In cerca dell’ape resistente.
Apidologie (2016) 47:467–482 Review article INRA, DIB and Springer-Verlag France, 2015.
Ecco un riassunto della pubblicazione di Barbara Locke.(Creative Commons Attribution 4.0 International License.Open access)
1. INTRODUZIONE
L’ape europea , Apis mellifera, è l’unica specie di api che non ha in natura un acaro parassita della covata. Esistono però due acari nativi di altre specie di api (Varroa destructor e Tropilaelaps clareae) che riescono ad infliggere danni e perdite economiche enormi quanto tutte le malattie apistiche conosciute (Boecking and Genersch 2008). L’ectoparassita Varroa è un’ospite naturale dell’ ape asiatica, Apis cerana, danni a queste famiglie sono osservati raramente esistendo una stabile relazione ospite-parassita formata attraverso una lunga evoluzione. Nelle colonie di api asiatiche la riproduzione dell’acaro è confinata solamente alla covata maschile (fuchi). Quando il parassita entra in una cella d’operaia, la pupa infestata viene rimossa dal comportamento igienico delle api adulte (Peng et al. 1987). Anche le api europee hanno dei comportamenti difensivi simili, come lo “ spidocchiamento” (grooming) o il comportamento igienico, ma sono meno pronunciati (Fries et al.1996) e molto variabili fra le razze di A. mellifera (Moretto 2002; Moretto et al.1991). La capacità di rimozione della covata infestata da Varroa è stata nominata VSH (Varroa-sensitive hygienic), i due comportamenti ; igienico e VSH sono responsabili della eliminazione della covata morta o ammalata. Molti acari durante il tentativo di rimozione non sono uccisi con il risultato di interrompere, però, il ciclo riproduttivo con un conseguente abbassamento repentino della crescita della popolazione di parassiti.
Il successo della Varroa sull’ape europea l’ ha diffusa attraverso tutto il mondo, oggi (2016) solo l’Australia e pochi luoghi o isole sono considerate libere dagli acari. La grande differenza fra le api asiatiche e quelle europee è che l’acaro riesce a riprodursi in quest’ultime nelle celle di covata femminile. Come risultato abbiamo una crescita esponenziale dell’infestazione e tutto ciò comporta la morte delle colonie in pochi anni in assenza di controllo da parte degli apicoltori. Nutrendosi dell’emolinfa dell’ape l’acaro danneggia la pupa operaia durante lo sviluppo ed è associata con lo sviluppo di molti virus letali; il virus prevalente è quello DHW ( deformed wing virus, virus delle ali deformate).
Nonostante questa grave situazione, la sopravvivenza all’acaro è stata documentata nell’ A.mellifera, principalmente nella razza africana A.mellifera scutellata, in Brasile (Rosenkranz (1999) e più recentemente in Africa (Allsopp 2006). Anche in alcune sottospecie di razze europee è stata ben documentata la sopravvivenza con infestazione da Varroa non controllata per una decade o più (De Jong and Soares 1997; Fries et al.2006;Le Conte et al.2007; Rinderer et al.2001; Selley 2007). Queste popolazioni di A.mellifera, sopravvivendo, possono rivelare fattori genetici ed ecologici che includano tratti acaro-resistenti per poterli adottare in programmi d’allevamento. Si tratta di riuscire a decifrare le caratteristiche che hanno reso, a livello planetario, alcune popolazioni di api resistenti all’acaro Varroa.
2. POPOLAZIONI RESISTENTI ALL’ACARO
2.1. A.m.scutellata in Brasile e Sud Africa
Inizialmente la presenza dell’acaro in Brasile si pose come una seria minaccia per gli alti numeri rilevati (Morse and Goncalves 1979). Comunque fu osservata una conseguente riduzione dell’infestazione che suggeriva un processo adattativo alla presenza dell’ospite (Moretto et al. 1995). Le api “africanizzate” non richiedono trattamenti e mantengono una bassa infestazione nell’ordine di 3-4 acari ogni 100 api. Il comportamento igienico e il “grooming” sono i tratti importanti acaro-resistenti delle api in Brasile ed anche in Messico. Altri studi hanno riguardato la bassa attrattività della covata per gli acari in riproduzione sempre nelle api africanizzate , dove la fertilità del parassita si è rivelata minore del 50%. La popolazione di api africanizzate rimane stabile in Brasile e non ci sono segnalazioni di incremento dell’infestazione.
Dall’introduzione dell’acaro in Sud Africa nel 1997 le razze presenti A.m.scutellata e A.m.capensis si sono rivelate resistenti e senza bisogno di controllo. Eppure, alla sua scoperta, la buona riproduzione all’interno della covata della A.m.scutellata, con le stesse caratteristiche dell’ape europea , aveva fatto sospettare un impatto egualmente negativo. Dopo delle perdite iniziali la situazione adesso è stabile, ciò suggerisce un responso adattativo all’ospite. Le quote di infestazione non eccedono mai 4 acari ogni 100 api (Strauss et al. 2013). Nel 2009 la Varroa è stata trovata in Kenya, Tanzania, Uganda con alcune segnalazioni in Ghana; in tutti questi paesi non è stato osservato alcun impatto negativo sulla sopravvivenza o sulla produttività delle famiglie d’api (Frazier et al. 2010). In precedenza A.m.intermissa, in Tunisia era stata descritta come acaro-resistente con capacità notevoli di grooming e comportamento igienico, alcune regine importate in Francia hanno fatto osservare una riduzione della infestazione negli ibridi.
Le api africanizzate brasiliane sono geneticamente identiche alla razza africana ancestrale. In definitiva la resistenza può essere spiegata da elementi genetici pre-esistenti. Oltre al comportamento attivo difensivo, nelle caratteristiche aggiuntive della A.M. Scutellata che possono aiutare a mantenere bassa la crescita della popolazione di acari sono incluse : l’alta percentuale di abbandono dell’alveare, la sciamatura migratoria, la velocità di sviluppo della colonia che generalmente dà origine a piccole famiglie, un tempo di sviluppo più breve. La taglia ridotta delle celle riduce la capacità della madre-acaro di produrre figlie femmine fecondate prima che l’ape adulta emerga dall’opercolo. Seeley e Griffin (2011) hanno dimostrato chiaramente che, per esempio, mantenere piccole le celle del favo non riduce l’infestazione da acaro Varroa nelle razze europee di Apis Mellifera.
Il clima sembra giocare un ruolo nel ridurre l’infestazione (Moretto et al.1991) , perché influenza indirettamente la quantità di covata e le attività di difesa delle api.
2.2. ISOLA DI FERNANDO DE NORONHA
Nel 1984, una popolazione isolata di api italiane A.m.ligustica fu stabilita sull’isola del Brasile. Lo scopo era quello di incrementare gli insetti impollinatori e divenire autosufficienti nella produzione di miele, nello stesso tempo avere a disposizione un allevamento isolato di api europee con un temperamento più gentile rispetto alle api africanizzate. Regine dall’Italia furono introdotte in colonie orfane brasiliane, che erano però infestate da Varroa. Le famiglie incrementarono di numero e il controllo sugli acari non venne effettuato per almeno 12 anni, le colonie erano gentili, numerose e produttive. Fu osservato un calo su una infestazione più alta rispetto alla terraferma, fra il 1991 e il 1996 da 26 a 14 acari per 100 api e fu sospettato un adattamento ed una resistenza all’acaro stesso (De Jong and Soares 1997). Il comportamento igienico sull’isola era simile alle api europee e almeno più basso del 50% rispetto alle api africanizzate (Guerra et al.2002). Correa-Marquez et al. Nel 2002 portarono regine dall’isola in Germania per effettuare delle comparazioni parallele con delle famiglie locali acaro-sensibili (A.m.carnica), ma non furono rilevate differenze sulle infestazioni. Inoltre il grooming era significativamente più basso nelle colonie con regine provenienti da Fernando de Noronha. Qualsiasi cosa permettesse alle api dell’isola di mantenere bassa la parassitosi non era efficace in Germania. Questo suggeriva che l’abilità a sopravvivere era dovuta a qualcos’altro rispetto a un meccanismo genetico di resistenza (Correa-Marques et al.2002). Analisi sul DNA hanno dimostrato che tutte le colonie del 1996 erano ancora al 100% ligustica senza ibridazioni di sorta. Nel 2002 esistevano 100 colonie di api italiane sull’isola con metà gestite da apicoltori e metà selvatiche viventi in cavità d’alberi. La presenza del meno virulento aplotipo giapponese dell’acaro può spiegare la sopravvivenza a questa infestazione non controllata. L’isolamento di questa popolazione ha inoltre impedito l’introduzione di virus dell’ape da miele. Maggiori studi sono auspicabili per meglio comprendere la sopravvivenza alla Varroa e per determinare se sia un risultato dell’adattamento dell’ape, della virulenza dell’acaro o una combinazione d’entrambi.
2.3. PRIMORSKY,RUSSIA.
La più antica consociazione dell’ A.mellifera e l’acaro Varroa viene dalla Russia orientale, dove, alla metà del 1800 un contatto tra A.cerana e l’introdotta A.mellifera portò al passaggio dell’ospite. Un esame iniziale di queste colonie ha suggerito che la resistenza ha potuto verificarsi attraverso la selezione naturale in conseguenza di una lunga associazione con l’acaro (Danka et al.1995).Materiale da questa regione è stato importato negli USA per una valutazione dell’acaro-resistenza. La valutazione parallela con le famiglie locali ha evidenziato che le api russe hanno una crescita più lenta della popolazione del parassita (Rinderer et al.2001). Comportamento igienico accresciuto, aumento del grooming, minore attrattività della covata hanno portato la quota d’infertilità della Varroa intorno al 50%.
Un vasto programma di allevamento acaro-resistente è stato approntato negli USA sulla base di queste api russe, le regine sono già disponibili a livello commerciale.
2.4. GOTLAND,SVEZIA.
Alla fine degli anni ’90 una popolazione isolata di 150 colonie d’api fu trasportata all’estremo sud di Gotland , un’isola del Mar Baltico fuori della costa orientale della Svezia. Le api provenivano da vari luoghi ed erano formate da razze diverse (Fries et al.2003). Lo scopo sperimentale era di valutare la possibilità di eradicare la Varroa sotto le condizioni climatiche del nord senza trattamenti, le famiglie vennero infestate artificialmente, con un numero di acari uguale, senza nessuna manipolazione e libere di sciamare. Le famiglie erano continuamente monitorate per la sciamatura, perdite invernali, quantità di infestazione autunnale e grandezza della colonia in primavera. Nei primi 3 anni più dell’80% delle famiglie morì in ragione della rapida crescita dell’infestazione. Molte colonie sciamarono nei primi 2 anni, ma il 3° anno la sciamatura decrebbe per l’intrinseca debolezza delle colonie. Dopo le perdite iniziali la quantità di infestazione autunnale decrebbe, così come la mortalità invernale e l’incidenza della sciamatura incrementò nuovamente assieme alle colonie recuperate (Fries et al.2006). Questi studi hanno chiaramente dimostrato che la sopravvivenza a lungo termine delle api era dovuta alla riduzione della virulenza dell’acaro e all’adattamento all’ospite indotta dalla selezione naturale (Fries and Bommarco 2007). Le colonie resistenti a Gotland sono piccole, hanno meno api adulte durante l’estate, circa la metà delle altre non resistenti che insistono nello stesso habitat e hanno inoltre 1/10° della covata maschile dei testimoni.
La riduzione della colonia e della covata può essere una strategia adattativa per limitare le opportunità riproduttive dell’acaro e abbassarne la curva di crescita. I vari comportamenti anti-varroa sembrano essere gli stessi delle altre colonie nelle api di Gotland, suggerendo che esse non siano rilevanti. Il ritardo della deposizione delle madri acaro e la quantità di progenitura morta viene rilevato essere la causa più comune della mancata riproduzione. Una spiegazione plausibile potrebbe essere un’alterazione degli odori della covata, responsabili dell’inizio dell’ovogenesi negli acari stessi. Questa alta proporzione di acari immaturi morti può essere una conseguenza addizionale del ritardo della deposizione, i corpi soffici ed immaturi degli acari sono vulnerabili ai movimenti delle vecchie pupe all’interno delle celle (Calderon et al. 2012).Questa capacità di ridurre la riproduzione della Varroa è presente in maniera ubiqua in tutte le colonie con l’origine genetica a Gotland, senza distinzione per il contributo genetico materno, paterno o di ambedue. Questo dimostra che questi tratti hanno una forte componente genetica ereditaria. Le successive ricerche sul genoma dei maschi aploidi ci informano che questa piccola regione ha subito una fortissima selezione, un gene candidato per essere efficace contro la riproduzione dell’acaro è un gene (GMCOX18) che sembra coinvolto in diverse funzioni dell’ Apis mellifera, come la biosintesi della cuticola (Kunieda et al.2006) ed è anche presente nelle difese chimiche larvali di altri insetti, i coleotteri ad esempio che emettono una secrezione ghiandolare che agisce come repellente per i nemici. L’effetto di questo gene può essere utilizzato nell’alterazione dell’odore della covata che influenza l’ovogenesi dell’acaro e che può sostenere le prime ipotesi del meccanismo che riduce il successo riproduttivo nelle popolazioni.
Spesso le colonie a Gotland hanno il DWV (Deformed Wing Virus) agli stessi livelli delle colonie sensibili all’acaro (Locke et al.2014). Sembra che abbiano acquisito un livello di tolleranza per colonia al DWV oltre alla loro resistenza adattativa alla Varroa, sono capaci di sopravvivere con alti livelli di infezione mentre le altre colonie testimoni invece muoiono. Il virus della cella nera della regina, BQCV (Black Queen Cell Virus) e il virus della covata a sacco, SBV (Sac Brood Virus) decrementano fortemente durante l’autunno nelle colonie resistenti ma, nello stesso tempo, incrementano in tutte le altre. La capacità di ridurre questi virus in autunno aumenta al meglio la salute generale delle api invernali che saranno responsabili della crescita della famiglia durante la primavera. La consistenza attuale delle colonie a Gotland è di 20/30 colonie, i progetti attuali su queste famiglie sono concentrati sull’identificazione dei cambiamenti dell’odore della covata e su approfondimenti genetici. Le api sono relativamente non aggressive, in piccole colonie e non producono molto raccolto, è possibile introdurre queste api in un programma d’allevamento che mantenga la resistenza alla Varroa ma che ne sviluppi di pari passo le caratteristiche desiderabili a livello economico.
