LE PRIME COSE BELLE CHE HO VISTO A BOLOGNA
tratto da "La favola di via Orfeo"
(edizioni Pendragon)
tratto da "La favola di via Orfeo"
(edizioni Pendragon)
La Favola di Via Orfeo nasce nel 2015 come esperimento - non solo letterario - per incuriosire
con una pagina scritta un uomo che ha profondamente colpito la protagonista, certo per l’aspetto,
ma anche perché, urtandolo inavvertitamente in un bar, lei ha per la prima volta registrato l’effetto
di una anomalia quasi impercettibile nel senso dell’equilibro, segno della malattia incombente.
Lo scritto, lasciato sul tavolino del bar a mo’ di esca con la speranza che proprio lui, che
bazzica nel bar all’angolo tra via Orfeo e via de’ Coltelli, si soffermi incuriosito a leggerlo, è un
componimento in inglese. Inaspettatamente, lo stratagemma funziona, e così inizia una specie di
caccia al tesoro dove il tesoro si sdoppia tra l’uomo e... il libro stesso, che tra sonetti, sms e
documenti effettivamente consegnati in cartelline azzurro cielo, intanto si va componendo. La vita
scritta e la vita reale si sovrappongono indistinguibili: perché quello che l’autrice narra è verità
autobiografica di quei giorni. All’uomo - bersaglio di cupido? Espediente letterario? - rimane la
scelta: essere il protagonista di un romanzo molto strano o il destinatario reale di sentimenti così
intensi da smobilitare una fantasia ultra-creativa per essere raggiunto. La domanda aleggia,
chiaramente senza una risposta univoca, tra la luce che filtra sotto gli occhi dei portici e gli sguardi
che incrociano palazzi, chiese, finestre... non solo di Bologna, ma di tanti luoghi che emergono dai
ricordi: una rete di connessioni e snodi ipertestuali proietta il lettore in una dimensione espansa,
fatta di arie musicali, quadri e opere di vario genere evocate dall’autrice.