Vice direttore generale dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio
Medico geriatra in Casa Sollievo della Sofferenza
Il testo di formazione per l’anno C: “Gesù, ecco la mia speranza, ecco la sorgente viva della mia felicità” che ha accompagnato il nostro cammino in questo anno e ci ha aiutato ad entrare nello spirito del Giubileo 2025 “Pellegrini di speranza”, chiude il ciclo di catechesi che guidano la formazione dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio nel corso dell’anno liturgico.
L’anno liturgico scandisce un cammino ciclico. “Verso te o Città Santa, verso te terra del Salvatore, pellegrini camminando noi veniamo a te”: sono i versi di un canto tante volte eseguito nelle nostre comunità parrocchiali. Tutti noi battezzati siamo pellegrini, pellegrini di speranza, pellegrini di eternità lungo una strada che di Pasqua in Pasqua ci avvicina all’incontro definitivo con il Signore nel cielo.
Quest’anno riprendiamo il cammino seguendo il sussidio per l’anno A che ha come tema dominante la preghiera. Il titolo “È la preghiera che spande il sorriso e la benedizione di Dio” è preso da quel bellissimo “inno alla preghiera” che tutti conosciamo e che chiude l’ultimo dei tre discorsi scritti da Padre Pio e rivolti ai Gruppi di Preghiera e a tutti i benefattori, nel decimo anniversario della inaugurazione della Casa Sollievo della Sofferenza.
La Casa Sollievo e i Gruppi di Preghiera nascono sulle rovine materiali, spirituali, morali, sociali del secondo conflitto mondiale, segni di una rinascita, di una speranza che non delude, della forza della Provvidenza. Motore di tutto è la preghiera.
Risuonano ancora nella mia mente le parole di Papa Francesco rivolte ai Gruppi nel Giubileo Straordinario della Misericordia, il 6 febbraio 2016. Eravamo in 40.000 in piazza San Pietro. “Avete capito che cosa diceva Padre Pio della Preghiera: è una forza che muove il mondo! Ma noi crediamo questo? È così. Crediamo questo?”. In risposta, come un boato, un sì convinto della moltitudine dei fedeli presenti. E oggi tutti noi qui radunati, crediamo questo?
Lo scenario mondiale che spinse Padre Pio alla realizzazione delle sue meravigliose opere non era molto diverso da quello attuale, se consideriamo la devastazione di guerre che non accennano a placarsi, il diritto della forza che annienta, la forza del diritto, le folli mire espansionistiche e la salvaguardia dei propri interessi di capi di stato senza scrupoli, guide impazzite capaci di crimini efferati, di stragi di innocenti, incuranti delle perdite di vite umane fra i soldati e i civili coinvolti. Ma si aggiungono altri minacciosi pericoli per l’umanità intera: lo sviluppo tecnologico senza limiti, senza etica; la devastazione della nostra Madre Terra, la perdita di ogni valore in un deserto spirituale, l’economia e le finanze le cui ingiuste e ciniche logiche travolgono i più deboli creando nuove povertà. “Calpestare giustizia e pace è colpire i più deboli”, sono parole di Papa Leone. E lo stesso Papa Leone, come i suoi predecessori, di fronte a certi scenari, invita la Chiesa a rispondere con la preghiera. La preghiera muove il mondo: non l’economia, non le finanze, non l’IA, non le guerre, ma la preghiera. È Padre Pio che lo dice! Una utopia? Non era forse considerata tale la realizzazione delle sue opere e tutto il suo cammino di santità? Egli ci ha insegnato a sperare contro ogni speranza confidando nella forza della preghiera.
Nel sussidio dell’anno A si è scelta la metafora della corda per indicare i capitoli del testo: nove corde, nove suoni diversi per una melodia di lode. La lode al Signore nella tradizione biblica è accompagnata da strumenti a corde: il salterio, l’arpa e la cetra. La vita di Padre Pio è stata metaforicamente una melodia ottenuta da tanti suoni espressi dalla vibrazione di tante corde: ogni corda, fuori metafora, ci permette di approfondire un aspetto della vita e della spiritualità di Padre Pio, perché anche noi possiamo far vibrare quelle corde e far sì che anche la nostra vita diventi una melodia di lode e di ringraziamento.
Ogni incontro, ogni “corda”, segue il solito schema: una icona biblica introduce il tema, poi un brano tratto dall’Epistolario di Padre Pio, a seguire una catechesi con spunti di riflessione per guidare la meditazione, a conclusione: una preghiera a San Pio, e un canto finale dedicato al santo.
