Cos'è per te il paradiso?
La Libertà: aria, leggerezza, salti, grida, lacrime, esplosioni in ogni singola cellula irrorata dal mio sangue.
Il mio sangue, che scorre, sembra voler uscire dalla pelle per unirsi allo spirito.
Così caldo che potrebbe farlo, evaporare da un momento all’altro.
Ma in questo mondo non mi sento realmente libera.
Indosso delle catene di cui sento il peso sopra la mia pelle, sulle caviglie e sui polsi, intorno al collo: mi sento soffocare.
“Will you surrender? Restless in a war”
Pensaci, siamo realmente così liberi?
Così liberi che senza un pezzo di carta/plastica non possiamo attraversare un confine?
Il confine fatto dalle catene che stai portando in questo momento.
“[..] You're hiding your love
I don't wish to try this alone
I feel lone, why shouldn't I go?”
Vorrei avere una trivella nel petto che mi aiuti a liberarmi da questa sostanza stagnante e ingombrante, come il petrolio, e che mi fa sentire inchiodata alla terra.
Vorrei bucarmi come una vescica e schiacciare fuori quella mota che finora mi è servita anche da tutore anti spigoli.
Si, me l'hanno venduta facendomi credere che esistessero spigoli.
Mi hanno messo su un sentiero spinoso, riempita di così tanti bagagli e precauzioni talmente ingombranti da incastrarmi nei rovi del cammino e, nello scontro con i passati, messi nella mia stessa situazione, nascono dispute su chi ha urtato chi.
Vorrei spogliarmi da tutti i bagagli e da questa armatura poiché mi rendo conto che senza, dagli ostacoli sono molto più lontana e che lo spazio per muovermi liberamente aumenta.
“Trust in me and set me free”
In questo sentiero più ampio, non urto più contro le altre persone, ma più semplicemente, le incontro e riscopro una nuova libertà: la condivisione.
“We praise our shared destiny
Be sure to embrace the dreams
I'm more than a dead and gone”
Angelo Branduardi scriveva “Sette volte darà frutto, Sette volte fiorirà.” ed è proprio in questo atto che risiede la chiave del sentirsi vivi in una nuova rinascita: donare a chi ti circonda non ti priva del dono in sé, anzi, nell’altruismo tutto aumenta in modo esponenziale, alla seconda, alla quarta, all'infinito.
Se aggiungi una cassa allo stereo, il volume non va spartito, ma viene amplificato altrove.
Finché hai casse, tu attaccale, tutti devono ciò che è il prodotto dalla molteplicità.
Allora, in questa connessione, capisci che se togli respiro a qualcuno lo togli anche a te stesso?
Capisci che se non fai nulla per impedire a tuo fratello di togliere libertà o ferire una sorella, lui sta violentando anche te e anche sé stesso?
Adesso, puoi vederle, se non sentirle, queste protezioni fittizie? O puoi almeno immaginarle?
La diffidenza, l'ignoranza e l'indifferenza che ti incatenato alla terra e ti stringono in una morsa di individualismo? Sono tangibili?
Il perché di questo che ci obbliga a muoverci a fatica non l'ho ancora chiaro però so che vorrei solo volare libera da tutto ciò.
“One day we'll say it to the glow
I dream so too
The dreams turn alive, in the heavens
When we surrender, restless in a war, war”
Spesso tutto questo mi fa versare lacrime di una sensazione che non conosco pensando a emozioni di un'altra vita in cui le persone vivono felici e in pace, leggeri come etere e pieni di respiro.
Come piante fanno uscire acqua dalle linee delle mani dissetando il pianeta e alimentando la vegetazione a ritmo di storie, esperienze e culture differenti e io sono in grado di amare senza filtri.
Nel mio sogno, giro su me stessa e sono il cielo che si spalma sulla terra ma anche la radice di un grande albero
che abbraccia il mondo.
lacrime e fuoco.
“[..] I'm ready, I trust my soul”
La canzone è finita e lentamente ritorno alla realtà.
cc: Elisabetta Zucchi
video originale della canzone--> QUI
Come una malinconica melodia che rompe le pareti di ghiaccio nell'Artico, ambiente ostile da me percepito, che distava dal calore familiare che, in realtà, mi accoglieva. Indipendentemente da quante persone tutelassero il mio arrivo, migrare contro la mia volontà bruciava talmente tanto che mi sono imposta di dimenticare congelando i miei ricordi.
