Gabriele Brugnaro
Artista Visivo
Stratificazione Esistenziale
Artista Visivo
Stratificazione Esistenziale
Gabriele-Brugnaro-III-Rassegna-Casa-Dei-Carraresi- Tv -2013-Stratificazione-Esistenziale
Il nero opaco è la discesa nel trauma. Il trauma sotterraneo dell'esistenza.
Il monocromo bianco risponde dopo. Con una tesi speculare. La trasfigurazione della materia. Una dimensione paradisiaca. Eterna.
Sulla tavola c'è un'accumulazione serrata. Oggetti d'uso contemporaneo. Questo spinge il manufatto oltre il limite. Oltre la propria riconoscibilità.
Gli elementi sono sottratti alla loro funzione quotidiana. Alienati dal circuito del consumo. Ora si fondono. Un tessuto continuo. Generano una suggestione forte. Tutto l'esistente è in verità una materia universale. Una materia composta di monadi.
In questa architettura metafisica cambia tutto. Il singolo frammento antropico perde la sua identità funzionale. Si fa sostanza atomica primordiale. Unità pura. Riflette il tutto.
La materia si rivela fluida. Interscambiabile. Un substrato unico. Indifferenziato. Muta la propria natura ontologica solo a seconda dell'idea. L'idea che la plasma. Che la investe.
Il bianco assoluto riscatta la stratificazione. La salva dal peso del nichilismo contemporaneo. L'accumulo cambia senso. Non è più un sudario di macerie. È un eden geometrico. Qui la forma si purifica. Eleva l'umano dalla contingenza del detrito. Lo porta alla purezza dell'archetipo.
Brugnaro-Gabriele-Studio-Dars-Milano-Il-Corpo-Sopra-La-Pelle-2009-Stratificazione-Esistenziale
Caos Sommerso
L’opera si configura come un’archeologia spietata. L'archeologia della condizione esistenziale contemporanea.
Al centro c'è il supporto metallico. Una superficie fredda. Refrattaria alla memoria biologica. Qui l'accumulazione e la successiva distruzione dell'oggetto storicizzano una cecità epocale. L’uomo moderno ha smarrito la capacità di vedere. È condannato ad abitare un tempo di simboli esausti. Simboli svuotati di senso.
Il trauma della frammentazione viene sepolto. Finisce sotto una stesura di nero opaco. Questo nero agisce come una vera e propria "pelle" concettuale.
Sopra la pelle vige il silenzio dell’assoluto monocromo. È la quiete anestetizzata. Quella con cui l'umanità maschera il proprio disorientamento.
Sotto la pelle ferve il cataclisma dei detriti. Il caos disorganico dell'esistenza. Esistenza accumulata senza uno scopo.
C'è una dialettica tra il manifesto e il sommerso. In questo spazio l’umano è costretto a farsi archeologo di se stesso. Lo scavo cieco nella materia diventa l'estremo tentativo. Un tentativo disperato. Serve a perforare le sovrastrutture tecniche e storiche. Lo scopo è rintracciare l’"Uomo Adamo". Significa trovare l'umanità nella sua nudità originaria. Quella precedente al dramma della frammentazione. Evocata come un grido d'origine. Un grido nel silenzio del nulla.
Gabriele Brugnaro - L'Officina Studio Tommaseo -Trieste Rassegna 20x20 Anno 2012 -
Nel vocabolario formale di Gabriele Brugnaro la stratificazione cambia ruolo. Cessa di essere un ricordo del passato. Diventa una spietata diagnosi del presente.
L'artista parte da una base di legno intatta. Su questa costruisce una fitta barriera. Elementi taglienti. Dall'aspetto siderale. Quasi lunare.
Questa superficie argentea attrae a prima vista. Lo fa per il suo freddo splendore. Poi si rivela a un'osservazione più attenta. Diventa un Monumento all'Immobilità.
Il nucleo concettuale dell'opera risiede qui. Nel drammatico adattamento dell'uomo contemporaneo. Una società pietrificata. Incapace di reagire. O di redimersi. Anche di fronte alle narrazioni più inverosimili.
Ogni singolo filo metallico compone questa coltre riflettente. Ognuno rappresenta una menzogna accettata in silenzio. Un inganno collettivo. Stratificato nel tempo.
La massa stessa di questa architettura di finzione ha generato un peso. Un peso insostenibile. Ha finito per ancorare l'essere umano. Anzi. Lo ha inchiodato a una realtà gravosa. Paralizzante.
