Nota iniziale e Avvertenze sui contenuti
Questo articolo tratta Dendrocnide moroides, conosciuta popolarmente come Gympie-Gympie o, in alcune fonti divulgative, come "pianta del suicidio". Quest'ultima espressione viene utilizzata esclusivamente perché fa parte della storia culturale e giornalistica associata alla specie. Non deve essere interpretata come una definizione scientifica né come prova dell'esistenza di un rapporto documentato tra il contatto con la pianta e il suicidio. Le testimonianze più drammatiche associate a questo soprannome non dispongono, in diversi casi, di una documentazione clinica sufficiente per essere considerate fatti accertati.
Nel testo vengono descritti dolore intenso, neurotossine, meccanismi della nocicezione e possibili conseguenze del contatto con i peli urticanti della pianta. Questi passaggi possono risultare sgradevoli o impressionanti per alcuni lettori. L'obiettivo è esclusivamente scientifico e divulgativo.
Dendrocnide moroides non deve essere toccata, manipolata o utilizzata per verificare direttamente gli effetti descritti nell'articolo. La risposta biologica può essere intensa e prolungata. In caso di esposizione accidentale è opportuno rivolgersi a personale sanitario o ai servizi tossicologici competenti, seguendo indicazioni mediche professionali.
L'articolo contiene inoltre diversi termini di biologia cellulare, neurofisiologia, biochimica ed evoluzione. Non è necessario possedere una formazione specialistica per seguirlo. La breve guida seguente serve come riferimento durante la lettura e può essere consultata ogni volta che compare un termine poco familiare.
Pubblicato il 5 Settembre 2026
Guida ai termini scientifici
Dendrocnide moroides
È il nome scientifico della Gympie-Gympie, una pianta della famiglia delle Urticaceae. È famosa per i peli urticanti presenti soprattutto sulle foglie e sui giovani tessuti.
Urticaceae
Famiglia botanica alla quale appartengono anche le comuni ortiche. Diverse specie della famiglia possiedono peli capaci di provocare irritazione o dolore.
Tricoma
È una struttura simile a un piccolo pelo che cresce sulla superficie di una pianta. Nel caso di Dendrocnide alcuni tricomi funzionano come minuscoli aghi in grado di penetrare nella pelle.
Tricoma urticante
È un tricoma specializzato nella difesa. La sua estremità può spezzarsi quando viene toccata, lasciando una punta capace di perforare superficialmente i tessuti e introdurre sostanze biologicamente attive.
Biomineralizzazione
È il processo con cui un organismo incorpora minerali nelle proprie strutture. Nei tricomi urticanti di Dendrocnide la presenza di silicio e calcio contribuisce alle proprietà meccaniche del piccolo ago vegetale.
Silicizzazione
Accumulo di silicio in una struttura biologica. Può aumentare rigidità e resistenza meccanica.
Peptide
Piccola molecola costituita da una catena di aminoacidi. I peptidi sono parenti strutturali delle proteine, ma generalmente più piccoli. Possono svolgere funzioni di segnalazione, regolazione o difesa.
Gympietidi
Famiglia di piccoli peptidi neuroattivi identificati nei tricomi di alcune specie di Dendrocnide. Sono tra i principali responsabili dell'azione prolungata sui neuroni sensoriali.
MoTxA
Abbreviazione di moroidotoxin A. È uno dei gympietidi identificati in Dendrocnide moroides.
ExTxA
Gympietide strettamente correlato a MoTxA, studiato in Dendrocnide excelsa. Molte conoscenze dettagliate sul funzionamento molecolare di queste tossine derivano proprio dagli esperimenti condotti su ExTxA.
Ponti disolfuro
Legami chimici che possono formarsi tra particolari aminoacidi contenenti zolfo. Aiutano una proteina o un peptide a mantenere una struttura tridimensionale molto stabile.
