Il viaggio diventa azione: dall'intervista alla Parlamentare alla lettera per migliorare la nostra scuola, qui mostriamo i risultati di un’esperienza nata per incidere sulla realtà. Raccontiamo come abbiamo trasformato la mobilità in una proposta concreta per vivere e cambiare la scuola, finalmente insieme.
La nostra intervista all'Onorevole Benedetta Scuderi, parlamentare europea, fatta il 28 aprile 2026 a Strasburgo.
Grazie mille della domanda e, innanzitutto, grazie per essere venute qui e per il bel progetto che state facendo. Cosa può fare l'Europa? Dipende, uno, da quale Europa stiamo parlando. Perché c'è un'Europa dell'oggi, c'è un'Europa dell'ieri, ma ci può essere anche un'Europa di domani: un'Europa più unita e più attenta alle questioni sociali.
Vi faccio un esempio: l'Europa praticamente non aveva una competenza nelle questioni sociali fino a poco tempo fa. Ma ogni giorno noi, qui dentro, lottiamo per avere sempre più competenze, per riuscire quindi a fare una cosa semplice: cioè far sì che in tutta Europa ci siano gli stessi diritti, le stesse opportunità, non solo in alcuni Paesi. Perché se l'Europa è un'unione politica, tutte le persone al suo interno devono avere gli stessi diritti, gli stessi doveri, ma anche le stesse opportunità.
Quindi la risposta è molto complessa, perché se guardiamo all'Europa dell'oggi vi posso dire: sicuramente si possono prevedere più soldi per le persone che vogliono sviluppare le proprie passioni e i propri interessi. Voi state facendo un progetto Erasmus e la cosa su cui stiamo spingendo tantissimo è che il programma Erasmus sia inclusivo e che permetta di accedere ai soldi delle borse a tutte le persone, anche quelle che hanno delle barriere strutturali. Che possono essere delle barriere di abilità, ma possono essere anche delle barriere nel fatto che vivono molto lontano dai centri cittadini, possono essere delle barriere perché vengono da un background migratorio o perché vengono da un background più con delle vulnerabilità economiche. E noi quello che stiamo cercando di introdurre è che il programma Erasmus sia fatto in un modo tale che permetta a tutte le persone di accedervi. Quindi che ci siano più soldi, perché se ci sono delle difficoltà in più o delle necessità in più, queste richiedono più soldi — lo sapete molto bene. Banalmente, anche negli accompagnatori: se ci sono delle necessità in più, ci vogliono più accompagnatori, quindi ci vogliono più soldi.
Devi anche prevedere delle facilitazioni. Rispondere a un programma Erasmus non è per niente semplice. Questo vuol dire che magari se vieni da una zona rurale o se vieni da dei gruppi che non hanno accesso a determinate possibilità, il programma tu non lo scrivi, non sai come farlo. E quindi si deve semplificare ma si devono anche prevedere, da parte dell'Europa, la possibilità di avere un supporto per poter scrivere le domande. Quindi sicuramente questa è una risposta: pensare a dei programmi europei di finanziamento e di budget che siano più accessibili in tutte le loro esplicazioni.
Poi c'è la seconda, che è quella dell'Europa che vorremmo. E quindi pensare a un'Europa che si prenda veramente la competenza del sociale e che si accerti che tutte le persone al suo interno possano sviluppare le proprie passioni e i propri interessi. E che quindi ci sia un diritto alla casa, un diritto allo studio, un diritto alla mobilità, un diritto all'accesso ai servizi essenziali. E che questo venga monitorato quantomeno, e gli standard vengano previsti a livello europeo. Che quindi si vada verso un'Europa delle persone e non un'Europa delle nazioni, che è quella che abbiamo oggi. È un passo più in là che però è necessario fare e lo stiamo già facendo, perché di questa cosa non si parlava nemmeno: adesso invece si sta iniziando a parlare molto di più di diritti sociali, del ruolo dell'Europa sul salario minimo, su tante altre cose dove l'Europa si sta prendendo delle competenze per far avere gli stessi diritti a tutti.
Ascoltare di più. Io sono molto contenta che stiamo facendo questo incontro e dovremmo farne tanti in più. Dovremmo fare tanti incontri in cui capiamo quali sono le difficoltà, perché a volte ne parliamo a livelli molto alti, però poi ci sono tante cose che non immaginiamo nemmeno.
