“Che roba contessa all'industria di Aldo, han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti, volevano avere i salari aumentati, dicevano pensi, di essere sfruttati.”
Così scriveva Paolo Pietrangeli nella sua “Contessa” nel 1966.
Oggi in Italia a parità di professione, istruzione e livello di carriera si guadagna meno di trenta anni fa, è uno dei pochissimi paesi in cui i salari invece di aumentare diminuiscono, ed in questo periodo vengono anche fortemente svalutati a causa dell’alto tasso di inflazione, spesso si sente dire che il lavoro non c’è, però si chiede di lavorare gratis o senza tutele, svalutando le persone e le professioni.
In Italia 5 milioni e mezzo di persone si trovano in situazione di povertà assoluta. In molti settori le paghe sono anche di 3-4€ l’ora, e succede nelle filiere agricole, della logistica, e anche nella pubblica amministrazione dove ci sono contratti in appalto.
L’aver reso il mercato del lavoro più “flessibile” ha prodotto una politica economica fortemente sbilanciata verso il capitale, mettendo il lavoro ed i lavoratori in una condizione di subordinazione totale, il mercato del lavoro è immerso in un vortice di svalutazione e di sfruttamento, che coinvolge soprattutto i giovani e le giovani, le uniche certezze sono stipendi di ricevere stipendi bassi e contratti precari.
Molte imprese continuano ad accumulare utili e profitti sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, agitando gli spettri delle delocalizzazioni o dei costi della tecnologia, tutto ciò porta a contrapporre i profitti dei pochi contro i salari dei molti generando una sempre più larga frattura nelle disuguaglianze sociali.
Come si potrebbe migliorare questa situazione?
Con l’introduzione di una legge sul salario minimo legale, ma cosa è il salario minimo legale? Quest’ultimo consiste nella paga più bassa (su base oraria o mensile) che, per legge, deve essere conferita ai lavoratori. La sua funzione è quella di tutelare chi, pur lavorando, si trova in condizioni di indigenza o è a rischio di povertà. In Italia ancora non è previsto, per quanto delle basi giuridiche si possano ritrovate nella Carta costituzionale, in particolare nel Art. 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”
In parlamento sono state presentate delle leggi, ma la granitica opposizione di Confindustria e partiti vicini a quelle posizioni ne hanno resa impossibile la realizzazione.
Il presidente di Confindustria Bonomi in questi giorni ha detto anche che il “competitor” delle imprese è il RdC. C’è da sperare che menta sapendo di mentire perché il contrario vorrebbe dire che le nostre imprese, invece di voler competere con la Germania (di cui vedremo poi gli effetti dell’introduzione del salario minimo), vogliano competere con chi paga 580 euro al mese, e quindi con dei salari da fame.
Secondo alcuni politici, sindacati, ed imprenditori sono sufficienti i contratti collettivi nazionali e anzi teorizzano che tramite il salario minimo tutti i salari sarebbero livellati verso il basso, ma questo avverrebbe solamente nel caso in cui lo strumento del salario minimo venisse utilizzato male, il salario minimo non deve andare a sostituire la contrattazione collettiva nazionale, ma deve essere costruito in supporto a quest’ultima, come soglia minima per avviare le trattative con le parti datoriali, in questo modo potrebbe anche essere uno strumento in più nelle mani dei sindacati per far ripartire la dinamica dei salari.
Ad oggi nei contatti collettivi nazionali sono inclusi salari da fame, la cui soglia spesso scende sotto la soglia di dignità (anche meno di 7€ l’ora).
Secondo alcuni teorici e politici neoliberisti il salario minimo avrebbe degli effetti deleteri poiché andrebbe ad abbassare la domanda di lavoro ed incrementare il tasso di disoccupazione, questa teoria economica è smentita dagli studi di Krueger e Card, che hanno potuto constatare come il salario minimo non solo non faccia diminuire l’occupazione, ma anzi fa crescere la domanda di lavoro.