Inhibitory cystine knot
Letteralmente "nodo di cistina inibitorio". È una particolare architettura tridimensionale stabilizzata da ponti disolfuro. Rende alcune piccole proteine estremamente compatte e resistenti. Strutture simili sono presenti anche in alcune tossine animali.
Neurotossina
Sostanza capace di interferire con il funzionamento del sistema nervoso. Non significa necessariamente che provochi la morte delle cellule nervose. Una neurotossina può semplicemente modificarne l'attività elettrica o chimica.
Nocicezione
È l'insieme dei processi biologici attraverso cui il sistema nervoso rileva stimoli potenzialmente dannosi. Non è esattamente sinonimo di dolore. La nocicezione riguarda il rilevamento e la trasmissione del segnale, mentre il dolore è anche un'esperienza percettiva elaborata dal cervello.
Nocicettore
Neurone sensoriale specializzato nel rilevare stimoli potenzialmente dannosi, come temperature estreme, lesioni meccaniche o determinate sostanze chimiche.
Canale ionico
Proteina inserita nella membrana di una cellula che permette il passaggio controllato di specifici ioni. Nei neuroni questi canali sono fondamentali per la generazione dei segnali elettrici.
NaV
Sigla utilizzata per indicare una famiglia di canali del sodio voltaggio-dipendenti. La loro apertura dipende dal voltaggio elettrico presente attraverso la membrana cellulare.
NaV1.7
Uno specifico canale del sodio particolarmente importante nei neuroni coinvolti nella percezione del dolore. I gympietidi possono modificarne il comportamento.
SCN9A
È il gene che contiene le informazioni necessarie per produrre la proteina NaV1.7 nell'uomo.
Depolarizzazione
Cambiamento del potenziale elettrico della membrana di un neurone che la rende meno negativa. È uno dei passaggi fondamentali che permettono la generazione di un impulso nervoso.
Potenziale d'azione
Breve impulso elettrico utilizzato dai neuroni per trasmettere informazioni lungo la propria membrana.
Inattivazione di un canale
Dopo essersi aperto, un canale ionico può entrare temporaneamente in uno stato nel quale non lascia più passare ioni. È un importante sistema di controllo dell'attività elettrica del neurone.
Gating
Termine inglese molto usato in fisiologia per indicare i meccanismi che regolano apertura, chiusura e inattivazione di un canale ionico.
Corrente persistente di sodio
Ingresso di ioni sodio che continua più a lungo del normale. Se sufficientemente intenso può mantenere un neurone in uno stato di elevata eccitabilità.
Ipereccitabilità neuronale
Condizione nella quale un neurone risponde agli stimoli con maggiore facilità o produce impulsi elettrici più frequentemente del normale.
TMEM233
Piccola proteina presente nella membrana cellulare. Gli studi più recenti indicano che può interagire funzionalmente con NaV1.7 e contribuire all'effetto di alcuni gympietidi.
Proteina transmembrana
Proteina che attraversa la membrana della cellula. Può funzionare come recettore, canale, trasportatore o componente di complessi molecolari.
Dispanine
Famiglia di piccole proteine transmembrana alla quale appartiene TMEM233.
Sistema nervoso periferico
Parte del sistema nervoso situata al di fuori di encefalo e midollo spinale. Comprende i nervi e numerosi neuroni sensoriali che raccolgono informazioni dal corpo.
Ganglio della radice dorsale
Gruppo di corpi cellulari di neuroni sensoriali situato vicino al midollo spinale. È una stazione fondamentale nel percorso che porta informazioni sensoriali dalla periferia al sistema nervoso centrale.
Corno dorsale del midollo spinale
Regione del midollo nella quale arrivano numerosi segnali sensoriali, compresi quelli nocicettivi.
Riflesso assonico
Risposta locale nella quale l'attivazione di una fibra nervosa può provocare il rilascio periferico di sostanze capaci, per esempio, di dilatare i vasi sanguigni.
Vasodilatazione neurogena
Aumento del diametro dei vasi sanguigni provocato direttamente o indirettamente dall'attività delle fibre nervose.
