La Fraternità Santa Maria degli Angeli si costituisce con lo scopo di servire Dio nella Chiesa, secondo gli insegnamenti del santo Vangelo e la spiritualità di Francesco e Chiara di Assisi, con una tensione particolare alla Regola scritta da San Francesco per i “romitori”, alla sua vita vissuta in povertà e minorità, nella preghiera, nella carità verso tutti gli uomini, nella libertà dei figli di Dio, nella gioia della fraternità, nell’annuncio che Dio ci ama, ci ama tutti di un amore infinito e ci ha salvati in Cristo Gesù.
“La Regola e la vita dei fratelli sia questa: seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo il quale dice: <<se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua>> e <<chi avrà lasciato il padre e la madre, i fratelli e le sorelle, la moglie e i figli, la casa e i campi per amor mio, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna>>” (San Francesco di Assisi)
La Fraternità, ad imitazione della Santa Madre Chiesa e nel rispetto delle sue leggi si apre ad accogliere chiunque voglia impegnarsi sinceramente a vivere un’esperienza religiosa di fede e di carità nella dimensione di “piccola chiesa”. Nessuna condizione di vita, nessuno stato, nessuna età escludono di per sé da questa vocazione divina; chiunque, uomo o donna, vergine o sposato, desideroso di servire Dio secondo gli insegnamenti del Vangelo e la spiritualità propria della Fraternità, può essere accolto, ferme restando le condizioni per l’accettazione più avanti specificate.
La Fraternità, volendo fare suo il carisma evangelico che chiama ogni uomo alla santità e accoglie ogni creatura che si converte all’amore di Dio, si compone di tre stati di vita diversi e complementari, come rami dello stesso albero: i “religiosi”, gli “oblati”, e i “secolari”.
L’EREMO
è un luogo deserto, disabitato e silenzioso. Sia un eremo la casa in cui religiosi ed oblati vivono, lontano dal frastuono dei grossi centri abitati, ma….vicino alla gente. Ci sia sempre un podere idoneo al numero dei fratelli che vi vivono, in cui si allevino animali da pascolo e si coltivi la “nostra madre terra”. L’ambiente sia sereno e massimamente silenzioso. Non manchi mai, però, la gioia della fraternità e si alterni al salmodiare liturgico il salmodiare della nostra fraterna letizia.
L’eremo é una vocazione comune anche ai secolari, inteso appunto come spazio deserto e intimo nel nostro cuore per accogliere Dio, come vita vissuta nel nascondimento, nella preghiera e nell’umiltà. I secolari vivano dunque il loro eremo nelle città, nei luoghi rumorosi e dispersi, dove spesso sono costretti a vivere. Ma facciano anche “rifornimento” nei luoghi della vita comune dove, oltre che riposare lo spirito e la mente, possono vivere l’esperienza “insostituibile” della fraternità. I secolari partecipino più che possono alla vita liturgica e fraterna delle case di Vita Comune.
Tutti i fratelli, ma in particolare i fratelli religiosi, alternino come “Marta e Maria” il deserto alla vita attiva, l’eremo alla piazza. Questo certamente non sarà facile per i secolari e per le famiglie; ciascuno perciò viva questo equilibrio come meglio gli è possibile.
Inondati dell’Amore infinito che il Signore ci dà nel deserto, apriamo poi le porte del nostro eremo a tutti i fratelli e gridiamo questo amore a tutte le genti, spargiamo il seme della Sua Parola, instancabilmente, su tutte le vie e le piazze che percorreranno i nostri piedi e i nostri cuori.
“Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio del cacciatore. Il laccio si è spezzato e noi siamo scampati”.