Quest’anno ho pensato di non ridurre la presentazione a una sintesi del contenuto e del percorso indicato nelle nove corde. Vorrei piuttosto attingere a fonti dirette, a testimoni oculari, che ci fanno rivivere l’esperienza viva di espressioni della santità di Padre Pio, come se anche noi fossimo presenti: quando pregava, quando celebrava, quando confessava, ma anche nei piccoli gesti della vita quotidiana.
Non devo andare lontano per individuare persone vicine a Padre Pio e testimoni della sua santità e delle sue opere di carità: la storia della mia famiglia è intimamente legata alla sua presenza e alla sua guida, fin dal suo arrivo a San Giovanni Rotondo.
Mio padre è stato membro della commissione storica nel processo di beatificazione di Padre Pio, guidata da Padre Gerardo di Flumeri, vice postulatore. Padre Gerardo non è mai abbastanza ricordato per il suo impegno costante, il suo lavoro instancabile nel percorso che ha portato agli onori degli altari il suo amato confratello.
Alla fine della ricostruzione storica degli eventi che il Tribunale Ecclesiastico gli aveva affidato, è stato chiesto a mio padre un giudizio personale su Padre Pio conosciuto negli anni trenta, da adolescente, e frequentato fino alla sua morte. Su Padre Pio orante così di esprime: “i primi segni della santità di Padre Pio mi sono venuti dall’osservarlo continuamente nell’atteggiamento di “un povero padre che prega”, proprio come lui stesso si definiva, avendo sempre tra le mani la corona del rosario, in coro, in sagrestia prima e dopo la Messa, altrove. Mi pareva che l’intima unione con Dio lo distogliesse completamente da quanto gli accadeva intorno”.
Preghiera e intima unione con Dio. Ci richiama il contenuto della prima corda: L’incontro con Dio; la preghiera dono e strumento dell’incontro con Dio.
Ma la testimonianza più toccante è quella riguardante Padre Pio sull’altare durante la celebrazione dell’Eucaristia: la “corda dominante”, il centro della sua vita sacerdotale. Così viene descritta da mio padre: “la celebrazione della Messa è stata anche per me, come per altri, il momento più impressionante dell’osservazione. La preparazione, nella quale lo si vedeva seriamente impegnato, l’importanza che egli conferiva alla vestizione con i paramenti sacerdotali, recitando la formula propria di preghiera, di volta in volta, all’atto di indossare l’amitto, il camice, il cingolo, il manipolo, poi la stola e la pianeta, quindi l’incedere calmo e solenne verso l’altare, la deposizione dei guanti, con cui teneva coperte sempre le stimmate in ogni altro momento, questi particolari già predisponevano a comprendere l’altissima considerazione in cui teneva l’atto che stava per compiere. Seguivano i momenti introduttivi sull’altare, la lettura della parola di Dio, in lingua latina, con voce chiara e distinta. Ma dal momento dell’Offertorio a quello della Comunione, l’aspetto di Padre Pio si trasformava completamente anche esteriormente. Egli appariva, allora, il Sacerdote, conscio del suo altissimo ministero di offrire a Dio il sacrificio perfetto dell’Agnello immacolato, come atto di culto, di ringraziamento e di propiziazione per sé e per tutti gli uomini. Dal suo volto trasparivano, allora, visibilmente, i segni della compunzione, che esprimeva con lacrime e contrazioni del viso, quasi soffrisse anche lui fisicamente, in quei momenti, i dolori della crocifissione di Gesù, nell’atto di donare la vita per la redenzione dell’umanità. In questi atteggiamenti egli sostava a lungo e pareva non volesse distogliersene né deporli mai. L’immersione contemplativa nel mistero eucaristico non gli consentiva limiti di tempo. Le “sue” Messe normalmente duravano non meno di due ore, con inizio alle cinque del mattino”.
La storia della mia famiglia è legata a un tragico episodio: l’uccisione di Gennaro Cascavilla, trucidato in carcere con altri 23 filogaribaldini per mano dei locali borbonici, il 23 ottobre del 1860, all’indomani del plebiscito che riconosceva Vittorio Emanuele II, re d’Italia. Una lapide esposta sulla facciata del Municipio di San Giovanni Rotondo ricorda l’episodio con i nomi dei caduti. Lasciò tre figli maschi: Leandro e due sacerdoti, don Paolo e don Giuseppe. Don Giuseppe morì giovane, mentre don Paolo dopo gli studi a Napoli tornò a San Giovanni Rotondo e vi rimase fino alla morte, in età avanzata, avvenuta nel 1916, quando Padre Pio mise piede per la prima volta nel nostro paese.
Il primogenito di Leandro, Gennaro – come il nonno – era vice rettore del locale Terz’Ordine francescano ed è stato uno dei primi figli spirituali di Padre Pio e devoto della Madonna delle Grazie.