2.5 AVIGNONE, FRANCIA
Durante gli anni ’90 api selvatiche o da apiari abbandonati, che non fossero state trattate contro la Varroa per almeno 3 anni, furono raccolte in due luoghi al sud e all’ovest della Francia, Avignone e Le Mans. Altre colonie furono via via aggiunte sulla base delle indicazioni degli apicoltori che non fossero state trattate almeno negli ultimi 2 anni. Alla fine del decennio un totale di 52 colonie erano ad Avignone e 30 a Le Mans (Le Conte et al. 2007). Nessuna prevenzione per la sciamatura, nessun trattamento di controllo per gli acari e la manipolazione limitata alla sola raccolta di miele. Per oltre 7 anni (1999-2005), non c’è stata una differenza annuale significativa fra la mortalità delle colonie trattate e quelle non trattate. L’infestazione dell’acaro rimase 3 volte inferiore nelle colonie non trattate, suggerendo di essere capaci di inibire in qualche modo la crescita della popolazione di parassiti. Le colonie trattate produssero il doppio del miele comparandole con le non trattate. Gli studi hanno trovato molti geni interessati nella cognizione dell’olfatto e nell’eccitabilità neuronale, le api di Avignone sembrano avere una più alta sensibilità agli stimoli ambientali ed essere meglio adattate alla scoperta e rimozione delle celle di covata infestate dal parassita.
Non è chiaro come possano essere capaci di trovare l’acaro nelle celle di covata, potrebbe essere un non meglio specificata reazione allo stress della pupa (Aumeier and Rosenkranz 2001).Il comportamento igienico e il VSH (Varroa-sensitive hygienic) sono basati sulla alta sensibilità olfattiva e sulla capacità di risposta, i primi studi sulle api di Avignone hanno dimostrato che queste api possiedono un migliore responso delle antenne nell’identificare la Varroa e una più grande sensibilità nel trovarlo. Il successo riproduttivo negli acari è ridotto al 30%, percentuale simile alle api del Gotland, ma con una più alta percentuale di acari infertili. Oggi, ad Avignone, le colonie resistenti non sono isolate ma hanno mantenuto tutte le caratteristiche acaro-resistenti. Esperimenti in diversi ambienti non hanno mostrato miglioramenti rispetto alle colonie locali. Ciò può suggerire un’influenza ambientale sulla risposta resistente e necessitano ulteriori studi.
2.6. Foresta di Arnot, ITHACA,NY,USA
La foresta di Arnot è una grande riserva a sud di Ithaca, NY, di proprietà della Cornell University. Queste colonie d’api sono una unicità rispetto alle altre prese in considerazione. Sono tutte colonie selvatiche annidate dentro gli alberi. Il primo censimento è stato effettuato nel 1978 e furono contate 18 colonie, approssimativamente 10 anni prima della prima segnalazione dell’acaro. Il conteggio fu nuovamente effettuato nel 2002 confermando la sopravvivenza di 16 colonie, 15 anni dopo l’arrivo del parassita nella regione. Alveari trappola furono collocati nella foresta nella primavera del 2003 per raccogliere sciami in arnie con telai mobili per investigare sulla infestazione. Le colonie durante l’inverno 2004-2005 furono perse per gli attacchi di orso, così le ispezioni continuarono nelle cavità degli alberi e questo mostrò che la popolazione era rimasta comunque stabile per 3 anni nonostante l’infestazione. La comparazione tra le famiglie delle arnie trappola a telai mobili e le colonie testimoni non rilevarono differenze significative nella crescita del parassita (Seeley 2007). La sopravvivenza sembra essere dovuta a degli acari non portatori di virus o alla presenza del meno virulento aplotipo giapponese. Una spiegazione aggiuntiva può essere quella di un livello adattativo di tolleranza. I nidi nelle piccole cavità nella foresta sviluppano colonie più piccole come concausa una produzione di covata limitata. Piccole cavità possono anche incrementare la percentuale di sciamature con una conseguente opportunità di trasmissione verticale di acari senza virus, invece una trasmissione orizzontale (come quella che abbiamo nei nostri apiari n.d.t.) seleziona acari più virulenti (Fries and Camazine 2001)ma viene molto ridotta dove le colonie sono largamente disperse.
Analisi del DNA hanno accertato che le api di Arnot sono A.m.ligustica e A.m.carnica con i caratteri distribuiti in modo paritario, in una regione che era stata colonizzata nel 1600 con A.m.mellifera (Seeley et al. 2015). L’analisi dei cambiamenti del genoma nella foresta prima e dopo l’introduzione del parassita sono stati effettuati analizzando le sequenze sui campioni raccolti sulla popolazione d’api nel 1978, comparandoli con i campioni presi nel 2010 (Mikheyev et al.2015). Questo studio ha evidenziato che le famiglie hanno evidentemente collassato, probabilmente dopo l’arrivo della Varroa e, durante questo periodo, le colonie erano troppo deboli per sciamare o produrre regine con il risultato di una perdita della diversità aplotipica. Attraverso questo collo di bottiglia le colonie sono state ancora capaci di produrre maschi e di mantenere inalterata così la diversità genetica. Almeno 232 geni che agiscono attraverso il genoma di queste api mostrano segni della selezione, Mikheyev et al. (2015) hanno trovato che almeno la metà di questi geni selezionati nella foresta di Arnot sono da mettere in relazione con lo sviluppo dell’ape, questo suggerisce che variazioni nel programma di sviluppo dell’ape possono influenzare la crescita della popolazione dell’acaro poiché la loro riproduzione è direttamente sincronizzata con lo sviluppo della pupa.
Altre differenze morfologiche osservate con le api di Arnot sono una taglia corporea più piccola, molto simile all’ape africanizzata , questo può significare un più breve periodo di sviluppo o un inadeguato spazio nella cella per la riproduzione del parassita (anche se queste caratteristiche non giustificano pienamente la resistenza). Avere accesso alle api della foresta di Arnot con telaini mobili è l’idea principale per permettere l’investigazione sia sulle api che sull’acaro per chiarire la continua sopravvivenza di questa popolazione non sottoposta a trattamenti.
3.DISCUSSIONE
Le popolazioni recensite dimostrano che la resistenza all’acaro per l’A.Mellifera è possibile in tutto il mondo, ci sono molte strade genetiche adattative e sostenibili per il suo raggiungimento . Sembra esserci , in tutte le popolazioni, una varietà di tratti acaro-resistenti che si aggiungono e contribuiscono alla riduzione della crescita degli acari all’interno della colonia al posto di una singola super caratteristica.
3.1. MECCANISMO ACARO RESISTENTE
La resistenza (host resistance) è definita come la capacità di ridurre il benessere del parassita, mentre la tolleranza (host tolerance) è l’abilità a ridurre gli effetti del parassita (Schmid – Hempel 2011). Resta da chiarire se la sopravvivenza delle api nella foresta di Arnot e le api italiane di Fernando de Noronha è dovuta ad una resistenza, una tolleranza o ad una virulenza ridotta dell’acaro.
Il meccanismo di resistenza comportamentale come il comportamento igienico e il grooming sembrano giocare un importante ruolo nell’ape in Brasile, in Sud Africa e anche nelle colonie della Russia dell’est.
Sembra chiaro che Gotland, Avignone e in Russia le popolazioni d’api sono capaci, con modi ancora sconosciuti, di ridurre il successo riproduttivo dell’acaro. Modelli di simulazione delle colonie di A.Cerana suggeriscono che la perdita riproduttiva e la limitata covata maschile accessibile sono sufficienti per spiegare l’acaro-resistenza di questa specie (Fries et al. 1994). La riduzione della grandezza della colonia è un interessante parametro acaro-resistente espresso dalle popolazioni d’api ovunque meno che in Russia e nell’isola di Ferdinando de Norohna. Una riduzione della colonia e conseguente riduzione della covata maschile significa limitate opportunità riproduttive per l’acaro ed è un importantissima caratteristica della resistenza dell’ape asiatica.
3.2. ALL’INTERNO DELLA GESTIONE APISTICA
La cosa più importante di tutte queste famiglie resistenti osservate è l’esperienza di una generica mancanza, o quantomeno meno intensa, gestione apistica. Per ironia della sorte la diffusione di queste malattie in apicoltura è facilitata attraverso le pratiche gestionali intensive (Fries and Camazine 2001). Il processo in co-evoluzione come la selezione naturale conduce ad una relazione stabile parassita/ospite , come già visto con le api asiatiche, che viene ostacolata per le api europee dalla rimozione dell’acaro assieme alla pressione selettiva richiesta per tale processo adattativo, inoltre i pesticidi somministrati alle colonie dagli apicoltori, come trattamenti per l’infestazione, possono causare in realtà più danni alla salute dell’ape (Haarmann et al. 2002). L’adattamento dell’acaro verso una riduzione della pericolosità dipende dalla trasmissione a sua disposizione entro la popolazione di api che può essere alterata dall’apicoltura. La trasmissione verticale da madre a figlia porta ad una minore virulenza invece la trasmissione orizzontale fra colonie la incrementa (Schmid-Hempel 2011). Le moderne pratiche apistiche favoriscono realmente la trasmissione del parassita, principalmente nella prevenzione della sciamatura, nelle colonie affollate in apiari ad alta densità e attraverso lo scambio di attrezzature con colonie malate o morte( Fries and Camazine 2001 ; Seeley and Smith 2015). Queste popolazioni acaro-resistenti hanno tutte sperimentato la pressione naturale dell’infestazione che le ha fornite dell’opportunità di un adattamento naturale, senza l’influenza delle tipiche pratiche apistiche. Molte di queste popolazioni resistenti sono piccole famiglie che nell’apicoltura e nella selezione artificiale per l’incremento dei raccolti sono state eliminate.
La predisposizione delle colonie alla sciamatura non può prevenire completamente la crescita autunnale della popolazione di acari, ma quando questa è associata con altre dinamiche della colonia e dei tratti acaro-resistenti può contribuire a ridurre la crescita parassitaria e migliorare la longevità della famiglia.
L’innaturale alta densità delle famiglie in apicoltura porta ad una più alta reinfestazione e incrementa la diffusione della malattia. Comunque le colonie numerose non sono una caratteristica tipica di queste famiglie resistenti di A.mellifera. Secondo una stima esistono 10 milioni di colonie in Sud Africa con soltanto 1% di esse manipolate da apicoltori (Strauss et al. 2013). L’apicoltura è generalmente meno intensiva e le colonie sono spesso catturate come sciami selvatici. Una situazione simile è osservabile in Brasile con meno apicoltura intensiva e una vasta popolazione selvatica più numerosa di quella manipolata (Vandame and Palacio 2010).
3.CONCLUSIONI
C’è un urgente bisogno di una soluzione sostenibile per il trattamento dell’acaro Varroa per la vitalità economica dell’apicoltura e dell’agricoltura, così come per la salute dell’ape da miele, per la conservazione dei sistemi ecologici. Capire le interazioni naturali e gli adattamenti fra le api e l’acaro è un essenziale primo passo verso l’acquisizione di questa intenzione. Queste popolazioni danno una speranza per una soluzione sostenibile alla resistenza, agiscono come un esempio che il loro allevamento è perseguibile in tutte le api e in tutto il mondo. Questi esempi suggeriscono che la soluzione più efficace verrà dall’adottare migliori pratiche d’apicoltura.
UNA CONSIDERAZIONE PERSONALE..
Mentre traducevo questa pubblicazione il pensiero non poteva che inseguire le ultime vicende nell’apicoltura italiana relative alla “Carta di S.Michele all’Adige” e “Il Manifesto UNAAPI degli Apicoltori d’Italia”. Molte tematiche trattate a sostegno dell’una e dell’altra “visione” possono essere rintracciate nelle frasi. Si parla del danno che la moderna apicoltura infligge alla resilienza dell’ape e si parla, al contrario, di una auspicabile ibridazione e sunto dei tratti di più api in un unico soggetto. Come vedete ce n’è per tutti. Comunque per chi ha vissuto il Caos dell’apicoltura dagli anni ’70 ad oggi ci sono delle annotazioni doverose da fare. Mi iscrissi nel 1985 al corso per Esperto Apistico perché c’era nell’aria una voglia organizzativa simil-europea di cercare e individuare degli “ispettori apistici” che formassero una sorta di rete istituzionale per il controllo e la gestione del comparto apistico. Pia illusione. Come naufragò il “Miele Vergine Integrale” piano piano collassarono tutte le altre aspettative. Da allora si è attuata (a mio avviso) pienamente la politica del “si salvi chi può” che oggi è all’apice della curva di Gauss. Non voglio entrare direttamente nella contesa, non mi sento all’altezza, ma come al solito la verità è sfuggente. Ho assistito all’arcobaleno di regine portate nei nostri territori da soggetti stranieri e da apicoltori italianissimi che hanno gestito (?) il nostro patrimonio genetico in maniera allegra e spensierata (cosa che succede anche mentre scrivo e ne ho le prove fotografiche). Ho visto utilizzare “medicamenti” nello stesso modo evidenziato. Sovrapposizioni di apiari , con brevissime distanze di interposizione l’uno dall’altro , nomadismi selvaggi degni dell’epopea della corsa all’Oregon. Rilevo da sempre la dicotomia che esiste tra gli “studiosi” e i “praticoni”, i primi legittimati dai corsi scolastici e da una paga sicura e i secondi altrettanto legittimati dall’esigenza della sopravvivenza economica ( mors tua vita mea). Che dire? Per concludere penso che la vecchia utopia di frapporre fra questi opposti(?) schieramenti una fazione neutra non sarebbe stata del tutto fuori luogo. Un po’ pagati, un po’ studiati, un po’ impratichiti..a portare un controllo ed una organizzazione a beneficio di tutti. Ogni tanto ne parlo con mia figlia Melissa e pensiamo che la soluzione del film “Arancia Meccanica” forse è ancora la più percorribile: dare delle divise a degli ex-teppisti o, come si dice dalle mie parti che le migliori guardie forestali sono da scegliersi tra gli ex-bracconieri.