La luce lunare dei materiali non è un barlume di speranza. È il freddo riflesso di una verità anestetizzata. Qui la proliferazione del falso ha annientato ogni impulso. Ogni spinta al movimento. Condanna la società a una stasi. Perpetua e pesante.
Gabriele Brugnaro Casa Dei Carraresi Treviso IV Rassegna di Arte Contemporanea 2014 Stratificazione Esistenziale
L’opera di Gabriele Brugnaro si eleva. Va sopra la cronaca delle cose. Si fa meditazione pura. Riflette sulla persistenza dello spirito. Lo fa attraverso la materia.
Ci sono elementi minimi. Vengono dall'universo del fare. Dalla costruzione. Si uniscono. Formano una densa topografia scultorea. Questa evoca la purezza di un paesaggio. Un paesaggio lunare.
In questa installazione l'accumulo cambia. Cessa di essere una misura quantitativa. Diviene una cattedrale di segni. È il racconto silenzioso di un’umanità. Un'umanità che non è scomparsa. Si è sublimata. Esiste nella stratificazione del proprio tempo.
Gli elementi esposti non dicono la fine. Parlano di una metamorfosi. Ogni frammento mostra la traccia dell'uomo. Una traccia indelebile. Mostra la sua capacità di plasmare il mondo. Di lasciare una memoria tangibile. La memoria del proprio passaggio.
Brugnaro compie un atto. Una purificazione estetica. Estrae le forme dalla ruota della funzionalità. Le ricolloca altrove. In una dimensione assoluta. L'umanità non è sepolta qui. È custodita. È glorificata nella sua essenza generatrice. Diventa un tessuto connettivo eterno.
La superficie scultorea vibra. Vive di una raffinata alchimia cromatica. Oro e nero. Questa fusione non evoca l'oscurità. Parla della sacralità del tempo. La densità della materia si illumina. Ha bagliori solenni. Questo dà all'intero impianto una dignità. Quella di un altare laico. O di un reperto archeologico. Un reperto dello spirito.
Una nebbia bianca governa l'equilibrio. È una coltre luminosa. Impalpabile. Fluttua sopra l'accumulo. Questa dissolvenza visiva non cancella le forme. Le avvolge. Crea un'atmosfera di sospensione mitica. Traduce la gravità della terra. La trasforma nella leggerezza dell'assoluto.
Brugnaro non descrive un tramonto con questo lavoro. Celebra una continuità. Ci invita a guardare la stratificazione. Non è un limite. È un monumento collettivo. Dedicato alla nostra operosità. Un luogo dello spirito. Qui il vissuto umano si spoglia. Perde il superfluo. Si fa bellezza. Diventa silenzio siderale.
Gabriele- Brugnaro-Cromie-Napoli-2018-Stratificazione-Esistenziale
L’opera di Gabriele Brugnaro si rivela. È un campo di energia. Energia pura.
La traccia del quotidiano si emancipa qui. Esce dalla sua cogenza formale. Si fa rivelazione. Rivelazione dello spirito.
Ci sono moduli curvilinei. Moduli sinusoidali. Evocano orbite intime. Una delicata antropologia del vissuto. Questi elementi si addensano. Stanno sopra un supporto vitale. Perdono la loro natura utilitaristica. Si fanno ritmo. Frequenza. Vibrazione concettuale.
L'installazione accoglie lo spettatore. Non c'è la staticità della materia. C'è la forza dinamica di una visione. Una visione catalizzatrice.
L'intero impianto plastico ha un governo. Il rigore assoluto del monocromo. Un blu elettrico. Profondo. Magnetico. Avvolge la struttura. Azzera ogni contingenza.
In questo bagno di colore totale cambia tutto. L'individualità delle forme si dissolve. Confluisce in un’unica sintesi. Una sintesi ideale. Questa tonalità è oltremondana. Non nasconde. Sublima. Non cancella l'umanità. La proietta oltre i confini del tempo. Oltre lo spazio ordinario. Trasforma una costellazione di transiti privati. Ne fa un coro monumentale. Immateriale.
La tavola di supporto cessa di essere passiva. È contorta. Deformata dalle tensioni interne. Si fa corpo vivo. Reca impresso il segno visibile della mutazione. Il segno del vissuto.
Nel suo piegarsi drammatico reagisce. Questa materia organica e ancestrale risponde alla spinta dell'astrazione. Astrazione pura. Si flette sotto la spinta di una frequenza superiore.