Flare assonale
Area di arrossamento che può svilupparsi intorno alla zona stimolata per effetto dell'attivazione delle fibre nervose e della vasodilatazione.
Parestesia
Sensazione anomala come formicolio, pizzicore, bruciore o alterazione della sensibilità.
Evoluzione convergente
Fenomeno nel quale organismi evolutivamente lontani sviluppano indipendentemente soluzioni biologiche simili perché sottoposti a problemi o pressioni selettive comparabili. Nel caso dei gympietidi è interessante la somiglianza strutturale con alcune tossine prodotte da animali molto lontani evolutivamente dalle piante.
Selezione naturale
Processo attraverso il quale caratteristiche ereditarie che favoriscono sopravvivenza e riproduzione possono diventare più comuni nelle generazioni successive.
Pressione selettiva
Qualsiasi fattore ambientale o biologico che modifica le probabilità di sopravvivenza e riproduzione degli individui. Predatori, erbivori, clima, malattie e competizione possono costituire pressioni selettive.
Adattamento
Caratteristica anatomica, fisiologica o comportamentale che si è evoluta perché, in un determinato contesto, ha aumentato il successo riproduttivo degli organismi che la possedevano.
Coevoluzione
Processo nel quale due specie esercitano reciprocamente pressioni selettive l'una sull'altra nel corso delle generazioni. Nel caso del rapporto tra Gympie-Gympie e alcuni erbivori è importante distinguere una coesistenza ecologica da una coevoluzione specifica, che richiederebbe prove sperimentali e filogenetiche più solide.
Macropodide
Mammifero marsupiale appartenente alla famiglia Macropodidae, che comprende canguri, wallaby e pademelon.
Pademelon dalle zampe rosse
Thylogale stigmatica. È il piccolo marsupiale citato nell'articolo perché esistono osservazioni secondo cui può alimentarsi delle foglie di Dendrocnide moroides. Questo non significa però che sia stata dimostrata una sua completa immunità molecolare alla pianta.
Filogenesi
Ricostruzione delle relazioni evolutive tra organismi o gruppi di organismi.
Filogenetica
Disciplina che studia tali relazioni attraverso dati anatomici, genetici e molecolari.
Trascrittomica
Studio dell'insieme delle molecole di RNA prodotte dalle cellule o dai tessuti di un organismo. Può aiutare a capire quali geni siano attivi in determinate condizioni.
Gondwana
Antico supercontinente meridionale che comprendeva, tra le altre terre, Australia, Antartide, Sud America, Africa e India. La storia della biodiversità australiana conserva tracce di questa origine, ma non può essere spiegata esclusivamente attraverso Gondwana.
Radiazione evolutiva
Diversificazione di una linea ancestrale in numerose specie o forme differenti, spesso associata all'occupazione di nuove nicchie ecologiche.
Disclaimer editoriale e utilizzo dell'intelligenza artificiale
Questo articolo è stato realizzato con il supporto di ChatGPT, modello GPT-5.6 Sol, utilizzato per assistere nella ricerca bibliografica, nell'organizzazione delle informazioni scientifiche e nella stesura del testo. Le fonti scientifiche citate rimangono il riferimento principale per le informazioni riportate. Il contributo dell'intelligenza artificiale non sostituisce la consultazione degli studi originali né il parere di specialisti in ambito medico, botanico, tossicologico o biologico.
La cosiddetta "pianta australiana del suicidio" ha un nome scientifico molto meno teatrale, Dendrocnide moroides, e già questo contrasto suggerisce una certa cautela. Il soprannome è diventato popolare soprattutto attraverso racconti e divulgazione, ma non esistono prove solide che la specie abbia indotto persone al suicidio. Una delle storie più ripetute riguarda un militare che si sarebbe tolto la vita dopo una puntura, ma la vicenda deriva da testimonianze indirette e non da una documentazione clinica verificabile. Anche l'idea della "pianta più velenosa del mondo" è più giornalistica che tassonomica. Ciò che invece è ben documentato è molto più interessante: D. moroides possiede uno dei sistemi vegetali di inoculazione del dolore più raffinati conosciuti, capace di trasformare un contatto meccanico minimo in una prolungata ipereccitabilità dei neuroni sensoriali.