Così insostenibile per un cuore ancora bambino,
Così patetico per una mente già matura in cerca di autocommiserazione.
Como una melancólica melodía quebrantando paredes de hielo en el Ártico. Hostil ambiente autopercibido, que lejos estaba del cálido entorno familiar que me recibía.Y es que independientemente de cuánta gente haya habido acolchonando la llegada, migrar contra mi voluntad ardió tanto que tuve que olvidarmelo.
Así de insostenible para un pre adolescente corazón.
Así de patético para un adulto cerebro en búsqueda de autocompasión.
Migrare fu un solitario processo di transizione interiore lungo la più pura nostalgia mai coltivata.
Un raffreddamento graduale che non è stato compensato dagli indumenti termici.
Una divisione che si approfondiva ogni volta che una voce curiosa mi chiedeva di quel posto dove mi sentivo a casa. Ormai non esisteva piú.
Migrar fue un solitario proceso interior de transición por la mas pura nostalgia jamás cultivada.
Nostalgia que me llevó años enfrentar y desglosar. Un paulatino enfriamiento que no se compensaba con vestimenta térmica.
Una escisión que se profundizaba cada vez que alguna curiosa voz me preguntaba por aquel lugar en el que yo me sentía en casa. Ya no existía
Ci sono voluti alcuni trasferimenti per capire che una casa non è fatta di muri robusti, ma di sorrisi luminosi.
Migrare fu cedere all’idea di non appartenere piú a un solo posto, poiché ognuno aveva rapidamente seminato in me valori solidi e radicati come una foresta impossibile da disboscare.
Ci sono voluti alcuni viaggi per capire che non era necessario scegliere tra due paesi senza essere colta dall’imbarazzato. É che il desiderio di riparare non mi permetteva di mostrare dolore.
Me costó un par de mudanzas entender que ese hogar en realidad no está formado por robustas paredes, sino por luminosas sonrisas.
Migrar fue ceder a la idea de que nunca volvería a pertenecer a un solo lugar, pues cada uno había sembrado en mí valores rapida y fuertemente enraizados imposibles de deforestar.
Me costó un par de viajes entender que no necesitaba elegir entre dos países sin que la idea me avergonzara. Y es que en el trajín de rearmarme, mostrar dolor no me estaba permitido.
Questo processo è durato sei anni.
Nel mezzo, la spensieratezza adolescenziale mi ha evitato più volte di rispecchiarmi in questo debito che avevo con me stessa.
Lavoratori esperti mi aiutarono a rafforzarmi interiormente e a ricostruire i capitoli della mia storia che avevo volutamente dimenticato.
Come dei negoziatori, guidavano la mediazione tra i ricordi e le mie capacità di far luce sulle emozioni emerse da loro.
Tra questi, la sorridente bidella nella mia prima scuola, il raggiante autista del bus nella seconda, l’ angioletto biondo con il quale condividevo le origini, la mia famiglia, le mie sorelle-mamme, le amicizie.
Incontri casuali che mi hanno indotto a pensare che le coincidenze non esistono.
Ognuno di loro ha svolto un ruolo cruciale nel rafforzare le mie capacità introspettive. Come vecchi inventori che aprono le loro preziose cassette degli attrezzi e sistemano con calma i cavi a costo di risposte fulminanti, di rabbia ed angoscia.
Grazie a loro sono stata in grado di riprendere quel momento negato e ricominciare: ho riparato senza rattoppare i ricordi di quel doloroso addio e ho imparato a fare tesoro della mia storia multiculturale.
Seis años duró este proceso.
En el medio, innumerables historias parecían mas interesantes y divertidas que espejarme en esta deuda conmigo misma.
Expertos obreros aparecieron para ayudarme con mi fortalecimiento interior y la re-construcción de ese capítulo de mi historia.
Especialistas negociadores iban guiando la mediación entre cada recuerdo y mis posibilidades de darle luz a las emociones que de allí surgían.
