Legno Secolare

"Legno Secolare" Pubblicato il 16/10/2020
Testi e musica: Gianluca Di Santo
Produttore artistico: Luca Mazzoni
Registrato e mixato da Daniele Fasoli. Phaser Studio - Seveso (MB)
Masterizzato da Andrea De Bernardi. Eleven Mastering, Busto Arsizio (VA)
Copertina di Giancarlo Berlusconi
Illustrazioni a cura di Nicholas "Nigma" Di Santo
---BAND
Daniele Mazzoni: chitarre
Angelo Astore: pianoforte e tastiere
Luca Mazzoni: Basso e contrabbasso
Alessio Turconi: Batteria e percussioni
---CON LA STRAORDINARIA PARTECIPAZIONE DI:
Alfredo Ferrario: Clarinetto Bulgheroni Gordée 715 in "Giazz"
Andrea Baroldi: Tromba in ""Tornerò a chiamarti amore"

Testi

Il canto della terra

Nella mia testa milioni di pesci,
davanti agli occhi chiusi dall’alga
arcobaleni di mille tramonti
e un pennarello per riscrivere l’alba.
Le mani legate, i piedi impaltati
per il Dio coraggio che ho supplicato
sono eremita su questo paesaggio.
La terra compone il suo angelico canto.
Sopra la testa stelle comete,
e dentro al cuore un gran buco nero
potessi guardare là oltre il monte
o semplicemente il mio sguardo rialzare.
Io, cosmonauta cammino nel tempo
non mi sono mai allontanato da qua,
riciclo stelle a piacimento,
il cielo compone il suo bestiale canto.
Macigno d’uomo dal cuore di pane
è un gesto lento a poterti scaldare
Abbraccia la terra,restando muto
su aghi di pino che hanno steso un tappeto
su cui anche i merli rincasano ora
col manto nero e una melodia in gola.
Idoli muti si chinano udendo
la terra che intona al creatore il suo canto

Giramondo

Vivremo un’altra notte lontano da quacosì tiriamo l’alba in un’altra città.Senza donne, né parole solo noi e la libertànei silenzi più profondi che sanno di musica.Quando il sole brillerà ad orienteio saprò che t’amo anche se distante,ma per nulla al mondo torneremo indietroaltre mille volte noi lo rifaremo.Tornerò a chiamarti amore dopo l’ultima suonataTornerò a chiamarti amore, sappi non ti ho mai traditase non per questa notte, questa luna, questa musicaQuegli incontri inaspettati fuori dai barnon hanno mai d’accendere ne da fumareinterrompono i silenzi con un gesto appenacon l’aria di chi attende un po’ di compagnia.Spegneranno anche le luci, restremo noinell’ebbrezza di godere della libertà,a cercar tramonti, ad inforcare stradead amare il mondo così come appare RitHo vuotato le cantine senza orgoglio e pregiudizioSilenziosamente prima che il giorno avesse inizioho perduto i musicisti in questa terra lontanaSon qui solo con le stelle e una canzone di montagna Rit
C’è bisogno che qualcuno resti qua a narrar da dove siete partitiper il viaggio che vi ha sparsi per il mondo sorvolando mari terre e libertà,perché non so se tornerete mai, ora che spose e strade avete conosciuto,se qualcuno saprà mai di voi che cercavate nel mare il futuro.Quant’altra gente prima di voi lungo la storia ha intrapreso il viaggio.Dentro le bussole ha infiiato la speranza, e nelle valigie vuote la pazienza.La cinquecento delle nostre vacanze, e delle gite le domeniche d’estatenon sono cartoline ormai ingiallite ma una storia che continua a girar…
Allora gira, gira e negli occhi dei tuoi figli, se mai torneranno, riconoscerò.Gira, gira e negli occhi dei tuoi figli c’è una terra ed io gli racconterò.
Se senti i colori della Valtellina non è solamente nostalgia di casa,porta il nome che il tempo ha trasformato Tramontana è il vento sotto al quale è nataquella schiena curva dentro alla miniera. Lo straniero al quale auguri “Good Night”nella notte scrive lettere d’amore conservate in un baule qua.Con l’inchiostro sbavato tra le gocce da quegli occhi materni ormai caduteed un bacio francobollo in fondo a destra per rispondere alla sua felicità.Negli orizzonti che guardavamo insieme, nei continenti che il tempo ha avvicinatovedo terre che desidero incontrare, vedo terre che continuano a girar…
Allora gira, gira e negli occhi dei tuoi figli, se mai torneranno, riconoscerò.Gira, gira e negli occhi dei tuoi figli c’è una terra ed io gli racconterò.
Sono secoli che abbiamo questo mare sotto ai piedi,son decenni che riempiamo le valigie di santiniSu questa lingua di terra c’è chi arriva e c’è chi partema chi ha il dono dei ricordi è un bene che resti qua. RIT