Ad esempio, la Commissione ha iniziato quelli che si chiamano 'Youth Dialogue', il coinvolgimento dei giovani a livello europeo, dove gruppi che dovrebbero essere rappresentativi — non sempre lo sono — di giovani incontrano i commissari, per ogni commissione, e dicono cosa pensano del suo programma, come lo vorrebbero modificare sulla base delle loro necessità. Una cosa che abbiamo detto a più riprese ai commissari è: non possiamo ascoltare sempre le stesse persone. Va bene ascoltare i giovani, ma chi sono i giovani? I giovani che vivono a Bruxelles e che fanno politica a Bruxelles? Oppure i giovani che vivono veramente nei nostri paesi e che hanno diverse difficoltà? Che ci raccontano delle loro difficoltà e di come l'Europa li sta o non li sta aiutando; di cosa funziona e di cosa non funziona?
Ecco, questo secondo me è il punto principale per migliorare l'inclusione: uno, non pensare che abbiamo già la risposta in tasca, perché probabilmente non le abbiamo; e ascoltare, ma non far finta di ascoltare. Cercare di avere questi momenti partecipativi che siano quanto più rappresentativi possibile e che includano persone che vengono da diversi gruppi, diversi background, che hanno diversi vissuti; e comprendere effettivamente cosa sta funzionando e cosa no e allora agire di conseguenza. E soprattutto poi agire di conseguenza, perché l'ascolto è: uno, chi ascolti, e due, cosa fai con quello che ricevi con l'ascolto. Perché poi se non fai niente è abbastanza inutile. E quindi che ci sia anche una sorta di accountability, cioè di conoscenza di quello che è stato raccolto in quei momenti.
Questa è una domanda troppo difficile per me! Io sono sempre dell'idea che da soli non si faccia niente e che l'unico modo per ridurre le difficoltà e le insicurezze è che ci sia un gruppo e una comunità. E quindi che ci si unisca tutte insieme. Perché, guardate, anch'io mi sento costantemente insicura in quello che faccio e il mio ruolo non è un ruolo semplice e sono sempre sotto i riflettori. E l'unica cosa che mi fa stare meglio, che mi permette di non avere troppa paura, di non ascoltare troppo le critiche degli altri, è avere una comunità di supporto. Avere un gruppo che so che è lì per me e che so che può anche tutelarmi. Perché poi non c'è soltanto il supporto, c'è anche la difesa. Se c'è qualcuno che sta facendo delle cose, ad esempio i vari haters, quelli che ci buttano addosso l'odio, non serve soltanto il supporto a me, ma anche cercare di fermare quella cosa. Se c'è un bullo, l'importante è che ci sia un supporto, ma che ci sia anche una struttura che preveda che quella persona venga in qualche modo evidenziata, perché quel comportamento non va bene. Però questo si può fare quando non si crede che si possa fare tutto da soli: niente si può fare da soli. Noi abbiamo sempre bisogno di meccanismi di supporto, di comunità, di inclusione che si supportino a vicenda.
E anche sapere che tutti quanti siamo insicuri, tutti quanti abbiamo delle difficoltà. Ad esempio, a me piace parlare in pubblico, ma so che a tante persone non piace. E questa cosa qua la dobbiamo sempre tenere in mente: che tutti quanti stiamo attraversando delle insicurezze e dobbiamo pensarlo per noi stessi ma anche per gli altri quando ci confrontiamo. Mai pensare che gli altri non abbiano problemi, non abbiano insicurezze, perché nel rapporto con l'altro questa cosa aiuta anche a creare quella comunità.
Per avere una risposta più politica, io penso che la costruzione di comunità di supporto debba essere un obiettivo. Un obiettivo politico nel senso di riuscire a dare degli spazi — ecco cosa dovremmo fare noi politici —per creare la comunità, dare dei fondi per creare la comunità.
Un'idea ad esempio: far sì che le scuole possono rimanere aperte dopo l'orario scolastico in modo che ci possano essere degli spazi in cui le persone fanno delle attività e che le aiutano a creare una comunità di supporto. Quella è una cosa politica perché è la politica che lo può fare, lo può fare dando dei fondi, può fare permettendo questa cosa. Ma è una politica che serve a creare dei rapporti umani che è completamente diverso da quello che si sta facendo in molti casi, perché ora si sta cercando di togliere questi spazi e queste comunità. Ma le comunità servono tanto ad avere una società più resistente perché si fa forza. E a noi serve questo. Quindi immagino che quello che potete fare voi è chiedere che ci siano queste opportunità di creazione di comunità.