Entre ellos, la celadora sonriente en el primer colegio, el transportista risueño en el segundo, el angelito rubio con la que compartía orígenes, la familia, mis hermanas- madres, las amistades.
Encuentros casuales que me enseñaron que poco existe la casualidad.
Cada uno de ellos cumplió un rol crucial en el robustecimiento de mi capacidades introspectivas. Añejos constructores que desplegaron sus valiosas cajas de herramientas y paulatina y calmadamente fueron reajustando tuercas, arreglando cabos sueltos y cables pelados a costas de respuestas electrocutantes, de enfados y angustias.
Gracias a ellos pude retomar ese doloroso momento negado y volver a empezar. Pude animarme a remendar sin emparchar, darle luz a las cicatrices de esa dolorosa despedida y hacer tesoro de mi historia multicultural.
Giorni fa ho letto storie di persone che hanno emigrato senza il desiderio di essere viaggiatori. Alla ricerca di posti di lavoro migliori, condizioni di vita più dignitose, un futuro di speranza, elezioni più libere.
Quanto è stato difficile per me lasciarmi alle spalle i resti amari di quell'addio, anche con un esercito di esseri preziosi che accompagnavano e mi davano forza nel percorso, sciogliendo il ghiaccio con cui avevo accuratamente ricoperto quei ricordi ... Quanto sarà doloroso migrare e trovare sguardi stereotipati di giudizio, enormi barriere di ghiaccio?
Se gli abbracci riparatori mi hanno salvato, quale sarà la salvezza per loro?
Días atrás conocí historias de personas que también emigraron sin deseo de ser viajantes. En búsqueda de trabajos mejores, de condiciones de vida mas dignas, de un esperanzador porvenir, de elecciones mas libres.
Cuán difícil fue para mí dejar atrás los resabios amargos de esa despedida, incluso con un ejército de valiosos seres acompañando y empoderando la adaptación, derritiendo el hielo con el que prolijamente había revestido esos recuerdos… Cuán doloroso será emigrar y encontrar juzgadoras miradas estereotipadas, enormes barreras de hielo?
Si a mi me salvaron los reparadores abrazos, ¿Cual será la salvación para ellos?
cc: Camila Torregiani
Il XXI secolo è soggiogato dalla forza spirituale di Mammona: è lei il motore delle azioni umane, è lei il pensiero per cui milioni di persone in tutto il mondo perdono il sonno di notte, lei è ragione della salita e della disfatta di famiglie importanti, della morte per alcuni, della perdita di sé stessi per altri.
Non è forse questo che guida il sogno americano? Non è questo il desiderio permanente di chi, nei paesi del terzo mondo, vive nell’incertezza della precarietà?
Alhaji Aliko Dangote, multimiliardario nigeriano, è l’uomo più ricco d’Africa, ma tutti i giorni, dal comfort della sua reggia nella città metropolitana di Lagos, si alza di buon mattino per andare a lavorare: anche lui non ha ancora concluso la sua corsa al profitto.
Pare essere diventata parte della cultura nigeriana la corsa al denaro, simile ad un culto religioso offerto a famelici dei a cui sacrificare la propria anima; questa è la ragione per cui tale curioso paese, definito da alcuni il Gigante Africano per la maestosità delle sue produzioni artistiche e musicali e il fascino della sua vivace cultura, è tra i più corrotti, tra i più depravati e tra i più violenti dell’intero globo terrestre. Le radici della criminalità diffusa, ed impunita, che spinge milioni di persone ogni anno ad abbandonare la loro casa, risiedono nell’intima e intrinsecamente umana tendenza all’avidità, incorporata in una classe politica che non ha a cuore il benessere di chi ha posto la sua fiducia in essa.
Chi, dunque, si arrogherà il compito di battersi per i socialmente irrilevanti? Sono spesso gli attivisti, i musicisti e i cantanti i volenterosi portavoce delle questioni di chi non ha i mezzi per farsi sentire, i quali, come una biblia pauperum, ad immagini e con il potere della musica, mostrano pubblicamente quali vergognosi fatti si nascondano al resto del mondo civile e quali soprusi vengano compiuti nell’inconsapevolezza generale.
