IL MECCANICO DELLE STELLE

IL MECCANICO DELLE STELLE, un romanzo di Gianfranco D'Anna

L'orologiaio di corte che osò cambiare l'ordine dell'Universo.

Un nuovo appassionante romanzo di Gianfranco D’Anna, dove scienza e narrazione si intrecciano in modo originale e creativo, ricco di colpi di scena e peripezie, ma anche preciso nella descrizione dei fatti e dei convincimenti dell’epoca. Il timido e simpatico Jost – straordinario artigiano autodidatta i cui orologi e globi celesti sono fra le più magnifiche creazioni dell’arte meccanica di tutti i tempi – non tarderà a conquistare i favori del lettore. Forse Jost Bürgi non ha scoperto i logaritmi, come si crede nella sua Svizzera natale, ma è certamente un grande protagonista della storia del pensiero scientifico moderno.

La lima mordeva il metallo, delicatamente, mentre il polso impartiva all’attrezzo un lento movimento circolare. La schiena curva pareva immobile, e il capo coperto dal berretto seguiva lo spostarsi periodico della mano con un lieve ondeggiare del collo. Costanzo, fermo sull’uscio, trattenne il respiro, aspettando il momento per parlare.

Forse lei gli lo lesse nel pensiero, perché raggiunta la porta si fermò e lo guardò in una strana maniera, come in attesa di qualche cosa di più. Fu sufficiente perché lui si mettesse a farfugliare delle parole incomprensibili, abbassasse lo sguardando a terra, e si ritirasse all’interno della bottega, barricandosi dentro.

Allora avvicinò uno sgabello a un passo dal tavolo e si sedette. Rimase ad ammirare le lancette per molto tempo, consapevole che nessuno, prima di lui, aveva costruito un orologio con la lancetta dei secondi. Nessuno, prima di Jost Bürgi, aveva sentito pulsare il tempo in quel modo.

Solo allora Bürgi parve finalmente comprendere che sarebbe sopravvissuto a quel ballo, e sul suo volto apparve un sorriso, mentre con gli occhi cercava Johanna. Nel seguito della serata, forse grazie al soccorso del vino, partecipò addirittura a villanelle e moresche di un tale Orlando di Lasso, a quei tempi in grande voga a Kassel.

Tutta la vita di Jost Bürgi era stato un imparare dalla saggezza altrui, un istruirsi osservando la maestria di chi già possedeva la conoscenza. Il padre gli aveva insegnato il lavoro della forgia. Dalle mani dei migliori artigiani aveva imparato a sagomare il metallo, a fabbricare le ruote dentate e a riunirle in ingegnosi meccanismi. Astronomi e matematici lo avevano aiutato ad acquisire la destrezza di mente necessaria al suo mestiere. Qual era lo scopo di tutto ciò? Qual era il disegno di Dio nel dare all’uomo la facoltà della conoscenza? E divorò un altro delizioso panpepato, dal sapore ancora diverso dal precedente, un susseguirsi di sorprese.

Doveva assolutamente procurarsi i disegni del cronometro, far spiare l’orologiaio, sorvegliare tutto ciò che si faceva dal rivale. La spia svizzera, dicevano, conosceva bene il suo mestiere.

«Eccellenza», disse la voce di un domestico, «un visitatore di nome Ferdinand von Jaklin è giunto in carrozza».

«Von Jaklin?». Il “von” non gli risultava, e Tycho Brahe si diresse verso le scale con una certa curiosità. «Von…?», ripeté camminando.

«La Guardia Assiana!?» chiese incredulo Ansano quando gli fu riferita la notizia. «Dove l’hanno portato? E lo scrigno con il congegno?». L’alchimista rabbrividì.

«L’hanno condotto nel palazzo Renthof…», rispose il suo uomo di fiducia, «e hanno requisito lo scrigno».

Tutto ciò era molto logico, ma ora sul suo volto si leggeva un’espressione di autentica meraviglia. Cos’era mai quel ripetersi? Com’era possibile? Era come se i suoi numeri rossi e neri descrivessero un cerchio, come se quella progressione geometrica decimale si chiudesse per ripetersi identica. Davanti ai suoi occhi si verificò una specie di miracolo matematico, di cui non capiva il motivo.

«Una cometa?» lo interruppe il langravio.

Rothmann scosse la testa con aria dubbiosa.

«Le comete, come vostra altezza sa benissimo, sono accompagnate da una lunga coda ben visibile. Questa luce intensissima – a dire il vero molto più luminosa di qualsiasi cometa – sembra non averne».

«Forse la vediamo in un momento particolare del suo moto… come un cavallo che corre contro di noi e, da lontano, sembra privo di coda!».

«Forse sua altezza ha ragione», concesse Rothmann senza troppa convinzione.