Dendrocnide moroides appartiene alle Urticaceae, la stessa famiglia dell'ortica comune, ma non è semplicemente un'ortica australiana più grande e più aggressiva. È un arbusto o piccolo albero delle foreste umide, con grandi foglie largamente ovate o cuoriformi, spesso comprese fra circa 12 e 22 centimetri di lunghezza. In Australia è presente soprattutto nel Queensland e nel nord del Nuovo Galles del Sud, ma è importante correggere un equivoco biogeografico: non è una specie esclusivamente australiana. Il suo areale naturale comprende anche parti delle Piccole Isole della Sonda e Vanuatu, mentre il genere Dendrocnide nel suo complesso si estende dall'Asia tropicale attraverso la Malesia e la Nuova Guinea fino all'Australia e al Pacifico. L'interesse evolutivo della specie australiana, quindi, non deriva da un isolamento assoluto, ma dall'inserimento di una linea vegetale indo-pacifica in un ecosistema che, sul continente australiano, ha attraversato decine di milioni di anni di isolamento, disseccamento, frammentazione delle foreste e riorganizzazione della fauna.
Per molto tempo la chimica della puntura è stata interpretata prendendo come modello l'ortica europea. Sono stati chiamati in causa acido formico, istamina, acetilcolina, serotonina, leucotrieni e ioni di potassio. Alcune di queste molecole possono contribuire alla risposta locale, ma nessuna spiegava adeguatamente due caratteristiche di Dendrocnide: l'intensità della componente neuropatica e soprattutto la sua persistenza. Anche la moroidina, un piccolo peptide biciclico isolato decenni fa da D. moroides, è stata a lungo presentata come "la tossina" della Gympie-Gympie. Le evidenze moderne hanno sostanzialmente modificato questo quadro. La moroidina provoca effetti molto più modesti rispetto agli estratti completi dei tricomi e oggi non è considerata la principale responsabile della sindrome dolorosa.
Il passaggio decisivo è avvenuto nel 2020, quando nei tricomi di Dendrocnide sono state identificate piccole proteine neuroattive chiamate gympietidi. In D. moroides una delle molecole caratterizzate è MoTxA, moroidotoxin A. I gympietidi sono miniproteine di circa 4 kilodalton, composte da poche decine di aminoacidi e stabilizzate da tre ponti disolfuro organizzati in un motivo strutturale definito inhibitory cystine knot. Questa architettura ripiega la catena peptidica in un nodo estremamente compatto. Ed è qui che la pianta diventa, con una certa sorpresa, ancora più interessante: strutture tridimensionali dello stesso tipo sono comuni nelle neurotossine di ragni e molluschi cono. Le sequenze non indicano che la pianta abbia "preso in prestito" il veleno dagli animali. Si tratta invece di evoluzione convergente tra regni differenti, in cui pressioni selettive indipendenti hanno portato proteine vegetali e animali verso soluzioni strutturali e farmacologiche simili.
Nell'uomo l'intera sequenza può essere seguita dall'epidermide fino al sistema nervoso centrale. La punta del tricoma attraversa la barriera cutanea e porta i gympietidi in prossimità delle terminazioni nervose libere dei nocicettori. Questi neuroni sensoriali periferici possiedono canali del sodio voltaggio-dipendenti indispensabili per generare e propagare il potenziale d'azione. Uno dei più importanti nella nocicezione è NaV1.7, codificato dal gene SCN9A. Normalmente il canale si apre in risposta alla depolarizzazione della membrana, permette l'ingresso di sodio e poi passa rapidamente allo stato inattivato. Questa inattivazione evita che una stimolazione momentanea venga trasformata in una scarica elettrica continua.