Colline Solitarie

Sarei potuta scappare, scappare, scappare, scappare per sempre,e invece con mia grande sorpresa son tornata al mio paesecon l’abito pulito ed un cappello nuovo.Io qui lasciai un uomo che non so che faccia ha.Il mio viso incipriato e un passo ben posatoin un tacco che mai avrei indossato qua.Queste valli conservano il gusto di un bacio volato via,il primo indimenticato bacio sotto casa mia.Qui i ragazzi vèston di fieno che rincorrevo da bambinafinché una carrozza una mattina mi portò in cittàsenza più stagioni, sui libri e con i suoni dell’andirivieni dei tram,senza corse giù per le colline perché vivevo con uomini in frac.L’ho lasciato con un bacio in sospeso che non so se aspetterà,l’ho lasciato che sorridevo prima che mi hanno portata via di qua.Sarei potuta morire, morire, morire, morire altrovesenza sentire più il calore avvolgente che possiede il sole.Mi trovo sul sagrato di questo luogo sacroin cima a questo colle per guardare giù.Il mondo al proprio posto e i prati in cui ho rincorsoi pascoli del Berto che ora cercheròe ruotando con la gonna-girasole a piedi scalzi mi riporto sulla via,e una mano callosa sulla spalla mi sorride: Lucia !!!Lui veste ancora di fieno, in braccio ha una bambina,l’abbraccio che ha coperto il nostro pianto mai volato via.Passa il giorno nel suo cortile trattenendo dal guardare le sue labbrache nasconde sotto la sua barba, ma sorridono.Tra i colori a piedi nudi son tornata a correreSolo l’affanno per gli anni passati sono lo specchio della malinconia

Giàzz

Inverno sei arrivato come polvere sul vetrocome il sole che ha lasciato le coperte un po’ più tardi.Grigio, vecchio ghiaccio stanco i sei fermato quisui prati, sopra i tetti, sui nostri parabrezzae una foglia che cade è un fiamma che crescedentro ad un cammino che lentamente accendeun suono nella testa che sembra un clarinettoe una frase infreddolita che so esprimere in dialettoVa se’l fioca va se’l fioca, va se’l fioca, porca l’oca va sel’fioca.
In di urècc, in di oss senti ‘l giàzz, sura’l naas, suta i pé senti’l giàzz.Me trema’l barbèll, trèma tùtt, anca quèll… par ul giàzz.
Vagabondo ciarlatano, adesso tutto tacenemmeno una coperta riesce a darmi pace.Dentro una sciarpa di lana che mi sono messomi sento in sottana con il freddo addosso.Compare un bimbo con la sua slitta nuovache gli hanno regalato il giorno di Natalecol gusto sulla bocca di birolle e vin brulého una frase infreddolita che so esprimere così Rit
Arriverà l’estate con il suo dolce abbraccio,spiaggiato e coccolato mi godo il primo assaggiodi un cocktail colorato di toni che ho mai visto,dai frutti soleggianti più annacquato del previsto
cun l’umbrèll, nel bucér a gh’è ‘l giàzzcul limòn e i lampon a ghè’l giazzma perché tutti vogliono ‘l giàzz,
ma perché tutti vogliono ‘l giazz,.
ma perché tutti vogliono ‘l giàzz,
ma perché tutti vogliono ‘ giàzz
disi la verità, me l’ho mai supurtà…. ul giàzz

Tornerò a chiamarti amore

Vivremo un’altra notte lontano da quacosì tiriamo l’alba in un’altra città.Senza donne, né parole solo noi e la libertànei silenzi più profondi che sanno di musica.Quando il sole brillerà ad orienteio saprò che t’amo anche se distante,ma per nulla al mondo torneremo indietroaltre mille volte noi lo rifaremo.
Tornerò a chiamarti amore dopo l’ultima suonataTornerò a chiamarti amore, sappi non ti ho mai traditase non per questa notte, questa luna, questa musica
Quegli incontri inaspettati fuori dai barnon hanno mai d’accendere ne da fumareinterrompono i silenzi con un gesto appenacon l’aria di chi attende un po’ di compagnia.Spegneranno anche le luci, restremo noinell’ebbrezza di godere della libertà,a cercar tramonti, ad inforcare stradead amare il mondo così come appare Rit
Ho vuotato le cantine senza orgoglio e pregiudizioSilenziosamente prima che il giorno avesse inizioho perduto i musicisti in questa terra lontanaSon qui solo con le stelle e una canzone di montagna Rit

