VIENIAVEDERE di Gabriele Linari
Prendi la macchina e ti butti fuori.
Esci di casa e la strada è vuota, limpida.
Un deserto di anime che vagano con lo zaino sulle spalle.
Un contenitore per una fitta nebbia che viene dall'Aniene.
E che il mattino diraderà generosamente, tra una o due ore.
Giri l'angolo di casa che ancora i resti di un sogno ormai non più chiaro ti smuovono i pensieri. Cos'era che avevi sognato? Qualcosa di bello, ti sembra... Eppure una leggera inquietudine sembra affacciarsi... Non è niente, ti dici. E giri l'angolo.
Quei resti di sogno si dissolvono davanti al muro di macchine improvviso, come se qualcuno, per scherzo, le avesse lanciate tutte insieme un attimo prima che tu svoltassi quell'angolo maledetto che in un secondo si è già mangiato sogni, ricordi e qualsiasi residuo di riposo.
Ora ci sei tu e il muro di macchine. Ma da dove sono arrivate tutte insieme? È come quando piove che ti chiedi se ci sarà un punto in cui la pioggia finisce, di netto. Un momento e un luogo magici in cui è chiaro il confine tra asciutto e bagnato.
Lo stesso per il traffico. Ma tu lo sai qual è il punto in cui si vede chiara la differenza tra quiete e caos: l'angolo di casa che si è appena inghiottito la tua notte di riposo.
E mastichi imprecazioni che nemmeno sapevi che esistessero. E cerchi di muoverti in quel mare glaciale di lamiere, come se fossi il più piccolo e il più agile di tutti.
Ma non lo sei. Non sei il più piccolo. Non sei agile. E non sei solo. Tutti si muovono come te, guidati dalla tua stessa convinzione. Un mare di scatti, frenate, clacson urli.
E arriva la prima scuola. Del resto questo quartiere è questo: scuola, supermercato, bar, altra scuola, altro supermercato, altri bar. Dalle 8 del mattino fino alle 19 un pullulare di attività di studio e caffeina e buste della spesa. Un formicaio impazzito che anela quell'angolo oltre il quale, tornando ritroverà i suoi sogni perduti al mattino.
Allora scuole. Quasi a ogni svolta. Scuole singole e i temibili I.C., istituti comprensivi. Enormi contenitori di migliaia di bambini, ragazzini, adolescenti: dagli 0 ai 19 anni ce n'è per tutti.
Allora scuole. E bambini e bambine che vengono lanciati dalle auto ferme al semaforo, a metà di una manovra impossibile di parcheggio. In tripla fila.
A strati multipli come una torta gigantesca, da concorso ma che di dolce non ha niente.
Bambini e ragazzini. Zaini con gli occhi, con le mani, con le pinne, alcuni si illuminano, qualcuno parla! Ma non per bellezza: per chiedere pietà!
Zaini e cartelline, righelli, tastiere, flauti, contrabbassi perché la scuola ti fa provare tutto!
POF! Non è il rumore di uno zaino che cade: è il Piano di Offerta Formativa, POF! Allora ragazzine e ragazzini con utensili di ogni tipo: lastre di plexiglas, cassette degli attrezzi, macchine da presa.
Corri!
Ciao mamma! Ciao papaà!
Attento a non schiacciarli.
Arrivano da tutte le parti e la scuola in pochi secondi li inghiotte.
E ora?
Pausa
E ora bar. Ci si alleggerisce. Ci si rilassa.
Due caffè.
Si parla del più e del meno.
Due macchiati freddi, uno normale e un deca.
Si parla di scuola, si cerca di non pensare all'altro traffico.
Cappuccino di soia, caffè schiumato, due normali a portar via.
Il traffico che ti porta fuori. Cioè dentro, nella città.
Due deca, un cappuccino freddo, un latte caldo col cacao.
L'altra città.
Mi ci metti la cannella?