Fra le sue memorie ha lasciato alcuni appunti contenenti impressioni sul venerato Padre.
Nel maggio 1919, meno di un anno dal dono delle stimmate, così scrive: “oggi sono stato presente alla celebrazione della Messa solenne di Padre Pio. Le maniche del camice scendevano fin sopra i bordi delle mani, per nascondere le sacre stimmate. Ma nonostante ogni precauzione, a causa dei movimenti, particolarmente al momento della comunione, la stimmata della mano destra è venuta fuori e così si è offerta all’indagine dei miei occhi. Ha una forma rotonda e di una grandezza quasi uguale a quella di una moneta di nichel. È una incrostazione sanguigna di colore rosso cupo, attorniata da un cerchietto rosso vivo, che è visibile non solo sul dorso, ma anche sulla palma della mano, le cui articolazioni non sono lese, perché la stimmata è posata fra l’articolazione del dito medio e quella del dito anulare”.
Egli è anche testimone di quella che definisce un’altra meraviglia: il profumo di Padre Pio. Sui suoi appunti datati 1° giugno 1919, mentre si trovava proprio davanti alla cella di Padre Pio, così si esprime: “sono stato investito da un venticello emanante un delizioso profumo, che mi causava un godimento spirituale, dal quale non volevo allontanarmi. Ho chiamato altre persone e tutte hanno constatato lo stesso fenomeno”.
E ancora quattro anni dopo nel giugno del 1923, al tempo dei primi provvedimenti del sant’Ufficio verso Padre Pio, scrive: “è da oltre quattro anni che frequento la chiesa e il convento dei Padri Cappuccini di questo paese. Tengo a dichiarare che sono stato spettatore di quanto sublimemente ha operato e opera l’Onnipotenza divina nella santa persona del Frate Padre Pio da Pietrelcina. La santità inconcussa, la carità senza limiti, tanto nel vastissimo campo dello spirito come in quello delle miserie materiali, la testimonianza costante della parola evangelica, l’esemplarissima umiltà sono la spiegazione altamente luminosa del posto eminente che quest’uomo occupa nella considerazione di tutti.” e poi aggiunge: “contro l’evidenza si sono infrante tutte le più subdole arti, intese a denigrare la sua meravigliosa figura di sacerdote e apostolo. Chi scrive è mosso soltanto dall’amore per la verità e dal desiderio di soccorrere l’innocente calunniato. Un giorno la sua santità brillerà come il sole e farà ricredere chi si è sbagliato sul suo conto”. Le sue parole suonano oggi come una profezia.
Gennaro, come abbiamo ricordato, era nipote di don Paolo Cascavilla, dotto sacerdote, laureato a Napoli in utroque iure. Don Paolo contribuì a fondare la scuola a San Giovanni Rotondo e a curare l’istruzione dei fanciulli. Suo allievo fu Francesco Morcaldi, famoso figlio spirituale di Padre Pio e sindaco di San Giovanni Rotondo.
All’inizio degli anni cinquanta, mio padre rientrava in paese dopo la laurea in lettere conseguita a Firenze. Sapendolo nipote di don Paolo, don Ciccio, così era noto in paese Francesco Morcaldi, lo avvicinò per proporgli di entrare in politica e aiutarlo nell’amministrazione del comune. Erano gli anni della realizzazione della Casa Sollievo per cui era fondamentale il sostegno dell’amministrazione comunale, a maggioranza democristiana, che contrastasse la dura opposizione del partito comunista a impronta staliniana. Padre Pio e la sua opera andavano ostacolati: questo era il diktat.
Mio padre rifiutò decisamente la proposta non sentendosi per niente portato per la politica. Don Ciccio lo fece chiamare da Padre Pio che accogliendolo fu laconico: “uagliò fai l’ubbidienza!”. Come disobbedire! Mio padre entrò in politica e svolse il suo lavoro in due amministrazioni, in circa dieci anni. “La politica è la forma più alta di carità, seconda sola alla carità religiosa verso Dio”. È una affermazione di Papa Ratti, Pio XI, e ripresa e ripetuta dai suoi successori.
Padre Pio doveva esserne pienamente convinto se a concludere le accese campagne elettorali chiamava Enrico Medi suo figlio spirituale, illustre scienziato, uomo di grande fede. I suoi discorsi erano straordinari e spaziavano dalla politica, all’astronomia, alla filosofia, alla fede suscitando il plauso non solo dei sostenitori del suo partito ma anche degli avversari politici ammaliati dalle sue parole.
