zelanti Parroci al nostro paese in un giardino di pietà, siate dunque, miei cari compaesani, siate rispettosi e obbedienti al nostro venerando parroco, guai a chi gli mancasse di rispetto e di obbedienza, questo ferirebbe il cuore Sacratissimo di Gesù che disse: “ qui vos audi – parlando dei sacerdoti – me audit; qui vos spernit me spernit”; chi ascolta il parroco ascolta me, chi disprezza il parroco disprezza me. Pregate per me ed io pregherò sempre per voi, il vostro compaesano Padre mansueto Maria Missionario cappuccino. Cara Fortezza del Sacro Cuore 26 – 2 – 1932.[4]
La conclusione di questi rapporti epistolari, di scambio spirituale, di insegnamento religioso, di dottrina, coincide con la citata commovente manifestazione a ricordo del 50° di Padre Mansueto che con grande intuito e grande capacità don Giovanni Croce inserisce nella mirabile Festa dell’Assunta del 1936: alle celebrazioni della festività di quel giorno viene anche affiancato il festeggiamento dei 16 anni della sua presenza in parrocchia.
E’ tale il successo, quasi una apoteosi per Padre Mansueto, che quei giorni non passano inosservati anche dalla stampa locale in quegli anni solitamente avara nel pubblicare notizie di quel genere.
Si sottolineano la magnificenza delle funzioni e la bellezza dei paramenti e delle decorazioni, ma soprattutto l'alto contenuto spirituale e il messaggio evangelico predicato da tale Padre Domenico, Missionario cappuccino, durante la celebrazione della S. Messa di quell’indimenticabile giorno di festa.
Nel 1939 il parroco benedice, nella cappella del nuovo cimitero di Peveranza, una lapide commemorativa in onore dell’ illustre missionario, alla presenza delle associazioni religiose e civili e come segno tangibile di impegno concreto sotto il profilo spirituale, istituisce anche a Peveranza il Terz’Ordine Francescano.
Sempre Don Croce nell’agosto del 1947 sul mensile parrocchiale ricorda:
Peveranza ha due nomi da non dimenticare: padre Mansueto e la buona sign. Maestra Carmelina. Due anime che hanno amato Peveranza, che piangevano per coloro che hanno abbandonato il retto sentiero la propria fede, la vita religiosa dal Signore ottengano il loro ritorno. Non dimentichiamo che essi sono i Nostri protettori nel cielo.
Nel giugno del 1951, il parroco commenta così la decisione della Amministrazione Comunale riguardo alla ottenuta dedica di una via del paese al frate missionario :
Abbiamo intestato una via alla memoria del nostro grande concittadino Padre Mansueto missionario in America. É la via più umile, ma è un atto di dovere.
La parola ‘umile’ richiama alla povertà, alla modestia, alla semplicità, ma anche alla grande ricchezza interiore e di fede che hanno permeato la vita di questo grande personaggio.
Don Giovanni, persona concreta e parroco lungimirante, accetta egualmente che sia intitolata a ricordo di Padre Mansueto una piccola via, breve e stretta. Si sente appagato perché questa ‘stradina’ si pone al centro del paese, continuamente percorsa dalla gente che attraverso questo itinerario confluisce lungo le altre strade interne al centro.La precedente realizzazione, effettuata negli anni 30, di un piccolo giardino, con impianto di arbusti e di una bella croce in cemento di grandi dimensioni, proprio a lato della chiesa, conferisce inoltre al vicolo un aurea di rispettosa sacralità. Il nome di Padre Mansueto ritorna così alla memoria ogni qualvolta il passante percorre quella piccola e ‘umile’ strada.
Il timore del Signore è gloria e vanto, gioia e corona di esultanza. Il timore del Signore allieta il cuore e dà contentezza, gioia e lunga vita. Per chi teme il Signore andrà bene alla fine, sarà benedetto nel giorno della sua morte.
Siracide 1, 9-11
Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te quando esci e quando entri, da ora e per sempre.
Salmo 120
Nel 1937, poco più di un mese prima del suo ottantesimo compleanno, infermo ormai da mesi, Padre Mansueto muore a Fortaleza, sua città adottiva per più di trent’anni.
In questi ultimi mesi soltanto, Padre Mansueto fu costretto a tenere il letto. Pur angustiato dalla malattia, una arteriosclerosi, che l’età avanzata gli rendeva più dolorosa che amara, il santo vecchio seppe dimostrare un alto e sereno spirito di sopportazione fino all’estremo anelito, con il quale, il 13 settembre scorso, confortato dai SS. Sacramenti, egli lasciava questa terra d’esilio e di lotte, per ricongiungersi a Dio nella Patria degli eletti.[1]
A questo suo figlio, la città tutta, e non solo, riserva una imponente cerimonia funebre, culminata in una grande manifestazione che coinvolge le autorità locali e tutto il popolo nel celebrare la santità della sua missione.
Alla soglia degli ottant’anni, uno tra i primi missionari cappuccini della Provincia Lombarda giunti in Brasile lascia ai suoi confratelli un grande esempio di virtù, un patrimonio di vite convertite, di esperienze spirituali, di concretezza e di grande umiltà tale da suscitare, presso le popolazioni e le autorità civili e religiose dello stato del Cearà e della città di Fortaleza, una grande commozione sfociata in una celebrazione religiosa di proporzioni inimmaginabili.
L’Assemblea Legislativa dello Stato del Cearà[2], all’unanimità, decreta l’inserimento di Frei Mansueto Maria da Peveranza” nel repertorio dei personaggi benemeriti dello Stato, comunicando la decisione, fin dal giorno successivo ai funerali, al Rev.mo Snr. Superior do Convento dos Capuchinhos[3] .
La cronaca della cerimonia funebre è la testimonianza e la precisa ricostruzione di un avvenimento che ha coinvolto migliaia di persone per la morte di un personaggio importante, un vero radioso e paterno riferimento di quella grande comunità.
Fra Mansueto morì ieri alle ore 18.30, nel Convento dei Cappuccini,……….., visse qui per tre decade, svolgendo sempre con vera abnegazione, la sua opera di apostolo anonimo del Bene.
La morte di Fra Mansueto ripercosse dolorosamente nel grembo della famiglia cattolica del Cearà. La morte di Fra Mansueto e la consacrazione popolare che fu il suo seppellimento allogano riflessioni sulla nobiltà della virtù. Questo frate non ha mai avuto niente di suo, visse sempre nel suo chiostro ma ricevette, nella morte, le lacrime e i baci di tutta la popolazione. Ammirabile potere questo della virtù! Fra Mansueto, durante tutta la sua malattia, fu assistito da tanti medici. La malattia sconfisse la sua resistenza fisica già indebolita dalla sua età e dai sacrifici. Uno di questi medici fu il Dottor Cesar Rossas, che assisté al pietoso cappuccino fino all'ultimo momento. Essendo nel convento poco prima delle 6.30, questo distinto medico chiese a Fra Bernardino di pregare, poiché Fra Mansueto deferì subito, iniziando a leggere, con le lacrime nella voce l'estrema unzione. Fra Mansueto, che non parlava più e nel cui viso si vedevano i segni della morte, fece lentamente un gesto con la mano al suo assistente, chiedendogli di leggere più lentamente. Fra Bernardino ricominciò la lettura e il santo moribondo incrociò serenamente le mani sopra il petto, volando in direzione alle braccia di Dio. Dopo la sua morte, le campane della Chiesa del Cuore di Gesù suonò. Tutti quanti capirono che egli era morto, perché la sua salute era peggiorata da qualche giorno. E una gran processione cominciò a formarsi verso il convento dei cappuccini; uomini, donne e bambini volevano vedere il corpo dell'umile figlio di S. Francesco. Intorno al letto di Fra Mansueto, nel cubicolo del convento, uomini inginocchiati piangevano pregando. Più tardi, il corpo di Fra Mansueto fu trasportato nella Chiesa del Cuore di Gesù, dove rimase in camera ardente.Rimase lì tutta la notte e il giorno di ieri, fino alle ore 16, quando fu realizzato il seppellimento. Per tutto questo lungo periodo, la chiesa era completamente piena di fedeli che visitarono il corpo del benemerito cappuccino. Durante la notte, egli fu velato dai frati del convento francescano e da numerosi amici e fedeli, che li rimasero per lunghe preghiere. Nel giorno seguente, nel mattino, ricominciò con più intensità la processione in chiesa, aumentando fino all'ora del seppellimento. Uomini e donne si muovevano intorno alla bara del venerando sacerdote, dove egli dormiva l'ultimo sonno. Tutti quelli che si avvicinavano alla bara toccavano il suo corpo con rosari, cordoni, medaglie e mazzi di fiori e alcuni baciavano le mani e la fronte del frate, in un commovente omaggio alla sua santità. Negli altari laterali della chiesa si vedevano gruppi di persone inginocchiate contritamente, pregando, non per l'anima, ma sicuramente all'anima di quest'uomo virtuoso che, nella terra, fu un vero santo. Molte persone portavano dei fiori in chiesa, altre inviavano mazzi e corone. In mezzo ai fiori e ad una folla che lo circondava, c'era il san vecchietto, nella sua umile bara, con le mani incrociate sul petto e la serenità sul viso.
La messa viene celebrata da Monsignor João Alfredo Furtado, accompagnato dal sac. José Quideré, da Mons. Luis Rocha, dal vicario di Sé, da P. Geminiano Bezerra, Padre Nini e Padre André Camurça. Il prefetto Municipale, Sig. Antonio Gomes de Freita, assegna il numero di documento 706, indicando la chiusura delle pratiche alle ore 14. Lo Stato è rappresentato dal Dr. Demonsthenes Martins.