Qui risiede il fulcro speculativo del lavoro. È un cortocircuito. La vulnerabilità della carne del mondo si plasma. Lo fa sotto il peso specifico dell'assoluto. Rompe la bidimensionalità. Invade lo spazio reale. Lo spazio dello spettatore.
Brugnaro celebra qualcosa con quest'opera. La spiritualizzazione della forma. E della sua intrinseca fragilità.
Ci invita a sostare. Davanti a una superficie. Una superficie che ha perso la sua rassicurante planarità. Si fa portale tridimensionale. Un passaggio verso l'interiorità.
Qui l'infinitamente piccolo del percorso umano si fonde. Incontra l'infinitamente grande. L'infinitamente grande dell'astrazione pura.
Gabriele- Brugnaro-AMM-Arte-Accessibile-Milano-2011- Massa Refrattaria
Che cosa resta dell'esperienza umana? Resta qualcosa quando il tempo ne consuma la contingenza?
L’opera di Gabriele Brugnaro risponde a questo. Risponde a questo interrogativo. Si solleva dalla cronaca delle cose. Si fa monumento. Un monumento alla memoria collettiva.
Ci sono frammenti geometrici. Frammenti di pura percezione. Un tempo erano custodi di sguardi. Custodi di prospettive individuali. Ora si accumulano. Trasformano la materia quotidiana. Ne fanno una cattedrale. Una cattedrale di memorie perdute.
Nella ricerca dell'artista c'è un punto fermo. L'accumulo non è mai caos. È densità esistenziale.
Ogni elemento evoca una presenza. Una presenza invisibile. Un frammento di vissuto. Un tentativo umano. Il tentativo di mettere a fuoco la complessità del mondo.
Brugnaro opera un'archeologia. Un'archeologia dello spirito. Raccoglie i filtri. Quelli attraverso cui l'uomo ha decodificato il reale. Li fonde insieme. Crea un’unica stratificazione. Una stratificazione monumentale. Qui l'individualità si dissolve. Entra nel coro della totalità.
Il motore concettuale dell'installazione risiede in un punto. Il contrasto assoluto tra le forze in gioco.
Il basamento metallico incarna la rigidità. La rigidità delle strutture del mondo. La freddezza della regola. La gravità della realtà oggettiva.
Su di esso poggia qualcosa. La vulnerabilità trasparente dell'esperienza. Una moltitudine fragile. Il metallo la sostiene. Al contempo la costringe. È un dialogo eterno. Il peso della storia contro la leggerezza dell'esistere.
Siamo in un presente saturo. Saturo di stimoli. In questo scenario l'opera si impone. Si impone come una pausa filosofica.
La sovrapposizione genera un paradosso. La densità di questi infiniti punti di vista crea una cecità. Una feconda cecità. Il troppo vedere si fa assoluto. Ci costringe a rinunciare. Rinunciare alla superficie delle cose.
Brugnaro non ci chiede di guardare l'oggetto. Ci chiede di abitare lo spazio. Lo spazio che sta tra noi e il mondo. Ci interroga sui filtri invisibili. Quelli che deformano. Proteggono. Definiscono la nostra comprensione dell'assoluto.
L’opera si configura come una mappa visiva. Una mappa rigorosa. Dolorosa. Parla della condizione umana. È un palcoscenico immobile. Qui si consuma il dramma silenzioso dell'esistenza.
La composizione ritrae un contrasto eterno. La fissità del cosmo contro la natura dell'essere. Una natura vibrante. Ma precaria.
La sezione inferiore del pezzo evoca l'assoluto. Evoca l'infinito. C'è un orizzonte rigido. Immutabile. Geometricamente perfetto. Rappresenta la struttura fredda dell'universo. È una presenza solida. Muta. Indifferente alle domande umane. Fa da perimetro. Fa da zattera. Per una realtà sospesa nel vuoto.
Sopra questa piattaforma cambia tutto. Si sviluppa una moltitudine densa. Seriale. Elementi verticali. Sono una metafora potente dell'umanità.
Ogni filo teso rappresenta un individuo. Creature vicine tra loro. Affollate nello stesso frammento di tempo. Dello stesso spazio. Eppure sono intrinsecamente isolate. Ognuna nel proprio destino.
Questi elementi si spingono verso l’alto. Sembrano antenne silenziose. Filamenti sensibili. Compiono un tentativo disperato. Vogliono intercettare un segnale. Una direzione. Un significato profondo. Qualcosa che giustifichi la loro esistenza.