Quindi possiamo dire che il salario minimo fa bene alla domanda del lavoro e non solo, fa bene anche all’economia, perché riduce le disuguagliane socioeconomiche.
Un esempio a noi vicino può essere quello della Germania, dove il salario minimo introdotto nel 2015 ha prodotto un aumento dei salari, abbassando le disuguaglianze sociali, senza avere nessun effetto negativo sui dati dell’occupazione.
In tema di salario minimo è stata anche varata una direttiva europea che non è vincolante per l’Italia, ma contribuisce a tenere alto il dibattito su questo tema, su cui si è espresso anche il segretario della CGIL Landini: "Non dobbiamo ascoltare l'Europa solo quando ci dice di tagliare le pensioni o cancellare l'articolo 18 o tagliare la spesa sociale. Se finalmente tutta l'Europa si rende conto che salari bassi e lavoratori precari senza diritti mettono in discussione la tenuta sociale, bisogna ascoltarla".
Nell’Unione Europea sono 21 i paesi che ad oggi hanno una legge in materia di salario minimo la cui media tra il Lussemburgo che è quello con il salario minimo più alto e la Bulgaria fanalino di coda è di 1294,64€ mensili, prendendo i paesi a noi più vicini gli stipendi sono in Germania: 1.621€ Francia: 1.603,12€, Spagna: 1.125,83€ tutte e tre con un tasso di occupazione superiore a quello dell’Italia.
Non ci sono scuse, il salario minimo è una misura di civiltà che non può essere rimandata.
Il 2021 ha avuto un bilancio negativo nel campo dei diritti civili in Italia: secondo Ilga Europe (Associazione internazionale per i diritti LGBTQ+ presente all’ONU), il Belpaese scende alla 35° posizione su 49, nella classifica dei paesi europei per politiche a tutela dei diritti umani e dell’uguaglianza delle persone LGBTQ+.
Tale dato è confermato da quanto ci riporta GayHelpLine, un centro di contatto per persone omosessuali, che riceve circa cinquanta telefonate al giorno.
I dati sono allarmanti, soprattutto se si pensa che l’Italia è uno dei paesi trainanti all’interno della Comunità Europea, in cui i cittadini LGBTQ+ riscontrano ostacoli dal punto di vista legale per quanto riguarda le adozioni e il riconoscimento del matrimonio egualitario, causa la mancanza di specifiche norme nel Paese, e dal punto di vista sociale: troppi gli episodi di cronaca che riguardano violenze nei confronti di persone omosessuali.
Nel 2016 c’è stata una piccola apertura con la “Legge Cirinnà”, che però garantisce solo alcuni diritti equiparabili al matrimonio civile.
Ad oggi manca ancora il diritto di adozione, che trova applicazione grazie alla legge che regolamenta le adozioni speciali.
L’Italia necessita con urgenza di una legge nazionale che condanni le discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, un tipo di legge già presente nella maggior parte dei paesi Europei, eccetto quelli guidati dai governi ultra conservatori e sovranisti, come ad esempio Bielorussia, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Turchia.
Per l’Italia il 2021 avrebbe potuto essere l’anno della svolta in merito all’approvazione di una norma che condannasse la violenza nei confronti delle persone della comunità LGBTQ+: il DDL Zan, presentato dall’omonimo deputato, mirava ad inasprire le pene in casi di omotransfobia, misoginia e abilismo.
Purtroppo, all’interno di un parlamento estremamente frammentato, e con gruppi e/o esponenti politici fortemente influenzati dalle opinioni espresse da alcuni esponenti della Conferenza Episcopale Italiana e in generale dalla Chiesa Cattolica, il disegno di legge Zan, approvato inizialmente alla Camera dei deputati, si è arenato di fronte al voto segreto del Senato.
Ancora oggi tutti e tutte noi riviviamo tristemente le urla di gioia e gli applausi dei senatori e delle senatrici di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e altre forze centriste che dopo una surreale discussione in Senato, hanno affossato una legge sacrosanta per il nostro Paese, chiamando in causa la “libertà di opinione", perché essere omofobi per loro è, e sarà sempre, libertà di opinione, libertà di poter odiare.