I gympietidi alterano proprio questa logica. Gli esperimenti con MoTxA e con il gympietide strettamente correlato ExTxA hanno mostrato uno spostamento della soglia di attivazione dei canali NaV verso potenziali più negativi e, soprattutto, un rallentamento della loro inattivazione. Il canale tende quindi ad aprirsi più facilmente e a rimanere funzionalmente attivo più a lungo. Si forma una corrente persistente di sodio, la membrana neuronale rimane più eccitabile e il nocicettore può generare scariche ripetute anche quando lo stimolo meccanico iniziale è già terminato. Il risultato biologico non è semplicemente una lesione cutanea che "fa male": è una manipolazione farmacologica dell'eccitabilità elettrica del neurone. NaV1.8 sembra partecipare in misura minore, mentre gli esperimenti disponibili indicano effetti molto ridotti su NaV1.9.
Un ulteriore livello è emerso nel 2023. Il gympietide ExTxA non riproduce pienamente il proprio effetto quando NaV1.7 viene studiato isolatamente. Nei neuroni sensoriali la sua azione dipende da una piccola proteina transmembrana chiamata TMEM233, appartenente alla famiglia delle dispanine. TMEM233 può associarsi funzionalmente a NaV1.7 e la presenza di questa proteina accessoria rende il complesso suscettibile all'azione della tossina. Il modello attuale suggerisce quindi una sequenza gympietide, TMEM233, NaV1.7, alterazione del gating, corrente persistente di sodio, ipereccitabilità e scarica nocicettiva. Va tuttavia mantenuta una distinzione importante: questa dipendenza molecolare è stata dimostrata soprattutto per ExTxA di Dendrocnide excelsa. MoTxA di D. moroides appartiene alla stessa famiglia e produce alterazioni elettrofisiologiche strettamente analoghe, ma non tutti i passaggi del meccanismo TMEM233 sono stati verificati sperimentalmente per ogni singolo gympietide.
Dal nervo periferico, i potenziali d'azione raggiungono i gangli delle radici dorsali e quindi il corno dorsale del midollo spinale, dove il segnale nocicettivo entra nelle reti spinali e nelle vie ascendenti che raggiungono tronco encefalico, talamo e strutture corticali coinvolte nella percezione del dolore. Contemporaneamente, nelle ramificazioni periferiche dello stesso neurone può svilupparsi un riflesso assonico: l'attivazione delle fibre sensoriali produce una vasodilatazione neurogena locale, spiegando parte dell'eritema, dell'aumento di temperatura e dell'area di arrossamento che può estendersi oltre i punti nei quali i tricomi hanno perforato direttamente la cute. Gli studi sperimentali hanno effettivamente documentato un flare assonale protratto per ore. Il dolore acuto può quindi essere accompagnato da parestesie, sensazioni urenti e successive riaccensioni dolorose. La straordinaria persistenza di alcuni casi probabilmente riflette una combinazione fra stabilità dei peptidi, permanenza di frammenti dei tricomi e farmacologia quasi irreversibile di alcune interazioni molecolari, ma la spiegazione delle recidive che durano settimane o mesi non è ancora completa.
Dal punto di vista evolutivo la scelta del bersaglio è particolarmente istruttiva. I canali NaV sono molto antichi e fondamentali per il funzionamento dei sistemi nervosi animali. Una pianta che riesca a modificare selettivamente l'eccitabilità dei nocicettori possiede una difesa che non deve necessariamente uccidere l'erbivoro. È sufficiente rendere il consumo immediatamente costoso e memorabile. Esperimenti con ExTxA hanno inoltre mostrato un'azione nettamente coerente con una difesa contro vertebrati: nei modelli murini l'effetto doloroso dipende da NaV1.7, mentre dosi elevate della tossina non hanno mostrato un'attività insetticida comparabile in Drosophila. Non sorprende allora che i peli urticanti siano generalmente molto più efficaci nel dissuadere grandi erbivori che piccoli artropodi. La difesa della Gympie-Gympie sembra essere, almeno in parte, una difesa costruita sulla neurobiologia dei vertebrati.