Cume un Pecìtt

Solti fo cumè un ratt da drée al cù de sto santuari
Senza forza e senza fiaa in genòoc preghi cui làres
s’eri drée a scapà de me ‘me na legura dal sciòpp;
s’eri drée a scapà da quell’omm che gh’evi innaanz.
I eren drée a speciàmm, se sun fa strada tra i ramm,
me curevi versu ul suu, e forsi anca drée ala loena,
cunt el veent che ma ruzava e l’umbria che ma seguiva
ul santuari adèss la brila e me senti ul so fioo.

Adèss cun sta smàgia de veen in soe’l coer
da questo colle me pari pinìn
adèss che ho vujà l’anima al praa,
solti nel voj e tachi a gulà.
Adèss cun sta smàgia de veen in soe’l coer
da questo colle me pari pinìn,
senti sul coll ul fiàa di sciguètt,
tremi e poi balzi cum’è un pecìtt.

Sculti i tròn di tambur, i enn i spiriti del temp,
s’alza ul foemm bali in pée,
ciàpi fiàa insèma de luur
e in sto praa adèss do umbie:
Samamétt e anca la mia,
purtà in braasc da la memoria
me na gerla cunt el fée,
‘me sto fée che la brusa nella röda suta ai pè,
sta spiga che g’ho in buca porti cun me
e adèss che luntàn vedi la civiltà,
starò a vardàla e seguti a gulà. RIT

Come un Pettirosso - (trad. ITA)


Salto fuori come un topo dietro a questo santuario
senza forza, senza fiato, in ginocchio prego coi larici
stavo scappando da me stesso come una lepre dal fucile
stavo scappando da quell’uomo che avevo davanti.Mi stavano aspettando, mi son fatto strada tra i ramicorrevo verso il sole, forse anche dietro alla lunacon il vento che mi spingeva e l’ombra che mi seguivae il santuario che brillava e mi sento suo figlio.
Adesso con questa macchia di vino sul cuore,da questo colle mi sento piccolinoadesso che ho vuotato l’anima nel pratosalto vuoto e inizio a volare.Adesso con la macchia di vino sul cuoreda questo colle mi sento piccolinosento sul collo il fiato delle civette,tremo poi balzo come un pettirosso.
Ascolto i tuoni di tamburo, sono gli spiriti del tempo,si alza il fumo, ballo in piedi,prendo fiato insieme a loroe in questo prato adesso due ombre:San Mamette e anche la miaporto in braccio la memoria,come la gerla con il fieno.Come questo fieno che brucia nella ruota sotto ai piediquesta spiga che ho in bocca porto con mee adesso che lontano vedo la civilità,starò a guardarla e continuo a volare. RIT
Pecìtt (Pettirosso) è il nome con cui vengono chiamati gli abitanti di Oltrona di San Mamette, dove si trova il santuario di San Mamette, patrono del paese

Il Druido di Fanes

Legno secolare di ambigua naturaè il bastone che regge quell’uomointarsiato di magia, di parole complicateche forse non si posson neanche nominare“Sono il druido del Fanesnel lago di Braies ho nascosto il tempo”Un sasso è un sassolevigato dal passare del tempo,Un passo è un passoanche quando l’uomo è stancomentre cresceva dall’onda del mare,sono emerse le montagne io ero qua.mentre cresceva dall’onda del maresono emerse le montagne, io ero qua.Ho visto fiorire questa lingua verde,l’uomo riempire tutta quanta la terrada una rupe ho visto le stelle cadere,ogni stella è una lingua sentita parlare.Davanti al fuoco chiacchierava la gentelungo i fiumi e giù valle, già capivo più niente.E lontano va lontanocome un falco nei siti e nel tempoe tra polvere e ghiaccio popoli, lingue, bandiere,ma davanti al mio lago han placato la seteogni anima ha un nome che chiede di beredavanti al lago han visto il riflesso,scoperto che qui nessun uomo è diverso.Imparerà cos’è l’amore, imparerà cos’è la vitaimparerà che tutti giorni si sale una salita.Salirà le mie montagne, troverà la sua coscienzatra le stelle nel suo viaggioacquisirà la conoscenza.Arriverà alla vetta solo e senza fiatonel vedere l’orizzonte come non l’ha mai veduto,se arriverà alla vetta scordandosi il sentieropenserà che sotto ai piedipotrà avere il mondo intero.Ho pucciato il mio dito nel sangue del cuore,ammazzato di certo tra i rami della notteHo appoggiato una crocesu ogni cima che vedinella memoria che nulla possiedi.Sono il Druido del Fanes.Il monte, l’altare uscito dal ventre,dal legno che mi sostieneleggo la mia quotidiana orazione:Non son Padre né figliosulla tèrra donata,sono il merlo e sono il beccosenza anello e senza strada,padrone di niente, padrone di nessunodipendente soltanto dalle stagioni,mi perdo, mi brucio,è facile tagliarsise compio una guerra contro i miei sassi,è polvere e pelle quello che ho addosso,sotto le stelle, sotto me stesso.