Il seppellimento fu alle ore 16. La Chiesa del Cuore di Gesù e la piazza intorno erano piene di una folla enorme. All'ora di uscita, mentre stava arrivando il carro funebre, una povera macchina di terza classe, il popolo tolse la bara, portandola.. Era così grande la folla che c'era lì che non fu possibile organizzare il funerale con le diverse ordini e le fratellanze. Il popolo, angosciato dall'idea di vedere e toccare la bara del virtuoso cappuccino, disfaceva ogni tentativo di organizzazione. Appena avanti c'erano dei frati che portavano grandi crocifissi e dietro gli alunni della Scuola Apostolica dei Cappuccini, che pregavano il rosario a voce alta. Dopo c'era la bara e intorno a questa la gran folla che si comprimeva, senza nessun ordine, gareggiando i posti vicini alla bara. Il servizio funebre sfilò per le vie Duque de Caxias, Barào do Rio Branco, Liberato Barroso, Imperador e finalmente Castro e Silva. Per tutto il tragitto, i marciapiedi e gli angoli delle vie erano affollati di gente, che correva per vedere e per accompagnare il grandioso seppellimento. Così, improvvisamente, la folla cresceva, diventando veramente inestimabile, trasponendo le porte del cimitero di S. Giovanni Battista. Crediamo che né le feste civiche né le feste mondane riuscirono in tempo a movimentare la città come il seppellimento di quest'umile e buon frate, che trascorse la vita facendo il bene al prossimo. La popolazione rese omaggio al benefattore anonimo che non ha mai voluto le glorie della terra; era commovente vedere l'ansia con la quale il popolo cercava i posti dove si poteva vedere, accompagnare e toccare la bara che trasportava il corpo di Fra Mansueto. In cimitero, quando 1a bara fu introdotta in cappella, fu necessario l'intervento della Polizia, per permettere la realizzazione della messa. Dopo, 1'uffizio religioso che fu celebrato dai frati cappuccini, localizzato nel terzo piano del cimitero, tra le croci dei seppellimenti poveri. Vicino alla sepoltura, parlò il conosciuto scrittore Leonardo Motta, facendo 1'obituario di Fra Mansueto. Fu una bella pagina funebre, che commosse la gran folla, piangendo uomini e donne a ogni evocazione delle virtù di Fra Mansueto, della sua bontà e del suo amore per il prossimo. L'illustre uomo di lettere cominciò la sua bella preghiera chiedendo chi fosse quello, la cui morte tanto aveva colpito l'anima del popolo. Uno influente oppure un magnate delle finanze? No, era un umile frate, figlio povero di S. Francesco d'Assisi, che non brillava nelle riunioni mondane ma plasmava la mentalità della gioventù operaia di Fortaleza e nel cui saio risplendevano tutte le virtù cristiane. Leonardo Motta fece una referenza alla Lombardia, in Italia, terra di Fra Mansueto, dove i giardini dovrebbero essere fioriti all'ora della sua morte, concludendo la sua commovente preghiera con le seguenti parole: " - Dorme in pace, nel grembo di Dio e sopra le ringraziate benedizioni degli uomini! Dorme in pace, Fra Mansueto! Ti accarezza il sonno l'anima della "Terra della Luce", a te concessa e che saprà perpetuare la tua memoria di soldato che "lottò il buon combattimento", che "pertransit benefaciendo", che "fece solo piangere qualcuno dopo la morte"..." La bara scese di seguito alla sepoltura e ci sono stati dei pianti nella folla che riempiva il cimitero. Questa fu, senz'altro la consacrazione del popolo di Fortaleza a Fra Mansueto. Meritata consacrazione, per chi spese la vita diffondendo il bene, disprezzando se stesso per accorrere agli altri.[4]
In seguito alla sua morte, nella scuola Pio X viene posto il seguente verso poi musicato dal maestro Moreira:
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri
Giovanni 15,12-17
Il necrologio[1], cioè l’avviso, l’annuncio di una morte, si presenta come una piccola nota pubblicata in un apposito spazio del quotidiano. Normalmente si tratta di una semplice comunicazione dell’evento luttuoso, altre volte ricorda la vita, le opere, la statura morale e le virtù del defunto.
I necrologi redatti per conto delle autorità religiose e civili, in Brasile come in Italia, sono una ulteriore importante testimonianza della vita di Frei Mansueto.
Di questi riportiamo alcuni passaggi significativi: descrivono in modo esauriente le virtù, l’esempio, le sofferenze, ma soprattutto la grande partecipazione popolare in occasione della morte: una singolare conferma della sua grande fama di Predicatore, di uomo virtuoso, di testimone del Vangelo.
NECROLOGIO “In Memoriam” 119
P. Mansueto da Peveranza
La sua vita: 57 anni di Religione, 50 di Sacerdozio, 45 di Missione.
La sua morte: 20.000 persone sfilano davanti alla sua bara; il cordoglio di un popolo per un suo grande benefattore”.
“L’austerità della sua vita, la vivezza della sua fede, l’affettuosa, compassionevole sua carità, tutta soffusa di mitezza e di umiltà, si imponevano a tutti. La stima cresceva intorno a Lui, tanto più vasta e risonante, quanto più l’umile frate cercava di nascondersi e di passare inosservato”.
Da allora fino ad oggi, per 36 anni, salvo una breve parentesi per l’unico suo ritorno in patria, avvenuto nel 1909, fra mansueto impiegò tutte le sue energie e donò tutto il suo grande cuore a quel popolo, che amò teneramente più che non un padre, e dal quale si vide corrisposto di grande stima e venerazione.
Fortaleza, la capitale del Cearà, dove è morto, perde con lui un grande amico e un grande benefattore. Perde l’uomo che si interessò dei suoi ragazzi più poveri, di quelli abbandonati e reietti da tutti, per accoglierli, educarli ed istruirli in una scuola che egli volle e fondò: la scuola Pio X che basta da sola a consacrare i sui meriti e le sue virtù apostoliche.
La bontà, quando ha le trasparenze insegnate da Gesù, e l’amore quando scaturisce da un animo unito con Dio e che per Dio solo e in Dio solo ama i fratelli, hanno una forza a cui non si resiste, un fascino a cui non si può sfuggire. Ebbene l’umile frate Cappuccino seppe esercitare questa forza e questo fascino in mezzo alle centinaia di ragazzi che passarono nella sua scuola. Egli amò tutti con pienezza di cuore e con disinteresse assoluto, e da tutti fu riamato, poiché nella sua vita non ha fatto che realizzare il motto francescano di “Pace e Bene”.
Una Pace ed un bene praticato e irradiato da una vita che fu tutta spesa per gli altri, senza nulla riserbare per se stesso. L’anno scorso aveva celebrato il suo giubileo sacerdotale, e attorno a lui fu una festa di popolo e di autorità. ”.
Ma non appena le campane del convento Cappuccino del S. Cuore di Fortaleza annunciarono con i loro mesti ritocchi che quell’esistenza tanto cara e preziosa si era spenta e che quel grande cuore di apostolo aveva cessato di pulsare all’amore degli uomini, un vero e spontaneo movimento di popolo, portò al convento migliaia e migliaia di cittadini, mossi dal desiderio di vedere e venerare per l’ultima volta la salma di colui che era passato in mezzo ad essi facendo del bene, tanto bene, tutto il bene che gli era stato possibile.
Confessiamo che anche a noi la risonanza delle notizie giunteci ci hanno recato sorpresa e meraviglia. No non credevamo che un umile frate Cappuccino, con la sola forza del suo grande cuore aperto a tutti i dolori, e della sua croce alzantesi benedicente e reconciliante su tutte le miserie e le brutture della società, potesse in terra straniera suscitar tanto fervore e provocare tanto cordoglio di popolo e d'’autorità.
Sono semplici notizie di cronaca, queste che ci recano i giornali, ma la cronaca quando riflette stati d’animo di migliaia e migliaia di cittadini, quando riferisce il plebiscito spontaneo e irresistibile di una intera popolazione, oh! Allora anche la cronaca merita di essere fermata e commentata, perché un giorno può divenire storia: la storia gloriosa ed edificante di ciò che sanno fare gli eroi de Vangelo, di ciò che sanno fruttificare le fatiche e le lacrime dei Missionari di Cristo, sparsi in tute le terre del mondo.
Lasciamo dunque la parola agli scrittori del Cearà, scegliendo fra tutti, come il più completo e dettagliato, il giornale O Estado, il quale dopo aver riprodotto in grande in prima pagina il ritratto di P. Mansueto, così descrive nei suoi numeri del 14 e 15 settembre il doloroso avvenimento:
“Nonostante la lunga malattia, aggravatasi in questi ultimi due giorni, la notizia della morte di P. Mansueto risuonò profondamente sentita nell’anima cattolica di Fortaleza. Si è che P. Mansueto per le sue eminenti qualità morali, per la sua grande bontà d’animo, per l’esempio edificante della sua vita di sacerdote, per il suo alto spirito di sacrificio nel soccorrere i poveri, seppe conquistarsi un’aureola di non comune simpatia nel ceto religioso di nostra terra. Per questo quando le campane della chiesa del S. Cuore di Gesù suonarono a morto una immensa moltitudine corse al convento dei Padri Cappuccini, offrendo al grande amico degli umili l’omaggio sincero del suo profondo cordoglio. I cittadini continuarono a sfilare fino a notte tarda e il giorno dopo fino all’ora del funerale fissato per le 16.
“Esso fu una vera consacrazione pubblica in onore dell’umile ma glorioso figlio di San Francesco. Non è esagerato il dire che più di 20 mila persone di tutte le classi sociali sfilarono davanti al feretro. Dopo le ore tredici la moltitudine crebbe talmente che d’accordo col Superiore Interinale del convento, Padre Bernardino da Mornico, la Questura provvide al mantenimento dell’ordine destinando al servizio 20 guardie civiche.
“Al corteo funebre svoltosi con puntualità, presero parte le Associazioni Religiose, la Scuola Serafica, gli alunni e le alunne della Scuola Pio X, e dopo le esequie celebrate da Mons. Giovanni Alfredo Furtado, Vicario Generale dell’Archidiocesi, con l’assistenza di Mons. Quinderi, segretario dell’Arcivescovo, di Luigi da Roch, parroco della Cattedrale e di altri parroci della città, il feretro, fra la commozione generale, usciva dalla chiesa.
“Al discendere dei gradini il popolo si disputò con violenza il feretro, portandolo a braccia fino al cimitero di S. Giovanni Battista.
“Circa 10.000 persone formavano il corteo ed un’enorme moltitudine sostava nelle vicinanze del Camposanto e lungo tutto il percorso. Dietro il feretro abbiamo notato le personalità più spiccate del mondo politico quali il rappresentante di S.E. il Governatore dello Stato, il Presidente della Assemblea Legislativa, il Segretario dell’Interno e Giustizia, il Prefetto Interinale della Capitale e moltissimi altri dei quali ci è sfuggito il nome.
“Affinché il personale potesse prendere parte alla manifestazione di cordoglio, le Segreterie dell’Interno e delle Finanze, e la Direzione Generale dell’Educazione chiusero gli uffici alle ore 15.
“Anche l’Assemblea Legislativa dello Stato del Cearà, all’unanimità approvava e faceva inserire negli atti dei lavori della sessione “un voto di condoglianza per la morter del venerando e benemerito Cappuccino Rev.mo Padre Mansueto Maria da Peveranza, determinando la trascrizione nei suoi Annali dei dati biografici dell’indimenticabile Missionario”.
Padre Davide da Desenzano [2]
Dolci e cari ricordi di un compagno di Missione
Nel 1891 P. Mansueto da Peveranza compiuto il corso Teologico, ottenuta la patente di predicazione venne destinato nel convento di Bergamo dove io facevo il I° anno di teologia. Giovane, pieno di vita e di zelo anelava grandemente alle Missioni. Infatti i Superiori conosciute le sue ottime qualità lo destinarono insieme a 3 altri Padri e due Fratelli a fondare la nuova Missione dell’Alto Brasile. Tutto giulivo per essere stato prescelto, lasciò la patria, i parenti i compagni, partì per quelle lontane regioni, portando nel cuore l’entusiasmo del vero apostolo e la volontà di conquistare tante anime a Cristo.
Nel 1894 ci trovammo assieme al Maragnone, egli era già allenato alla vita missionaria e raccontava con gioia i suoi primi debutti e le sue prime conquiste nello stato di Pernambuco insieme ai due grandi missionari p. Celestino da Pedavoli e P. Cassiano da Comacchio. Egli visitò missionando vari luoghi dell’interno del Maragnone, predico la Quaresima nella capitale del Parà e si spinse sul Rio Nero affluente dell’Amazzoni suscitando ovunque grande entusiasmo per lo zelo indefesso.