TESTO : THOMAS D. SEELEY – CORNELL UNIVERSITY ITHACA, NY 14853
La selezione naturale, al servizio dell'evoluzione, è un concetto fondamentale per comprendere la biologia della nostra ape da miele, ma raramente è stata utilizzata per guidare l'apicoltore. Questo è un peccato perché questo approccio è in grado di fornire soluzioni ai problemi incontrati; la salute delle nostre api potrebbe migliorare se seguiamo il pensiero del biologo Charles Darwin.
Guardare al lato evolutivo può portarci ad una migliore comprensione delle malattie delle nostre api, migliorare la nostra pratica e aumentare il piacere che abbiamo con loro. Un primo passo verso un approccio darwiniano sarebbe riconoscere che l'evoluzione delle api è una storia sorprendente, chiaramente documentata dai fossili. Uno dei più belli di tutti i fossili di insetti è quello di un’operaia della specie Apis henshawi, scoperto in Germania, in una marna di 30 milioni di anni. Ci sono anche superbi fossili della nostra moderna ape, Apis mellifera, in un materiale simile ad un ambra trovato nell'Africa orientale, risalente a 1,6 milioni di anni fa (Engel, 1998).
Vediamo che le colonie di api - il risultato di milioni di anni di evoluzione - sono state modellate dall'incessante operazione di selezione naturale, un processo che ottimizza la capacità degli organismi viventi di trasmettere i loro geni di generazione in generazione . Ogni colonia è geneticamente diversa dalle altre e quindi diversa da tutti i tratti con una base genetica, tra cui la difesa della colonia, il vigore del foraggiamento e la resistenza alle malattie. Le colonie con i migliori geni per la riproduzione e la sopravvivenza delle colonie in una data area avranno più successo nel trasferimento genico alle generazioni future. Così, nel tempo, gli insediamenti di ciascuna località si adattano finemente.
Il processo di adattamento per selezione naturale tra le operaie e ciò che ha prodotto tutte le differenze di colore, morfologia e comportamento che distinguono le 27 sottospecie di Apis mellifera (A.m. lingustica, e A.m. scutellata ecc.) che vivono nella loro area di origine tra Europa, Asia occidentale e Africa (Ruttner, 1988). Le colonie di ciascuna sottospecie e ciascuna nella sua regione sono perfettamente adattate al clima, alle stagioni, alla flora, ai predatori e alle malattie locali. Inoltre, all'interno dell'area geografica di ciascuna sottospecie, la selezione naturale avrà prodotto ecotipi, che saranno accuratamente sintonizzati su una particolare località. Ad esempio, un ecotipo della sottospecie Apis mellifera mellifera si è evoluta nel distretto di Landes, dove il suo ritmo biologico è stata regolata ad una fioritura massiva di erica (Calluna vulgaris L.) in agosto e settembre. Le colonie endemiche mostrano un secondo picco di crescita di covata in agosto e possono sfruttare questa fioritura. Gli esperimenti dimostrano che questo ciclo unico di cova annuale in questa regione è un adattamento geneticamente trasmesso (Louveaux 1973, Strange et al., 2007).
Rispetto alle api, gli esseri umani moderni (Homo sapiens) sono una recente innovazione in termini di evoluzione. Emersi circa 150 milioni di anni fa nella savana africana, dove le api vivevano a lungo, i primi esseri umani erano cacciatori-raccoglitori, che cercavano il miele, il più delizioso degli alimenti naturali. Possiamo ancora vedere questa mania per il miele in una tribù della Tanzania settentrionale, con un modo di vita simile, l'Hazda, i cui uomini trascorrono tra le 4 e le 5 ore al giorno per inseguire le api al fine di raccogliere il loro piatto preferito ( Marlowe et al., 2014).
La caccia alle api cominciò a lasciare il posto all'apicoltura 10.000 anni fa, mentre l'agricoltura stava apparendo nel cuore di molte culture, con l'addomesticamento degli animali e la coltivazione delle piante. Questa trasformazione della storia dell'umanità ebbe luogo in due regioni ben note, le pianure alluvionali della Mesopotamia e il delta del Nilo. In entrambi i luoghi, gli archeologi sono stati in grado di documentare l'apicoltura antica, con l'uso di alveari in queste aree in cui Apis mellifera ha iniziato la sua storia. Queste comunità offrivano paesaggi aperti, dove gli sciami alla ricerca di nuovi siti di nidificazione avrebbero avuto difficoltà a trovare cavità naturali e avrebbero più facilmente occupato i vasi di argilla e le campane di paglia proposte da questi primi agricoltori.
Al tempio del sole del re Ne-us-er-re ad Abu Ghorab, c'è un bassorilievo in pietra raffigurante un apicoltore inginocchiato accanto a una pila di nove alveari cilindrici . Questa illustrazione è la prima indicazione dell'apicoltura e segna l'inizio di una ricerca per trovare la migliore pratica apicola. Si inaugura l'inizio della gestione delle colonie di api in condizioni molto diverse da quelle dell'ambiente in cui si erano evolute e alle quali si erano adattate. Notiamo, ad esempio, come le colonie raffigurate vivono vicine tra loro, molto diverse dalla loro spaziatura su un territorio naturale.
Colonie selvagge contro colonie domestiche
Attualmente esistono notevoli differenze tra l'ambiente originario, quello che ha modellato la biologia dell'ape selvatica nel corso della sua evoluzione e le caratteristiche gestionali di una colonia oggi. Come tutti gli agricoltori, noi, gli apicoltori, abbiamo cambiato l'ambiente in cui vivono i nostri "animali", al fine di aumentare la loro produttività. Sfortunatamente, i cambiamenti nelle condizioni di vita degli animali da allevamento tendono a renderli meno resistenti agli agenti patogeni e ai parassiti. Nella Tabella 1, elaboro un elenco (non esaustivo) di 20 diversi fattori tra colonie selvatiche e colonie che sono stati sottoposti a una moderna gestione apistica.
Differenza 1 - località: le colonie domestiche non sono geneticamente adattate alla loro località. Ogni sottospecie di Apis mellifera era in grado di adattarsi al clima e alla flora della sua area geografica, e ogni ecotipo all'interno della sottospecie si è adattato a un particolare microambiente. L'inserimento delle regine fecondate e lo spostamento delle colonie su grandi distanze, in base alle migrazioni, sono due fattori che costringono le colonie a subire condizioni di vita a cui non sono ben adattate. Le recenti esperienze in Europa hanno dimostrato che le colonie con regine di origine locale vivevano più a lungo delle colonie con regine non locali (Büchler et al., 2014).
Differenza 2 - promiscuità: il raggruppamento di colonie facilita l'apicoltura, ma apporta un cambiamento fondamentale all'ecologia delle api. Le colonie sovraffollate sono più competitive per il foraggiamento, hanno maggiori probabilità di essere saccheggiate e hanno più problemi riproduttivi (ad esempio, l’unione di più sciami o la regina che "sbaglia la porticina" dopo il volo nuziale). Il più grande pericolo di sovraffollamento può essere la maggiore trasmissione di agenti patogeni e parassiti tra le colonie (Seeley & Smith, 2015). Facilitare la trasmissione di malattie aumenta la loro incidenza e mantiene vivi ceppi resistenti tra gli agenti patogeni.
Differenza 3 - la dimensione del nido: un alveare più grande di un sito naturale altererebbe l'ecologia dell'ape. Le colonie che vivono in un grande alveare avranno spazio per raccogliere enormi scorte di miele ma, senza la stessa limitazione di spazio, produrranno meno sciami. Frenando, quindi, la velocità di riproduzione si diminuisce tutta la selezione naturale al lavoro per produrre colonie più forti e più sane. Inoltre, le colonie ospitate in grandi alveari sono più colpite da parassiti della cova come Varroa (Loftus et al., 2015).
Differenza 4 - Protezione dalla propoli: vivere senza uno strato antimicrobico di propoli aumenta il costo della difesa contro gli agenti patogeni. Ad esempio, le operaie in colonie senza atmosfera protettiva di propoli pagano di più per il lavoro del loro sistema immunitario (ad esempio la sintesi di peptidi antimicrobici) rispetto a quelli con tale protezione.
Differenza 5: la natura delle pareti: il costo energetico della termoregolazione è influenzato dallo spessore delle pareti, specialmente in un clima freddo. La perdita di calore in una colonia selvatica, tipicamente ospitata in una cavità dell'albero, è da 4 a 7 volte inferiore rispetto a una colonia domestica ospitata in un alveare di legno standard, con pareti più sottili (Mitchell, 2016).
Differenza 6 - la configurazione dell'ingresso: un piccolo ingresso in altezza in un nido naturale protegge meglio la colonia dal saccheggio e dalla predazione. Il grande ingresso di un alveare standard è più difficile da controllare. Un buco troppo vicino al terreno non è solo più accessibile ad alcuni predatori, ma può diventare congestionato dalla neve, impedendo il volo di pulizia e riducendo la sopravvivenza durante l'inverno.
Differenza 7 - celle per l'allevamento maschile: l'inibizione della costruzione di queste cellule favorisce la produzione di miele (Seeley, 2002), e rallenta anche la diffusione di Varroa (Martin, 1998). Lo svantaggio è la riduzione del trasferimento genico (da parte dei maschi) delle colonie più sane, che è contrario alla selezione naturale.
Differenza 8 - l'organizzazione interna della colonia: alcune pratiche apicole perturbatrici di questa organizzazione impedirebbero il suo funzionamento ottimale. In natura, le colonie sistemano il loro nido con precisione, e in tre dimensioni, con la covata alloggiata in modo compatto, circondata da favi di polline e sormontata da favi di miele (Montraven et al., 2013). Le pratiche di apicoltura che modificano questa organizzazione, inserendo favi vuoti per decongestionare la covata, sono un approccio che potrebbe interrompere la termoregolazione e forse altri aspetti del suo funzionamento, persino la deposizione della regina e l’insilamento di polline delle bottinatrici.
Differenza 9: Movimenti da una località all'altra: una colonia trasferita (apicoltura transumante) costringe le sue bottinatrici a imparare nuovi punti di riferimento attorno all'alveare per mappare nuove fonti di nettare, polline e acqua. Uno studio su una colonia spostata ha rilevato un aumento di peso inferiore rispetto alle colonie utilizzate in questa stessa località (Moeller, 1975).
10 differenza - le ispezioni: senza sapere come le colonie selvatiche sono disturbate (da eventuali predatori), lo saranno certamente meno di quelle alloggiate in un’arnia, dove l'apertura, la fumigazione e la manipolazione fanno parte della normale pratica. In un esperimento durante il flusso di miele, Taber (1963) trovò fra il 20 e il 30% di minore aumento di peso (variabile a seconda del livello di disturbo) in colonie sottoposte a controllo rispetto alle colonie testimone il giorno dell’ispezione.
Differenza 11 - Nuove malattie: tradizionalmente, le api avevano a che fare solo con i patogeni e i parassiti con cui avevano "lottato" durante la loro storia comune. Si erano quindi evolute proteggendosi dagli agenti delle malattie. Noi, umani, abbiamo cambiato tutto innescando diverse invasioni: ectoparassita Varroa (dall'Asia orientale); piccolo coleottero Aethina tumida (dall'Africa sub-sahariana); Ascosphaera apis fungus e Acarapis woodii (dall'Europa). L'invasione della Varroa ha già causato la morte di milioni di colonie di api (Martin, 2012).
Differenza 12 - Diversità delle fonti di cibo: alcune colonie domestiche sono collocate in ecosistemi agricoli (frutteti di alberi da frutto, vaste aree di colza, ecc.) Dove hanno accesso a una ridotta diversità di pollini, con meno valore nutriente. Gli effetti della diversità dei pollini sono stati studiati confrontando delle nutrici con una dieta ricca o povera di polline. Quelle nutrite con polline multiflorale vivevano più a lungo di quelle alimentate con pollini monoflorali (Di Pasquale et al., 2013).
Differenza 13 - dieta, naturale o artificiale: alcuni apicoltori danno integratori di proteine (succedanei del polline) nelle loro colonie, per stimolare la crescita prima che i pollini naturali siano a disposizione per produrre più raccolto di miele. I migliori integratori / sostituti in realtà stimolano l'allevamento della covata, anche se in modo meno efficiente rispetto ai pollini naturali, ma con il rischio di produrre api di qualità inferiore (Scofield e Mattila, 2015).
Differenza 14 - esposizione a prodotti tossici: l'elenco dei più importanti nuovi prodotti tossici comprende insetticidi e fungicidi, sostanze contro le quali le api non hanno avuto il tempo di evolversi per produrre meccanismi detossificanti. Attualmente, le api sono sempre più esposte a questi prodotti, con il rischio aggiunto di creare sinergie particolarmente dannose (Mullin et al., 2010).
L’ape è un animale domestico?
Differenza 15 - Trattamento per la malattia: quando trattiamo le nostre colonie per malattie, interferiamo con la "corsa agli armamenti" tra l'ape e i suoi nemici. Più precisamente, indeboliamo la resistenza dovuta alla selezione naturale. Non sorprende che la maggior parte delle colonie domestiche negli Stati Uniti e in Europa offra poca resistenza alla Varroa, né che popolazioni selvatiche di entrambi i continenti abbiano sviluppato una forte resistenza a questi acari (Locke, et al 2016). Trattamenti con acaricidi e antibiotici possono interferire con il microbiota della colonia.
Differenza 16 - produzione di miele: le colonie gestite per la produzione di miele sono alloggiate in grandi alveari per essere più produttive. Tuttavia, sono meno propense a riprodursi (sciami), il che riduce la selezione naturale verso una colonia più sana. Inoltre, la grande quantità di covata in un grande alveare lo rende più vulnerabile alla crescita delle infestazioni di Varroa e di altri agenti patogeni che vi crescono (Loftus et al., 2015).