Burna boy racconta una storia. La sua voce, piena e potente, assimila le grida provenienti dal profondo della terra che ha accolto vorace il sangue dei suoi fratelli morti nella corsa al denaro, è l’inno del sentimento di riscatto di cui il popolino è ferocemente animato.
In poche frasi, in poche parole si concentra con tutta la sua drammaticità la questione dell’abbandono dei giovani in un paese che non si occupa di garantirgli un futuro, né possiede una politica di welfare diffusa allo scopo di tutelare quella fetta di popolazione che, da quanto affermato da alcune statistiche della NBS, corrisponde circa al 40% di tutti i cittadini nigeriani:
Potrebbe essere interpretato in modo romantico questo passaggio, infatti cosa c’è di più nobile di una persona nata in condizioni svantaggiose che cerca in ogni modo di dare a se stesso una vita dignitosa?
Per comprenderlo meglio lasciate che vi introduca al concetto, profondamente radicato nella cultura nigeriana, dell’hustle. “To hustle” in italiano significherebbe letteralmente “spingere” o “sforzarsi”; l’accezione che però assume in questi contesti di povertà e di riscatto è quella di procacciarsi una vita migliore “costi quel che costi”, senza porsi particolari scrupoli sulla liceità delle attività con cui si produce denaro, sia questo fatto con il lavoro umile nei campi, sia questo fatto con il sacrificio di vite altrui.
“Shey wan to kpe mi l’opolo?” ti direbbe un nigeriano yoruba, “pensi che io non sia intelligente?
Quando il governo non provvede ai bisogni del proprio popolo, la vitalità dei civili porta alla creazione diversi meccanismi con cui sostenersi, attraverso operazioni spesso di dubbia legalità, spesso ai danni del proprio vicino un po’ più debole e un po’ più ingenuo, but wetin man go do? Che cosa deve fare un uomo se non ha i mezzi con cui sostentarsi?
Assistiamo, quindi, alla corruzione dell’intelligenza dei giovani, i quali, invece di impiegare il proprio genio, le proprie capacità e la propria creatività a fin di bene come contributo alla società che li ha messi al mondo, adoperano la loro scaltrezza per il proprio arricchimento personale per il soddisfacimento di quello stesso spirito ingordo dei propri governatori che li hanno traditi; dalla madame (termine che nel gergo indicherebbe la mezzana) che riscuote avidamente la propria paga dalla prostituta al suo servizio, agli yahoo boys nei cafè locali impegnati nell’escogitazione di nuovi imbrogli ai danni delle ignare vittime online; dalla microcriminalità sugli autobus e sui treni, alla polizia corrotta che, per arrotondare, aggredisce i passanti sulla strada: ognuno di essi si guadagna quotidianamente il pane con le risorse a propria disposizione in una società guidata dalla legge della giungla più che dai principi di diritto.
La questione della disoccupazione giovanile, che è il problema su cui il cantante pone principalmente l’attenzione, affligge profondamente non solo la Nigeria, ma moltissimi altri paesi africani con la stessa turbolenta storia coloniale e lo stesso perpetuo sfruttamento dei loro abitanti, sfruttamento permesso e legittimato da governi fantoccio subordinati al potere di forze straniere.
cc: Brandy Dimegwu
Il Mediterraneo, in quanto luogo di transito identitario e tangibile rappresentazione di distanza tra le due metà di cui si compone l’esistenza dei migranti, trasforma l’acqua in un groviglio di enorme conflittualità e pathos. Migliaia di donne e uomini attraversano i mari portano in sé il calco di due mondi. Nel tempo questa dualità emerge e talvolta assume un carattere divisivo, più che additivo o moltiplicativo, tale da indurre i migranti a percepirsi come la metà di uno.
È questa la prima fotografia mentale che produce la visione di “Territory”, il video ufficiale del gruppo musicale “The Blaze”.