Nel 1897, essendo io stato colpito dalla malattia chiamata Beriberi ed essendomi stato prescritto il cambiamento di clima, P. Mansueto mi accompagnò nello stato del Cearà e quel vescovo ci accolse amorevolmente e mentre trattenne me nel suo palazzo per curarmi, pregò P. Mansueto di portarsi nel Nord dalla vastissima Diocesi specialmente sulla Serra Grande. Là P. Mansueto rimase quasi un anno percorrendo quelle vastissime regioni in continue missioni. Solamente chi ha sperimentato quella vita può avere un’idea dei grandi sacrifici ai quali deve sottostare il povero missionario.
Tutto il giorno e anche gran parte della notte occupato nella predicazione e nell’amministrazione dei Sacramenti senza un momento di respiro, sempre assillato dal lavoro. I popoli accorrevano da luoghi lontani per udirlo.
Più di centomila Cresime, Confessioni e Comunioni, moltissimi matrimoni legittimati. Insomma aveva suscitato in tutte quelle popolazioni un grandissimo entusiasmo, così che al suo ritorno nella capitale il venerando Vescovo Mons. Vieira lo abbracciò piangendo e lo ringraziò dell’immenso bene fatto a quelle parrocchie.
Nel 1900 ci trovammo ancora assieme a Canindè, io superiore della casa e direttore del collegio e lui Parroco della vastissima parrocchia. Dopo il massacro di Alto Alegrè, Padre Mansueto venne mandato a Fortaleza, capitale del Cearà, dove se ne stette fino alla morte; per molto tempo come superiore e rettore della chiesa del Sacro Cuore di Gesù.
P. Mansueto col suo zelo indefesso fece di quella chiesa un centro di pietà dove affluivano da tutte le parti i fedeli. Diede un grande impulso al Terz’Ordine Francescano ed a diverse associazioni, fondò la Scuola Pio X per l’educazione dei fanciulli e fanciulle povere, valendosi dell’aiuto di buone persone; dove a migliaia ricevettero istruzione. P. Mansueto a primo aspetto sembrava burbero, invece era tutto cuore. Preghiera e lavoro occupavano tutta la sua giornata ed anche gran parte della notte. Sicché non mi recò meraviglia che alla sua morte abbia suscitato una si grande commozione in tutta la città di Fortaleza, ed i suoi funerali siano stati così solenni per concorso straordinario di gente appartenente a tutte le classi sociali, dal Governatore ai Magistrati, al popolino e che tutti i giornali di ogni colore abbiano tessuti i più grandi elogi come a un santo. E. P. Mansueto ben se lo meritava perché veramente ha condotto una vita santa impiegata tutta pel Signore e pel bene dei popoli. P. Mansueto, Vale! E dal cielo ricordati della tua cara Missione dei tuoi confratelli che tanto ti amarono e stimarono.
Baptista Fernandes[3]
Il Cearà s'inginocchiò commosso nel pomeriggio di martedì scorso davanti al corpo senza vita di un uomo.
Di un uomo no!, di un santo!
Fra Mansueto può soltanto meritare questo nome. Chi aveva dentro di sé così tante virtù, purificando tante anime, praticando il bene così largamente, merita di essere in un piano superiore.
L'umile francescano fu un grand'apostolo che sulla terra compì la missione più difficile: addomesticare gli istinti umani trasformando l'odio in amore. Dio gli diede il potere di leggere le coscienze, vedere le loro colpe, vedere nel cuore dell'uomo dove si nasconde la cattiveria ed espugnarla.
La sua vita fu preziosissima per la religione cattolica, che ebbe nel virtuoso cappuccino il suo più degno rappresentante.
Per il Cearà fu ugualmente utile essa esistenza, che giorni fa terminò il suo ciclo nella terra.
La sua morte fu un avvenimento di ripercussione profonda, che agitò dolorosamente tutti i cuori, strappando via dai nostri occhi le lacrime di ‘saudade’ (nostalgìa).
Fra Mansueto, che ebbe la più umile esistenza, ricevé, nella morte, la consacrazione della città in un irrepetibile omaggio postumo.
Romao Filgueira Sampaio[4]
Fra Mansueto
Grand’apostolo e gran cuore,
lottatore audace della fede cristiana,
Spirito di rinuncia e di elezione,
virtù santa, esemplare, pura.
Nel mare della vita fu uno zatteriere
Che il male seppe affrontare.
Fu un buono. Audace che
Nella lotta mai ha voluto riposare.
Era un santo questo frate venerando,
la cui morte la città triste
rimpiange come perdita irrimediabile
O lottatore! O spirito brillante!
Riposati per sempre di questa vita,
Riposa là nel cielo eternamente.
Fortaleza 14-09-1937
Amadeu Furtado[5]
Morì fra Mansueto, il santo e venerando vecchietto che, per anni, in Cearà, diffuse, con umiltà, la parola di Dio.
Chi non lo conosceva a Fortaleza, nel suo sublime ufficio di praticare il bene?
Non era solo una persona giusta ma era soprattutto un benemerito, un Vincent de Paulo dei bambini poveri del Cearà.
La Scuola Pio X rimarrà per sempre un certificato loquace del suo immenso amore, del suo zelo evangelico agli infelici della nostra terra!
La fondò il caritatevole francescano con la finalità di somministrare agli indifesi della fortuna l’istruzione primaria.
E riuscì, dopo sforzi incalcolabili il suo grande desiderio. I numeri furono i bambini indigenti beneficiati, dalla mano del rispettabile anziano, delle luci dell’abbecederaio e gli insegnamenti del cattolicesimo.
Egli fu nel nostro paese un benemerito e un santo allo stesso tempo, conquistando intelligenze per le lotte materiali della vita e le anime per il Regno di Dio.
Il grande morto di ieri merita, così, la gratitudine eterna del popolo del Cearà e sopra la sua tomba cadranno le nostre lacrime di saudade (nostalgia) e le benedizioni di migliaia di rifiuti della società che egli protesse, suoi amici e compagni da sempre. La sua vita finì. Però il suo nome brillando come un’aureola sopra la sua propria memoria, contineurà vivo e indimenticabile nel cuore del nostro popolo.
Pedro Cruz[6]
Morì fra Mansueto. Sorella morte venne serenamente a cercare la sua anima purificata dalla fiamma dell’amore persistente e lo portò dalla terra dei Vivi alla “beata pacis visio” concessa solo a quelli che vivevano come egli seppe vivere.
Morire, per un vero discepolo di Cristo e di Francesco, come egli lo fu in verità e in umiltà, non è cadere velocemente in un abisso tenebroso e orrendo, è trasporre una porta, lo stipite dell’eternità e cadere nelle braccia del Padre Celeste e sedersi subito, con gli angeli e i santi, nel celestiale banchetto festivo, che parla il Vangelo!
Salì la sua anima santificata dalla preghiera e dalla penitenza per unirsi ai Cori degli angeli e intonare le lodi di Dio, ci lasciò il suo corpo inerte, per essere donato ala sorella terra, alla terra del Cearà, che l’aveva come uno dei suoi genitori, poiché con l’ufficio d’amore da tanti anni aveva conquistato come sua.
Come tanti altri, sono andato a vederlo nella chiesa del Cuore di Gesù, dove per tanti anni lavorò nella raccolta di anime, l’ho visto e ho pianto.
Lì c’era il confessore paziente e illuminato che tante anime strappò dal peccato e guidò nelle vie della perfezione cristiana, il sacerdote pietoso innamorato dell’eucaristia, che sembrava quando celebrava, vedere il Signore nell’Ostia consacrata; il religioso, esemplare, obbediente, umile, mortificato, zelante come nessun altro ad osservare nella lettera e nello spirito la Regola Serafica; il predicatore ardoso della purezza e dell’amore divino, che voleva infuocare gli ascoltatori dello stesso fuoco che lo Spirito Santo accendeva nel suo cuore, l’ammiratore della Passione di Cristo nella quale diaria meditazione ritrovava le forze, il coraggio, lo stimolo per essere il santo cappuccino che tutta Fortaleza venerava; l’apostolo dei poveri della Scuola Pio X che teneramente immensamente amava e, se sgridava o faceva le prediche era per amore e per virtù, per nascondere sotto la corteccia rugosa dell’austerità, la dolcezza di un cuore profondo e candido come quello dei bambini.
Che serenità, che dolcezza, che pace immensa si rifletteva nel suo viso pallido, con la lunga barba che gli anni e le sofferenze imbiancavano. Era la serenità dei Giusti , di quelli che vivevano nelle virtù e morirono nella pace di Dio. Era l’ultima predica del vecchio cappuccino, come se ripetesse il detto di Santa Teresa: la tristezza di vivere senza piacere, vale bene la gioia di morire senza dolore.
Dio ti benedica, Fra Mansueto! Ci colpisce la saudade (nostalgia), però ci consola la speranza che stia già godendo il premio e la corona della giustizia, promessa ai buoni soldati di Cristo, quelli che come te, combatterono fino alla fine. Continua ad intercedere per noi come lo facevi quando ero vivo nel tuo convento.
Soccorrici con le tue preghiere che di queste ne abbiamo bisogno.
Se il Cearà con la tua morte perdette un apostolo, nella tua gloria guadagnò in intercessione.
Gesù era giunto nel territorio di Cesarea di Filippo, e domandò ai suoi discepoli: "Chi dice la gente che sia il figlio dell'uomo?".
Essi risposero: "Per alcuni è Giovanni Battista, per altri ancora Geremia o uno dei profeti".
Gesù disse loro: "Ma voi, chi dite che io sia?".
Prendendo la parola, Simon Pietro disse: "Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente".
Matteo, 16, 13-16
Nei giorni successivi la sua morte, in numerosi articoli apparsi sulle prime pagine dei quotidiani locali[1], viene ricordato “Frei Mansueto”:
O Nordeste, Hora, Gazeta de Noticias, O Estado, A Razao, Jornal de Commercio, O Povo e infine il Correio do Cearà.
Le cronache di questi giornali riprendono, con dovizia di particolari, gli avvenimenti che seguono la sua morte, la grande partecipazione alla cerimonia religiosa, nonché brevi compendi attestanti le virtù, le benemerenze, le opere da lui compiute.
La riflessione che nasce istintiva è legata a questo fatto singolare: un semplice frate cappuccino, ultimo fra gli ultimi, conquistò così tanto onore nelle cronache, così tanta risonanza e soprattutto così tanto affetto, evidenziato anche su importanti testate giornalistiche, talvolta anche di diverso orientamento editoriale.
Fortaleza contemplò, l'altro ieri, uno degli aspetti più commoventi della sensibilità umana. Un'immensa folla accompagnò fino all'ultimo giacimento le spoglie mortali di un umile cappuccino.
Uomini e donne anziani e bambini, ricchi e poveri prestano il loro omaggio di venerazione al figlio di S. Francesco che mai cercò la popolarità.
Gente di tutte le classi sociali, rappresentanti delle autorità e delle gruppi più oscure, formarono il corteo funebre che si comprimeva attraverso le vie di quest'estesa metropoli.