La pianta, infatti, viene mangiata. Marina Hurley, studiando Dendrocnide nelle foreste pluviali del Queensland, osservò foglie vistosamente perforate nonostante la loro copertura di tricomi. Fra gli erbivori furono identificati il coleottero notturno Prasyptera mastersi, capace di muoversi fra i peli e di alimentarsi evitando in buona parte il contatto diretto, e la falena Prorodes mimica, che costruisce ripari nelle foglie. Le foglie giovani sono particolarmente nutrienti e presentano concentrazioni elevate di azoto, ma sono contemporaneamente quelle più densamente protette dai tricomi. È un compromesso evolutivo facilmente riconoscibile: il tessuto più prezioso per la crescita è anche quello sul quale la selezione favorisce un investimento difensivo maggiore. Dendrocnide, tuttavia, non sembra perseguire una strategia di invulnerabilità. È una colonizzatrice rapida delle aperture della foresta, capace di produrre grandi foglie e ricostruire velocemente superficie fotosintetica dopo l'erbivoria.
L'osservazione più sorprendente riguarda però un mammifero. Durante le sue ricerche Hurley trovò una pianta di circa due metri quasi completamente spogliata nel corso della notte. Esche costituite da grandi foglie di D. moroides, lasciate sul terreno e bloccate con pietre, venivano trascinate via e consumate. L'indagine portò al pademelon dalle zampe rosse, Thylogale stigmatica, un piccolo macropodide delle foreste pluviali dell'Australia orientale e della Nuova Guinea. Non si tratta quindi soltanto di un animale che sfiora accidentalmente la pianta. Esistono osservazioni ecologiche secondo cui il pademelon può consumarne realmente le foglie.
Definirlo "immune", tuttavia, sarebbe oggi eccessivo. Questo è probabilmente il punto più importante da conservare nella descrizione del fenomeno. La capacità di Thylogale stigmatica di alimentarsi di Dendrocnide moroides è documentata; il meccanismo fisiologico che glielo consente non lo è. Non risultano studi elettrofisiologici che abbiano confrontato NaV1.7 del pademelon con quello umano o murino, né esperimenti che dimostrino una particolare variante di TMEM233 resistente ai gympietidi. Non è stato dimostrato neppure che la mucosa orale possieda una specializzazione specifica contro i tricomi di Dendrocnide. La distinzione è sostanziale: l'animale può essere tollerante senza essere molecolarmente immune.
Sono quindi possibili diversi livelli di adattamento, che al momento rimangono ipotesi verificabili. Una componente potrebbe essere comportamentale, con modalità di presa e masticazione che riducono la penetrazione dei tricomi nei tessuti sensibili. Una seconda possibilità riguarda le proprietà meccaniche della mucosa orale e delle superfici masticatorie dei macropodidi. Una terza, più affascinante ma completamente da dimostrare, sarebbe una differenza nella farmacologia dei nocicettori, per esempio nelle sequenze o nell'interazione fra NaV1.7, TMEM233 e la tossina. Dopo la deglutizione entrerebbero inoltre in gioco saliva, proteasi gastrointestinali, ambiente chimico digestivo e fermentazione del materiale vegetale. Ma questi ultimi processi potrebbero spiegare la gestione del peptide ingerito, non il problema iniziale: prima di essere digerita, la foglia deve poter entrare in bocca senza produrre una risposta nocicettiva tale da interrompere immediatamente l'alimentazione. È precisamente questo passaggio a rendere il pademelon biologicamente interessante.