Differenza 17 - la rimozione dei favi: rimuovere la cera da una colonia comporta un costo elevato di energia. La trasformazione dello zucchero in cera è, al massimo, 10: 1 (dati di Weiss 1965 analizzati mediante Hepburn, 1986), che significa che un chilogrammo di cera dieci costa dieci chili di miele, che non è più disponibile per altre attività, come la sopravvivenza durante l'inverno. Il modo più costoso per raccogliere il miele è la rimozione di favi colmi di miele (favi tagliati, favi sminuzzati). L'estrazione del miele, rimuovendo solo la cera dell'opercolo, rappresenta un costo energetico inferiore.
Differenza 18- la scelta di larve: quando mettiamo delle larve di un giorno dentro un cupolino artificiale, vogliamo evitare che le api facciano la loro scelta di quelle destinate a diventare delle regine. Uno studio ha scoperto che durante un'emergenza, le api non selezionano casualmente le larve, ma mostrano alcune preferenze di linea paterna (Moritz et al., 2005). Differenza 19 - la competizione tra i maschi: in un programma di allevamento tramite inseminazione artificiale, i maschi che forniscono lo sperma non hanno dovuto dimostrare la loro forza misurandosi con gli altri durante il volo di accoppiamento. La selezione sessuale a favore dei soggetti più forti e più sani è diminuita.
Differenza 20 - la rimozione dei maschi come protezione contro gli acari: la pratica di rimuovere la covata maschile, al fine di controllare la infestazione da Varroa, opera un effetto castrante interrompendo la selezione naturale in colonie abbastanza forti da fare un grande investimento a livello di produzione maschile.
Alcuni suggerimenti per promuovere l'apicoltura darwiniana
L'apicoltura da una prospettiva darwiniana è molto diversa; scopriamo che le api hanno vissuto lontano dagli umani per milioni di anni e che, durante questo periodo, la selezione naturale le ha modellate per una riproduzione e una sopravvivenza ottimali, qualunque sia il loro ambiente in Europa, Africa o Asia. Poiché gli esseri umani hanno interferito, abbiamo interrotto la sottile interazione tra le colonie e il loro ambiente. L'abbiamo fatto in due modi. Da un lato, abbiamo spostato gli insediamenti in aree geografiche in cui non sono adattate. D'altra parte, abbiamo gestito le nostre colonie in modo da sconvolgere il loro modo di vivere, fornendoci beni preziosi: miele, cera, propoli, polline, pappa reale, per non parlare dei loro servizi di impollinazione.
Cosa possiamo fare noi, come apicoltori, per aiutare le colonie di api ad adattarsi meglio al loro ambiente e per vivere una vita più sana con disturbi meno stressanti? La risposta dipenderà da quante colonie hai e da cosa ti aspetti dalle tue api. Un apicoltore con poche colonie e poche esigenze di raccolta si trova in una situazione molto diversa dalla gestione di centinaia o migliaia di alveari e dal guadagnarsi da vivere con la sua produzione.
Per coloro che sono interessati, suggerisco dieci consigli per un'apicoltura amichevole. Alcuni sono di applicazione generale, alcuni sono utilizzabili solo da un apicoltore.
1. Lavora con le api adattate alla tua località. Ad esempio, se vivi nel New England, compri regine da nord piuttosto che da sud. Oppure, se vivi in zone dove ci sono pochi apicoltori, usa gli alveari trappola nella speranza di catturare uno sciame selvaggio locale. Queste colonie costruiranno una serie di nuovi favi, consentendo di sbarazzarsi dei vecchi che potrebbero essere contaminati da residui di pesticidi e spore / cellule patogene. La chiave è acquisire una colonia adattata al clima locale.
2. Spazia i tuoi alveari il più possibile. Dove vivo, nello stato di New York, ci sono vaste foreste piene di colonie selvagge, ad una distanza di circa un chilometro l'una dall'altra. Questo è ottimo per le api, ma più difficile per l'apicoltore. Tuttavia, una distanza tra i 30 ei 50 metri nel tuo allevamento contribuirebbe notevolmente a ridurre le contaminazioni e, di conseguenza, la diffusione della malattia.
3. Ospita le tue api in piccoli alveari. Prendi in considerazione l'utilizzo di un unico alveare a struttura profonda per la covata e una piccola area per il miele. Non raccoglierai tanto miele, ma avrai meno malattie e parassiti, specialmente la Varroa.
4. Raschiare l'interno delle pareti dell'alveare per renderle ruvide o costruirle in legno grezzo. Le tue colonie saranno incoraggiate a rivestire le superfici interne con propoli, creando un involucro antimicrobico attorno al nido.
5. Utilizzare alveari con pareti ben isolate. È possibile utilizzare tavole spesse di legno o schiuma di poliuretano. C'è urgente bisogno di studi per valutare e ottenere la migliore forma di isolamento in base al clima.
6. Posizionare gli alveari lontano da terra. Non è sempre facile, ma se hai una base, sarebbe fattibile. C'è anche bisogno di ricerche sulla migliore altezza dell'ingresso a seconda del clima.
7. Assicurarsi che tra il 10% e il 20% dei favi di covata siano destinati ai maschi riproduttori. Permettere alle tue colonie di crescere i maschi può migliorare la composizione genetica della tua zona. I maschi sono costosi per la colonia e ci sono solo colonie sane e forti che possono permettersi di produrre coorti di maschi. Sfortunatamente, questa covata è quella che promuove la rapida crescita delle popolazioni di Varroa; lasciare ampi favi di covata maschile richiede un controllo severo (vedi sotto).
8. Ridurre al minimo l'interruzione dell'organizzazione del nido. È importante sostituire ciascun telaio nella sua posizione e orientamento originale. Evitare di inserire cornici vuote nella covata allo scopo di inibire lo sciame.
9. Evita di spostare gli alveari. Le colonie dovrebbero essere spostate il meno possibile. Se necessario, sarebbe meglio farlo in un momento in cui ci sono pochi fiori da foraggio.
10. Evitare i trattamenti anti-varroa. ATTENZIONE. Questo suggerimento può essere fatto solo se lo fai secondo un programma di monitoraggio radicale. Se decidi di evitare questi trattamenti, senza questa vigilanza, creerai una situazione in cui la selezione naturale opererà a favore degli acari virulenti piuttosto che delle api resistenti.
Per aiutare la selezione naturale a favorire le api resistenti, è necessario controllare i livelli di acari nelle colonie e sopprimere le popolazioni che mostrano un boom del parassita prima che collassino. Eliminandoli preventivamente, farai due cose utili. 1) avrai eliminato colonie non resistenti al Varroa e 2) impedirai l'effetto dell'esplosione di contaminazione verso le tue altre colonie. Se non fai la rimozione di precauzione, potresti persino vedere le tue colonie più resistenti soccombere e morire, privando le tue colonie di qualsiasi ceppo resistente. Diffonderai anche gli acari ai tuoi vicini apicoltori e persino a possibili colonie selvagge. Se non desideri sopprimere le tue colonie indebolite, devi trattarle e sostituire la regina con una regina resistente.
Due speranze.
Spero tu abbia trovato utile pensare all'apicoltura dal punto di vista dell'evoluzione. Se si desidera adottare l'apicoltura che considera una colonia di api meno simile a una fabbrica di miele e un modo per guarire le api, vi incoraggio a guardare ciò che chiamo l'apicoltura di Darwin. Altri nomi sono: apicoltura naturale, apicoltura centrata sull'ape (Phipps, 2016). Qualunque sia il nome, coloro che lo praticano considerano una colonia di api un insieme complesso di adattamenti, modellati dalla selezione naturale per ottimizzarne la sopravvivenza e la riproduzione in base alla competizione con altre colonie e altri organismi (predatori, parassiti e agenti patogeni).
È un approccio per coltivare la salute della colonia nel modo più naturale possibile, al fine di beneficiare della loro "cassetta degli attrezzi" di sopravvivenza acquisita negli ultimi 30 milioni di anni. Resta ancora molto da imparare su questi strumenti: qual è il vantaggio di un migliore isolamento del nido? Isolare il loro nido con propoli in autunno per fornire una fonte interna di acqua (condensa) durante l'inverno? Qual è il vantaggio di un'entrata in altezza. I metodi di apicoltura sono ancora in evoluzione ma, fortunatamente, l'attuale ricerca sta iniziando a prendere in considerazione la prospettiva darwiniana (Neumann e Blacquière, 2016).
Spero che sarai tentato di adottare l'approccio darwiniano; potresti trovarlo più piacevole di una pratica convenzionale, specialmente se lavori su piccola scala. Tutto è fatto per promuovere la vita dell'ape, Apis mellifera, in armonia con la sua lunga storia naturale. Come qualcuno che ha dedicato la sua carriera scientifica all'indagine sulla meravigliosa organizzazione delle colonie di api, sono rattristato nel vedere quanto - e sempre di più - i metodi convenzionali stiano sconvolgendo e indebolendo la vita delle colonie. L'apicoltura darwiniana, le cui pratiche sono rispettose delle api, mi sembra un buon modo per salvare queste piccole creature, i nostri più grandi amici tra gli insetti.
Estratto da “Natural Bee Husbandry” un approccio darwiniano di Thomas Seeley, traduzione in francese di Jane Bulleyment.
Traduzione in italiano M.Mantovani
INTRODUZIONE ALL'APICOLTURA NATURALE
di Phil Chandler www.biobees.com
pubblicato da P.J.Chandler SmashWords
Copyright © P J Chandler 2010
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DESCRIZIONE
La mia intenzione è di descrivere le principali caratteristiche che distinguono cosa ha iniziato ad essere conosciuta come “apicoltura naturale” e suggerire i metodi con i quali possiamo creare una metodologia che sostenga, rinnovi e sviluppi la nostra relazione con le api da miele.
CHE COSA E' L'APICOLTURA NATURALE?
E' una definizione che é stata applicata ad uno stile di apicoltura che pone l'enfasi sulle api stesse piuttosto che sul loro prodotto. Questo può essere caratterizzato come “ l'apicoltura per il benessere delle api e non per il miele”.
Questo in contrasto con lo stile d'apicoltura che si è formato nella metà del diciannovesimo secolo, con l'invenzione del telaio a favi mobili, che è stato disegnato per un'apicoltura commerciale per la produzione del miele e le sue possibilità economiche.
Ampiamente dovuto alle vendite entusiastiche del suo inventore, l'arnia Langstroth e le sue variazioni si sono affermate come lo standard per entrambi gli utilizzi, hobbistici o professionali e pochi hanno contrastato il loro uso o almeno fatto considerare pubblicamente delle alternative, fino all'ultimo periodo del ventesimo secolo, dove divenne chiaro che le api stavano soffrendo di malattie e parassitosi in modo mai rilevato prima.
APICOLTURA SENZA CHIMICA
Durante l'uso delle arnie tipo Langstroth si è sviluppata la pratica di applicare trattamenti con prodotti chimici di sintesi, con lo scopo di sopprimere gli effetti delle malattie nelle api.
La maggior parte delle persone che consumano regolarmente il miele probabilmente non lo realizzano, lontano dall'essere puro, cibo salutare e naturale, il miele è prodotto commercialmente in alveari che ricevono in modo rutinario applicazioni di antibiotici e pesticidi, talvolta che includono organo-fosfati, solo per mantenere le api vive. In quest'ottica, l'apicoltura commerciale è simile ad altre forme di agricoltura industriale, nella quale le api sono allevate intensivamente e spinte per la massima produzione fino al limite estremo delle loro capacità. Il miele è sottoposto alla centrifugazione, riscaldamento e ultra filtrazione, metodiche queste che hanno evidenziato la considerevole riduzione del valore nutrizionale e delle naturali qualità salutari.
Per contro, gli apicoltori che tentano un approccio più naturale all’apicoltura stessa cercano di evitare l’uso della sintesi chimica e dei trattamenti, pongono la loro attenzione a fornire le migliori condizioni possibili nelle quali le api si possano sviluppare, prendendo solo il miele che le api si possono permettere di perdere. Gli apicoltori “naturali” tendono a operare su piccola scala non commerciale.
PARADOSSO SVELATO
Dobbiamo riconoscere la difficoltà connaturata nelle parole “apicoltura naturale”: nello stesso momento in cui consideriamo di “tenere” delle api iniziamo ad allontanarci da ciò che è veramente “naturale”. In natura soltanto le api allevano api.
Quindi che cosa intendiamo per “apicoltura naturale” e cosa è innaturale nell’apicoltura convenzionale?
Per essere considerata “naturale” la nostra apicoltura deve prendere in considerazione:
- Gli impulsi naturali e il comportamento delle api, incluso la raccolta, la sciamatura, l’immagazzinamento e conservazione del cibo e la difesa del nido.
- Come la progettazione dell'alveare influenza le api.
- L’idoneità dei materiali usati includendo le considerazioni sulla sostenibilità.
- Il tipo e la frequenza dei nostri interventi.
- L’impatto a livello locale di un grande incremento della popolazione di api da miele sulle altre specie di impollinatori.
- Il bilancio fra la raccolta del miele e i bisogni delle api stesse.
- La natura degli eventuali input aggiunti, trattamenti e nutrizione.
IMPULSI NATURALI
Molto è stato scritto sulla sciamatura, principalmente su come prevenirla. Gli apicoltori convenzionali spendono tempo e fatica facendo del loro meglio per intralciare l’istinto delle api a sciamare. Apicoltori d’esperienza vi diranno che la prevenzione alla sciamatura è molto difficile e dispendiosa in termini di tempo e, tanto spesso, fallimentare: gli apicoltori naturali tenderanno a focalizzare i metodi per lavorarci assieme piuttosto che contrastare il ciclo riproduttivo naturale delle api. Allo stesso modo dobbiamo ammettere il fatto che le api vogliono, in misura maggiore o minore, difendere collettivamente la loro casa, la loro regina e il cibo immagazzinato e aggiustare quindi il nostro comportamento causando loro il minimo stress.