L’eco di quell’esultanza in Senato da parte degli esponenti della destra italiana ha fatto il giro del mondo, accendendo i riflettori sull’arretratezza del dibattito parlamentare italiano in merito ai diritti civili.
La rilevanza mediatica sollevata dal rifiuto della legge Zan ha riempito le piazze italiane di giovani ragazzi e ragazze che hanno fatto sentire la loro voce di dissenso nei confronti di un parlamento arretrato rispetto alla reale opinione del popolo italiano in merito ai diritti civili.
Su una forte spinta data anche da una raccolta firme rilanciata da noi Giovani Democratici, finalmente il Partito Democratico ha deciso di inserire all’interno del suo programma elettorale il matrimonio egualitario, e di rilanciare subito il DDL Zan.
Ma le prospettive per i prossimi anni non sono del tutto rosee: il 25 settembre 2022 saremo chiamati e chiamate ad esprimere il nostro voto per le Elezioni Politiche 2022, e ad oggi i sondaggi danno in netto vantaggio le forze sovraniste della destra, nelle figure di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, e del più moderato Silvio Berlusconi.
La leader di Fratelli d’Italia, aspirante Premier del prossimo governo, si è schierata più volte contro la comunità LGBTQ+, come testimoniano i suoi calorosi interventi ai comizi di Vox in Spagna e di Marine Le Pen in Francia, a difesa della “famiglia tradizionale” e dei valori “cristiani”.
Ma nulla è già scritto, mai come quest’anno sarà importante far sentire la nostra voce per non rassegnarci alla deriva oscurantista e far vincere le idee per un Italia più libera, progressista e soprattutto sicura per tutti e tutte.
I giorni che ci separano dal 25 settembre dovranno essere giorni per rivendicare la conquista e la difesa dei diritti, contro la politica conservatrice e sovranista della destra italiana: noi ragazzi e ragazze dei Giovani Democratici siamo convinti che il conseguimento e la difesa dei diritti civili sia fondamentale affinché l’Italia possa porsi sulla linea degli altri paesi europei già avanti nel campo dei diritti.
Noi vogliamo di più della legge Cirinnà e della legge Zan, e faremo di tutto per raggiungere il nostro obiettivo, quello di rendere l’Italia un paese migliore per noi stessi e per le prossime generazioni, perché l’amore è amore. Sempre.
“Don't clean up this blood”
“Don't clean up this blood”
Questo è ciò che rimase scritto la mattina del 22 luglio 2001 all'interno della scuola Diaz dopo le
violenze che furono perpetrate nella notte del 21 luglio 2001 da parte della polizia.
Ventun anni fa, i fatti del G8 di Genova: le violenze, le bugie e i depistaggi di stato, la sospensione
della Costituzione, “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la
seconda guerra mondiale” secondo Amnesty.
Una generazione che ha perso per sempre fede nella politica e nelle istituzioni, ma che aveva
ragione da ventuno anni, si volevano portare all’attenzione degli otto potenti della terra temi come:
le disuguaglianze economiche, sociali ed ambientali, che già incidevano sulle nostre vite.
Nelle sale del G8 si stavano gettando le basi del modello economico che ancora oggi continua a
creare crisi e disuguaglianze economiche, sociali ed ambientali.
Mentre nelle piazze, gli studenti, i cittadini, chiedevano la "libertà di movimento, libertà senza
confini" per gli esseri umani, la fine dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e un
impegno internazionale per la tutela dell'ambiente e la fine del monopolio sui brevetti medici delle
aziende farmaceutiche.
A Genova il Social Forum fu la più vasta e trasversale piattaforma di mobilitazione sociale di quegli
anni, dai centri sociali italiani, ai movimenti cristiani, passando per le associazioni, il Wwf,
Legambiente, i movimenti femministi ed i partiti.