È noto che Padre Pio chiamava “ad personam” i suoi collaboratori e affidava ai suoi figli spirituali i compiti che riteneva potessero assolvere. Aveva il dono di leggere nell’animo e di scrutare i cuori delle persone. In quel “uagliò fai l’ubbidienza”, intendeva dire “fai la volontà di Dio che non è la tua volontà”. Quanti esempi: Sanguinetti, Sanvico, Kisvarday, Telfner instancabili collaboratori dell’opera e poi tanti medici chiamati a prestare servizio nel suo ospedale: il dottor Gusso, il professor Lotti, il professor Pavone e tanti altri.
Per fare l’ubbidienza però bisogna essere pronti facendo vibrare tre corde fondamentali: la preghiera, l’ascolto della parola e l’eucaristia. Soltanto così può entrare in vibrazione anche la corda della carità.
Padre Pio è stato un grande maestro di carità, che si esprimeva nel confessionale, nelle sue numerose opere sociali a favore degli orfani, dei giovani disoccupati, degli anziani, dei poveri e dei malati e di quanti si rivolgevano a lui per ogni genere di aiuto. Ma la sua carità si manifestava anche in tanti gesti di tenerezza e attenzione verso le persone.
Figlio di Gennaro Cascavilla, di cui prima abbiamo riportato la testimonianza, don Giovanni Cascavilla si preparava per l’ordinazione sacerdotale e le sorelle, figlie spirituali di Padre Pio si erano impegnate a ricamargli il camice da indossare per il grande evento. Si avvicinava la data e Padre Pio ricevendo una delle sorelle, Ester, così le si rivolse: “eh tu, non ti spicci a ricamare il camice per tuo fratello… Ma se non fai presto, sarò costretto a dargli io il camice più bello che ho”. Il camice fu pronto per l’ordinazione, ma Padre Pio volle essere lui il primo ad indossarlo. Con quel camice celebrò la Messa prima di don Giovanni, posandovi sopra le mani piagate e lasciando una preziosa traccia di sangue. Un gesto di straordinaria sensibilità, di delicatezza, di affetto per il confratello di cui forse presagiva la prematura scomparsa.
Don Giovanni morì giovane per una brutta nefrite: quanti lo hanno conosciuto lo ricordano buono, umile, santo sacerdote. Fu ordinato il quattro agosto del 1935. Quello stesso giorno veniva ordinato anche suo cugino, don Leandro Cascavilla, fratello di mio padre, vicario generale di Monsignor Valentino Vailati che ha dato inizio alla fase diocesana del processo di beatificazione di Padre Pio, il 20 marzo del 1983.
Una delle sorelle di don Giovanni, Graziella, è stata una fedelissima figlia spirituale di Padre Pio. Aveva lasciato le sorelle che abitavano al centro del paese per trasferirsi vicino al convento in una modesta casa che condivideva con un’altra pia donna che il Padre aveva affidato alle sue cure. Colta, ma umile e delicata, nel silenzio svolse il suo apostolato, fra i pellegrini che giungevano numerosi, lasciandosi guidare da Padre Pio suo confessore e guida spirituale. Alla sua morte, Padre Gerardo di Flumeri, che presiedeva la celebrazione, nell’omelia, riferendosi ai figli spirituali di Padre Pio li immaginò come tanti fiori nelle aiuole di un meraviglioso giardino: ordinatamente disposti per dimensione, colore, profumo, ma tutti in armonia. Graziella la paragonò a un piccolo fiorellino delicato, nascosto, poco appariscente ma subito riconoscibile per l’intenso profumo.
Mi ha molto colpito l’immagine utilizzata da padre Gerardo. I figli spirituali di Padre Pio, i suoi Gruppi di Preghiera come prati in fiore il cui profumo come incenso sale a Dio.
Papa Benedetto ci definiva come “un esercito di intercessori che bussa al cuore di Dio”. Un esercito che oggi chiede pace, chiede giustizia, chiede di fermare ogni violenza, chiede che tutti si riconoscano fratelli. Il profumo di Padre Pio è profumo di Cristo: profumo di preghiera, di carità, di santità. Portiamolo nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie, nei luoghi di lavoro, nei nostri paesi, ché tutti possano sentirlo e inebriarsi: diffondere il profumo di Padre Pio sintetizza il nostro carisma. E perché non svanisca affidiamoci a Maria, madre nostra, come faceva San Pio. L’arma è la corona del rosario. Anche Papa Leone ci raccomanda continuamente di essere assidui nella preghiera del rosario e di portare sempre con noi la corona: ci ricorda che la nostra mamma celeste ci è sempre vicina e ci protegge. Raccomandiamoci allora all’intercessione della Madonna delle Grazie e del nostro Padre Pio perché tutti noi, ognuno nel proprio ambito, possiamo essere profumo di Cristo, operatori di pace, promotori di giustizia ed esempi di carità.