Anche qui l'evoluzione australiana offre una cornice più utile del semplice stereotipo di un continente pieno di organismi estremi. I pademelon appartengono a una radiazione di macropodidi forestali antica. Le ricostruzioni filogenetiche collocano la diversificazione australiana del genere Thylogale nel Miocene medio o superiore e suggeriscono che la flessibilità alimentare abbia contribuito alla sopravvivenza di queste linee mentre il continente diventava progressivamente più arido e le foreste umide si ritiravano verso aree rifugio. Ciò rende plausibile una lunga storia ecologica condivisa fra marsupiali forestali e piante urticanti. Non dimostra però una coevoluzione specifica fra T. stigmatica e D. moroides. Per dimostrarla servirebbero confronti genomici, farmacologici e filogenetici fra popolazioni e specie esposte o non esposte alle stesse tossine. Al momento si può parlare correttamente di una interazione compatibile con adattamento evolutivo, non di una corsa agli armamenti molecolare già dimostrata.
Lo stesso vale per l'interpretazione più generale della biodiversità australiana. L'Australia è rimasta evolutivamente separata per decine di milioni di anni, ma la sua biota attuale non è semplicemente un residuo congelato del Gondwana. Le analisi filogenetiche mostrano un mosaico formato da linee antiche sopravvissute localmente, radiazioni sviluppatesi sul continente e gruppi arrivati successivamente attraverso dispersioni dall'Asia e dal Pacifico. L'aridificazione del Cenozoico, il fuoco, la frammentazione delle foreste, le connessioni periodiche con la Nuova Guinea e le estinzioni hanno continuamente riorganizzato queste comunità. Dendrocnide è un buon esempio proprio perché impedisce una spiegazione troppo semplice: il genere è indo-pacifico, mentre alcune delle sue interazioni ecologiche australiane coinvolgono marsupiali con una storia evolutiva profondamente radicata nel continente.
A livello ancora più profondo, i peli urticanti sembrano essere un carattere derivato della tribù Urticeae e potrebbero aver contribuito alla diversificazione del gruppo. Studi trascrittomici indicano inoltre che i gympietidi costituiscono un'innovazione particolarmente associata a Dendrocnide. Si possono quindi riconoscere almeno tre livelli evolutivi sovrapposti: l'origine dei tricomi come sistema meccanico di inoculazione, l'evoluzione di peptidi capaci di manipolare canali ionici dei vertebrati e, sul versante opposto, l'evoluzione o l'acquisizione comportamentale di strategie che permettono ad alcuni erbivori di aggirare almeno parzialmente quella difesa. È una relazione molto meno lineare di quella suggerita dall'espressione "pianta del suicidio", e biologicamente assai più notevole.
La Gympie-Gympie mostra infine un principio generale della selezione naturale. Una difesa non deve essere perfetta e un adattamento non deve rendere una specie invulnerabile. Dendrocnide moroides riesce a provocare nell'uomo un'alterazione potentissima della nocicezione, ma viene tranquillamente perforata da insetti e può diventare alimento per un piccolo marsupiale. Il pademelon, dal canto suo, non deve necessariamente essere "immune al veleno": gli basta possedere una combinazione di anatomia, fisiologia e comportamento che renda il costo dell'alimentazione accettabile. La magnificenza del sistema sta forse proprio in questa imperfezione reciproca. Pianta ed erbivori non rappresentano soluzioni definitive, ma esiti temporanei di pressioni selettive che continuano ad agire sulle due parti dell'interazione.
Fonti
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Crisp M.D. e Cook L.G., 2013. How Was the Australian Flora Assembled Over the Last 65 Million Years? A Molecular Phylogenetic Perspective. Annual Review of Ecology, Evolution, and Systematics 44, 303-324. Riferimento per l'interpretazione evolutiva della flora australiana come mosaico di persistenze gondwaniane, radiazioni locali e dispersioni più recenti.
Royal Botanic Gardens, Kew, Plants of the World Online. Dendrocnide moroides e genere Dendrocnide. Riferimento per tassonomia e distribuzione geografica attualmente accettate.
Macropodidae e biogeografia di Thylogale: studio filogenetico sulla radiazione dei pademelon e sulla persistenza delle linee forestali australiane durante l'aridificazione del continente.
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