PROGETTAZIONE DELL’ALVEARE
Esistono centinaia di progetti di alveari e molti se ne aggiungono ogni anno. Molti di questi usano telai (per la praticità dell’apicoltore) e fogli di cera ( presumibilmente per fornire alle api una “partenza anticipata”). A mio avviso questi due elementi intralciano le api e causano più problemi di quelli che riescono a risolvere: i telai riescono a creare dei nascondigli per i parassiti come la tarma della cera e l’Aethina Tumida mentre il foglio di cera è semplicemente della vecchia cera riciclata contenente tracce di prodotti di sintesi che altri apicoltori hanno aggiunto ai loro alveari, legalmente o no, e in gran parte sconosciuti.
Gli alveari “top bar” (orizzontali o verticali, “arnie africane o arnie Warrè ndt”) o a forma di tronco, a tubo o a paniere, sono preferiti dagli apicoltori naturali poiché sono progettati principalmente per assecondare i bisogni delle api piuttosto che quelli dell’apicoltore, mentre si fa ancora “apicoltura” in opposizione alla possibilità pratica di “avere” semplicemente delle api.
MATERIALI DELLE ARNIE
Chiaramente il legno non trattato è la prima ovvia scelta per le arnie, simile e più vicino al loro ambiente preferito cioè l’albero cavo.
Anche la paglia e il giunco sono materiali pratici dell'alveare, specialmente dove le piante erbacee sono più facilmente disponibili del legname, mentre le arnie di terracotta sono comuni e adatte ad alcune zone climatiche.
La sostenibilità deve essere sempre presa in considerazione, incluso il contenuto energetico di un’arnia: le arnie a telai, per esempio, devono essere costruite utilizzando attrezzature consumatrici di energia in ragione delle piccole tolleranze nella loro progettazione/realizzazione, mentre top bar e altre arnie semplici possono essere realizzate utilizzando attrezzi manuali.
VISITE
Gli apicoltori naturali aprono l’arnia quando esiste un buon motivo per farlo e tendono a non effettuare “ispezioni routinarie” solo perché sono trascorsi molti giorni, eccetto che sospettino un problema a seguito di una osservazione all’entrata. Usiamo tutti i nostri sensi, odorato incluso, gusto e udito per aiutare a diagnosticare la salute della colonia. Consideriamo che l’atmosfera dell’alveare sia importante sia per la ritenzione del calore che per il controllo peculiare dei problemi potenziali di malattie e parassiti. L’interferenza non necessaria nella vita altamente specializzata delle api causa loro stress e può farle divenire più suscettibili alle malattie.
L’IMPATTO A LIVELLO LOCALE
C’è stato per lungo tempo un atteggiamento degli apicoltori di presumere che le loro api possano soltanto aumentare la qualità dell’ecologia locale, dimenticando che riempiendo un’area con centinaia o migliaia o anche milioni di api mellifere possa essere deleterio per i bombi locali o per la popolazione di api muratrici, per esempio. L’apicoltore naturale considererà questo fattore ambientale quando progetterà dove piazzare gli alveari e in quale numero.
Allo stesso modo tutti gli apicoltori dovrebbero essere consapevoli dell’impatto potenziale della vicinanza degli alveari con altre persone e animali, come i cavalli che sono notoriamente sensibili alle punture d’ape.
RACCOLTA DEL MIELE
Naturalmente la maggior parte delle persone alleva le api per il loro miele, gli apicoltori commerciali gestiscono le loro api per massimizzare i raccolti. Gli apicoltori naturali possono preferire di allevare le api per il loro bene, o raccogliere soltanto il miele che essi giudicano possano condividere, accertandosi che le api stesse ne abbiano abbastanza per portarle attraverso l’inverno e nel periodo di scarsità.
TRATTAMENTI E NUTRIZIONE
L’abuso dei trattamenti è certamente il fattore causale nella crisi recente della salute dell’ape, particolarmente negli Stati Uniti d’America. Sia gli hobbisti che gli apicoltori commerciali sono stati consigliati per anni dai loro “organismi professionali” che è fondamentale applicare una profilassi antibiotica, anti acaro della trachea e la più famosa anti Varroa con una cadenza regolare, nonostante l’evidente crescita dell’ accelerazione e evoluzione dei batteri e parassiti resistenti ai trattamenti.
Aggiungere qualsiasi sostanza estranea in un alveare causa alle api un extra lavoro per distrazione di parte delle loro energie verso la metabolizzazione dell’intrusione. L’apicoltore naturale preferisce non usare alcuna medicazione, se qualche trattamento si dimostra necessario, opterà per un rimedio erboristico, omeopatico o biomeccanico con il minimo effetto destabilizzante.
Similmente, l’apicoltore naturale considera la nutrizione con lo zucchero come l’ultima risorsa piuttosto che una procedura di routine, preferendo lasciare svernare le api con il loro miele e estrarre l’eccedenza in primavera, quando non è più necessario.
Così siamo coinvolti in un processo costante e ci adoperiamo per un'apicoltura completamente naturale, che in ultima analisi non è realizzabile, pur riconoscendo che le api seguiranno il loro cammino indipendentemente dai nostri desideri. Il nostro rapporto con loro è quello di un mediatore o tutore piuttosto che un custode. Possiamo dire che il ruolo dell’apicoltore naturale é di consentire alle nostre api di raggiungere l'espressione più completa possibile mentre sono sotto la nostra cura.
L’APICOLTURA NATURALE E LA SOSTENIBILITA’
Il nostro obbiettivo generale nell’apicoltura naturale è quello di raggiungere uno stato di sostenibilità/riequilibrio tra input e output in modo tale che le nostre attività migliorino piuttosto che danneggiare la salute delle nostre api, altre specie e il pianeta.
Per essere veramente sostenibile un sistema deve essere il più possibile vicino alla neutralità delle emissioni di carbonio, non richiedere alcun input di sintesi e non deve avere un impatto negativo sull'ambiente naturale. Così se vogliamo continuare ad avere un rapporto con le api dobbiamo considerare quale impatto hanno le attuali pratiche apistiche, e quanto il nostro approccio “naturale” può cercare di migliorare questo stato di cose. Le operazioni caratteristiche dell’apicoltura commerciale fanno un uso eccessivo di energia elettrica. Il legname, che può derivare o no da forniture sostenibili, è tagliato , fresato e sminuzzato da macchinari a motore prima di essere assemblato nelle arnie, per essere poi trasportate per strada, per mare o per treno e successivamente ancora per strada nelle postazioni apistiche. Le visite regolari degli apicoltori richiedono carburante derivato dal petrolio e altro ne è richiesto per riscaldare la considerevole quantità di acqua che occorre per sterilizzare, lavare le macchine disopercolatrici, le centrifughe, maturatori e pavimenti. Altra energia è richiesta per recuperare il raccolto, estrarlo e mescolarlo, nella distribuzione dello sciroppo di zucchero , che occorre alla sopravvivenza delle api in conseguenza alla rimozione delle loro scorte. Il miele deve essere filtrato, invasettato e distribuito ai grossisti e da lì al punto vendita al dettaglio. Nel frattempo la cera d’api è recuperata attraverso il vapore d’acqua, pulita e filtrata e spedita per essere nuovamente sciolta e trasformata in lamine per i fogli di cera, quest’ultimi vengono riacquistati dagli apicoltori per essere inseriti nei telai per la stagione successiva. Gli apicoltori nomadi negli States caricano gli alveari sui TIR a migliaia e attraversano il paese per l’impollinazione dei mandorli, al nord per le colture di mirtilli. Nel Regno Unito questo genere di attività è attualmente limitata allo spostamento degli alveari alla brughiera in agosto per il raccolto d’erica, anche se una certa quantità e in scala più piccola, il nomadismo sull’impollinazione delle piante da frutto è ancora svolto.
In ragione dell’egemonia della Langstroth (e delle arnie derivate, ndt), l’intero scenario è effettuato in miniatura dagli apicoltori amatoriali, che imitano numerosi le attività dei loro colleghi professionisti. Possono avere anche solo pochi alveari al limite dei loro giardini, ma nella maggioranza dei casi non hanno considerato alcuna alternativa alla costosa, energivora attrezzatura ottenibile dai luccicanti cataloghi delle aziende fornitrici , così molti di loro finiscono con un garage pieno di carpenteria in legno e acciaio inossidabile.
Sappiamo che le api non desiderano nient’altro che una asciutta, ventilata cavità nella quale costruire il proprio nido. Invece, gli apicoltori “moderni” le forniscono di una scatola piena di telai di legno, dove sono montati fogli di cera, utilmente impressi con una base esagonale sovradimensionata di una cella da “ape operaia”.
Uno sciame d’api inarniato da poco deve restare sorpreso trovando quanto è stato fatto per lui:
favo già costruito appeso in file ordinate, con spazi tutto intorno per l’accesso, che vantaggio per una colonia di api indaffarata.
Ma quello che può sembrare ad un primo sguardo una grande convenienza contiene qualche controindicazione significativa. Tutte le celle impresse sono della medesima taglia, eppure chiunque abbia osservato un favo naturale sa che le misure delle celle variano considerevolmente, non soltanto tra operaie e fuchi: le celle da operaia stesse variano nel diametro in accordo a regole che solo le api conoscono. Tutti questi telai dritti come fusi possono sembrare accurati, ma le api non costruiscono favi così, preferiscono qua e là delle curve morbide. Se guardate le api mentre costruiscono un favo naturale in uno spazio ampio, si tengono in forma di catene, con le zampette collegate, come se stendessero le dimensioni del favo nello spazio e lavorassero sopra la propria testa, cosa che non possono fare sui fogli di cera. Quindi un buon accordo nella cosiddetta “moderna” apicoltura è insostenibile secondo il nostro punto di vista. In termini di resa in miele è chiaramente un miglioramento rispetto ai tronchi e ai canestri , ma in relazione alla salute delle api e della efficienza energetica ha dimostrato di essere un disastro.
Il lavoro progressivo dell’apicoltore naturale è trovare il modo di interagire con le api che sia veramente sostenibile e di supporto, per le api , per noi stessi e per il pianeta.
CRITERI DELL’APICOLTURA NATURALE
Nel libro “The Barefoot Beekeeper” ho proposto i seguenti tre semplici principi che devono essere considerati nell’ apicoltura “naturale”:
1- L’ingerenza nella vita delle api è mantenuta al minimo.
2- Niente è inserito nell’alveare che sia conosciuto essere certamente o probabilmente dannoso sia per le api, per noi o l’ambiente nel suo complesso e niente è prelevato che le api non possano permettersi di perdere.
3- Le api sanno quello che stanno facendo, il nostro lavoro è di ascoltarle e provvedere alle condizioni migliori per il loro benessere, sia all’interno che all’esterno dell’alveare.
Questi concetti mi sembrano formare una base solida per il nostro pensiero riguardo all’approccio alle api e all’apicoltura. Non appena tentiamo di definire ulteriormente i parametri ci troviamo nel pericolo di iniziare a creare un “libro di regole”. Non occorre guardarsi molto attorno nel mondo d’oggi per vedere quanto divisivi e distruttivi siano stati altri “libri di regole”.
“Naturale”, “equilibrata” o “sostenibile” qualunque nome vogliamo dare all’apicoltura questa è una procedura, non c’è una unica lettura. Dobbiamo restare flessibili e sempre attenti per i metodi che migliorino le nostre tecniche. Dobbiamo essere attenti alle indicazioni su ciò che sembra funzionare, sempre con la possibilità che esistano modi migliori ancora da scoprire o da riscoprire, poiché non c’è veramente niente di nuovo in apicoltura.
AGRICOLTURA TOSSICA
Naturalmente non tutti i problemi delle api possono essere attribuiti alla progettazione delle arnie o ai metodi dell’apicoltura. I nostri “moderni” sistemi d’agricoltura devono sopportare gran parte della colpa: per molti anni pesticidi, fungicidi e erbicidi sono stati riversati, spolverati e spruzzati sul nostro raccolto alimentare, senza pensare alle conseguenze sulla flora e fauna selvatiche e alla salute del terreno. Coltivazioni mutate geneticamente sono state frettolosamente immesse sul mercato in nome del profitto, con praticamente nessun test per la sicurezza a lungo termine.
In ampie distese di terra sono state messe a dimora monocolture dipendenti dalle sostanze chimiche, con un impatto inevitabile sulla biodiversità. Durante la mia vita un grande impegno è stato messo nel ripulire le nostre città dall’inquinamento atmosferico, fino al punto che apicoltori in Londra riescono sistematicamente a ottenere un raccolto in eccesso rispetto ai loro cugini in campagna.
Se vogliamo salvare le api e, presumibilmente, noi stessi da problemi di salute cumulativi , dobbiamo iniziare adesso una pulizia simile nelle nostre campagne e liberarla dai veleni che stanno minando la base stessa della vita sulla terra: la struttura vivente del suolo.
IL FUTURO DELL’APICOLTURA NATURALE
Storicamente abbiamo iniziato la nostra relazione con le api quando qualcuno scoprì che il sapore del miele valeva di più del dolore che costava raccoglierlo. Diventammo cacciatori di miele e fino a quando ci furono pochi di noi e moltissime di loro questo era sostenibile. Quando qualcuno scoprì che era possibile offrire un riparo alle api mentre facevano il miele, e successivamente ucciderle per razziare le loro scorte, divenimmo custodi d’api e fino a quando ci furono pochi custodi e molte api.. anche questo era sostenibile.
Poi qualcuno inventò un modo per ospitare le api che non richiedeva la loro uccisione, ma che invece permetteva alle persone di gestirle e controllarle in una certa misura, organizzare le cose in modo da indurle a produrre più miele per i loro padroni che per se stesse, e siamo diventati apicoltori. E ciò fu sostenibile per un periodo perché c’erano ancora molte di loro nonostante fossimo molti anche noi, ora possiamo manipolare la loro riproduzione, così è possibile farne di più a nostro piacimento. Adesso è divenuto chiaro che ci siamo spinti troppo oltre, poiché le api iniziano a soffrire di malattie che erano praticamente sconosciute tempi addietro, e hanno dovuto ricevere medicine per essere mantenute in vita. E perché un'intera industria era cresciuta intorno all'allevamento di queste api, e c'era in gioco un sacco di soldi, gli apicoltori sono stati lenti a cambiare i loro metodi e molti non hanno potuto farlo per paura del fallimento economico, e così la salute delle api è peggiorata e sono state soggette a parassiti e virus che non le avevano mai disturbate in passato.