E ti accorgi che quello che hai fatto fino a ora (l'angolo, i sogni, le scuole, i bar) appartiene a un fuori che per te è l'unico dentro. E vai. Preso il caffè vai verso il dentro degli altri. Che per te è fuori.
Semplificando la chiamiamo periferia. Ma è tutto un modo di vivere la vita. Tra scuole e bar. E supermercati.
Poi ti vivi la vita fuori. Lavori, stringi mani, vedi posti.
Poi rientri. Qui, dove un tempo davvero era tutta campagna. E in parte lo è ancora.
La Serpentara, un nome un programma. Per chi ci è nato è il luogo dei pratoni: il Peccioli, il Sagittario, la Stazione, Betulle, Magnolie.
Posti verdi dove vai a parcheggiare i figli, oggi, tra scuola e bar e scuola ancora.
La frenesia delle giornate si va spegnendo. E respiri.
E pensi che quel sogno lasciato dietro l'angolo di casa stamattina, quello magari stasera lo recuperi.
Tutto si va spegnendo, verso le sette di sera.
I bar chiudono le saracinesche.
Escono gli ultimi ritardatari affannati dai supermercati.
Le scuole sono stranamente silenziose.
Sotto la luce dei lampioni sembrano saggi giganti in paziente attesa. Rimane un gran silenzio.
Perché il rumore non sa davvero dove andare.
Pensi allora di poter tornare al tuo sogno, nella tua casa.
Qui dove tutto era campagna, luogo abitato fin dalla preistoria, qui dove l'uomo ha mosso i suoi primi passi da animale sociale.
Qui, dopo le sette, tutto si acquieta.
Tutti a casa, nelle scatole dormitorio a prepararsi per nuovi sogni da abbandonare domattina al primo angolo.
Solo che c'è un problema. Con tutto questo silenzio, questa pace... I sogni faticano a rinnovarsi.
Le notti sono silenziose, le strade vuote... E anche gli occhi, a guardarsi intorno, finiscono, a volte, per svuotarsi.
Un occhio pieno sogna meglio.
E invece queste strade, queste piazze, si spengono. Rimangono i lampioni. Sparuti padroni di cani che svogliatamente si aggirano, già assonnati. Le saracinesche abbassate.
E nell'umidità dell'Aniene che sale sembrano conservati i suoni della mattina che verrà. Ma niente per riempire gli occhi, per farli sognare davvero.
Guardare, ecco cosa si dovrebbe fare al sera, quando tutto si spegne.
Guardare, nutrire gli occhi.
Ora: si sa che la parola teatro deriva dal vero greco “theaomai”, guardare.
Come si sa che il teatro aiuta a superare la timidezza.
Che il teatro è bello perché sei ogni sera una persona diversa.
Ma un teatro qui, tra queste strade e piazze spente, dove un tempo i nostri antenati hanno iniziato ad essere animali sociali...
Dove un tempo era tutta campagna...
Dove di giorno ci si ammassa, pieni di fretta e di rabbia...
E di sera ci si sparpaglia, nell'umidità che sale dall'Aniene...
Un teatro, qui, significa soprattutto incontrarsi. Tornare a essere, davvero, animali sociali.–
Che poi il teatro la timidezza non te la fa superare. Non è vero che diventi una persona diversa ogni sera (quella è un altro problema che richiede una sua cura particolare). Non è vero che col teatro capisci meglio le cose.
Però il teatro, quello sì, ti riempie gli occhi.
E un occhio pieno sogna meglio.
Allora la mattina, passato l'angolo, imprechi meno, forse.
Tuo figlio lo lanci comunque dal finestrino e al bar ci vai.
Ma magari stavolta parli di qualcosa che hai visto, di qualcosa che hai sognato.
Un teatro genera sogni. E li contiene.
Ne può contenere un numero infinito.
Basta parlarne. Basta guardare.
Il teatro è il luogo dei pensieri e dei sogni.
Anche dei tuoi.
Allora quando tutto là fuori si spegne
Vieni a teatro.
Vieni a vedere.