J'ACCUSE
E se proprio in questi giorni ci fosse il bisogno di richiamare alla memoria Emile Zola? Conosciuto per aver animato i suoi romanzi con semplici lavoratori di provincia, il cui taglio estremamente realistico ispirò il nostro compaesano Verga, lo scrittore francese dei sobborghi fu in realtà ben altro rispetto al solo esponente del Naturalismo: egli rappresentò l’intellettuale impegnato che decise di denunciare pubblicamente le ingiustizie sociali del suo paese, prendendo parte al dibattito pubblico. Zola visse nella Francia di fine ‘800, in un periodo in cui la compagine statale era spaccata al suo interno tra repubblicani e nazionalisti, coinvolti in una lotta silente di interessi politici e sociali il cui andamento sembrava favorire il desiderio di affermare i valori conservatori dei secondi, che stavano pian piano spazzando via quel clima democratico conquistato con la Rivoluzione Francese a cui la maggioranza, non solo repubblicana, apparteneva. Fu in quegli anni che accadde una delle più grandi ingiustizie della storia ai danni di un cittadino francese, Alfred Dreyfus, accusato di tradimento e condannato alla reclusione soltanto perché ebreo. Le poche pagine del manuale di storia dedicate al fatto, studiate al liceo, dovrebbero aiutare a ricordare. In realtà la vicenda andò ben oltre il semplice caso giudiziario che coinvolse degli accusatori e un accusato, poichè si trattò di un episodio di antisemitismo nascente, scoppiato durante la presenza di uno stato di fatto repubblicano (Terza Repubblica), ma minato al suo interno da un crescente sentimento nazionalistico, pericolo serissimo per i secolari principi democratici della Liberté, Egalité, Fraternité. Il progetto politico che si stava man mano delineando prevedeva, infatti, la coesione e l’integrità dello Stato in nome di un forte patriottismo per cui l’idea della difesa della nazione doveva passare attraverso il continuo sospetto nei confronti del nemico, probabilmente interno, portatore di una diversità che lo avrebbe condotto a complottare contro la Francia. In quel caso a detenerla, secondo il governo francese, sarebbero stati gli ebrei che secondo l’ideologia dominante avrebbero determinato il crollo del paese che in quegli anni doveva mantenere invece un certo status di competitività militare. Queste idee cominciarono così a diffondersi raggiungendo capillarmente i vari strati della popolazione grazie all’unico mezzo di comunicazione di massa più importante, la stampa, messa al soldo dal governo per veicolare l’unica retorica ammissibile con una campagna di immagini e vignette al fine di convogliare l’attenzione solo su argomenti oggetto del loro interesse. Questo era il clima dal quale Zola e altri intellettuali del tempo, come Proust, hanno sentito l’urgenza di emergere, decidendo di non rimanere invisibili, condizione verso cui il governo avrebbe voluto relegarli; frequenti, infatti, furono i soprusi mirati a ridicolizzare la loro immagine, come diventare oggetto di vignette satiriche e di esplicite accuse, per non parlare della condanna dello stesso Zola, poco dopo aver espresso pubblicamente il suo disprezzo. Era il 13 gennaio del 1898 quando, sul quotidiano socialista l’Aurore, lo scrittore francese pubblica la lettera aperta, destinata al presidente della Repubblica, l’atto di denuncia contro i persecutori di Dreyfus, mettendo in luce la meschinità della segreta cospirazione contro Dreyfus ma soprattutto accusando l’oscurazione della verità e la violazione dei diritti dell’uomo e del cittadino da parte dello stato francese che aveva negato la giustizia ad un innocente. L’espressione J’Accuse, rivolta a tutti ministri pubblici in carica, diventa la parola chiave della lettera passando alla storia come la formula con cui Zola, riunendo l’opinione di molti, si pose contro il potere dominante abbattendo i confini dell’isolamento dell’intellettuale che, da questo momento, partecipa attivamente alla vita civile e sociale del proprio paese; la sua presa di parola infrange così il tabù positivista della competenza specialistica, per cui il giudizio sarebbe spettato soltanto al tribunale militare, e un simile sconfinamento si traduce presto in atto politico.
Tornando alla domanda di apertura, diremmo che coltivare la memoria di Zola è più che mai necessario, nella misura in cui è in grado di darci ancora oggi una buona lezione di attivismo. Al di là del caso specifico dell’Affare Dreyfus, lo scrittore visse in un momento storico molto delicato per la Francia e per certi versi molto simile a quello che molti paesi potrebbero vivere ancora oggi, caratterizzato cioè da una democrazia svuotata al suo interno dalle spinte nazionalistiche di piccole frange di governo che si espandono sempre di più. Ma chi è in grado di afferrare il senso della storia e coltivare un buon spirito critico, sa bene che l’espansione dei nazionalismi, vecchi e nuovi, non ha mai portato niente di buono. Oggi la democrazia è intrappolata in una situazione simile, si osserva il suo simulacro, immemore dei principi più belli che le hanno dato vita, primo fra tutti la partecipazione, figlia della collettività che ha contribuito alla sua nascita, dopo aver combattuto duramente il nemico, liberando l’Italia dal fascismo. Tuttavia il ricordo della Resistenza Partigiana, nella giornata a lei dedicata, non è più un fatto collettivo che dovrebbe interessare indistintamente tutto il paese, ma diventa motivo di opposizione e di scontro fra partiti, alcuni dei quali sembrano addirittura non gradirlo, ostacolando per di più, la volontà di chi vuole condividere questa importante verità storica pubblicamente.
Ecco che la negazione di questa importante verità ci chiama oggi tutti in causa, e sull’esempio di Zola, come hanno già fatto tanti giornalisti, scrittori e intellettuali, siamo in dovere di prendere la parola rivendicando la memoria della liberazione e di chi l’ha permessa, rimettendoci la propria pelle. Giacomo Matteotti, voce del partito socialista e martire laico della democrazia, come tanti, è stato ucciso dal fascismo e dalla violenza che in quegli anni imperava nel nostro territorio, e chi non lo vuole ricordare, impedendo anche ad altri di farlo, non riconosce l’antifascismo, midollo della nostra Costituzione e della Repubblica.
25/04/2024
Bruna Napolitano