Nel frattempo, abbiamo dimenticato come coltivare il cibo come facevamo, perché non siamo dei veri coltivatori inclini al lavoro nei campi, e abbiamo invece escogitato modi ingegnosi per rendere il suolo capace di ospitare molte altre colture. Abbiamo sversato fertilizzanti su i nostri campi e ucciso ogni creatura che fosse di disturbo con i “ pesticidi”, definendo un’intera classe di organismi viventi come nostri nemici e pertanto superflui, questo non è mai stato sostenibile e non potrà mai esserlo: preleviamo costantemente più di quanto depositiamo.
Ed è qui che ci troviamo oggi, ed è questo il problema che abbiamo di fronte: le api che sono diventate deboli attraverso lo sfruttamento e un sistema agricolo tossico, alleato dell'impossibile
aspettativa di continua crescita economica.
In quanto "apicoltori naturali", il nostro lavoro più urgente è quello di riportare le api al loro stato originale e sano. Dobbiamo pensare a noi stessi come "custodi" nel senso di "nutrire e sostenere", piuttosto che "schiavizzare", che è il vecchio metodo. Dobbiamo cercare di proteggere e conservare l'ape lavorando nell'ambito delle loro capacità naturali, e non spingerle costantemente verso una produzione sempre maggiore. Dobbiamo sfidare l'intero sistema agricolo ed economico che ci ha portato a questo risultato perché, senza cambiamenti a quel livello, il futuro sia per noi che per le api è tetro. Possiamo iniziare stabilendo nuovi e più naturali modi di lavorare con le api: né noi né loro abbiamo bisogno di "trattamenti" innaturali con antibiotici sintetici, fungicidi o miticidi.
Non abbiamo bisogno di gestire "fabbriche di miele" possiamo accontentarci di fornire
sistemazione per le api in cambio di tutto quello che possono permettersi di darci (specialmente a livello amatoriale ndt), alcuni anni può essere niente, in altri può essere un abbondante raccolto.
Tale è la natura: le api dipendono dal miele per la loro sopravvivenza; noi no.
Se il prezzo del ritorno delle api ad uno stato naturale e salute robusta è un po' meno miele sul nostro pane tostato, non é un sacrificio che vale la pena di fare?
Phil Chandler
Febbraio 2010
Traduzione in italiano a cura di Marco Mantovani svapiman@virgilio.it
The Barefoot Beekeeperis available from booksellers using ISBN 978-1-4092-7114-7 and from
the author's web site – www.biobees.com
The author's podcast can be found on iTunes and at http://biobees.libsyn.com
The Natural Beekeeping Network is an informal, worldwide network of beekeepers who are
developing more natural beekeeping methods. Their web site is – www.naturalbeekeeping.org
Friends of the Bees is a UK-based charity that aims to promote natural beekeeping alongside
conservation of all bee species. Their web site is – www.friendsofthebees.org
La Beekeeping (R)evolution. Di Torben Schiffer.
Ho appreso l’apicoltura convenzionale da mio nonno, nel 2006, nel frattempo studiavo Biologia all’università di Amburgo. Il mio primo risveglio avvenne quando trattai i miei alveari contro la varroa e successivamente trovai centinaia di antenne sulla rete inferiore. Questo era una risposta delle api ai trattamenti raccomandati, una auto mutilazione. Questa esperienza mi spronò alla ricerca di un migliore metodo per allevarle. Fui fortunatamente richiesto dal prof. J. Tautz per ricercare le differenze climatiche fra cavità negli alberi e arnie moderne e i loro effetti sulla salute dell’ape. Così fummo capaci di stabilire una quantità impressionante di dati che ci portano a concludere che la maggioranza di arnie, comunemente in uso, non offrono un’ambiente appropriato ai bisogni della specie e hanno effetti concomitanti sulla loro salute. Sono stato molto incoraggiato dalla mia ricerca su molte colonie selvatiche in Germania e, queste ultime, sono divenute la mia passione. Credo che abbiano molto da insegnarci. Tutto quello che dobbiamo fare è sviluppare una attitudine aperta e onesta per imparare da loro e applicare questi insegnamenti in tutti i modi possibili. Possiamo già concludere che la maggior parte dei problemi delle api al giorno d’oggi sono prodotti dall’uomo. Negli ultimi anni mi sono trovato spesso al centro delle rigide critiche in virtù delle mie ricerche su come i metodi moderni in apicoltura influenzano la biologia dell’ape.
Comunque non sto effettuando queste ricerche per fare del piacere a qualcuno!
Faccio questo perché voglio aiutare a preservare l’ecosistema del quale facciamo parte, per le future generazioni e, naturalmente, specialmente per la mia bambina di quattro anni, che già identifica se stessa agli altri come ricercatrice sulle api, probabilmente la più giovane di sempre. Mi sembra che la moderna apicoltura stia spingendo le api come specie verso la loro decadenza , se non compare un movimento contrario. Questo non perché gli apicoltori siano malvagi o disturbati, ma perché la maggioranza non comprende interamente gli effetti delle loro stesse manipolazioni. Complessivamente, mi ci è voluto più di un decennio di ricerche per vedere finalmente un quadro chiaro della miseria che le api sono comunemente costrette a subire nei nostri allevamenti. Anche se la maggior parte degli apicoltori hanno le migliori intenzioni o ragioni idealistiche per tenere le api, sono principalmente ciechi a qualsiasi cosa che non è stato loro insegnato, il che porta facilmente a interpretazioni errate e ad azioni discutibili.
L’APICOLTURA MODERNA E’ BASATA SULLA MANIPOLAZIONE
Nell'apicoltura moderna tutto è orientato verso interventi facili e la prevenzione o la soppressione del comportamento "indesiderato" delle api. Si inizia con le arnie, normalmente non isolate, scatole a pareti fini con telai. I telai da soli bloccano il comportamento naturale delle api in modo significativo in molteplici modi : interrompono la loro comunicazione, che si basa sulla vibrazione; impediscono alle api di costruire liberamente i loro favi , che permetterebbe loro di migliorare il clima impedendo la perdita di calore all'interno di un alloggio inadatto; I telai causano una grande perdita di calore a causa dello spazio/ape. L'aria calda riscaldata dalle api scorre via e si diffonde in tutta la struttura, normalmente voluminosa, e si perde attraverso le pareti relativamente sottili. In confronto, nelle cavità degli alberi, ogni spazio tra i favi forma uno spazio chiuso dove l'aria preriscaldata viene intrappolata ed è ben isolata da pareti piuttosto spesse. Sui telai nelle arnie le api sono costrette ad aumentare il loro metabolismo in modo incisivo. Nonostante il loro sforzo extra, non sono in grado di stabilire un clima stabile in tali alloggi, come non sono in grado di fare geometrie (strutture) adeguate alle specie. Questo sta causando molti effetti collaterali negativi, compresa la perdita dell'atmosfera sterile che si trova nelle cavità degli alberi. C'è un'enorme quantità di letteratura storica che descrive in modo molto convincente il fatto che le malattie e le epidemie si sono diffuse ampiamente quando l'apicoltura ha incorporato i telai e le arnie che sono diventate lo status quo nel nostro tempo. Tuttavia, gli ovvi effetti negativi sono stati ignorati per i vantaggi di una manipolazione più facile. Oggi i telai sono estremamente comuni e per lo più indiscussi, la letteratura storica riferita a quest’argomento sembra essere stata dimenticata. Un testo che vorrei segnalare è "Nestduftwarmebindung" scritto da Johann Thur nel 1946. Consiglio vivamente questa lettura a tutti. Ha descritto l'atmosfera antibiotica in condizioni naturali, che si può trovare anche nelle arnie in vimini. Una traduzione in inglese può essere trovata qui: www.naturalbeekeepingtrust.org/nest-scent-warmth. Mi sono imbattuto in queste sorprendenti coincidenze quando stavo usando un endoscopio ad alta definizione per fare ricerche sulle api nella cavità di una quercia, situata in un tronco massiccio, durante l'inverno. Ora, sapevo già dalle misurazioni che le cavità degli alberi di quercia diventano straordinariamente umide, il che è causato dalla morfologia del legno delle querce. Tuttavia, non potevo credere quanto fosse realmente umido. Il filmato mostra grandi quantità di acqua, non solo sulle pareti interne della cavità ma anche sui favi di stoccaggio e, sorprendentemente, sulle api stesse, non c'era assolutamente nessuna indicazione di agenti patogeni come la muffa che si diffonde ampiamente nelle nostre arnie quando c'è la condensa, anche se avevamo le migliori condizioni che si possano immaginare per la diffusione della muffa stessa. Ulteriori ricerche in materia hanno confermato le osservazioni di Thur e hanno rivelato alcune caratteristiche che nessuno aveva mai osservato prima, come il ciclo dell'acqua nelle cavità degli alberi. Digerendo il miele, le api producono molta acqua. Quest'acqua si condensa sullo strato di propoli della cavità e ne scioglie alcuni ingredienti antibiotici. Le api alla fine raccolgono quest'acqua e letteralmente bevono la propria medicina. Inoltre, anche l'atmosfera stessa mostrava caratteristiche sterilizzanti che potevano essere provate mettendo i terreni di coltura infetti da muffa direttamente nella cavità con il risultato che nessun agente patogeno si diffondeva su di essi. Le pareti della cavità, rivestite di propoli, stanno apparentemente dissolvendo le sostanze antibiotiche nell'aria. Questo effetto sembra funzionare efficacemente a una temperatura superiore ai 10 gradi. Sotto questa temperatura la muffa inizia a diffondersi lentamente, e questo è uno dei motivi per cui non possiamo trovare questo sistema antibiotico nelle nostre arnie. Quelle costruzioni hanno sempre zone fredde, come gli angoli. Un'altra ragione è che le nostre arnie sono troppo lisce e quindi non vengono propolizzate dalle api. In conclusione, il sistema antibiotico che ha mantenuto le api sane per milioni di anni non si ritrova negli alveari moderni. Johann Thur ha anche commentato che malattie come il Nosema e l'AFB sono state diffuse significativamente con l'introduzione delle arnie a telaio. Tenendo conto di tutte le informazioni acquisite, sembra molto plausibile che le malattie comuni dell'apicoltura moderna non siano altro che un effetto collaterale dell'allevamento stabilito, forse più appropriatamente chiamato sistema di "gestione". Inoltre, non si conosce un solo caso di epidemie di questo tipo che abbiano avuto origine in api che vivevano su alberi o in condizioni naturali comparabili come le arnie in vimini (skep hive).
Ironicamente, ci sono allevatori oggi che cercano di allevare api che propolizzano meno, perché è così appiccicoso sulle loro dita, ciò è paragonabile a una totale de-immunizzazione e un ottimo esempio di miopia umana. Gli apicoltori sono infine molto felici quando si trovano davanti ai loro alveari e le api volano in gran numero, perché ciò indica apparentemente che sono forti e diligenti. Tuttavia, quando queste arnie si trovano accanto a cavità di alberi o altri alveari più strettamente orientati dallo stile di vita naturale delle api, è ovvio che solo la colonia all'interno dell’arnia vola anche quando fuori fa freddo e/o piove, mentre le altre restano dentro. Uno sguardo più attento con la telecamera termica risolve l'enigma. La perdita di energia dell'arnia sotto forma di calore è immensa, il che costringe le api a volare fuori letteralmente in qualsiasi circostanza per raccogliere il combustibile per il loro ripristino termico: il nettare! In conclusione, queste api non mostrano altro che un comportamento compensatorio, basato su una situazione di emergenza imposta. È plausibile che l'aumento del metabolismo risultante dalla perdita di calore e dai volumi eccessivi delle moderne arnie a telaio diminuisca la durata della vita degli occupanti di tali alveari, soprattutto per quanto riguarda la più alta attività del nettare sulle api anziane, che deve essere controbilanciata da un'attività riproduttiva ampliata. Di conseguenza, anche la regina invecchia più velocemente, mentre la popolazione di acari varroa aumenta notevolmente. Questo problema è ulteriormente aggravato dall'aggiunta di volume (di solito sotto forma di melari posti sopra) e dall'ostacolare la sciamatura che è - a scapito delle api - molto comune nell'apicoltura moderna. Entrambe le caratteristiche mostrano un impatto significativo sul comportamento delle api e sul tasso di infestazione da acari varroa. La quantità di covata in un arnia standard da sola potrebbe facilmente riempire il tipo di cavità dell'albero che le api preferirebbero, senza lasciare spazio per la conservazione del cibo! I nidi di covata massicci desiderati dagli apicoltori favoriscono quantità altrettanto massicce di acari della varroa. Aggiungendo volume, schiavizziamo letteralmente le nostre api nel loro istinto più forte l'istinto più forte delle api è quello di avere una scorta che viene realizzata nella parte superiore e completamente riempita. Finché la soffitta non viene riempita, la colonia volerà avidamente per l'obbiettivo desiderato - proprio come una rondine. Nel frattempo altri importanti comportamenti naturali come il grooming e il washboarding, verranno rimandati. Il numero di acari varroa che stiamo allevando in questi modi di gestione che non meritano il nome di “ allevamento” non potrebbe mai essere eguagliato in condizioni naturali, la parte principale della covata sta solo bilanciando la perdita di calore dall’arnia stessa. Una cavità dell'albero che le api preferiscono ha un volume da 20 a 40 litri, che è il volume di una singola parte di un'arnia ordinaria. Se finiamo con una colonia di api, nido e quattro melari, abbiamo a che fare con un volume di 160 litri, a volte di più. Tutto quello spazio deve essere riempito con favi, covata e scorte, mentre la struttura stessa perde allo stesso tempo grandi quantità di energia. Questo può essere ottenuto solo da una colonia di api che viene manipolata per la riproduzione e la raccolta, ma che trascura altri comportamenti vitali che possono essere facilmente osservati in alloggiamenti adatti alla specie.