Annunciamo con forza la grandezza dell’amore di Dio. Noi ne abbiamo fatto esperienza. Eravamo morti ed Egli ci ha ridonato la vita. Ci ha salvati! Annunciamo a tutti gli uomini che Dio vuole salvare, renderci la vita che non sapevamo di aver perduto. Gridiamo la gioia di vivere con Cristo in Dio. Gridiamolo, perché spesso l’uomo non lo sa. Dorme? Ebbene, svegliamolo dal sonno e annunciamogli che l’alba nuova ha un lieto annuncio: il Regno di Dio è per tutti ed è in mezzo a noi. Noi stessi ne siamo cittadini. Annunciamo agli uomini tristi che c’è un Dio che consola; agli affamati che Dio si è fatto cibo; agli affaticati, agli oppressi, che Dio ristora. Annunciamolo ai disperati e gridiamo: “Fratello, c’è speranza; io l’ho trovata”. Ai cultori della morte: ”C’è la vita, io la vivo!”. Agli uomini soli: “Stiamo insieme, all’ombra delle ali dell’amore”. Annunciamo che il Vangelo rende liberi. Annunciamolo con la nostra vita, con i nostri occhi sereni, con parole di pace, perché il mondo veda e…creda
L'eremo è preghiera – Annunciamo che la preghiera non è fatta di parole, di gesti, di riti. Annunciamo che la preghiera è un rapporto d’amore tra Dio e l’uomo, un ponte tra il cielo e la terra. Cerchiamo l’Amato sempre; non viviamo per altri che per Lui! Egli riempia le nostre giornate e le nostre notti e sempre ci trovi vigili nell’attesa della Sua venuta.
Sia la preghiera una festa! Viviamo come gli angeli, che cantano l’Osanna in cielo al cospetto di Dio.
Non cessiamo mai di pregare, perché Dio non cessa mai di amarci e di comunicarsi a noi, e, nella misura di quanto noi pregheremo, Egli vivrà il Suo rapporto d’amore con noi.
Chiediamo l’Amore all’Amante, chiediamolo con gemiti e lacrime, perché in nient’ altro che in questo si realizza nella pienezza la nostra vita.
Chiediamo e ci sarà dato in misura “colma, traboccante”. Chiediamo il pane e la vita, la grazia di servirlo e la fede, il pentimento e il perdono. Chiediamo tutto perché nulla ci appartiene ma tutto è dono. Preghiamo per chi non prega e offriamo ogni giorno la nostra vita per la conversione del cuore nostro e per quello di ogni uomo. Preghiamo per la Chiesa e con la Chiesa. Preghiamo perché la nostra vita si trasformi in preghiera.
Tutti i membri della Fraternità, sia come consacrati che come aderenti allo spirito francescano, facciano poi tutto il possibile per partecipare ogni giorno al Sacrificio eucaristico, ricevano il Corpo Santissimo di Cristo e adorino lo stesso Signore presente nel Sacramento; attendano alla lettura della sacra Scrittura, all’orazione mentale, alla dignitosa celebrazione della liturgia delle Ore e ad altri esercizi di pietà richiesti dalla vita e dallo spirito della Fraternità; onorino con culto speciale anche con la pratica del rosario mariano, la Vergine Madre di Dio, modello, patrona e guida di ogni vita consacrata
L’eremo é la Parola di Dio. – “La Parola di Dio bisogna ascoltarla di buon animo, accoglierla con devozione, custodirla con sollecitudine….e non va ascoltata come parola di uomini, ma, come veramente è, Parola di Dio, sia che essa consoli sia che ammonisca, o anche che rimproveri” (San Bernardo)
Amiamo la Parola di Dio, meditiamola nel nostro cuore, facciamo di Essa il centro della nostra preghiera e della nostra vita. Amiamo in modo particolare la lettura del Santo Vangelo, cercando ogni giorno di conformarci a Cristo; e così come il Signore l’ha insegnata a noi con la Sua vita, così noi predichiamola con la nostra.
Segno inequivocabile di ogni fraternità che vive in Cristo sia la gioia. I fratelli non perdano la gioia, MAI! All’atto della consacrazione o dopo un periodo non più lungo di un anno, tutti i fratelli professino la “promessa di gioia” con cui si impegnano davanti a Dio a vivere, con la grazia divina e con tutte le loro forze, la perfetta letizia francescana con una vita fondata sulla gioia e generatrice di gioia.