Fra Mansueto Maria di Peveranza, in più di cinquant'anni d'apostolato fecondo per il bene delle anime, aveva vinto l'incantesimo dei cuori che ammirano l'eroismo degli "Attila della fede", sacrificati al ministero di Dio.
Si spogliò, ben presto, nella sua patria lontana, di tutte le ricchezze della terra.
Non possedeva niente di suo, con cui soddisfare le ambizioni materiali di questo secolo d'egoismo senza limiti.
Non fu un oratore eloquente (il cui prestigio riesce a strappare le turbe con colpi di retorica).
La sua parola poco loquace non piaceva alla platea. Erano la sua attitudine di predicatore in pulpito, il suo gesto di fermezza e decisione e l'energia singolare del sua accento di voce che emozionavano visibilmente l'assemblea.
Per capire i sermoni di Cura d'Ars non era necessario ascoltare quello che diceva. Era già abbastanza vedere la sua predica!
Chi conosceva Fra Mansueto sapeva che il suo temperamento disciplinato dalla forgia dell'austerità, della durezza del chiostro, non era ameno e affabile. Anzi, aveva il tono di naturale asprezza.
Nel frattempo, i bambini della Scuola Pio X, le signore delle associazioni della sua chiesa, le persone di formazione morale più delicata si sentivano attratte da questo vecchietto di tonaca scura e lunga barba bianca, ad incorniciare un viso segnato dai profondi solchi della sofferenza.
Diamo la deposizione che il sacerdote, che tutta la città accompagnò alla sepoltura, era assolutamente inflessibile con gli errori dei nostri tempi.
Amico delicatissimo del giornale, al servizio della verità e della chiesa, quante volte salì le scale di questo quotidiano, nei giorni di combattimento arduo, per accendere nell'anima dei lottatori il coraggio di proseguire con la buona pugna!
Era l'intenzione di mostrarsi solidario all'intransigenza dottrinaria di quelli che hanno come divisa non prendere parte con il Male in nessun'ipotesi. La consacrazione che ricevé Fra Mansueto dalla famiglia di Fortaleza, nel pomeriggio della sua morte e nella solennità del suo seppellimento, rappresenta una bellissima dimostrazione del potere della virtù.
Fu la sua bontà evangelica, nata dal suo amore per Cristo, che permise la resa così brillante e commovente di un pianto di giustizia della popolazione cittadina.
La famiglia cattolica di Cearà fu agitata, nelle ultime ore del pomeriggio di ieri, dalla notizia del decesso, alle ore 18, del reverendissimo Fra Mansueto Maria di Peveranza, dell'Ordine dei Cappuccini, il quale da circa mezzo secolo esercitava il suo ministero sacerdotale in questo stato.
Fra Mansueto - modello di virtù e di dedica apostolica - mori ai 78 anni d'età, avendo festeggiato, pochi mesi fa, fra noi, il suo giubileo sacerdotale.
Ammalato, da tanto, conseguenza di una ribelle malattia, ebbe i suoi dolori aggravati e morì vittima d'arteriosclerosi.
Diffusa la triste notizia in città, fu abbondante il numero di persone che s'incamminò verso il Convento dei Cappuccini. Un attimo dopo, una folla enorme si fermava lì, cercando d'assicurarsi dell'uscita, altri volevano vedere il corpo inanimato del san vecchietto, la cui vita fu un esempio di rinunce e una sorgente inesorabile di bontà. Da tutte le bocche si sentivano parole d'esaltazione delle virtù cristiane, della fede incrollabile, della dedica evangelica, della santità di Fra Mansueto.
Fra Mansueto aveva qualcosa di santo. La sua umiltà era ammirabile. Abbiamo visto la sua stanza. Che semplicità in tutto. Quanto significato in quella stanza poverissima! Una vecchia scansia di libri, coperta di giornali; accanto, un modestissimo tavolo. Ed era tutto qua!
Nella sua bara fu messo il suo inseparabile compagno di 42 anni di lotte - il crocifisso - con il quale morì pregando il rosario. L'HORA rinnova, in queste righe, le condoglianze di dolore alla chiesa cearense, particolarmente all'Ordine dei Cappuccini, che così perdé uno dei suoi maggiori esponenti.
La famiglia cattolica cearense fu disturbata, alle ultime ore del tardo pomeriggio di ieri, con la notizia del decesso, alle 18, del reverendissimo Fra Mansueto Maria di Peveranza, dell'Ordine dei Cappuccini.
Il suo decesso fu annunziato da ripetute scampanate della Chiesa del Cuore di Gesù.
Diffusa la triste notizia in città, grande fu il numero di persone che s'incamminò verso il convento dei Cappuccini. Subito dopo, una folla enorme si fermò lì.
Anche noi ci siamo stati e siamo riusciti, con difficoltà, ad entrare nel convento, presentando a Fra Bernardino, Superiore dei Cappuccini, le nostre condoglianze.
Nella stanza dove si trovava, senza vita, il santo levita, gran numero di fedeli si dedicava a fervorose preghiere.
Arrivando vicino alla bara, dove sono state messe le spoglie del frate, le lacrime inondavano perfino gli occhi più insensibili ai grandi dolori. Da li, la bara seguì fino alla Chiesa del Cuore di Gesù, essendo esposta in mezzo, formandosi, durante il tragitto, esteso corteo funebre. La folla cercava di toccare la bara dov'era quello che il popolo si era abituato a chiamare santo.
Nella Chiesa si stabilì subito una commovente processione. Fino all'ora della scrittura di queste parole, i fedeli continuavano ad accorrere fin lì, in una loquace manifestazione di dolore e devozione.
Tutto il giorno continuerà esposto in camera ardente, nella Chiesa del Cuore di Gesù, il corpo di Fra Mansueto, fino alle ore 16, quando ci sarà il funerale.
La Gazeta rinnova, in queste righe, le sue condoglianze alla Chiesa del Cearà, in particolare all'Ordine dei Cappuccini che restò priva di uno dei suoi grandi esponenti. Mori alle 18.30 di ieri, nel Convento dei Cappuccini, in Piazza José Júlio, il venerando benaccetto Fra Mansueto Maria di Peveranza. "O Estado" registra, come un eco di coscienza cattolica, il decesso del grande e venerando cappuccino; s'inginocchia, con tutto il Cearà, davanti alla tomba dell'amatissimo francescano e, nella personal di Fra Gaudencio, Superiore del Convento, presenta all'Ordine di S. Francesco nello stato, i cappuccini del Cearà, le condoglianze di profondo dolore di tutta la famiglia cattolica. Dall'eternità, dove è salito, il san frate sicuramente spargerà le sue benedizioni sulla missione cattolica nella nostra terra, continuando così dall'alto l'opera di benemerenza che sviluppò in vita: "pertransit benefaciendo".
Nel crepuscolo di ieri, le campane delle nostre chiese suonarono, annunciando la morte del benemerito e virtuoso cappuccino Fra Mansueto Maria di Peveranza.
Subito dopo le prime scampanate, il popolo esclamò: mori Fra Mansueto - il santo del Convento del Cuore di Gesù.
E il popolo aveva ragione, il cappuccino che morì ieri, alle ore 6.30, nel Convento di questo capoluogo, era, di fatto, un santo. La sua vita, interamente dedicata alla buona causa, punteggiata di sacrifici e sofferenze, è la conferma dell'affermazione precedente.
In Cearà, e a Fortaleza soprattutto, Fra Mansueto era voluto e ammirato da tutti. Le sue virtù, la sua capacità di lavoro e dedica alla missione del sacerdozio entusiasmava tutti e a tutti suscitava rispetto e ammirazione.
La Scuola Pio X era l'opera diletta del venerando missionario, che a ciò dedicando tutte le sue ultime energie. Aveva molto a cuore quest'opera a causa dell'educazione dei bambini poveri di Fortaleza.
Intransigente nella predicazione della dottrina della Chiesa, il combattimento all'errore, Fra Mansueto era infaticabile. Nonostante l'età e la malattia che gli minava l'organismo, era uno dei primi a svegliarsi e uno degli ultimi ad andare a letto.
Di una pietà edificante, Fra Mansueto possedeva un cuore sensibilissimo. A volte litigava con un bambino e, subito dopo, pentito, lo richiamava e si scusava.
A RAZÀO, condividendo i sentimenti dei cattolici della nostra terra, presenta le condoglianze ai cappuccini, nella persona del Superiore del Convento del Cuore di Gesù.
Nel crepuscolo di ieri, chiuse glia occhi alla luce del mondo il venerando e diletto sacerdote Fra Mansueto di Peveranza, uno dei primi cappuccini arrivati a Fortaleza.
Fra Mansueto, d'origine italiana, morì a 80 anni, con quasi 70 di professione religiosa, dei quali quasi tutti trascorsi in Cearà, stato al quale dedicò la passione apostolica della sua gioventù e l'inizio del suo sacerdozio, pieno di zelo e d'amore per la causa divina, zelo e amore che conservò, con la stessa perseveranza, fino alla fine.
Il Cearà deve all'illustre morto le migliore opere, non solo d'ordine spirituale, ma anche nell'ambito sociale, dove la sua figura austera e buona godeva di molto rispetto ed era ricevuta affettuosamente da tutti quelli che conoscevano le sue virtù. Fra Mansueto fu integro e questo giudizio che gli faceva giustizia si verificò ieri, con il diffondersi della notizia della sua morte: fu incontenibile la folla popolare che componeva la pietosa processione corsa alla sua camera ardente.
Dalle sue iniziative sono nate la costruzione del convento che ospita i cappuccini che lavorano nella Chiesa del Cuore di Gesù e anche il magnifico edificio dove funziona la Scuola Pio X, opera alla quale si dedicò anima e corpo, quasi come per ringiovanire convivendo con i figli del popolo: Fra Mansueto pensava, parlava e viveva la Scuola Pio X.
Davanti al corpo del gran morto, il Cearà si prostra ringraziando e lo JORNAL DO COMERCIO invia le condoglianze alla benemerita ordine dei Cappuccini.
La comunità cattolica del Cearà ricevé ieri verso sera, con il doppiare delle campane della Chiesa del Cuore di Gesù, la triste notizia del decesso del venerando e diletto missionario Fra Mansueto Maria di Peveranza, dell'Ordine dei Cappuccini.
Nonostante la sua lunga malattia, il rispettabile missionario aveva un'infaticabile attività apostolica, svelata nell'esecuzione della sua missione divina, diffondendo, fra i fedeli più indifferenti alla nostra convinzione, la sua parola evangelizzatrice, insegnando con zelo paternale ai bambini più poveri le nozioni fondamentali di religione e civiltà.
Il suo passaggio per la vita terrena fu un vero esempio di quanto la carità bene intenzionata può costruire, intensificando, con l'azione e con la parola, magnifiche realizzazioni che rimarranno qua per certificare brillantemente l'operosità del suo spirito, sempre rivolta alle buone opere e alle buone azioni.
Sacerdote modello di virtù, Fra Mansueto era già un patrimonio del Cearà, giacché convisse con noi dal 1901, quando arrivò qua.
In quell'anno, il venerando cappuccino costruì e inaugurò l'attuale convento dei francescani, dove morì, avendo dopo costruito la Scuola Pio X - opera prediletta del suo immensurabile cuore.