Questo diventa ancora più chiaro quando si calcola ad esempio il tempo di lavoro con i parametri impostati al confronto. Questo calcolo è solo un esempio e altamente variabile in base a molteplici fattori. Serve a chiarire che le arnie standard stanno sprecando milioni di ore di capacità di lavoro a causa della perdita di energia, mentre le api in condizioni naturali stanno usando questo tempo per il comportamento naturale - un fattore chiave per la loro capacità di sopravvivenza indipendente. In media, una colonia di api gestite in un alveare Zander ha bisogno di circa 300 kg di miele (circa 600 kg di nettare) per sé ogni anno. Questa quantità impressionante di miele è necessario per mantenere la temperatura della covata, costruire i favi, disidratare il nettare con il calore e la ventilazione, e così via. Circa 20 kg sono necessari per sopravvivere all'inverno. Perciò l'assunzione e la produzione di nettare occupano permanentemente la maggior parte della capacità lavorativa complessiva delle colonie di api. Sono necessarie 100.000-200.000 bottinatrici di nettare a vita breve (in totale) per fare questo lavoro. Si producono enormi quantità di covata e come effetto collaterale si generano grandi quantità di acari Varroa.
Se si calcolano solo le ore di volo delle bottinatrici di nettare, si arriva facilmente a 20 milioni di ore all'anno, solo per l'assunzione (a seconda dei parametri, esclusi il trattamento di immagazzinamento del nettare e il raccolto degli apicoltori). Al contrario, una cavità di un albero richiede normalmente solo una frazione di questa energia. Una colonia di api in una forma di alloggiamento orientata alla natura o alla specie ha un'assunzione che è circa dieci volte inferiore. Questo significa che una tale colonia di api avrebbe bisogno solo di circa 30-50 kg di miele all'anno, compresi solo circa 2 kg di stoccaggio per sei mesi di inverno. In conclusione, le bottinatrici di nettare di una colonia di api in una forma naturale di alloggio volano circa 18,3- 19 milioni di ore in meno in un anno rispetto ad una colonia di api in un'arnia (sulla base degli stessi parametri in questo calcolo). Tenendo conto che una colonia nell'albero è normalmente circa quattro volte più piccola a causa del volume dato, significa ancora che volerebbero circa 4,5 milioni di ore in meno rispetto alle api in un'arnia con lo stesso volume. Questo è il prezzo che le api pagano per l'alloggiamento e i telai inadeguati alla specie che imponiamo loro. La perdita di energia degli alveari moderni sta causando molteplici effetti collaterali, come il collasso delle colonie nella prima fase della covata dopo l'inverno perché non sono in grado di affrontare un altro periodo di freddo. Covata raffreddata, fame delle colonie nella siccità in piena estate, saccheggio di quelle più deboli, infestazioni massicce di varroa - specialmente quando le api sono ostacolate a gironzolare, private dei loro comportamenti naturali come la toelettatura, diffusione della muffa sui favi di stoccaggio, infezione con spore di muffa e tassi di mortalità più alti durante l'inverno: questi sono alcuni dei risultati disastrosi del moderno management delle api, per non parlare degli effetti dell'apicoltura di massa sulle api selvatiche solitarie. Ogni colonia di api allevate in un alveare ordinario usa circa mezza tonnellata di nettare in più rispetto alle loro parenti che vivono in condizioni naturali - in un'estate! È interessante notare che molte api solitarie sono già in pericolo di estinzione e stanno diminuendo significativamente di numero ovunque mettiamo in gran numero i nostri alveari inadatti, e questo è dovuto all'enorme aumento della competizione per le fonti di nettare. Possiamo vedere che il metabolismo notevolmente aumentato delle api, causato dalle significative perdite di energia delle arnie a telaio ordinario, sta prendendo il suo pedaggio. Questo si riflette anche nel tasso di mortalità durante l'inverno. Abbiamo letteralmente sbattuto le loro vite nella perdita di calore dell'alloggio inadeguato "in una scatola". Inoltre, ogni chilo di zucchero che viene digerito dalle api produce circa 0,7 kg di acqua che poi si condensa negli angoli e alimenta la muffa che si diffonde favi che poi infettano le api, causando il collasso di molte colonie durante l'inverno.
Un'altra questione è che le manipolazioni genetiche sono oggi molto comuni. Sembra che ignoriamo completamente il fatto che ogni caratteristica che desideriamo e alleviamo nelle api costa qualcosa in cambio. Sorprendentemente, tutti i criteri che definiscono una "buona ape" nell'apicoltura moderna diminuiscono la capacità di sopravvivenza indipendente della specie stessa. Inoltre, l'apicoltura moderna ha eliminato la selezione naturale, l'unica forza in grado di generare api vitali basate sul processo di sopravvivenza del più adatto.
IMPARARE DALLE API
Dato quello che sappiamo, ritengo che sia assolutamente necessario prestare attenzione ai principi che permettono alle api di sopravvivere senza alcuna interferenza umana. Possono, questo è ovvio, nonostante questo fatto cruciale sia persistentemente negato dalle principali organizzazioni che definiscono l'apicoltura moderna oggi. La migliore prova è nelle arnie, in condizioni totalmente innaturali. Questo è assolutamente paragonabile alla ricerca scientifica sul comportamento "naturale" degli animali che vivono in uno zoo, o negli allevamenti di massa; Io la chiamo "ricerca negli zoo". Non c'è assolutamente alcuna possibilità di imparare qualcosa sul comportamento "naturale" di una colonia di api che è tagliata in telai, che vive in una scatola ed è gestita da un apicoltore. Se vogliamo davvero imparare qualcosa dalle api, dobbiamo monitorarle in condizioni naturali, indisturbate e nel loro habitat perfetto: la cavità degli alberi. Oggi, una cosa è assolutamente certa: solo le condizioni naturali e adatte alla specie permetteranno alle api di dispiegare il loro comportamento naturale e le loro capacità che sono geneticamente predisposte!
COMPORTAMENTO EFFICACE NEL GROOMING (SPIDOCCHIAMENTO)
È comunemente noto che le api mostrano un comportamento dinamico in base alle condizioni che devono affrontare. Per esempio, la ricerca scientifica ha confermato che togliere la covata opercolata per il trattamento della varroa in luglio non porta a colonie più piccole alla fine dell'estate. Le colonie sostituiscono la covata mancante con un aumento della fase riproduttiva. L'ape nera è nota per controllare la sua efficienza energetica regolando la quantità di covata ai cambiamenti di raccolta di nettare in natura. Inoltre, è noto che le api degli sciami artificiali, formati da un apicoltore, riattivano le loro ghiandole della cera o anche le ghiandole della testa per creare gelatina per la covata, anche se le loro ghiandole avevano precedentemente essiccato. Il comportamento generale delle api è altamente adattivo, perciò non c'è da meravigliarsi se siamo stati in grado di imbatterci in un altro comportamento estremamente interessante che si è rivelato essere dinamico: l'attività di grooming. Durante l'estate del 2018 ho raccolto circa 2000 campioni di lettiera di api da 100 colonie in diversi alveari. Abbiamo potuto trovare un efficace comportamento di grooming, dove fino al 70% degli acari sono stati uccisi dalle api. Tuttavia, solo tre alveari su 100 hanno mostrato questo comportamento inizialmente. È interessante notare che il comportamento di grooming efficace potrebbe essere determinato solo in colonie che non erano gestite. Inoltre erano tenute in arnie relativamente piccole, nuclei per la sciamatura. La maggior parte delle altre colonie gestite aveva un tasso di grooming solo tra il 5-10%. In conclusione, non tutte le colonie che vivevano in queste più orientate alla natura ha mostrato un efficace comportamento di grooming ma tutte le colonie che lo mostravano vivevano in condizioni più naturali, il che significa che non sono state disturbate o manipolate raccogliendo miele o aggiungendo spazio. Inoltre, questo comportamento ha dimostrato di essere dinamico. Quando a una delle colonie efficaci è stato dato spazio aggiuntivo, il tasso di grooming è sceso drasticamente da circa il 70% a meno del 15% entro una settimana. Tipicamente, l'attività di grooming può essere osservata facilmente nelle arnie orientate alla natura. Thomas Seeley mi ha confermato che il tasso di grooming nelle cavità degli alberi sarebbe da qualche parte tra il 40 e il 60%, che è anche molto più alto di quello che abbiamo osservato nei box gestiti. Questo comportamento sembra essere per lo più legato e subordinato all'assunzione di nettare. Se la parte alta non è riempita, sembra esserci quasi nessun tempo per le api di prendersi cura di se stesse. Tuttavia, circa dieci anni fa avevo una colonia in un'arnia ordinaria che non cresceva molto bene e la consideravo "solo pigra". Uno sguardo più attento ha rivelato che passavano molto tempo a pulirsi a vicenda nonostante fossero in una scatola. Purtroppo, queste colonie sono normalmente percepite come improduttive, e la sostituzione della regina è scelta come soluzione rapida. Dobbiamo davvero cambiare il nostro modo di pensare.
SVILUPPO DELLA COLONIA DI API IN CONDIZIONI NATURALI
Il comportamento di una colonia di api dipende molto dal suo alloggiamento. La cavità di un albero ha un volume stabilito che è piuttosto piccolo rispetto alle arnie moderne. A partire dalla primavera, le api sviluppano normalmente una zona di covata relativamente grande che viene presto spostata verso il basso dalla prima assunzione di nettare (non c'è spazio aggiunto dall’apicoltore) e infine viene diminuita ancora di più nella raccolta. Quando questo accade, il comportamento naturale come il grooming e il washboarding viene innescato e può essere ampiamente osservato. Nel frattempo anche l'attività di bottinatrice di nettare si riduce notevolmente. Inoltre, in questa fase si schiudono molte api che non hanno bisogno di nutrire la prole. Di conseguenza, queste api non sono logorate dall'attività debilitante di generare gelatina per la covata, il che si traduce in una durata di vita molto più lunga di circa 6 mesi. Durante la fase successiva si generano i fuchi e si producono gli sciami. Tutti questi episodi hanno perfettamente senso per quanto riguarda il consumo globale di energia, che viene ridotto dalla diminuzione della zona di covata così come dalla sciamatura in uscita (meno bocche che si nutrono delle scorte). Una riduzione significativa dello sviluppo della varroa è un effetto collaterale naturale di queste condizioni. Confrontando l'attività dei miei panieri (arnie tradizionali in paglia ndt ) e delle mie arnie ordinarie, le differenze di comportamento sono sorprendentemente evidenti. Mentre le api nelle arnie non fanno apparentemente altro che volare, anche in caso di maltempo o di freddo, le api nelle arnie a paniere sono occupate a lavare a fondo e ad altri comportamenti vitali come pulire l'alveare dalle tarme della cera, togliere le larve infette. Apparentemente sono impegnati in comportamenti vitali per i quali hanno tempo perché hanno riserve sicure e per il basso consumo energetico della struttura. È interessante notare che quando gli sciami fuori dalle arnie ordinarie sono messi in simulazioni di cavità di alberi, cambiano presto il loro comportamento. Questo ci mostra che l'informazione era geneticamente esistente per tutto il tempo, ma semplicemente non era attivata dalle condizioni dell’arnia.
RIDUZIONE DEGLI ACARI A CAUSA DELLA SCIAMATURA
Molti apicoltori sembrano ignorare la grande quantità di riduzione degli acari della varroa ottenuta con la sciamatura. Questo è dovuto al fatto che uno sciame porta via circa il 20% degli acari della varroa. Ora, non ha senso che la varroa generi uova quando non possono essere deposti. Ecco perché la successiva pausa della covata fa sì che gli acari della varroa cambino fisicamente e diventino sterili, come gli acari invernali. Inoltre, tutte le varroe sono costrette a sopravvivere aggrappandosi alle api, che sono molto attive. Questo porta a una riduzione dell'acaro dell'1-1,5% al giorno per il fatto che le api volano via e non ritornano, mordono o si scrollano di dosso gli acari o a volte si verifica anche la morte naturale. Inoltre, anche se gli acari rientrano nella covata dopo circa 4 settimane, sono ancora sterili. Ci vogliono circa 4 settimane in più perché diventino di nuovo fertili. Quindi la pausa della covata per le api è solo di circa 4 settimane, mentre per la varroa è di 2 mesi. Come risultato abbiamo una riduzione complessiva degli acari fino al 70% nella colonia madre, entro la fine di luglio o l'inizio di agosto (due mesi dopo la partenza della sciamatura). Anche negli alveari ordinari la riduzione per sciamatura è così immensa che nella maggior parte dei casi non è necessario alcun trattamento della varroa.