Ora Dolomia

Grisa, scüra, rossa, verda e ammò ciàramama custodìs nel temp i tò fiöö.Ventu suga la sua facia sgrafignadaUn tempu emersa dal ventru del maar.Stèla alpina faagh unùr me na medajasangh e piumb han pesà sui so spàllNef cuverta su la ròcia che la brìlaLassa che germogli una ninnananna.
Ora Dolomia , Ora Dolomia
Lassa i pàss di gent che t’han pupulà la tèraNel fil de la schèna g’hann la sua cà.Luf, luf canterà alla tua loenavulpa furba la sa scund tra i tò brasc,gula un corvo nell’inverno traditùrspèci il cuculo quando canterà.corvo, corvo spècia ul vent adulatorecanta ul cuculo dal Brenta al Vajont.
Ora Dolomia , Ora DolomiaDolomia questa l’è la mia cà.
Movass vita che la tira noeva vita cul so càrr
dirutà. Furestée cerca sempru la sua màmmLuntàn, luntàn dolomia vedi la mia cà,ma cun la tua lèngua sun vegnù a pregàtt.

Trad. italiana

Grigia, scura, rossa, verde e ancora chiara,mamma, custodisci nel tempo i tuoi figli.Vento asciuga la sua faccia graffiata,un tempo emersa dal ventre del mare.Stella alpina falle onore come una medaglia,sangue e piombo han pesato sulle sue spalleNeve coperta sulla roccia che brillalascia che germogli una ninnananna.
Ora Dolomia, Ora Dolomia
Lascia i passi della gente che ti hanno popolato la
terra.Nel filo della schiena hanno la loro casa.Lupo, Lupo canterà alla tua lunavolpe furba si nasconde tra le tue braccia.Vola un corvo nell’inverno traditore,aspetto il cuculo quando canterà.corvo, corvo aspetta il vento adulatorecanta il cuculo dal Brenta al Vajont.
Ora Dolomia, ora Dolomia
Dolomia questa è la mia casa
Muoviti vita che tiri nuova vita sul tuo carro
dirottato. Forestiero cerca sempre la sua mamma.Lontano, lontano Dolomia vedo la mia casama con la tua lingua son venuto qui a pregarti.

BONUS La mia sera (testo di G.Pascoli)

Il giorno fu pieno di lampi;ma ora verranno le stelle,le tacite stelle. Nei campic’è un breve gre gre di ranelle.Le tremule foglie dei pioppitrascorre una gioia leggiera.Nel giorno, che lampi! che scoppi!Che pace la sera !!!
Si devono aprire le stellenel cielo sì tenero e vivo.Là, presso le allegre ranelle,singhiozza monotono un rivo.Di tutto quel cupo tumulto,di tutta quell’aspra bufera,non resta che un dolce singultonell’umida sera !!!
È, quella infinita tempesta,finita in un rivo canoro.Dei fulmini fragili restanocirri di porpora e d’oro.O stanco dolore, riposa!La nube nel giorno più nerafu quella che vedo più rosanell’ultima sera !!!
Che voli di rondini intorno!che gridi nell’aria serena!La fame del povero giornoprolunga la garrula cena.La parte, sì piccola, i nidinel giorno non l’ebbero intera.Né io... e che voli, che gridi,mi limpida sera !!!
Don... Don... E mi dicono, Dormi!mi cantano, Dormi! sussurrano,Dormi! bisbigliano, Dormi!là, voci di tenebra azzurra..Mi sembrano canti di culla,che fanno ch’io torni com’era...sentivo mia madre... poi nulla...sul far della sera !!!