Il seppellimento del degno figlio di S. Francesco si realizzerà oggi alle ore 16, uscendo la processione della Chiesa del Cuore di Gesù, dov'è adesso il suo corpo, velato da un'enorme folla di fedeli.
Il popolo, condividendo il gran crepacuore della comunità cattolica della nostra terra, lasciata con il segno della scomparsa di un vero soldato di Cristo, che fu Fra Mansueto, presenta all'Ordine dei Cappuccini le sue sincere condoglianze.
Durante la lunga malattia di fra Mansueto, c'erano al suo capezzale gli illustri Dottori Cesar Rossas e José Lino da Justa.
Chi avrà fatto e insegnato così agli uomini, questo sarà detto grande nel Regno dei cieli.
Matteo 5,19
In questo breve capitolo compare una serie di documenti che mettono ancor più in risalto la già luminosa figura di padre Mansueto.
Sono alcuni manoscritti raccolti da padre Ruggero.
Mettono in evidenza, attraverso testimonianze dirette, lo spessore morale, i momenti della vita e gli incontri personali con padre Mansueto, le emozioni di tante persone che, ancora oggi, provano gioia ed orgoglio per averlo incontrato nella loro vita, consapevoli ed onorati per questa grande grazia ricevuta.
Un’altra fonte preziosa é la preziosa testimonianza dello stesso padre Ruggero Beltrami che, nella cornice e nei ricordi dei suoi 50 anni di missionario in Brasile, ha dedicato parte del suo tempo al recupero delle memorie e delle opere dei Missionari di quel tempo ed in particolare di padre Mansueto.
Altrettanto interessante é l’articolo pubblicato sul “Diario del Nordest” il 25 novembre del 1997, e scritto da Pe. Raimundo Josè Fernandes (nome da civile) di Frei Carlos De Arari OFM Capp., dove si evidenziano “a futura memoria” di questa “icona” della famiglia francescana, fatti e motivi della intitolazione di una via. Oggi, nel centro della città di Fortaleza, tra le Rue Tavares e Rue Federico Borges, si trova la ‘Rue Frei Mansueto’, a futura memoria, segno di una forte devozione popolare e di una vita dedicata interamente alla comunità cearese.
Testimonianza di Nonato Silva, del 04 febbraio 2003.
Padre Mansueto è nato per essere santo.
La sua vita è stata caratterizzata dalle più eroiche virtù.
Perseguì la santità come pochi altri. Era un Cappuccino adatto per servire.
Riuscì a conquistare una significativa parte della popolazione del nord e del nord-est brasiliano, in particolare il popolo di Cearà, con risonanza ed eco a Fortaleza, dove costruì la fortezza del suo apostolato e della sua missione, la luce di una opera profetica.
Lì tutti conoscevano quel frate austero, corretto, santo e santificatore, sempre con il mantello sulle spalle che lo rendeva ancora più santo. Perché in esso infilava l’aureola della santità.
La sua fama di santità cresceva di giorno in giorno.
Egli la teneva dentro di sé, nella curva dell’umiltà. Più la nascondeva e più il popolo devoto la scopriva. Per questo era visibilmente venerato e rispettato.
Il confessionale era la sua cattedra.
Tutti volevano confessarsi con lui in quanto i suoi consigli erano come un balsamo confortante per le anime che gli si avvicinavano.
Il suo umile portamento ispirava fede ed amore, tenendo ben presente che il suo comportamento religioso era motivo di incentivo e pratica della religione.
La penitenza, gli anni, la mortificazione, la malattia, lo rendevano sempre più magro, con gran tristezza dei suoi confratelli e della popolazione di Fortaleza, soprattutto per i frequentatori della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, nella quale egli serviva con amore ed ostinazione.
Finché la giornata del 13 settembre 1937 ha registrato il suo passaggio da questo all’altro mondo, in odore di santità.
La costernazione era generale, benché si sapesse che fosse un santo, un concetto al quale la popolazione non si arrendeva.
Il suo corpo fu vegliato nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, dove la sua voce, anni addietro, risuonava come alimento spirituale di fede per coloro che la frequentavano.
La Chiesa era invasa da fedeli ed ammiratori, molti con le lacrime agli occhi. Era lì in riconoscenza per i benefici spirituali ricevuti. Era il momento della gratitudine e del ringraziamento.
Il Seminario Serafico di Mecejana partecipò alla veglia ed il suo coro eseguì il “Libera me” di Muzzi, sotto la direzione di Padre Banjamin di Borno, poi direttore del Seminario.
Noi seminaristi eravamo veramente molto emozionati nel testimoniare tanta popolarità provocata delle eroiche virtù dell’umile frate cappuccino, la cui veste era toccata e baciata come reliquia.
E file interminabili passavano accanto alla cassa funebre, in silenzio e devozione. Una cosa che mai avevamo visto.
Sembrava fanatismo, ma non lo era. Erano le virtù di un frate amico e santo che attraevano tutta quella marea di gente appartenente ad ogni fascia sociale.
Il frate sincero, leale, semplice, era il motivo per cui una tale massa umana cattolica che gli dava l’addio e gli chiedeva la grazia.
Non mi ricordo di chi l’abbia ricevuta, ma furono in molti, secondo la stampa e la tradizione orale.
Tutti volevano toccare la bara, passando gli oggetti di devozione, come sciarpe e veli.
Fu allora che noi, seminaristi, decidemmo di creare e scrivere la rivista “Padre Mansueto”, inizialmente mimeografata[1]. In essa innalzavamo soprattutto le virtù, la grandezza d’animo, le azioni, le opere, la santità, lo spirito missionario contagiante del Grande Frate Cappuccino, che ha onorato l’Ordine, l’Ostensorio di allora, che attraeva folle avide di ottenere grazie e alla ricerca di una buona parola.
Non so se la rivista è ancora in circolazione. Sarebbe, in tal caso, la migliore e più sicura fonte di ricerca ed informazione sul grande eroe della Scuola Pio X, luce dei suoi occhi, il maggiore centro di catechesi dell’epoca, rispettato ed accolto.
Questa è la mia testimonianza, anche se all’epoca ero solo un adolescente.
Questa minuscola relazione è però vera e legittima, perché è stata vissuta, assistita, presenziata.
Che il santo Padre Mansueto continui a benedirci.
Alimentiamo la speranza di vederlo sugli altari, nella gloria, con la sua meritata aurea ostentata al mondo cristiano.
Brasilia, 4 febbraio 2003
Testimonianza di Frei Roberto da Maracanù del 10 luglio 2003 [2]
Frei Mansueto era uno dei frati che componevano la fraternità del Convento di Fortaleza.
Assieme a lui prestavano assistenza spirituale nella chiesa del S. Cuore di Gesù i Sacerdoti: Fr. Silverio, Fr. Cirillo, Fr. Bernardino e Fr. Antonino e i fratelli laici Fr. Giammaria e Fr. Bernardo. Non posso precisare quando fu la prima volta che lo vidi. Solamente so che all’epoca della mia Prima Comunione – nell’ottobre del 1927 – già lo conoscevo.
Alla Domenica soleva celebrare la Messa per tempo: alle 4, ed era una Messa affollata.
Alto, barba bianca, non molto lunga, bipartita; andatura eretta, su sandali dai tacchi abbondanti più del comune. La sua maniera di parlare non era molto chiara, nelle sue omelie, quando alludeva alle mode femminili, elevava il tono di voce.
Non sopportava vestiti scollati, senza maniche, gonne sopra il ginocchio, alle persone che vestivano così negava i Sacramenti della Confessione e della Comunione; Nonostante tutto ciò il suo confessionale era molto ricercato, in maniera speciale dagli adulti.
La sua serietà e austerità attraevano più che allontanavano.
«Molti lo consideravano un santo; correva voce che qualcuno lo avesse visto camminare sollevato da terra….»
Oltre che in chiesa la sua frequenza era assidua nella Scuola Pio X, destinata agli alunni poveri.
La Domenica il salone del primo piano era affollato di gruppi di adolescenti per il catechismo. Io stesso ho partecipato di un gruppo di perseveranza e sono diventato Cordigero di S. Francesco.
Durante la settimana, la sera, c’erano classi di alfabetizzazione e doposcuola per alcune materie scolastiche. Perciò c’era bisogno di un buon numero di maestri volontari; Josè Ribamar (il futuro Fr. Serafino de Viana) Josè Joaquim de Souza (Mio Padre) ebbero la felicità di far parte di questa pleiade.
Nel salone al pianterreno funzionava un cinema. I films non scappavano dalla sua censura previa.
Alla conclusione del catechismo domenicale, quando al suono della campanella che egli impugnava, alunni e catechisti si infilavano (si mettevano in fila) al centro, fra due grandi ali, rivolte una all’altra, per recitare le preci finali, piaceva a Fr. Mansueto interrogare ad alta voce: “ Chi è stato a Messa oggi? Alzi il braccio! Attenzione….. se qualcuno dice una bugia, S. Michele gli taglierà la mano!….”
Era lo zelo del pastore buono…. Dopo, invitava tutti a ripetere assieme i principali misteri della Fede: Unità e Trinità di Dio! Incarnazione, Passione, Morte ed Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo; dava la benedizione finale e accomiatava il gregge che, in ordine scendeva le scale, per ritornare nella prossima Domenica.
Nel 1931, se non mi sbaglio, Fr. Mansueto decise di mettere insieme una banda di musica per gli alunni della Scuola. Io fui scelto per suonare la tromba. Secondo la mamma, questo strumento avrebbe richiesto uno sforzo superiore alla mia età e nello stesso tempo avrebbe disturbato le persone anziane della mia famiglia, che, essendo malate abitavano con noi nella stessa casa. Perciò la mamma fu direttamente ad intendersi con Fr. Mansueto. La sua reazione fu molto forte, ma alla fine si rassegnò e cedette. Nel 1933, quando io già alunno del Seminario Serafico alla terza ginnasio, partecipai con gli altri seminaristi-fratini alla processione di Nostra Signora Immacolata Concezione, patrona della Parrocchia di Messejana, ebbi la grata sorpresa di vedere, nella banda, suonando ammodino, il mio proprio papà – che da giovane, in Itatipoca, sua terra natale, faceva parte della banda locale - così il Direttore si vide accontentato.
L’ultima volta che lo vidi ancora in vita, fu in occasione del suo GIUBILEO SACERDOTALE il giorno 2 febbraio 1936. Ci ricevette (eravamo un gruppo di seminaristi) alla porta della sua cella. Con voce stanca, ci disse alcune parole di ringraziamento. Domandò il mio nome, il nome di mio papà uno dei professori della scuola, ed era anche Terziario Francescano.
Dal suo volto era scomparsa la sua solita vivacità. L’Occaso stava arrivando.
Nel giorno del suo funerale, io mi trovavo nel gruppo che rappresentava il Seminario Serafico. A piedi, in mezzo alla moltitudine, accompagnammo il feretro che, con pietà e trionfalmente fu portato a spalla dal popolo, dalla chiesa del Sacro Cuore di Gesù al cimitero di San Giovanni Battista.