E poi isolare i casi di comportamenti sbagliati. Ritorno al mio esempio degli odiatori sui social: una cosa che si deve fare in politica è far sì che quella roba non sia possibile. Cioè non possiamo avere persone che odiano sui social, non possiamo avere persone che odiano nelle scuole. Dobbiamo riuscire ad avere delle regole per cui se fai un comportamento scorretto quel comportamento scorretto deve essere proibito e deve essere isolato. E quindi un doppio livello di tutela: una comunità forte su cui poter relazionare e riuscire a escludere i comportamenti che non sono invece giusti e che fanno aumentare le insicurezze
Domandona questa! Se lo scoprite ditemelo! Ma è difficilissimo questo, nel senso che anch'io non so se scelgo sempre da sola. Siamo sempre influenzati da tante cose quando scegliamo. Quando prendiamo delle decisioni politiche guardiamo sempre all'autodeterminazione come cosa primaria. Cosa vuol dire? Vuol dire che dobbiamo dare la possibilità alle persone di poter prendere delle scelte. Questo nella lotta dei diritti civili è un principio molto saldo, nel senso che io devo poter decidere del mio corpo, poter decidere della mia vita, poter decidere chi amare, poter decidere come vivere, fino a quando questa decisione non colpisce la libertà altrui. Non posso decidere di odiare, ad esempio, perché quello fa male a un altro. Le mie decisioni devono essere libere finché sono soltanto nella mia sfera. Ecco questa è la risposta politica che posso darti: che politicamente noi dobbiamo far sì che ci sia questa possibilità, cioè di decidere da sole e di decidere di quello che riguarda le nostre vite.
La risposta personale è un po' difficile, ma immagino che sia un po' la conseguenza di quello di prima. Cioè se ci si sente meno insicure, se ci si sente più sicure, se ci sono delle persone di cui ci si fida intorno e quindi con cui si può parlare, con cui si può raccontare anche le proprie idee, le proprie insicurezze e si può avere una conversazione di cui ci si fida, poi è più semplice prendere delle decisioni. Io non prendo mai una decisione soltanto su quello che penso io: è sempre il mio pensiero, ma viene da tanti piccoli pezzetti di persone di cui mi fido o di idee di cui mi fido. Quando prendo una decisione politica, quando ad esempio dobbiamo decidere come votare, lo decido io, ma lo decido sulla base dei miei valori, di quello che ho studiato e di quello che penso che sia la decisione politica giusta, ma quel pensiero viene da tanti fattori anche esterni. Le decisioni sono sempre un po' insieme: l'importante è che poi sei tu a mettere insieme tutti i pezzetti che ti piacciono. Ecco forse questa è la cosa: riuscire a prendere tanti pezzetti dall'esterno ma metterli insieme tu e non farli mettere insieme a qualcun altro.
Su questo l'Europa dovrebbe fare tanto e purtroppo non lo sta facendo minimamente. Nel senso che quello che l'Europa può fare — parliamoci chiaro — è stanziare soldi per questo tipo di cosa. Perché poi la responsabilità dell'implementazione è del sindaco o della sindaca della città. Però i nostri sindaci soffrono tanto la mancanza di soldi. È difficile riuscire a pensare a delle politiche di mobilità accessibile se non ci sono i soldi neanche per politiche di mobilità in genere. l'Europa dovrebbe stanziare dei soldi che vanno direttamente su questo obiettivo. Il punto dell'Europa delle persone è che non si devono avere standard diversi, e quindi far sì che lo stesso tipo di obiettivi e target che ci sono magari in una città del Nord Europa, ci siano anche nelle nostre città.