Si diventa a tutti gli effetti membri della Fraternità solo a partire dal giorno in cui si professa la promessa della gioia.
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio unigenito”.
Noi dobbiamo impegnarci a tendere a questo stesso amore e cercare di amare tutti gli uomini. E solo nel dono dell’Unigenito Figlio di Dio noi possiamo amare gli uomini. Ben poca cosa è l’amore umano; è un amore finito, che chiede e pretende, che vuole il contraccambio; è un amore egoista. Amiamo l’uomo offrendogli Cristo, portandolo a Lui, e seminiamo il seme della Sua Parola in ogni cuore. Ma l’amore si esprima innanzitutto con quelli più vicini, cioé i nostri fratelli. Non dimentichiamoci mai neppure di coloro i quali ci hanno generato nella carne, ed esercitiamo la nostra carità nei loro confronti in modo evangelico. I fratelli si occupino di far diventare degna di essere vissuta la vita di coloro che ci hanno condotti alla vita e li amino come se fossero i loro stessi genitori.
Siamo chiamati all’amore, e l’amore sia lo strumento della nostra vita apostolica. Testimoniamo l’amore di Dio in ogni atto della nostra vita, a cominciare dalla vita di fraternità, sia dentro che fuori. Chiunque venga a contatto con la nostra Fraternità possa cogliere innanzitutto l’afflato d’amore con cui ci lega Cristo Gesù, Signore nostro. Sia questo il primo segno del nostro apostolato: l’apostolato del buon esempio.
L’apostolato della comunione e dell’unità della Chiesa.
Amiamo, sull’esempio del padre nostro san Francesco, in modo particolare i sacerdoti, rendendo grazie al Signore che mediante il loro ministero ci dona la salvezza nei sacramenti. Viviamo con essi e con tutti i religiosi e le religiose una vera comunione d’amore, e se questo, a causa del nostro peccato, dovesse essere difficile, purtuttavia non desistiamo di chiederlo al Signore con tutto il cuore.
L’apostolato dei lontani
Amiamo con lo stesso amore, anzi con amore ancora più grande, i fratelli che si sono separati per propria volontà da Dio, ricordandoci sempre che il Signore è Padre di tutti gli uomini, buoni e cattivi, dentro e fuori della Sua Chiesa. Viviamo un amore rispettoso, tollerante, umile, verso questi fratelli lontani, ricordandoci sempre che, forse a causa del nostro cattivo esempio, non hanno scorto nella Chiesa la luce di Dio, e attraverso un esempio luminoso di virtù, di fede e di gioia in Cristo Gesù, possono essere ricondotti alla casa del Padre. Per questo motivo i membri della Fraternità si impegnino a una pastorale ecumenica intensa e senza frontiere, governata dall’amore e dallo spirito di unità.
L’apostolato dell’evangelizzazione.
Strumento primario dell’evangelizzazione sia la nostra vocazione missionaria oltre che contemplativa. Andiamo per le strade con la nostra gioia di vivere il Vangelo, condividiamo la nostra vita attiva con i poveri (del corpo e dello spirito) vivendo accanto a loro, uguali nella nostra povertà.
I giovani
E poiché fin dall’inizio della nostra chiamata il Signore ci ha mandati tra i giovani a condividere le loro difficoltà e le loro gioie, per annunciare un regno di libertà nello Spirito, per capire il loro mondo, la loro solitudine, la loro sete e fame nascosta di Dio, la loro stanchezza del nulla che li circonda e della mancanza di valori che il mondo ha lasciato loro in eredità, il loro desiderio di tuffarsi nell’immensità di un Dio che li ama di un amore oltre ogni misura, gratuito, oblativo; dedichiamo in larga parte a loro la nostra vocazione apostolica, e offriamo, nella preghiera, ogni giorno, la nostra vita a Dio per loro.