Brasilia, 10 luglio 2003
Testimonianza di Padre Ruggero Beltrami [3]
( considerazioni sulla conferenza del 20 settembre 2003)
Padre Ruggero Beltrami, nell’accogliere l’invito del rev. parroco don Daniele Lodi, di presenziare le celebrazioni in occasione della Patronale dedicata alla Madonna della Salette, che nel nostro piccolo paese si tiene, ogni anno, l’ultima domenica di settembre, si rese disponibile anche per una “serafica” conferenza, nel corso della quale ebbe modo di illustrare i momenti e le esperienze più significative della sua vita di missionario in Brasile.
Con l’aiuto di una grande carta geografica e una nutrita serie di diapositive, parlò della vastità di quel Paese, delle difficoltà quotidiane del missionario, ma soprattutto tratteggiò con un’accurata ricostruzione e il racconto di alcuni episodi la figura di Padre Mansueto, presentandolo come un uomo eccezionale sotto ogni punto di vista.
Particolarmente precisa fu la descrizione dei luoghi di missione, il modo di operare nelle “desobrigas”, la quotidianità del pericolo e soprattutto la distanze tra le diverse missioni nonché le modalità per poterle raggiungere: inimmaginabili per quanti, come noi, hanno come riferimento i confini, fisico - temporali, del nostro territorio.
Il racconto poi si soffermò sulla Parrocchia a lui affidata ed estesa su 4800 km quadrati, sulle 45 comunità che la componevano, sulle modalità e i mezzi più disparati con i quali si dovevano affrontare le quotidiane fatiche dell’evangelizzazione.
Commovente fu la descrizione relativa ai momenti di gioia che il padre missionario avvertiva nelle persone incontrate in occasione delle brevi visite alle diverse missioni ed insieme la tristezza conseguente alla sua partenza: mesi e mesi di viaggi senza possibilità di rientro nella sede principale.
A conferenza ultimata, affascinato dalla sua personalità e spinto dalla curiosità di conoscere sempre più ulteriori particolari, con altri amici continuammo la conversazione con padre Ruggero prodigo di aneddoti, puntualizzazioni, riferimenti, con alternanza di episodi tragici e gradevoli.
Alla fine si congedò, richiamandoci alla memoria Padre Mansueto con una frase:”Padre Mansueto è per noi, nelle nostre città di São Luis e Fortaleza, ciò che per voi rappresenta Padre Leopoldo Mandic da Padova” [4].
Il nome di Padre Leopoldo Mantic, conosciuto e venerato quale grande uomo di preghiera e confessore integerrimo, mi permise di comprendere appieno il significato del messaggio che padre Ruggero aveva voluto lasciare in eredità al paese che aveva dato i natali ad un personaggio così illustre.
(Via Padre Mansueto)
A Fortaleza esiste una strada intitolata a Padre Mansueto.
La strada parte dalla Beira Mar ed attraversa il quartiere di Aldeota. Si tratta di un nobile indirizzo, ma non è stata apposta alcuna targa per riassumere e spiegare storicamente tale omaggio.
Padre Mansueto era italiano di nascita. Nacque a Peveranza (Varese) il 17 ottobre 1857. Giunse in Brasile nel 1892 e si stabilì a Fortaleza nel 1901, dove visse per quasi trent’anni. Morì il 13 settembre 1937.
A 60 anni dalla sua morte sono pochi coloro che lo conoscevano o che si ricordano di questo frate Cappuccino di buona statura, ritirato, dallo sguardo intuitivo dell’asceta, dalla barba brizzolata e mancante al centro come un enorme accento circonflesso, dalle spalle coperte da un mantello che mai smise di usare, appoggiandosi ad un bastone, già della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù e della Scuola Pio X.
Nel Convento del Sacro Cuore di Gesù, costruito in parte personalmente da lui stesso, si dedicava alla preghiera ed alla vita della comunità.
Presso la Chiesa ascoltava e perdonava giornalmente le persone che si recavano al suo confessionale; consigliava attraverso l’autorità e la saggezza del suo esempio, e celebrava la Messa con tanta partecipazione e pietà che la gente o tornava sulla retta via o lo negava con disprezzo[3].
Nella Scuola Pio X – la luce dei suoi occhi – dirigeva il corpo docenti (professori e professoresse, in genere appartenenti al Terzo Ordine Francescano) ed assicurava la qualità dell’insegnamento, in particolare del catechismo della dottrina cristiana, per i bambini, gli adolescenti, i giovani ed anche i lavoratori adulti, per i quali aveva organizzato dei corsi serali. Malgrado fosse austero ed esigente, Padre Mansueto non era contrario allo sport ed al divertimento. Nell’ampio salone della scuola installò il Cinema Pio X, uno dei più frequentati e conosciuti dell’epoca. Era destinato, ovviamente, agli alunni ed alle relative famiglie – di operai – ed al pubblico in generale. Era però la sala per proiezioni più soggetta alla censura. Padre Mansueto assisteva anticipatamente ai film e, con le forbici in mano, tagliava tutte le scene che egli riteneva oscene o frivole, a partire dai baci. E pensare che la grande area del Cinema Pio X era sempre piena di gente nei giorni di proiezione.
Fedele discepolo di San Francesco, Padre Mansueto si rifaceva a modelli e paradigmi di vita religiosa e sacerdotale tra i più rigidi e tradizionali. Allo stesso modo la tematica preferita della sua orazione erano i Dieci Comandamenti, i sacramenti ed i novissimi dell’uomo (Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso). Ma era molto amato e rispettato dalla gente. Facendo le dovute proporzioni, Padre Mansueto fu per la Fortaleza contadina di inizio secolo quello che Padre Damiano da Bozzano divenne poco più tardi: un idolo religioso.
Alla sua dipartita tutta la città si commosse e gli rese il più elegante tributo di riconoscenza. I suoi funerali furono i più solenni ed emozionanti mai avuti.
Tutti desideravano vedere e toccare il corpo del santo frate esposto nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù. Per accompagnare la salma a piedi fino al Cimitero di San Giovanni Battista non ci fu un cordone di sicurezza.
Una folla di 20 mila persone si accalcò intorno alla sua bara, con la convinzione di stare conducendo alla sepoltura non un defunto qualunque, bensì un santo.
L’omaggio della strada intitolata a suo nome da parte della città di Fortaleza è giustissimo e, soprattutto, storico.
EPITAFFIO
A conclusione della lunga esposizione della vita e delle opere di Padre Mansueto Maria da Peveranza, sicuramente incompleta, soprattutto per la parte relativa alla sua gioventù, mancandomi le fonti dirette, le testimonianze dei parenti, e dei fratelli, lascio a Leonardo Mota[1], scrittore e poeta brasiliano, l’epitaffio commosso di un testimone diretto della sua virtù [2]:
Chi è costui la cui morte tanto intenerisce e commuove l’anima del mio popolo, il cuore della mia gente?
Chi è costui il cui trapasso ha suscitato un vero plebiscito di commozione popolare?
E’ forse una celebrità del mondo politico, un magnate delle finanze?
No; era un umile frate sotto il saio del quale risplendevano tutte le virtù cristiane, era un seguace del Poverello di Assisi che muore quasi ottuagenario come un’esemplare di purezza e santità.
Era un cappuccino che non brillava nei salotti mondani di Fortaleza, ma che rinchiuso nella solitudine di un chiostro seppe informare i cuori della gioventù operaia del cattolico Cearà ai sentimenti più alti e più nobili.
Era un frate alle cui mani inerti ieri notte, in pietoso pellegrinaggio, migliaia di mani cearensi hanno accostato riverenti i loro rosari di preghiera.
Degli ottan’anni di sua benefica esistenza di Apostolo, 57 furono vissuti nella clausura dei conventi e 46 furono consacrati con grandi sacrifici alla formazione morale dei miei cittadini.
Padre Mansueto tu scendi nel seno della terra con i tuoi poveri sandali di camminatore e di pellegrino, evangelizzatore del Bene e della Verità!
Tu scendi alla sepoltura con l’abito umile dell’Ordine Cappuccino, di cui sei immarcesibile fiore!
Non rose ti coprono la cassa, non corone e ghirlande ti ornano il feretro. Ma là nella tua Italia, nella Lombardia, nel tuo paesello nativo, a Peveranza, tutti i giardini ieri sera devono avere fiorito, mentre le campane della chiesa del Sacro Cuore di Gesù nella capitale della mia terra rintoccavano….. rintoccavano …… no!
Squillavano festosamente annunciando l’ascensione al cielo della tua anima al Cielo.
Padre Mansueto!
Vicino alla tua tomba non hai i tuoi parenti, i parenti che hai abbandonato per essere un soldato di Cristo.
Qui non vi sono i tuoi parenti, ma vi è questa grande famiglia spirituale che fu tua: la famiglia cattolica del Cearà la quale è così certa che tu ti trovi nella divina felicità, che non impetra dall’Onnipotente il riposo eterno per la tua anima eletta, ma domanda a te che di lassù continui a volerci bene e a proteggerci.
Mio povero Padre mansueto, occorreva che tu morissi perché ti glorificassimo. Ma no, tu non sei morto, perché la morte è bensì il terrore degli empi, ma il sospiro dei Santi.
Dormi in pace nel seno di Dio e sotto le riconoscenti benedizioni degli uomini!
Dormi tranquillo il tuo ultimo sonno, perché l’anima della terra Cearense piangente e riconoscente ti assicura che saprà perpetuare la tua memoria.
la memoria di un valoroso soldato di Cristo che ha combattuto la buona battaglia; la memoria di un apostolo che “ per transit benefaciendo”; la memoria di un umile, mite e dolce fraticello che solamente dopo morto, ha fatto piangere qualcuno”.
São Luís - Carmo 2003
Transcricao de Frei Rogerio Beltrami de fotocopia dos originais conservados no arquivo da Curia Geral da Ordem Capuchinha em Fortaleza
Padre MANSUETO DA PEVERANZA
1.- Fondazione della casa di Fortaleza Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Fortaleza (]907-1921) B/111/46, fl. 9ss.
Nell’anno 1901 dopo l’elezione di P. António Xisto Albano come vescovo di Maranhào, proprietario e cappellano della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù, è stata offerta la direzione ai missionari Cappuccini, rappresentati dal Reverendissimo Padre Timóteu da Bréscia, a quel tempo Visitatore generale della Missione, accettata attraverso un contratto reciproco.
Non avendo spazio per poter accogliere i Frati, fu necessario alloggiarli in una casetta che fino ad allora era servita come rifugio per il cavallo di Padre António Xisto.
Cinque mesi dopo presero in affitto un’altra casa ma, sebbene di maggiori dimensioni, non era sufficiente per ospitare i frati; i superiori decisero pertanto di edificare un piccolo convento, incaricando di ciò Padre Mansueto che ricopriva allora il ruolo di Padre Superiore di questa nuova casa religiosa, sostituendo così Padre David di Desensano, primo superiore di questa stessa casa
Padre Mansueto non lesinò la sua opera nel costruire il suddetto e dopo un anno di lavoro presentò ai Frati un degna dimora, inaugurata il 10 marzo 1904. In tale occasione furono presenti le seguenti autorità:
D. Joaquim José Yiera, Vescovo diocesano, Mons. Bruno, Vicario Generale; Cónego Liberato da Costa; Mons. Vicente Pinto, Deputato di stato; Mons. Vicente Macaúba, Maestro di cerimonia e Prelato di Sua Santità; P. Lima, P. Rocha, Mons. Pedro Leopoldo, Vicario di Sé; il Funzionario Consolare Italiano Antonio Russo, il dottor Frota e Barào Tibúrcio Albano.