E su questo penso, uno, l'ascolto sia fondamentale per capire quali sono effettivamente i problemi. Ci sono diverse cose che si possono fare e questo va strutturato a livello cittadino anche sulla base della specificità della città. Pensare a dei punti di supporto per riuscire a supportare le persone per muoversi; pensare a degli autobus con il supporto che ti permettano di muoverti in un certo modo, permettere dei punti di accompagnamento attraverso la città in cui le persone possono chiedere, possono affidarsi, possono cercare di fare determinate cose. Per questo però ci vogliono dei finanziamenti e ci vogliono degli obiettivi: l'Europa deve, secondo me, prevedere degli standard. Quindi noi dovremmo avere degli standard per cui tutte le città hanno un certo tipo di supporto alla mobilità e prevedere dei finanziamenti per poterli raggiungere. Però nel momento della decisione degli standard e dei target, ritorniamo all'ascolto: si dovrebbe fare sull'ascolto sia delle città che delle persone che hanno necessità di supporto ulteriore per spostarsi. In modo da sapere che non stiamo dicendo delle cose senza senso, che o non sono fattibili o non servono a niente. Perché quando si fanno le politiche dall'alto a volte non servono a niente.
l'Europa su questo è un po' difficile che lo riesca a fare perché è un po' lontana dalla città. Però a me piace molto il coinvolgimento delle città. Noi facciamo tante iniziative in cui vengono vari sindaci e assessori: coinvolgiamo le città all'interno delle nostre decisioni. E secondo me questa è una cosa importante: avere questo collegamento tra città ed Europa. Perché è difficilissimo da qua riuscire a capire cosa fanno le città e come supportarle. Immaginatevi anche solo la differenza tra le città che ci sono in Italia: ecco fate questa cosa a livello europeo. Le città in Europa sono diversissime e le necessità di queste città sono tanto tanto diverse, quindi riuscire a creare una politica unica è molto complesso.
Una cosa che a me piacerebbe, ad esempio, è che in tutte le città medie o grandi ci fosse uno spazio Europa aperto ai giovani per poter partecipare e co-partecipare rispetto alle cose che si fanno in Europa, ma anche per avere banalmente uno spazio da poter utilizzare. Adesso gli Spazio Europa in Italia sono a Milano e a Roma, ma non sono apertissimi. Però se iniziassimo a farli e si facessero proprio come spazio della città che però è uno spazio europeo, le persone più giovani ci potrebbero andare, ci potrebbero scoprire tante cose sull'Europa. Uno spazio per fare riunioni, eventi, attività e quindi creare una connessione con l'Europa ma anche una connessione tra persone. Questo secondo me è una piccola cosa che l'Europa potrebbe fare almeno a livello di spazio: fisicamente avvicinare l'Europa alle persone e ai giovani e dare delle opportunità.
Poi nel programma Erasmus ci sono diversi fondi che vanno anche alle organizzazioni giovanili: ora però è molto difficile per le organizzazioni giovanili locali riuscire ad accedervi. Quindi se il programma Erasmus fosse un po' più capillare nel dare i fondi e quindi arrivassero anche a organizzazioni che lavorano sui territori e non soltanto a quelle europee o a quelle nazionali che poi devono darne magari a quelle territoriali, ecco se il programma Erasmus andasse in quella direzione lì, permetterebbe di far arrivare soldi a tante organizzazioni giovanili che magari fanno delle cose meravigliose nei territori — e ce ne sono veramente tante — per fiorire, per farne sempre di più e riuscire a creare sia una connessione con l'Europa, perché quando poi l'Europa ti permette di fare cose la senti più vicina.
Quindi mi immagino queste due cose: uno un programma Erasmus che arrivi alle organizzazioni giovanili anche locali e sia più semplice e accessibile, e l'altro degli spazi europei in tutte le diverse città aperti ai giovani, dove giovani possano fare le loro attività e possano incontrarsi e capire: anche innamorarsi un po' dell'Europa se ci si riesce.
In seguito alla visita al Liceo Courbet di Belfort abbiamo scritto questa lettera al Dirigente Scolastico del nostro Liceo.
Buongiorno Preside,
siamo sette ragazze in Erasmus al Liceo Courbet, una scuola francese.
Abbiamo confrontato le due scuole e abbiamo trovato delle cose che vorremmo anche noi:
· vorremmo avere più spazi comuni curati per attività autonome e di socializzazione;
· vorremmo avere delle aule studio;
· ci piacerebbe avere delle bacheche nelle classi per attaccare i nostri lavori;
· vorremmo usare gli spazi all’aperto della scuola per le nostre passioni;
· vorremmo una campanella diversa con un volume più alto, ma un suono più dolce.
Restiamo in attesa di una sua risposta.
Chiara, Viola, Stella, Rebecca, Marta, Camilla, Alice