Marcus Tullius Cicero, De Republica II, 10
Qui potuit igitur divinius et utilitates conplecti maritimas Romulus et vitia vitare, quam quod urbem perennis amnis et aequabilis et in mare late influentis posuit in ripa? quo posset urbs et accipere a mari, quo egeret, et reddere, quo redundaret, eodemque ut flumine res ad victum cultumque maxime necessarias non solum mari absorberet, sed etiam invectas acciperet ex terra, ut mihi iam tum divinasse ille videatur hanc urbem sedem aliquando et domum summo esse imperio praebituram; nam hanc rerum tantam potentiam non ferme facilius ulla in parte Italiae posita urbs tenere potuisset.
E avrebbe forse Romolo potuto più divinamente assicurarsi i vantaggi della città marittima ed evitarne, nello stesso tempo, le debolezze di quel che fece quando pose la città sulla riva di un fiume perenne, senza cascate e che si versa nel mare con una larga foce? E questo fece perché la città potesse ricevere dal mare tutto quel che le bisognasse e rendere al mare tutto il sovrabbondante; e in modo che il fiume non solo servisse per l'importazione delle cose necessarie alla vita e alla civiltà dal mare, ma ricevesse anche le cose trasportate per terra. Tanto è perfetta la cosa che io oso perfino credere che Romolo prevedesse già che questa città sarebbe stata un giorno la sede e il centro di un immenso impero. Né nessun'altra parte d'Italia una città avrebbe potuto assurgere a tanta potenza.
Marcus Tullius Cicero, De Republica II, 17
Ac Romulus cum septem et triginta regnavisset annos et haec egregia duo firmamenta rei publicae peperisset, auspicia et senatum, tantum est consecutus, ut, cum subito sole obscurato non conparuisset, deorum in numero conlocatus putaretur; quam opinionem nemo umquam mortalis adsequi potuit sine eximia virtutis gloria.
Avendo regnato Romolo per trentasette anni e avendo posto questi due ottimi fondamenti allo Stato, gli auspicii e il Senato, scomparve durante un'improvvisa eclissi di sole e lo si considerò assurto alla divinità. Nessuno mai dei mortali potete essere onorato da una simile leggenda senza un alto splendore di virtù.
Marcus Tullius Cicero, De Oratore I, 37
An vero tibi Romulus ille aut pastores et convenas congregasse aut Sabinorum conubia coniunxisse aut finitimorum vim repressisse eloquentia videtur, non
consilio et sapientia singulari? Quid? in Numa Pompilio, quid? In Servio Tullio, quid? In ceteris regibus, quorum multa sunt eximia ad constituendam rem publicam, num eloquentiae vestigium apparet? Quid? exactis regibus, tametsi ipsam exactionem mente, non lingua perfectam L. Bruti esse cernimus, sed deinceps omnia nonne plena consiliorum, inania verborum videmus?
Credi forse che quel famoso Romolo abbia unito insieme pastori e avventurieri, abbia favorito i matrimoni tra Romani e Sabini, abbia respinto gli attacchi dei popoli confinanti, con eloquenza piuttosto che con la sua eccezionale saggezza e sagacia? Che? E che dire di Numa Pompilio? E che dire di Servio Tullio? E di tutti gli altri re, che escogitarono molti saggi provvedimenti per il rafforzamento dello Stato, forse che in essi compare la più piccola traccia di eloquenza? E che dire? Dopo che furono cacciati re, anche se sappiamo che questa stessa cacciata fu opera del senno e non delle parole di L. Bruto, non vediamo noi sempre dominare la saggezza, mai l' eloquenza?