I Frati che presero parte alla inaugurazione furono:
Padre Joào Pedro de Sexto Superiore Regolare della Missione; Padre Mansueto, Superiore della casa, Padre Alfredo de Martinengo, rappresentante della casa di Canindé; Padre Cirilo da Bergamo e Padre Angélico da Desio; e così ebbe inizio la 7° casa, o meglio, così venne descritta la fondazione della 7 ° casa della nostra Missione.
2.- Lettera di Padre Generale alla notizia dell’ecatombe di Alto Alegre.
Fatti e avvenimenti di Fortaleza, B/III/46 fl.. 9v.-10
Roma, 30 Marzo 1901
Molto reverendo Padre,
Il telegramma del P. Timoteo da Brescia, Visitatore, ci ha messi nella più grande costernazione. Ella non può idearsi quanto sia stato grande il dolore, la pena, nel sentire la tristissima notizia del terribile massacro di codesti nostri Religiosi e Suore.
Siamo tuttora impressionati di un tal fatto così orribile che mai abbiamo veduto sotto il nostro governo. In mezzo a tanto dolore ci conforta il pensiero che abbiamo acquistato un drappello di nuovi martiri, i quali dal cielo proteggeranno senza dubbio, la Missione, la Provincia e l'Ordine intiero.
Pertanto raccomandiamo alla P. V. di farsi coraggio ed allo stesso tempo di rialzare l'animo abbattuto dei Missionari suoi sudditi, cercando di incoraggiarli in questa dolorosa circostanza. Il giorno stesso che giunse il telegramma venne subito riferito al Santo Padre.
Il Sommo Pontefice appena intese una tal notizia, rimase sorpreso, dopo esclamò "Sono le primizie del secolo. Domani suffragheremo le anime dei novelli martiri. Intanto benediciamo l'Ordine, la Provincia di S.Carlo e i Missionari e le suore Terziarie Cappuccine"
Siano queste parole del Papa di conforto alla P. V. ed a tutti codesti suoi sudditi Missionari, come lo furono anche per Noi. Non si sgomentino per questo fatto, che in sé é glorioso, onorifico per la Missione, per la Provincia e per l'Ordine intero. Il sangue dei nuovi martiri sarà seme fecondissimo di nuovi cristiani in mezzo a codeste vastissime foreste della Missione, di nuove vocazioni nella Provincia fra quei religiosi, per venire volentieri ad occupare il luogo dei propri confratelli che gloriosamente finirono i loro giorni sul campo stesso delle loro apostoliche fatiche.
Ma in modo speciale proteggeranno i loro compagni di Missione intercedendo da Dio per loro tutti, quelle grazie di cui abbisognano per sostenere il peso delle numerosissime fatiche e sacrifici che incontrano nell'esercizio del sacro Ministero.
Stiamo aspettando la relazione del terribile massacro.
Vogliamo credere che Ella avrà scritto subito. In ogni modo con questa nostra la preghiamo di volerci dare dettagliata notizia in proposito. Per non moltiplicare lettere Ella comunicherà la presente al P. Timoteo e al P. Giovanni
Confortando la P. V. e i sulladati due Visitatori e tutti i Missionari delle Nostra Paterna benedizione, passiamo a raffermarci
Della P. Y. aff. m ° nel Signore
Padre Bernardo de Andermatt, Min. Gen. cap. Li. Al P. Carlo Da S. Martino
Superiore Regolare – Maranhào
3.- Acquisizione di un terreno vicino per la costruzione di un piccolo convento. Fatti e avvenimenti di Fortaleza, B/III/46, fll.12v.-13
In una lettera di Padre Joào Pedro, Vicario della Missione, in data 21 gennaio 1903, si dava l’autorizzazione, su ordine del Padre Generale, per l’acquisto di un terreno annesso alla proprietà della Chiesa del Sacro Cuore d Gesù; per tale terreno Padre Mansueto da Peveranza e Padre Davi di Desenzano dovettero qualificarsi quali compratori di fronte al funzionario civile. Dopo le formalità legali, i due frati approntarono una dichiarazione in cui dichiararono di aver semplicemente effettuato quanto richiesto dalla legge. Padre Mansueto indicò inoltre come suo successore in caso di morte Padre Matias di Ponterânica, mentre Padre Davi nominò Padre Tranquilino di Alzano o Padre Abrado di Rescalda.
4.- Dichiarazione
Essendo stato autorizzato dal Padre Vicario della Missione, Padre Joào Pedro di Sexto, ad acquistare ad mentem Regulae, il terreno del signor Boris Freire di 50 palmi di larghezza x 500 palmi di profondità, ho realizzato oggi, giorno 18 del corrente mese, il suddetto acquisto, dichiarando che metà del suddetto terreno rimane di proprietà di Padre Davíde Desenzano ad mentem Regulae
Mi preme dichiarare di fronte a Dio, alla Chiesa Cattolica e ai miei legittimi Superiori dell’Ordine, che non possiedo alcun diritto, né diretto né indiretto, in nessuna forma; poichè come Religioso professo nell’Ordine dei Cappuccini, dichiaro di non possedere nulla in privato, né in comune e nemmeno in nome di questa casa missionaria e dell’Ordine, bensì solo in nome della Santa Sede Apostolica, e per questo motivo il mio nome figura presso il Tribunale Civile.
Dichiaro altresì che l’atto di acquisto è stato una semplice formalità di fronte alle autorità civili al fine di salvaguardare il suddetto terreno.
La stessa dichiarazione deve intendersi infine valevole anche nei confronti della donazione mortis cause a favore di Padre Matias di Ponterânica. E per dichiarare veritiero quanto sopra, firmo la presente dichiarazione
Fortaleza, 18 marzo 1903 Padre Mansueto da Peveranza Superiore di questa Casa missionaria dei Cappuccini (l. i.)
5.- Date dettagliate sulla Fondazione del Convento del Sacro Cuore di Gesù Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Fortaleza, B/III/ 46 fl.14
Il 9 luglio 1903, Festa di S. Veronica Abbatissa, è stata posta la prima pietra della parete che circonda il convento;
e il 13 ottobre dello stesso anno, Festa dei santi martiri Daniel et sociorum ejus è stata posta la prima pietra della casa, il cui Superiore è Padre Mansueto Maria da Peveranza
La benedizione è stata impartita dal Vicario Generale Mons. Bruno di Figueiredo, assistito da Mons. Macaúba, maestro di cerimonia e Padre Rocha, tutti e tre francescani.
Il celebrante ha pronunicato una eloquente preghiera, seguita da un’altra dell’Ill. mo Dr. Bezerrinha
La cerimonia ha visto la partecipazione di fedeli ambosessi e delle principali autorità ecclesiastiche e civili.
6.- Lista dei trasferimenti (20 ottobre 1903) Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Fortaleza, B/III/ 46 f1.15
Fortaleza: Padre Mansueto da Peveranza - Presidente
Padre Davi da Desenzano – incaricato della missione
Padre Cirilo da Bergamo
Padre Angélico da Vila Cortese
7.- Visita del Nunzio Apostolico Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Fortaleza, B/III/ 46, f1.16v.
Monsignor Júlio Conti, in visita presso questa Diocesi nel mese di luglio del 1904, ha voluto recarsi anche presso la chiesa del Sacro Cuore di Gesù. Con una straordinaria manifestazione a cui hanno preso parte moltissime persone, ha celebrato il Santo Sacrificio della Messa, ricordando la lieta data del suo sacramento episcopale. Durante la Messa ha somministrato la Santa Comunione a più di duemila persone.
Dopo tale atto ha voluto onorare anche il nostro Convento della sua presenza.
8.- Arrivo dei nuovi Missionari Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Fortaleza, B/III/46, fl.óv.
Conformemente al preavviso ricevuto dal Superiore Regolare Padre João Pedro da Sexto, il 6 dicembre 1904, giunsero dall’Italia Padre Tiago da Limbiate, Padre Lucas da Almenno, Padre Josué da Monza Padre Aleixo da Milano.
Come già successo, nostro Signore decise di chiamare alla Sua casa quacuno della nostra Missione; Padre Tiago e Padre Aleixo vennero colpiti dalla triste febbre gialla e morirono quasi contemporaneamente.
Padre Aleixo morì il 28 gennaio 1905, a soli 29 anni di vita natuale e 7 di vita religiosa.
Padre Tiago morì il 31 dello stesso mese a soli 29 anni di vita natuale e 11 di vita religiosa. Erano due monaci amati e onorati dalle più esemplari virtù religiose che si possono trovare in un Cappuccino; per questo Dio li ha chiamati con sé.
9. – Trasferimenti da Fortaleza a Barra do Corda Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Fortaleza (1907-1921) B/III/46 f1.23
Barra do Corda- Padre Roberto da Castellanza - Presidente
Padre Bartolomeu da Monza
Padre Mansueto da Peveranza
Padre Vicente da sant'Omobono
Maranhào, 25 novembre 1906
Padre Joào Pedro de Sexto- Sup. Reg.
10. –Trasferimenti da Barra do Corda a Manaus Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Manaus, (1906-1911) B/IV/36, fl.24-25
Manaus -
Padre Mansueto da Peveranza
Padre Angélico da Vila Cortese
La presente serva quale atto di obbedienza per i Religiosi, che provvederanno a trovarsi nel luogo di destinazione ......... quanto prima.
Parcí, 28 febbraio 1908
Padre Joào Pedro da Sexto - Sup.Reg. (L. i.)
11. - Trasferimenti a Cearà Archivio Prov. Fatti e avvenimenti della Missione (1910-1919) A/I/3 fl. 7v.
Cearà- Fortaleza: Padre Miguel da Origgio, Presidente
Padre Mansueto da Peveranza
Padre Cirilo da Bergamo Padre Serafim de Pisogne –
fratello laico
La presente serva quale atto di obbedienza per i Religiosi, che provvederanno a trovarsi nel luogo di destinazione il più presto possibile.
Dal nostro Convento di Carmo, 26 gennaio 1910
Padre Camilo de Albino Provinciale e Visitatore Generale
12 - Trasferimenti a Maranhão Archivio Prov. Fatti e avvenimenti della Missione (1910-1919) A/I/3,f1.39v.
Maranhào Carmo- Padre Mansueto da Peveranza
Padre Inàcio da Ispra
Padre Aleixo da Fortaleza
Sào Luís do Mararchào, 6 marzo 1911
Padre Estevào da Sexto Miss. Cap. Sup. Reg. (L L)
13 - Trasferimenti a Fortaleza Archivio Prov. Fatti e avvenimenti della Missione (1910-1919) A/I/3 f1.89
Cearà- Fortaleza Padre Silvério da Calvairate - Presidente e Padre Mansueto da Peveranza
Padre Germano da Cedrate
Padre Simpliciano da Abbiategrasso
Belém do Parà, I6 dicembre 1912
Padre Joào Pedro da Sexto Sup. Reg. l. i.
14.- Lista dei trasferimenti 1912 Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Fortaleza(1907-]921) B/III/46 f1.92v.