La loro disposizione è rigorosa. Delinea una geometria apparente. Questa forma però non offre certezze. È invece la forma visibile della vertigine umana. La vertigine davanti all'ignoto.
L’opera cristallizza così il paradosso supremo. Il paradosso dell’esistenza. Essere confinati dentro i confini di una realtà razionale. Mentre l’anima si consuma. Resta in attesa. Di trovare un senso nell’infinito.
C’è un momento esatto. La rivoluzione diventa un manufatto. Un istante preciso. Il grido di libertà stava sui muri. Sui muri metropolitani. Ora quel grido si condensa. Si comprime. Diventa peso.
L’opera Next di Gabriele Brugnaro sta qui. Esattamente in questo baricentro concettuale. È un monumento funerario. Al tempo stesso è un manifesto. Un manifesto radioso di rinascita.
Il supporto è di legno. Un frammento di natura antica. Silenziosa. Resiliente. Su questo legno non c'è più spazio. Il colore non fluttua nell'aria. Il pigmento ha smesso di essere fumo. Di essere traccia. O disegno. Resta solo il guscio.
Le bombolette spray erano scettri. Gli scettri di una ribellione urbana. Sfidavano la gravità. Sfidavano la legge. Ora appaiono schiacciate. Svuotate. Ammassate. Sono i simulacri. I simulacri di una stagione consumata.
L’artista compie un gesto radicale. Un gesto malinconico. Storicizza il presente. Denuncia la fine di un'era. Quella della Street Art. Oggi è addomesticata dal mercato. Istituzionalizzata dalle gallerie. Spogliata del suo spirito. Quello spirito underground vitale e originario.
La bomboletta spray cambia ruolo. Non è più lo strumento per generare il segno. Diventa materia stessa. Scultura. Ingombro esistenziale. Da mezzo di espressione si trasforma. Diventa il detrito di una civiltà iper-consumistica. Anche culturale.
Eppure nel titolo c'è una parola. Next. Lì non c'è rassegnazione. C'è trascendenza. Schiacciare lo strumento significa liberarsi. Liberarsi dalla sua dittatura stilistica.
Brugnaro ci dice una cosa. Il muro è stato violato. Il codice è stato digerito dal sistema. L'unica salvezza per l'arte è andare oltre.
Next è l'archeologia del domani. Un'archeologia che accade oggi. È un invito urgente. Cercare nuovi linguaggi. In un'era di transizione. Riscoprire la densità della terra. Sotto il peso dei nostri simulacri metallici.
La fine di un ciclo non è il vuoto. È la condizione necessaria. Serve per il prossimo passo.
L'Anatomia del Groviglio
Guardare dentro l’opera Italian People di Gabriele Brugnaro significa qualcosa. Significa sporgersi sulla storia. La storia di un’identità millenaria. Sulla sua più grande virtù. L’atavica arte di destreggiarsi nel caos. Di flettersi di fronte al destino.
L'artista usa una base di legno antico. È carne viva. La carne di una terra intrisa di cultura. Di memoria. Di stratificazioni. Su questa base non ci sono forme rigide. Non ci sono geometrie rassicuranti.
Brugnaro offre allo sguardo un ammasso vibrante. Un ammasso di tensioni. Una matassa di linee sinuose. A un primo impatto visivo ferisce l'occhio. Evoca la densità inquieta di un nido. Un nido di vipere.
Poi si passa a un’analisi più profonda. Quel groviglio cambia senso. Si rivela come il ritratto più fedele dello spirito italiano. Ogni singolo filamento compone questa struttura. Diventa l'unità di misura. La misura di una straordinaria resilienza. Sia biologica che culturale. È un simbolo vivente. Mostra la capacità di assorbire la pressione del tempo. Senza mai spezzarsi.
Brugnaro mette in scena un'epopea. Quella complessa e affascinante di una nazione. Nei secoli è sempre riuscita a fare una cosa. Sopravvivere. Sopravvivere alle più incredibili vicende della Storia.
Questo intreccio è indissolubile. Non è un segno di resa. È il monumento a un popolo. Un popolo che ha saputo accogliere. Ospitare. Amalgamare. Ha digerito una moltitudine di invasioni. Di dominazioni esterne.
Ha saputo trasformare la costrizione. Ne ha fatto contaminazione vitale. Ha preso l'urto degli eventi. Lo ha cambiato in una nuova forma. Una forma di bellezza.
