VELLEIO PATERCOLO, Historiae romanae ad…, liber prior, 12
Ita eodem tempore P. Scipio Aemilianus, vir avitis, P. Africani paternisque L. Pauli virtutibus simillimus omnibus belli ac togae dotibus ingeniique ac studiorum eminentissimus saeculi sui, qui nihil in vita nisi laudandum aut fecit aut dixit ac sensit, quem Paulo genitum, adoptatum a Scipione Africani filio diximus, aedilitatem petens consul creatus est.
Is bellum Carthagini iam ante biennium a prioribus consulibus inlatum maiore vi intulit (cum ante in Hispania murali corona, in Africa obsidionali donatus esset, in Hispania vero etiam ex provocatione, ipse modicus virium, immanis magnitudinis hostem intermisset) eamque urbem magis invidia imperii quam ullius eius temporis noxiae invisam Romano nomini funditu sustulit fecit suae virtutis monimentum, quod fuerat avi eius clementiae.
Per cui venne eletto console, mentre non aspirava che all’edilità, P. Scipione Emiliano, che abbiamo detto (essere) nato da Paolo ed adottato dal figlio di Scipione Africano, uomo pari nelle virtù al nonno Publio Africano ed al padre Lucio Paolo, in tutte le arti della pace e della guerra, e in tutte le doti dell’ingegno e degli studi il primo (nel senso di “il migliore”) della sua epoca, che non fece, né disse, né pensò nulla che non fosse degno di lode.
Egli condusse la guerra a Cartagine, intrapresa già due anni prima dai consoli precedenti, con maggiore vigore (essendo stato prima ricompensato con la corona turrita in Spagna e con la corona obsidionale in Africa, in Spagna, in realtà su provocazione, egli stesso, uomo temperato, uccise l’avversario, di enorme statura) e distrusse alle fondamenta quella città odiata al nome Romano più per invidia di comando piuttosto che per una sua qualche colpa recente e fece monumento del suo valore ciò che era stato oggetto della clemenza di suo nonno.
VELLEIO PATERCOLO, Historiae romanae ad…, liber superior, 4
At7 P. Scipio Africanus Aemilianus, qui Carthaginem deleverat, post tot acceptas circa Numantiam clades creatus iterum consul missusque in Hispaniam fortunae virtutique expertae in Africa respondit in Hispania, et intra annum ac tris menses, quam eo venerat, circumdatam operibus Numantiam excisamque aequavit solo. 3 Nec quisquam ullius gentis hominum ante eum clariore urbium excidio nomen suum perpetuae commendavit memoriae: quippe excisa Carthagine ac Numantia ab alterius nos metu, alterius vindicavit contumeliis. 4 Hic, eum interrogante tribuno Carbone, quid de Ti. Gracchi caede p56 sentiret, respondit, si is occupandae rei publicae animum habuisset, iure caesum. Et cum omnis contio adclamasset, hostium, inquit, armatorum totiens clamore non territus, qui possum vestro moveri, quorum noverca est Italia? 5 Reversus in urbem intra breve tempus, M'. Aquilio C. Sempronio consulibus abhinc annos centum et sexaginta,8 post duos consulatus duosque triumphos et bis excisos terrores rei publicae mane in lectulo repertus est mortuus, ita ut quaedam elisarum faucium in cervice reperirentur notae. 6 De tanti viri morte nulla habita est quaestio eiusque corpus velato capite elatum est, cuius opera super totum terrarum orbem Roma extulerat caput. Seu fatalem, ut plures, seu conflatam insidiis, ut aliqui prodidere memoriae, mortem obiit, vitam certe dignissimam egit, quae nullius ad id temporis praeterquam avito fulgore vinceretur. 7 Decessit anno ferme sexto et quinquagesimo: de quo si quis ambiget, recurrat ad priorem consulatum eius, in quem creatus est anno octavo et tricesimo.
Ma P. Scipione Emiliano, quello che aveva distrutto Cartagine, dopo tanti rovesci erano stati subiti per la guerra di Numanzia, fu eletto console per la seconda volta e nel frattempo in Spagna, sicchè della virtù e della fortuna esperite in Africa dette prova anche in Spagna, in un anno e tre mesi da che era arrivato là, circondata Numanzia ed espugnatala, la rase al suolo. Non ve n’è uno solo in quella famiglia prima di lui che gloriò il proprio nome a perpetua memoria con una più splendida distruzione di città. Dato che rase al suolo Cartagine e Numanzia ci liberò dal timore dell’una e dalle offese dell’altra. Costui, quando il tribuno Carbone gli chiedeva cosa pensasse dell’uccisione di Tiberio Gracco, rispose che, se la sua intenzione era quella di dominare la res publica, era morto giustamente. Poi un giorno in cui tutta l’assemblea gli fischiava contro disse: “Io che non mi sono spaventato alle urla dei nemici in armi come potrei ora essere sconvolto dal grido vostro, di voi che avete l’Italia per matrigna?”. Tornato in città in breve tempo sotto il consolato di M. Aquilio e C. Sempronio, centosessanta anni fa, dopo due consolati e due trionfi e abbattuti due terrori della res publica, un giorno fu trovato morto nel suo letto e sul suo collo furono trovati segni due segni di denti. Per la morte di un così grande uomo non si tenne nemmeno un processo, anzi il suo corpo fu condotto con la testa velata, proprio egli, per la cui opera Roma aveva potuto levare la testa su tutto il mondo delle terre emerse. Sia che morì di morte naturale, come molti pure dicono, sia di morte procuratagli da un attentato, come altri hanno tramandato, certo è che la vita che egli condusse fu degna al punto che quella di nessun altro potrebbe superarla. Morì di sicuro che aveva sessantacinque anni.