La dimensione della pastorale delle periferie esistenziali é stata da sempre uno dei punti cruciali della nostra vocazione cristiana tanto che nella descrizione carismatica della Fraternitá, il termine “Piazza” si é sempre identificato con “Strada”. La nostra vita religiosa prende il via e trova il suo senso e la sua ragione di esistere proprio nell’esercizio del ministero cristiano lungo la strada…nella strada…e per la strada. Non c’é motivo e spiegazione per questa dimensione carismatica. Non é solo un dono ma una chiamata perentoria di Dio ad andare nei crocicchi delle strade dell’umanitá per condividere l’amore di Dio con ciechi e zoppi dello spirito.
La Fraternitá nasce anzi proprio attorno a un nucleo di giovani “rotti” dalla vita: drogati, alcolisti, hippies e sognatori, famiglie a pezzi, omesessuali, ex detenuti, disabili e immigrati, scettici e filosofi, sedicenti atei o anticlericali, e perfino malati mentali…ma soprattutto cristiani demotivati, addormentati, delusi. Attorno a questo nucleo di povertá (oggi diremmo periferie) si sviluppa la genesi della nostra Fraternitá che si identifica con una Chiesa essenzialmente in uscita e non in attesa, che cerca e che non si limita ad aspettare, che accoglie senza “certificati di buona condotta” e con l’unica richiesta di condividere il senso della vita e della fede con serietá e onestá umana e spirituale, compagni di cammino, testimoni piú che predicatori, testimoni della gioia che solo Cristo puó dare e ci ha dato.
Apostolato “lungo” la strada
Il senso della pastorale della strada trova il primo approccio comunicativo nella nostra vocazione evangelica. Il cristiano é l’aiutante di Dio nel reclutamento degli operai per la sua vigna. Non ci sono soste. Il cristiano é cristiano sempre. E poiché la maggior parte del nostro tempo (al non essere esclusivamente contemplativi e non tutti religiosi) si trascorre fuori dalle mura di casa, la pastorale “lungo la strada” acquista un significato pregnante per il nostro apostolato. Si sviluppa con una “coerenza” essenziale. Noi siamo sempre “in servizio” e sempre uguali. L’ipocrisia di chi in ginocchio sente la presenza di Dio e nella strada, nel povero, nel diverso, nel “cattivo di turno” non riesce a scorgere i lineamenti “in genesi” del Volto di Cristo, questa ipocrisia é uno dei vizi “capitali” dei nostri cristiani del secolo 21esimo. Noi non amiamo il “povero” ma “il Cristo” che vive in lui, che in lui ha posto il germe della sua presenza che aspetta di germogliare innaffiato dalle gocce d’acqua del nostro amore e dalle lacrime della nostra preghiera. Questo amore deve essere VISIBILE e onesto, senza secondi fini che la felicitá annunciata da Cristo nel suo Vangelo, un amore lontano dal rischio di fare proselitismo (che é il rischio piú grande e piú ricorrente) e dall’autocompiacimento per la nostra capacitá di convertire i cattivi presentati poi come trofei.Nel nostro apostolato deve emergere il nostro amore “materno, fraterno, sponsale” verso le anime che il Signore ci mette accanto. Guardiamoci da ogni forma di realizzazione personale che serve solo a mascherare il nostro vuoto spirituale. Se non c’é amore vero non ci sará neanche ascolto attento e condivisione. I “poveri” riconoscono chi li ama da chi li beneficia.