L'opera diventa così una mappa. La mappa di un'umanità sotto pressione. Perennemente sotto pressione. È tesa fino all'estremo. Eppure trova sempre la flessibilità necessaria. Quella per rimodellarsi. Per riorganizzarsi. Per continuare a camminare. Camminare verso il domani.
THE END
L'inizio del ciclo delle stratificazioni.
L'arte esagera. Deve farlo. Estrapola la realtà. La rende visibile allo spirito.
The End è l'inizio. La prima opera in assoluto. Apre il ciclo delle stratificazioni esistenziali. Qui l'artista si assume un dovere preciso. Quello di un'avanguardia estrema. Non inaugura un semplice percorso visivo. Lancia un manifesto metafisico. Usa la provocazione radicale come un elettroshock per la coscienza. Un atto necessario. Serve a farci toccare con mano l'assurdità di un accumulo ossessivo. Un meccanismo che appesantisce l'essere umano. Che nasconde la sua reale natura dietro il simulacro di se stesso.
Questa opera prima sussurra una verità fondamentale. L'uomo non è nato consumatore. La nostra natura originaria è altro. Non è legata al possesso. Non dipende dal ciclo continuo del bisogno materiale.
Eppure corriamo. Una corsa cieca verso l'esterno. Dove l'unica cosa che rischia di consumarsi davvero è la nostra stessa anima. Si ritrova silenziata. Temporaneamente velata da strati di scarti. Sovrastrutture. Elementi del tutto inutili alla sua evoluzione spirituale. Ogni contenitore accumulato diventa il simbolo di una deviazione. Un peso superfluo che rallenta il nostro volo. Una deviazione dal cammino verso la consapevolezza.
L'ambiente online. L'artista sceglie di collocare il debutto proprio lì. Questa decisione trasforma l'opera nella pietra angolare di una rinascita interiore. Guardiamo questo primo accumulo. Monumentale. Esasperato. L'osservatore si ferma. Viene stimolato a risvegliarsi.
L'estetica dell'eccesso parla chiaro. Se siamo capaci di riconoscere il peso di una vita sommersa dalle cose, allora siamo altrettanto capaci di alleggerirci. Di ritrovare la rotta.
The End non è la fine della nostra storia. È l'atto di nascita di un'indagine. Squarcia le illusioni materiali. Restituisce centralità alla nostra vera essenza. Riconoscere il limite di questa stratificazione attraverso lo shock artistico è il primo passo. Liberare l'anima dai suoi schermi. Restituirle il suo cammino luminoso.
All’interno della complessa indagine sulle stratificazioni umane condotta da Gabriele Brugnaro, questo capitolo segna un passaggio. Il passaggio dalla paralisi alla deriva.
L'artista usa il consueto supporto ligneo. Su questo accumula una moltitudine. Elementi circolari e cavi. Sono rivestiti di un oro. Un oro che riflette una luce. Una luce siderale. Questi oggetti erano nati per stringere. Qui appaiono privati del loro perno fondamentale.
Brugnaro mette in scena un cortocircuito. Il cortocircuito della coscienza contemporanea. Una coscienza che si è definitivamente svitata. Svitata dalla filettatura del buon senso. Dall'ancoraggio della ragione.
L'architettura logica si dissolve. Un tempo teneva unite le strutture sociali. Ora lascia spazio a un paesaggio. Un paesaggio quasi lunare. Un vuoto pneumatico. Qui le individualità fluttuano. Fluttuano senza gravità.
La provocazione più sottile dell'artista risiede nello stato emotivo. Lo stato emotivo di questa moltitudine. Non vi è angoscia per lo smarrimento. C'è bensì una felicità. Una felicità paradossale. Spaesata.
L'umanità accetta la propria disconnessione. Lo fa con leggerezza. Si disconnette dalla realtà. Celebra la perdita di orientamento. La vede come una nuova forma di libertà. Trasforma la deriva della mente. Ne fa un cammino. Un cammino dorato. Privo di responsabilità.
L’artista non descrive più una società. Non quella paralizzata dall'inganno. Descrive un’umanità diversa. Un'umanità che ha compiuto l'atto estremo. Ha iniziato ad amare qualcosa. Ha iniziato ad amare la propria immobilizzazione.
Ci sono elementi acuminati. Questa volta sono bagnati di una luce calda. Preziosa. Regale. Perdono la loro natura. Non sono più una minaccia. Si fanno oggetti di culto. Oggetti di desiderio.
L'oro cancella il dolore. Cancella il dolore della ferita. Lo trasforma. Ne fa una condizione di assoluto privilegio.