LA CAVITA’ DELL’ALBERO, UN HABITAT PERFETTO
A metà del 2015 sono stato assunto dal Prof J. Tautz e incaricato di fare una ricerca sulle api che vivono in condizioni naturali. Il mio incarico di ricerca scientifica è il seguente: confronto delle condizioni climatiche delle cavità degli alberi e degli alveari artificiali e i suoi possibili effetti sulla salute delle api. Mi chiedo ancora oggi che mi sia stato dato questo compito dopo le migliaia di anni che gli umani hanno tenuto le api. Com'è comprensibile, che noi sappiamo di più sui bisogni di qualsiasi altra creatura come serpenti esotici, ragni e rettili che teniamo nei terrari, mentre allo stesso tempo sembriamo non sapere quasi nulla sulle richieste e le esigenze naturali della creatura più importante, riguardo al suo ruolo nell'ecosistema? Bisogna capire che le condizioni climatiche definiscono gli habitat ecologici, il che significa che tutte le specie si sono adattate a certe condizioni climatiche durante milioni di anni di evoluzione. Quindi ogni specie ha i suoi requisiti specifici che sono definiti in una gamma tra l'ottimo e il peggiore. L'ottimale significa fondamentalmente le condizioni perfette per una specie per vivere e diffondersi, mentre il peggiore caratterizza le condizioni peggiori che permetterebbero solo la sopravvivenza. Le condizioni climatiche sono quindi uno dei fattori selettivi più importanti per gli esseri viventi. Non è altro che il senso comune che una cavità dell'albero fornisce condizioni climatiche totalmente diverse rispetto alle scatole di legno leggero o, peggio ancora, di plastica. Questo è chiaramente dimostrato anche dai dati delle misurazioni climatiche. Questa particolare ricerca ha rivelato che le api sono comunemente tenute in condizioni pessime nell'apicoltura moderna; a volte anche peggio. Anche le arnie di polistirolo ben isolate mostrano regolarmente un clima più freddo e molto più instabile all'interno, rispetto alle cavità degli alberi. Allo stesso tempo sono estremamente umidi. È letteralmente come vivere in un sacchetto di plastica. C'è un'esperienza facile per esemplificare queste condizioni. Se si mette un sacchetto di plastica trasparente sulla mano, si formerà presto della condensa all'interno. Questo effetto è anche dinamico. Più fa freddo all'esterno, più velocemente avviene la condensazione all'interno. A causa della mancanza di un'atmosfera sterile nelle cassette di plastica, la muffa del favo inizia a diffondersi senza ostacoli con gli effetti collaterali già descritti. C'è un numero crescente di apicoltori che sono consapevoli del fatto che le api hanno bisogno di protezione contro la perdita di calore, il che fa sì che sempre più alveari vengano isolati. Questo isolamento, tuttavia, è fatto per lo più con materiale leggero, che è efficace nel conservare il calore, ma non fornisce ancora la stabilità climatica per quanto riguarda le temperature esterne, come fa una cavità dell'albero. La massa di un albero con le sue solide pareti non solo isola, ma accumula anche la temperatura, il che porta ad una notevole stabilità climatica, mai vista negli alveari moderni. È paragonabile a un grande lago che non cambia rapidamente la sua temperatura quando cambia il tempo. Questa stabilità salva la vita di molte colonie di api, perché quelle che vivono in condizioni così stabili non vengono innescate dai primi giorni di caldo esterno per iniziare a produrre covata. Le condizioni instabili stanno causando il collasso di molte colonie più deboli ogni anno. Poiché la temperatura interna è estremamente legata a quella esterna negli alveari moderni, le api di solito iniziano a riprodursi durante i primi giorni caldi. Questi sono spesso seguiti da un altro periodo freddo con conseguente covata raffreddata e una colonia esausta che ha dato le sue ultime forze per generare la prole. Inoltre, gli apicoltori mettono normalmente le loro api direttamente sul terreno, da qualche parte in un giardino o in un campo. La luce diretta del sole, il vento e la pioggia aumenteranno ulteriormente la già enorme instabilità del clima interno. Le api si sono evolute per 45 milioni di anni vivendo nelle foreste. Ora ogni bosco ha il suo microclima. In un tale ambiente, non fa mai caldo, secco, ventoso o soleggiato come altrove. In conclusione, le condizioni climatiche notevolmente stabili di una cavità arborea sono significativamente migliorate dalle condizioni climatiche stabili dell'ambiente, un fatto che viene ignorato dalla maggior parte degli apicoltori. Un altro esempio tipico delle condizioni pessime superate causate dagli alveari moderni sono le api che muoiono di fame sui favi di stoccaggio pieni, durante l'inverno. Principalmente questo è causato dai telaini e dalla perdita di calore. I favi di stoccaggio si stanno letteralmente congelando e stanno quasi raggiungendo la temperatura esterna nella maggior parte delle strutture moderne dell'alveare. Di conseguenza, le api devono usare grandi quantità di energia per preriscaldare i depositi prima di potersi nutrire di essi. A volte sembrano essere incapaci di preriscaldare la prossima cornice e quindi muoiono di fame sedendosi direttamente sul loro deposito congelato, condizioni che di solito non si trovano mai nelle cavità degli alberi. Inoltre, molte colonie crollano a causa dell'aumento del metabolismo basato sulla perdita di calore delle geometrie e dei volumi moderni. Le api si consumano rapidamente, il che si riflette anche nella mortalità in questi alveari. Inoltre, le grandi quantità di stoccaggio generano grandi quantità di acqua e di condensa che portano quasi automaticamente alla diffusione della muffa sui favi. Le api si infettano e non raramente collassano a causa dell'infezione. Vivere in una scatola voluminosa e dalle pareti sottili in confronto a una cavità dell'albero piuttosto piccola, cilindrica e dalle pareti massicce, può essere paragonato a sopravvivere d'inverno in una tenda all'aperto piuttosto che in una solida casa a blocchi costruita con enormi tronchi di legno. Lo sappiamo molto bene da noi stessi. Nonostante il fatto che siamo diventati per lo più indipendenti dal tempo esterno usando vestiti e riscaldamento nelle nostre case e persino nelle nostre automobili, la maggior parte di noi si ammala ancora regolarmente, quando le temperature scendono in inverno. Il clima ha un effetto enorme su ogni creatura vivente. Inoltre, a causa della mancanza di propoli e dell'atmosfera sterile, molti agenti patogeni si diffondono, causando ulteriori problemi.Come se non bastasse, raccogliendo tutto il miele e sostituendolo con acqua zuccherata miniamo il sistema immunitario e il rinnovamento cellulare delle api. Nessuna cellula può essere sostituita dal metabolismo delle api se gli ingredienti che sono necessari per costruire effettivamente le cellule, come proteine, minerali, vitamine, sono assenti dalla nutrizione - un fattore che è unicamente causato dall'apicoltore e alimenta il problema dell'alloggiamento non appropriato alla specie. Ora immaginatevi di essere costretti a sopravvivere circa sei mesi in tali condizioni nutrendosi di acqua zuccherata in decomposizione, senza alcun ingrediente vitale. Per me è assolutamente sorprendente che le api riescano a fare anche questo. Un fattore piuttosto indiretto, che tuttavia è anche collegato alla custodia e all'allevamento, è il trattamento degli acari della varroa con acidi organici. dove le api sono talvolta colpite in modo fatale.Questi sono solo alcuni esempi di situazioni pessime superate che stiamo imponendo alle nostre api secondo gli standard dell'apicoltura moderna.
CARATTERISTICHE SPECIALI DELLA CAVITA’ DI UN ALBERO
Dai dati raccolti, possiamo già concludere che più la geometria di un alveare differisce dalla forma piuttosto cilindrica di una cavità dell'albero, meno stabile è il clima all'interno. Il Bienenkiste: Una scatola molto piatta con una grande superficie, perciò la perdita di temperatura è immensa e non può essere bilanciata dalle api .
Le api sono in grado di stabilire condizioni climatiche stabili, ineguagliate dalle arnie artificiali. La stabilità è basata su: l’ubicazione, lontana dal suolo che è sempre umido e consiste di agenti decompositori come batteri e muffe; la geometria, pareti spesse con piccolo diametro e volume con una forma cilindrica che isola e concentra l’aria calda prodotta dalle api. I favi e alcuni strati del legno sono preriscaldati e immagazzinano l'energia calda, funzionando fondamentalmente come un sistema di radiazione. Di conseguenza, cambiamenti rapidi come l'abbassamento della temperatura non hanno quasi nessun effetto sulla stabilità all'interno della cavità. In contraddizione: negli alveari moderni i favi di stoccaggio raggiungono regolarmente meno gradi durante l'inverno, portando a condizioni che si troverebbero in una borsa frigo piena di ghiaccio - Le fibre aperte del legno, specialmente nella parte inferiore e superiore, stabilizzano il clima dovuto all’assorbimento e al rilascio dell’umidità. Tutta la massa del legno accumula le condizioni ambientali avendo come risultato una stabilizzazione del clima, comparabile ad un lago. Le cavità degli alberi con tutte le loro caratteristiche sono l'habitat naturale delle api da circa 45 milioni di anni. Si sono evolute in queste strutture. Le cavità offrono un riparo quasi perfetto dalle condizioni esterne e permettono alle api di seguire la loro biologia naturale e il loro comportamento. Un'atmosfera sterile così come un ciclo dell'acqua antibiotico basato sulla propolizzazione accurata della cavità e il caldo, ha mantenuto le api resistenti agli agenti patogeni. Questo indica che le epidemie e le malattie nell'apicoltura moderna sono gli effetti collaterali negativi di un'apicoltura non adeguata alla specie. La quantità di energia che viene utilizzata necessaria per la sopravvivenza è molte volte più piccola che negli alveari moderni, con il risultato di milioni di ore che le api nelle geometrie moderne sono costrette a lavorare in più. Perciò nell'apicoltura moderna si osserva soprattutto un comportamento compensatorio e molte colonie di api crollano soprattutto durante l'inverno, a causa del superamento delle condizioni sopportabili. Un altro argomento che viene quasi totalmente ignorato dall'apicoltura moderna è che le api in condizioni naturali vivono in una comunità di centinaia di specie. Questa microfauna ha dimostrato di essere altamente benefica per le api. che si nutrono dei resti del polline caduto; acari predatori che si nutrono degli acari del polline e tarme della cera che si nutrono di altro materiale organico. Tuttavia ci sono anche pseudo scorpioni che si nutrono di tutte le piccole creature che popolano questo complesso ecosistema, compresi gli acari varroa. Così facendo hanno dimostrato di essere molto efficienti nel ridurre la popolazione dell'acaro varroa senza causare alcun danno alle api, come i pesci che puliscono le barriere coralline degli oceani. Ironia della sorte, tutta la microfauna che globalmente sovrasta le colonie d'api in condizioni naturali, ancora oggi, è spazzata via dalle arnie moderne e dalle sostanze di sintesi utilizzate per la lotta alla varroa. In conclusione, l’apicoltura moderna si è evoluta in una forma di allevamento intensivo, includendo un disinteresse totale dello stile di vita naturale e dei bisogni delle api e della microfauna che le circondava. Cadiamo anche all'ostacolo più basso, che è fornire le condizioni naturali per una delle specie tra le più importanti del nostro mondo! Ignoriamo allegramente le loro esigenze naturali e la loro biologia. Inoltre abbiamo praticamente abolito la selezione naturale, l'unica forza che è in grado di generare api che mostrano tutte le sfaccettature che definiscono la sopravvivenza. Inoltre, stiamo interferendo ampiamente con la loro genetica per creare api che mostrano solo un comportamento che soddisfa le esigenze umane. Combattere sintomi come varroa, nosema, AFB e altre malattie sembra essere lo spirito del tempo, il che significa che la maggior parte degli apicoltori non si rendono conto che stanno combattendo principalmente i sintomi del loro sistema di apicoltura totalmente innaturale che non è allevamento ma gestione con criteri discutibili. È chiaro che l'apicoltura di oggi ha perso in gran parte la sua connessione con la vera natura della specie, che in assenza di una efficace contromossa ispirata dall'apprendimento delle api, porterà alla fine alla scomparsa delle api stesse. È sorprendente che la maggior parte degli apicoltori principianti di oggi siano idealisti. Quando viene loro chiesto, rispondono in modo schiacciante che la loro motivazione più importante è quella di proteggere la specie e fare qualcosa di buono per Madre Natura. Ironia della sorte, finiscono per imparare un sistema di allevamento basato sulla manipolazione e lo sfruttamento e rimangono intrappolati nella trappola di curare gli effetti collaterali di un tale stile di gestione. Anche molti apicoltori esperti sono a disagio con i metodi di trattamento e manipolazione ma non vedono alternative.
Questo è il motivo per cui ho fondato la Beekeeping (R)evolution
Beekeeping (R)evolution è un programma di protezione delle api che segue l'obiettivo di fornire un contrappeso all'apicoltura moderna. Significa proteggere la natura, la biologia e lo spirito delle api contro le manipolazioni e gli interventi umani e dare loro non solo il diritto di vivere indisturbate ma anche di morire. Mantenere le api in condizioni adeguate alla specie è della massima importanza, significa proteggere e preservare le specie concedendo loro il diritto di "selezione naturale" invece di "selezione in scatola" o peggio ancora "selezione umana". Ora, so che ci sono molti programmi in cui le api non vengono trattate per la selezione naturale, vivendo in condizioni totalmente innaturali; - in una scatola e su telai! La scatola stessa è praticamente un fattore selettivo significativo, a causa dei fatti già descritti. Come risultato, le perdite saranno molto più alte del necessario. È paragonabile all'interruzione del trattamento con antibiotici in un allevamento di massa industriale. Molti di questi animali morirebbero solo a causa dell'ambiente in cui si trovano. Il Beekeeping (R)evolution è il primo programma che si concentra sulla lotta alla causa e non ai sintomi della varroa e di altre epidemie, fornendo condizioni naturali per le api, prima di lasciarle passare attraverso il processo di sopravvivenza del più adatto.
In questo spirito, a partire dal 2020 in Germania offrirò corsi di apicoltura adattata alle specie secondo la mia scoperta e il mio stato di conoscenza fino ad ora. Chiediamo una diversità molto più ampia di educazione all'apicoltura per soddisfare le aspirazioni dei custodi e dei protettori delle api che mettono onestamente la natura delle api e le loro esigenze specifiche al centro delle loro azioni. A questo scopo stiamo lavorando attualmente a definire un'apicoltura adeguata alla specie insieme al Prof. Jurgen Tautz. Purtroppo finora non è stato possibile, a causa della mancanza di dati sulle api nei loro habitat naturali, definire veramente un'apicoltura adeguata alla specie, anche se voglio riconoscere gli sforzi fatti, per esempio, dagli apicoltori biodinamici in Germania nel creare il primo "Demeter Standards of Beekeeping" negli anni ottanta del secolo scorso. Questa lacuna è stata ora colmata e stiamo per pubblicare una definizione veramente storica. Sarà una chiara dissociazione dai metodi di apicoltura moderni. E' molto di più che fare apicoltura in arnie ordinarie, dove le esigenze naturali di base delle api vengono completamente ignorate. Nonostante i molti lobbisti dell'allevamento delle regine, del commercio e dell'industria farmaceutica che influenzano e dirigono l'apicoltura moderna e sono molto contrari - forse indignati - da questo nuovo movimento, il numero di coloro che desiderano fare del bene alle api sta crescendo rapidamente, e insieme siamo determinati a proteggere le nostre amate api! C'è una crescente comunità di persone che vogliono davvero salvare la specie e che non si preoccupano degli "standard apistici" o del denaro. Per queste persone non ha senso imparare a manipolare il comportamento delle api con interventi grossolani. Per osservare le api, per imparare da loro, per aiutare a preservarle per le generazioni future, non si ha alcun bisogno di imparare l'arte della manipolazione e dello sfruttamento.