Apostolato “nella” strada: poveri tra i poveri
L’apostolato “nella strada” esige apostoli a tempo pieno e non solo “in servizio”, anche se fosse un ottimo servizio. É una delle forme di apostolato piú coinvolgente e trasformante per chi sente questa chiamata all’interno della vocazione alla strada; non si accontenta di uno spogliamento temporaneo ma definitivo. Viene da pensare al pellegrinaggio di san Francesco a Roma quando, arrivato davanti alle porte della Basilica di san Giovanni, scambia i suoi vestiti con un povero e comincia a chiedere l’elemosina. Fu solo per poco e fu solo l’inizio ma gli bastó per capire che per “sentirsi” povero bisogna “esserlo” davvero. La pastorale “nella strada” esige rinunciare al “travestimento da povero” per farsi povero vero e per sempre (come Francesco di Assisi). Per questo la chiamata a questa forma di evangelizzazione privilegia nella Fraternitá i Religiosi. Occorre vigilare molto peró sulla propria vita spirituale e di preghiera. Che non si trasformi anche quella facendoci perdere credibilitá nel nostro ministero! Noi non siamo “benefattori”, e nemmeno “organizzazioni sociali”, ma cristiani chiamati a far conoscere Cristo con la nostra testimonianza di vita.
Apostolato “per” la strada: le periferie della fede
L’apostolato “per la strada” é la terza “opzione” pastorale e si identifica con il termine “periferie” tanto usato nel nostro tempo dal Papa Francesco. A prima vista puó sembrare il piú semplice ma non lo é. Noi dobbiamo innanzitutto liberarci del nostro modo di pensare in ogni sfumatura “non evangelica” del pensiero. Non dimentichiamo che la nostra Regola é il Vangelo. Le nostre “armi” per l’esercizio di questa forma di evangelizzazione, sono le tre virtú teologali. Dobbiamo credere che nessun male, nessuna condizione di peccato, nessuna diofobia é irrebersibile. Dobbiamo sperare che la conoscenza del Signore Gesú, Dio Figlio del Padre, possa far prevalere il buono che c’é in ogni uomo in quanto creatura di Dio e, nel battesimo, anche Figlio di Dio. Il Battesimo non “scade” quando non si usa ma lascia un carattere indelebile, irreversibilmente indelebile, che puó e deve svegliarsi quando l’anima si reincontra con l’amore Trinitario di Dio. E se il povero non fosse battezzato…ancora in lui giace sepolto il germe del Creatore che egli riconoscerá come Padre. E infine l’amore….che con attenzione materna fascia le ferite, nasconde l’imbarazzo, condivide il pudore di un’anima che si ritrova “nuda e trasparente” al cospetto di Dio e degli uomini. Il passo piú difficile non é la “resa” a Dio, ma l’integrazione successiva nella sua Chiesa, una Chiesa che deve essere esigente ma discreta, giusta ma misericordiosa, severa ma con il sorriso del Risorto. L’esigenza senza discrezione, la giustizia senza misericordia, la severitá senza un sorriso materno di Dio, rompe il difficile equilibrio interiore dell’uomo e lo fa “fuggire” lontano. Noi, chiamati a questa delicata forma di evangelizzazione, siamo la cerniera tra il peccatore pentito e la Chiesa Madre, il tappeto su cui camminare per passare dalla strada al cuore pulsante di Cristo nella sua Sposa, il braccio che sostiene e accompagna, le mani che stringono ma non che imprigionano in altre catene, poiché le anime guadagnate non diventano nostre, non devono camminare accanto a noi, non devono “diventare dei nostri”. Noi aggiustiamo le ali perché l’anima possa volare libera dove Dio la chiama. Non cerchiamo mai proseliti ma fratelli con cui condividere, ciascuno a suo modo, la nostra fede nel Vangelo e nella Chiesa.
“Il Signore è fedele in tutte le sue parole, buono in tutte le sue opere. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto” (Sl 144, 13-14).
Ora i nostri cuori feriti possono conoscere nuove carezze, ricevono nuove sconosciute attenzioni, sono riscaldati da nuovo amore. Perché la Chiesa ci ha detto che ci vuole bene, che approva quello che facciamo, che ci spinge ad andare avanti, che ci ringrazia per il poco che abbiamo fatto e “mette in banca” le nostre sofferenze per pagarci alla fine dell’anno gli interessi con un poco di bene che ci serve per andare avanti … anche solo un poco.