Brugnaro lancia una provocazione filosofica. Una provocazione di lancinante attualità. L'essere umano contemporaneo è stanco. Stanco della complessità del reale. Stanco della fatica della libertà. Trova rifugio in un punto. Nell'essere inchiodato.
La stasi cambia senso. Non è più un limite. È una nuova maniera di esistere. Un rifugio dorato. Qui l'assenza di movimento si traduce in sicurezza. Il legame costrittivo diventa un ornamento. Un ornamento prezioso.
L'uomo resta sospeso. Fisso. Immune all'urto del cambiamento. Nobilita lo strumento della propria reclusione. Costruisce una comfort-zone. Una comfort-zone metafisica. Qui l'adeguamento si fa dogma. La prigionia si traveste. Si traveste da splendore.
L’opera si staglia nel panorama contemporaneo come una vertigine ontologica. È un punto di intersezione radicale tra la purezza dell’Assoluto e la violenza dell'Esistenza.
Nel linguaggio di questo monocromo stratificato l’oro non è un semplice colore. Non è un pigmento ornamentale. Esso incarna lo Spazio Logico dell'Immutabile. È la dimensione che la metafisica classica assegnava all'Eterno. È lo spazio morto ma immacolato che precede il movimento. È la pura luce dell'Essere platonico che ignora il divenire il dolore e la corruzione. È l'Infinito nella sua indifferente e maestosa staticità.
In questo specchio di imperturbabile assoluto l'artista scaglia l'elemento estraneo. Scaglia il trauma. Il Chiodo. Se l'oro è l'Eternità il chiodo è l'irruzione violenta del Tempo e del Divenire. Il chiodo rappresenta la finitezza della condizione umana. Rappresenta la contingenza. È la ferita di ciò che si definirebbe l'essere gettato nel mondo. Piantare e accumulare lunghi chiodi sulla superficie dorata significa ferire l'Assoluto con la contingenza della carne. È l'atto originario del dolore che buca la perfezione per farsi testimonianza.
Qui risiede il nucleo teologico filosofico più profondo dell'opera. Vi risiede lo svuotamento del divino e la conseguente Trasfigurazione. L'opera non si limita a contrapporre lo Spirito e la Materia. Lo Spirito è l'oro. La Materia è il ferro. Al contrario essa realizza una paradossale sintesi dialettica. Il dolore universale viene accolto. Viene sedimentato e stratificato dentro la dimensione sacra. Esso è la Passione di ogni creatura simboleggiata dalla carne trafitta dai chiodi. Il trauma non viene cancellato. Viene invece nobilitato e redento.
Questo lavoro ci costringe a guardare l'Assoluto non più come un'astrazione distante. Lo mostra come un grembo capace di contenere e dare senso alla cicatrice dell'esistere. L'opera diventa così un altare laico della memoria. Diventa il luogo in cui il dolore si accumula. Smette di essere pura distruzione. Si trasforma nell'unica via possibile per accedere al Sacro.
La superficie si offre allo sguardo come un’epifania assoluta. È un orizzonte monocromo d’oro. Esso fluttua tra la sacralità del silenzio e il peso dell’esistere.
A una prima e distante contemplazione, l'opera si manifesta come pura unità. Appare come una forma perfetta e immutabile. Sembra voler redimere il tempo. Vuole sospendere ogni conflitto del reale. È il trionfo dell’armonia ideale. Si tratta di un velo splendente steso sulla vertigine del mondo.
Tuttavia, avvicinandosi, la pelle dorata rivela la sua natura di sublime inganno. Sotto la lucentezza della stesura uniforme pulsa una densa, ossessiva stratificazione materica. Si nota un ammasso di infiniti frammenti anonimi. Sono accumulati e sedimentati come memorie mute o detriti dell'essere. È in questa tensione drammatica che l'opera si compie. L’ordine geometrico dell’insieme abdica di fronte alla pullulante anarchia del particolare. La stasi apparente della superficie maschera un tumulto sotterraneo. È un caos primordiale. Esso resiste a ogni tentativo di catalogazione e controllo.
L'opera diviene così una potente parabola visiva sulla condizione stessa della coscienza contemporanea. Rappresenta la lotta eterna tra il bisogno umano di darsi una forma. Ricerca un confine, una legge, un'illusione di ordine. Si scontra con l'inevitabile caduta nel flusso informe e vertiginoso di una libertà assoluta. Questa libertà risulta per questo disorientante.