1. Aulo Gellio, II,2,12-13
[12] Quid autem super huiuscemodi patris atque filii officio apud Claudium legerimus, non esse ab re visum est, ut adscriberemus.
[13] Posuimus igitur verba ipsa Quadrigarii ex annali eius sexto transscripta: "Deinde facti consules Sempronius Gracchus iterum Q. Fabius Maximus, filius eius, qui priore anno erat consul. Ei consuli pater proconsul obviam in equo vehens venit neque descendere voluit, quod pater erat, et, quod inter eos sciebant maxima concordia convenire, lictores non ausi sunt descendere iubere. Ubi iuxta venit, tum consul ait: "quid postea?"; lictor ille, qui apparebat, cito intellexit, Maximum proconsulem descendere iussit. Fabius imperio paret et filium collaudavit, cum imperium, quod populi esset, retineret."
[12] Cosa poi abbiamo letto in Claudio sul comportamento di tal genere di un padre e un figlio, non è sembrato essere lontano dall'argomento, come annotavamo.
[13] Abbiamo dunque riportato dai suoi annali le parole stesse di Quadrigario trascritte nel sesto libro: "Poi fatti consoli Sempronio Gracco per la seconda volta e Q. Fabio Massimo, figlio di colui, che era console l'anno prima. Il padre proconsole andando a cavallo andò incontro a lui console e non volle scendere, poiché era il padre, e, poiché i littori sapevano comportarsi fra loro con la massima armonia, non osarono ordinare di scendere. Appena venne vicino, allora il console disse: "E allora?"; quel littore, che era al servizio, subito capì, ordinò che il proconsole Massimo scendesse. Fabio obbedisce all'ordine e lodò il figlio, poiché sosteneva un incarico che era del popolo.