Fortaleza - Padre Silvério da Calvairate - Presidente e Padre Mansueto da Peveranza
Padre Germano da Cedrate
Padre Simpliciano da Abbiategrasso
Belém do Parú, 16 dicembre 1912
Padre Joào Pedro da Sexto - Sup. Reg.
15.- Lista dei trasferimenti 1915
Archivio Prov. Fatti e avvenimenti di Fortaleza, BflI146-f1.112
Fortaleza - Padre Roberto da Castellanza - Pres. e vicario Padre Mansueto de Peveranza
Padre Marcelino da Cusano Padre Serafim da Pisogne Padre Querubim da Cametcí
Belém, 16 aprile 1915
Padre Gerolamo da Lomazzo – Visitatore generale
16 Relazione annuale della Missione
al Padre Provinciale (anno 1917-1918) Archivio Prov. Fatti e avvenimenti della Missione (1915-1929) A/I/4, Fll. 13v.
(estratto – relazione di Padre Roberto de Castellanza Sup. Reg.)
Fortaleza- Cearà
Il giorno 17 di Aprile [1918] di buon mattino, pieno di contentezza salutai i Religiosi e mi incamminai per Fortaleza [venendo de Canindej. Arrivato il 19, il giorno seguente principiai la Visita canónica, terminandola il 21.
Questa residenza é composta da 3 sacerdoti, P. Roberto da Castellanza, P. Mansueto da Peveranza, P. Marcellino da Milano e da un Fratello laico, Frate Serafino da Pisogne.
Oltre al santuario del sacro Cuore di Gesú, che diede non poco lavoro, i Missionari hanno la parrocchia di Messejana, lontana da Fortaleza I S kilómentri. Uno dei padri é incaricato di detta parrocchia e fece battesimi 320 -comunioni 7.000- estreme unzioni 70 - matrimoni 80, e in settimana aiuta gli altri Padri nelle confessioni degli ammalati che sono numerosissime, e di notte presiede la scuola Pio X la cui frequenza é di 300 alunni circa.
Il bene spirituale che si fa in questa scuola, che é della Missione, é immenso e grandi sono pure le consolazioni che sperimenta il Missionario che si sacrifica per il bene delle anime, specialmente della gioventú povera ed abbandonata.
P. Mansueto, il piú anziano [ 61 anni] nella Missione, lavora come un eroe per la salute delle anime e diró che egli é la vita, l'anima del santuario del Sacro Cuore di Gesú. La maggior parte delle Domeniche sta solo e compie esattamente tutte le sacre funzioni. Il buon Dio ce lo conservi ancora per molti anni! Comunioni 110.000 - estreme unzioni 439 -prediche 520
Dal nostro Convento del Maranhào 7 agosto 1918, festa dei SS. Martiri cappuccini Agatangelo e Cassiano
17.-Relazione annuale 1918-1919
al Padre Generale
Archivio Prov. Fatti e avvenimenti della Missione (1915-1929) «4 f1.33
Fortaleza- Molto mi consolai in S. Visita al vedere il lavoro spirituale fatto dai due Padri, residenti in Fortaleza, cioé dal Superiore P. Cherubino da Carpiano e dal piú anziano della Missione P. Mansueto da Peveranza- Battesimi 279 - Comunioni 112.120- Matrimoni 75 - Estreme Unzioni 360- Prediche 480- Funerali 20.
La Congregazione del Terz'Ordine di qui é la piú numerosa e la piú fiorente della nostra Missione. La Scuola, poi, Pio X che conta piú di due lustri, funziona con grande frutto spirituale per la gioventú. Aprironsi in questa città di Fortaleza molte scuole, con grande pompa, ma durarono poco tempo; la scuola Pio X invece trionfa e trionferà; perché Pio X dal Cielo non lascia di benedire un'opera di tanto onore a Dio, che é di profitto per la salute delle anime, sopra tutto per la gioventú, per la quale l'immortale Pio X aveva un amore speciale
Parcí, 2 agosto 1919
Padre Roberto da Castellanza, Sup. Reg. (bi.)
18- Lista dei trasferimenti
21 novembre 1925
Archivio Prov. Fatti e avvenimenti della Missione A/I/4 fl.87
Fortaleza- padre Silvério da Milano - Presidente
Padre Mansueto da Peveranza - Vice-Presidente e Maestro dei Postulanti Padre Cirilo da Bergamo
Padre Joào Maria da Malegno e Bernardo da Viçosa
(1922-1932) G. fll.2v-3
Il 9 gennaio 1922 si è aperta l’iscrizione presso la scuola Pio X. In pochi giorni il numero degli alunni ha raggiunto la quota di 369, di cui 174 maschi e 195 femmine. Numero che aumenta di giorno in giorno. Le lezioni hanno iniziato presto ad essere molto regolari, con lezioni speciali di catechismo per i maschi alla domenica e per le femmine al mercoledì. Tali lezioni sono molto frequentate e vi partecipano anche ragazzi e ragazze che non frequentano le nostre lezioni scolastiche. Al sabato sera è attiva anche una lezione di economia domestica per le femmine. L’edificio scolastico, igienico e gradevole, con l’adiacente terreno offre agli alunni molti vantaggi e comodità. A fine anno il numero dei maschi era aumentato a 809 e quello delle femmine a 315.
Settimana Santa 1924: f1.9
Gli atti della Settimana Santa nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù sono stati come sempre molto frequentati. I Cappuccini presenti erano addirittura insufficienti per le migliaia di penitenti che chiedevano la confessione in vista della Pasqua.
Hanno pregato Padre Marcelino, Padre Mansueto e Padre Silvério Sono state distribuite 3.200 comunioni.
Ritiro dei religiosi 1925: fl. 24
19,45 - Pratica dei sentimenti: Padre Cirilo – le meditazioni
Padre Sivério – le massime
Padre Mansueto – l’esame e la pratica dei sentimenti
Settimana santa 1925 fl. 25
Gli atti sono stati molto seguiti e la processione di Cristo Morto è stata molto calma e pietosa. Hanno pregato Padre Mansueto, Padre Silvério e Padre Cyrilo rispettivamente per il sermone Soledade, Mandato e Paizào.
Nella settimana sono state distribuite più di diecimila comunioni.
Solennità della Immacolata 1926 fll. 22-23
L’8 dicembre, preceduta dalla solenne novena, si è celebrata la festa di N. S. da Conceiffio. La Messa di 8 ore è stata cantata da Padre Mansueto da Peveranza.
Settimana Santa 1928 f11.44-45
Giovedì Padre Mansueto de Peveranza ha celebrato la Messa con il rito del lavaggio dei piedi.
(1932-1937) –B/III/47 - Fll. 9-10
Un quarto di secolo per la scuola Pio X
( 3 Agosto 1908 - 3 Agosto 1933)
Fondata da Padre Miguel da Origgio, coadiuvato da Padre Cirillo da Bergamo e Padre Marcellino da Milano con l’obiettivo di educare e formare giovani poveri di ambo i sessi, coloro che non possono frequentare gli istituti pubblici., gli ultimi e i poveri. Le cifre parlano in modo eloquente circa il benemerito lavoro della scuola nei suoi virtuosi servizi di alfabetizzazione.(seguono anno per anno i numeri delle iscrizioni per ambo i sessi, arrivando a 12.506 maschi e 5.862 femmine, per un totale di 18.368 alunni)
Direttori: Padre Roberto da Castellanza
Padre Querubim da Carpiano
Padre Marcellino da Milano
Padre Mansueto Maria da Peveranza
(e altri )
(appare una foto di Padre Mansueto con la scritta: Il buonissimo Padre Mansueto Maria, animatore di una grande opera di civilizzazione)
Lista dei trasferimenti (1935) Archivio Prov. B/ III/47 7f1.17v.
Fortaleza - Cearà
Padre Bernardino da Mornico - Superiore Regolare
Padre Gaudéncio da Rescalda 1 'Discreto e Superiore locale
Padre Mansueto da Peveranza – Direttore della scuola Pio X
Padre Silvério da Calvairate
Padre Constâncio da Sexto S. João - Vicario di Guaramiranga
Ultima annotazione dell’archivio (1937)
22 luglio – Da giugno il veterano della nostra missione, Padre Mansueto da Peveranza, è costretto a letto; oggi si registrano miglioramenti ma respira sempre con difficoltà.
PADRE MANSUETO MARIA Da Peveranza, La vita e le opere
1857 – 1937
PRESENTAZIONI
PREMESSA
PADRE MANSUETO: ELOGIO DELLA QUOTIDIANITÁ, OVVERO LA SANTITA’ ESERCITATA NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI.
DALLA NASCITA ALLA SCELTA DI PERFEZIONE EVANGELICA.
LA MISSIONE IN BRASILE.
Cenni storici
CRONACA DI UNA VITA MISSIONARIA.
Ottobre 1891, gli albori della missione.
10 aprile 1892, la partenza.
1892-1893, Le prime missioni volanti.
1894, La missione del Maranhão.
1895 Nello Stato dell’Amazzonia, in Manaus.
1896 Nello Stato del Parà, Le missioni volanti.
1897 Belem
1898 Nello Stato del Cearà, Le missioni volanti.
1899/1900 Nello Stato del del Maranhão, le missioni volanti.
1901 La tragedia di Alto Alegre.
1900 Nel nuovo secolo: Fortaleza.
LA SCUOLA PIO X
L’impegno continua
IL 50° DI ORDINAZIONE
LA TESTIMONIANZA DI DON GIOVANNI CROCE
IL DIES NATALIS
PADRE MANSUETO VISTO ATTRAVERSO I NECROLOGI DELL’EPOCA.
LE TESTIMONIANZE.
A Razào, 14-09-1937
Jornal do Comercio, 14-09-1937
O Povo, 14-09-1937
LA MEMORIA VIVA
Testimonianza di Nonato Silva.
Testimonianza di Frei Roberto da Maracanù.
Testimonianza di Padre Ruggero Beltrami.
Rua Frei Mansueto
EPITAFFIO
APPENDICE N° 1 – Fotografie,
APPENDICE N° 2 – F. Mansueto da Peveranza - Archivio dei fatti e degli avvenimenti APM
A B B R E V I A Z I O N I
ASV - Archivio di Stato di Varese.
ACC - Archivio Comune di Cairate.
APP - Archivio Parrocchia di Peveranza.
UASCCC - Ufficio Anagrafe e Stato Civile del Comune di Cairate.
APCL - Archivio Provinciale dei Cappuccini Lombardi.
APM - Archivio Provinciale del Maranhão.
FONTI
FOTOGRAFIE: SALA DE HISTÓRIA ECLESIÁTICA DO CEARÁ – Arquidiocese de Fortaleza Av. Dom Manoel, 03 – 60455410 – Fortaleza – CE – Brasil , Diretor: Pe. João Jorge Corrêa Filho;
ESTRATTI CARTOGRAFICI: Grandi Carte Stradali - Studio F.M.B. Bologna s.r.l. , Via Andrea Costa 142/2° - 40067 Rastignano di Pianoro (BO);
DOCUMENTI: Archivio Provinciale dei Cappucini Viale Piave, 2 20129 MILANO, Direttore P. Fedele Merelli;