Un movimento così vasto preoccupava i grandi otto ed in particolare il padrone di casa al governo:
Silvio Berlusconi.
Attorno alle 23.30, la polizia, fece irruzione nelle scuole Diaz e Pertini-Pascoli, utilizzate
rispettivamente da studenti e manifestanti come dormitorio la prima e come centro stampa la
seconda.
Le accuse parlano di “persone costrette a stare in piedi per ore e ore”, “schiaffi e strappo di piercing
dalle parti intime”, “ragazze costrette a spogliarsi”, “insulti e minacce di tipo politico e sessuale”, le
forze dell'ordine massacrarono tutte le persone addormentate nell'edificio, mandandone 82
all'ospedale con gravi lesioni al torace, alla testa e agli arti; la perquisizione si concluse con 93
arresti e 82 feriti, di cui tre prognosi riservate.
“Alla Diaz fu tortura”
Quattordici anni dopo gli eventi di Genova, la Corte di Strasburgo condanna l’Italia per tortura per i
fatti della Diaz.
Secondo i giudici, è stato violato l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani sul
“divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti”.
Le persone distrutte dall'attacco notturno furono poi portate nella caserma di Bolzaneto, dove già
erano stati trattenuti circa 500 altri manifestanti.
Ciò che accadde tra le mura della caserma è stato descritto dalla corte di Cassazione come
"inumano e degradante".
Nel 2001, con la complicità dello stato e del governo, che avrebbe dovuto garantire il rispetto dei
diritti umani, lo stato di diritto venne meno.
Chi doveva vigilare non lo fece o fece finta di non vedere, e in molti casi incoraggiò le forze
dell’ordine ad agire senza alcuna regola, facendo dell’uso della forza, della prevaricazione e
dell’umiliazione fisica e psicologica la propria norma di comportamento.
Da allora si è aperto il vuoto politico che dura ancora oggi.
Abbiamo deciso di prenderci del tempo per analizzare e commentare questa assurda crisi di governo, quello che è accaduto è difficile da spiegare e difficilmente definibile.
L’Italia sta attraversando un periodo di crisi tra inflazione galoppante, salari bloccati e potere d’acquisto in continua discesa.
Tutto ciò va a ad allargare sempre di più la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali a discapito delle persone che erano già in difficoltà.
In questo quadro la classe politica italiana ha deciso di regalarci questo indegno spettacolo aggiungendo ulteriore instabilità, attraverso l’apertura di una crisi e le elezioni anticipate per la prima volta in autunno, tra due mesi.
È ormai evidente che la dialettica e la Politica sono venute a mancare nel quadro politico italiano.
Questa non è la Politica che ci rappresenta e la politica che vogliamo portare avanti, ci auspichiamo che il Partito Democratico possa trarre una lezione da quanto accaduto e che finalmente si possa tornare ad aprire una discussione incentrata sui temi e non sui nomi.
Le disuguaglianze in Italia sono una mina sociale pronta ad esplodere da un momento all’altro, c’è una grande richiesta di sinistra, dei temi di sinistra: di salario minimo, lotta alla precarietà, di diritti e tutele sul lavoro, di rimettere in moto una scala sociale ferma ormai da troppo tempo, ambiente e transizione ecologica, di diritti civili e sociali, perché i diritti civili senza diritti sociali sono diritti individuali.
Spesso noi giovani siamo stati snobbati dalla politica e dalle politiche degli ultimi anni, e sempre bollati come quelli che “non hanno voglia di lavorare” “disorientati”, “non interessati alla politica” e tanti altri luoghi comuni.
Mai come oggi vogliamo darci da fare affinché il Partito Democratico esca dalle sabbie mobili e cominci a sfruttare tutto il potenziale presente nei Giovani Democratici che hanno idee, energie e voglia di invertire la rotta e dimostrare che un altro futuro, che non sia quello con sovranisti e populisti alla guida del paese, è possibile.