È l’acqua del mediterraneo ad aprire il video ed è sempre l’acqua che, al tempo stesso, manca ed abbonda negli elementi citati in un passo del brano: “Come deserto nella pioggia”. E ancora, l’acqua funge da barriera tra una sponda e l’altra delle terre sulle quali si scrivono le storie delle migrazioni. La percussione ritmica che accompagna le prime scene sembra sintetizzare in un unico suono il battito cardiaco del mediterraneo e delle genti che lo attraversano. Il ventre del Mediterraneo ha partorito tante storie e ne ha sepolte altrettante. Per alcune donne e uomini quel ventre è stato la culla di un’auspicata rinascita, mentre per tante altre vite ha assunto le vesti della famelica tomba che tutto disintegra; sogni, progetti ed ambizioni.
Dalle acque di mezzo sono emerse le terre di mezzo, un ancestrale humus di storie umane animate da un grande sogno di riscatto. Essere una terra di mezzo significa avere un piede radicato nella terra, l’altro a mezz’altezza ed entrambe le mani intrecciate con le nuvole. Essere una terra di mezzo significa, spesso, fluttuare nella lacerante dualità di due specchi contrapposti sentendosi un frammento di entrambi. Come l’acqua e l’olio, talvolta, i costumi, le passioni ed i gusti della biculturalità non vanno oltre l’emulsione! Allora bisogna necessariamente aggiungere un terzo ingrediente, una manciata di farina del “proprio sacco”, per ottenere la base di un buon pane.
Le terre di mezzo compiono miracoli cromatici generando il terzo colore, partendo dai due di cui sono originariamente composte. Esattamente come giallo e blu generano il verde. Le terre di mezzo sono elastiche come delle bretelle e funzionano solo se, agendo come tali, si estendono senza perdere mai il legame con i due estremi che ne garantiscono tensione e funzione
Le terre di mezzo quando perdono la loro elasticità, la capacità di mettersi in discussione, di farsi allungare dagli eventi quotidiani, rischiano di essere passivamente assimilate dal vecchio sistema. Ne sono un esempio i meridioni che furono perseguitati in passato ed oggi scelgono di allearsi con gli oppressori, in cambio di presunti vantaggi, agendo smemoratamente a danno di altri meridioni. L’avanzata del leghismo italiano è, in parte, frutto di questa degenerazione umana.
Le terre di mezzo sono quei luoghi in cui si sviluppano le neo radici, mediante le quali scopriamo non solo di avere delle radici, ma di essere a nostra volta radici. In quanto terre di mezzo scopriamo di essere tutto quello che abbiamo vissuto, anche i sentimenti pesanti; la rabbia, il livore, la paura. Queste emozioni scorrono, tra le tante altre cose, nel nostro sangue, percorrono la rima di una lacrima ed accompagnano l’emissione di ogni sospiro. Sono imprescindibili rappresentazioni del nostro essere, dunque non possiamo ne dobbiamo cercare di cancellarle. Come cibo, in quanto lo sono, questi sentimenti vanno in parte metabolizzati ed in altra parte espulsi mediante la nostra ultima apertura, quella più prossima alla terra. Le parti metabolizzate diventano parole, azioni, immagini e intenzioni. Quelle espulse, il letame, se trattate con cura e genialità diventano concime. Il letame, miscelato saggiamente con l’argilla, è prezioso, non è da buttare! Ci possiamo costruire case pensatoio da abitare, ci possiamo fertilizzare i campi delle intenzioni e delle lotte, lo possiamo offrire ai semi come cibo affinché liberino germogli e fiori.
Se, come sostenevano i latini, la fine è in relazione di dipendenza con l’inizio, “Finis Origine Pendet”, iniziare bene un percorso aumenta la possibilità di un lieto fine. La storia delle disuguaglianze, di cui il razzismo è un emblema, ha diritto ad un lieto fine e perché ciò avvenga è indispensabile evidenziare che la banalità del male produce la fragilità dell’ignoranza e quest’ultima sottrae opportunità a chiunque, tanto alle vittime quanto ai carnefici.
Tutti, indistintamente, dovremmo mostrare la capacità di andare oltre l’ostacolo per poter udire, quasi singolarmente, coscienza per coscienza, quello che i Negramaro sussurrano in “Tutto qui accade”, un loro celebre brano: “Sei tu l’inizio di ogni cosa che tu immagini e sei la fine di ogni limite che superi. Sei tutti i limiti che superi tu”.
cc: Mariano De Mattia
contributo: Miriam Doh