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Restare: Una luce dentro la chiesa
di Ionela Rosus
Il 14 maggio entrai nella chiesa di San Pietro in Gessate con la sensazione che qualcosa nel mio ritmo quotidiano si fosse finalmente fermato. Milano restava fuori, compressa nelle sue luci, nei rumori e nelle corse; dentro la chiesa il tempo aveva un altro respiro, più lento e antico, come se ogni colore degli affreschi avesse trattenuto un soffio secolare.
Quel giorno si teneva la premiazione del concorso di poesia “Sguardi nella vita e nell’arte”, frutto del lavoro del nostro Liceo scientifico Leonardo Da Vinci, del Progetto ArteinVita e di altre realtà del territorio. La Chiesa non era scelta a caso: è un patrimonio che merita cura e attenzione, e partecipare lì significava dialogare direttamente con la memoria artistica della città. Le poesie selezionate furono lette una dopo l’altra — tra queste la mia, perché ero tra le sei finaliste — e ogni lettura fu avvolta dagli intermezzi dell’orchestra e del coro del Liceo Musicale Verdi. Le loro voci risuonavano nella navata in modo così pieno che per un attimo mi parve di essere alla Scala; fu impossibile non commuoversi. Io avevo composto “Restare” per capire come l’arte possa essere insieme rifugio e specchio della condizione umana. Vivo la frenesia di Milano ogni giorno, per esempio, con conversazioni sovrapposte. Eppure, davanti agli affreschi, sentii nascere un tempo diverso. Quei volti dipinti non mi guardavano davvero, eppure mi raggiungevano. In loro riconobbi non solo la mia fragilità, ma una fragilità condivisa, capace di aprire un ponte di empatia come se si fossero connesse con la mia persona.
Salendo al leggio, avvertii la voce tremare all’inizio; poi le parole trovarono la loro strada. Ogni verso pronunciato restituiva un’immagine, una sensazione che non sapevo di portare così vicina. La musica,tra le letture, non era solo accompagnamento: diventava custode delle mia emozioni. Ricordo con nitidezza il flauto che accompagnava le letture di poesia di Alda Merini — la semplicità del suono creava piccoli spazi vuoti dove pensare — e il momento in cui l’orchestra cantò “We Are the World”, solo una parola: magico.
Il confronto tra la fretta cittadina e l’immobilità degli affreschi segnò in me una crescita. Ho imparato a vedere la vulnerabilità non come debolezza, ma come via di connessione. In quei volti antichi trovai una luce che non abbaglia: illumina. Uscendo dalla chiesa, avevo la sensazione di guardare il mondo con occhi più morbidi, più compassionevoli.
Non posso tacere la gratitudine verso chi rese possibile tutto ciò. Il Don ci accolse con dolcezza, la prof.ssa Clerici e la nostra Dirigente Luisa Amantia promossero e curarono il dialogo tra scuola e arte, creando uno spazio sicuro in cui ci siamo messi in gioco. Senza il loro sostegno, probabilmente non avrei avuto il coraggio di ascoltarmi e di esprimermi così.
Guardando ancora gli affreschi, compresi che la loro forza non sta nella perfezione, ma nel testimoniare la persistenza degli sguardi umani. Lì ho trovato un luogo dove la vulnerabilità è stata riconosciuta, non derisa; dove il silenzio non schiaccia ma accoglie. Quel giorno, tra colori antichi e voci, ho incontrato una luce intima che ha cambiato il mio modo di vedere — e, insieme, il mio modo di restare. Ω
Restare: Una luce dentro la chiesa
di Filippo Bergo
Il