Il passo (VI, vv. 791-800) si può ritenere parallelo al seguente passo delle Res Gestae in quanto mette in luce le relazioni diplomatiche di Ottaviano Augusto con i principali popoli orientali.
Res Gestae divi Augusti, Augusto, 31-32
31. Ad me ex In[dia regum legationes saepe missae sunt nunquam visae ante id t]em[pus] apud quemquam Romanorum ducem. Nostram amic[itiam petie]run[t] per legat[os] Bastarnae Scythaeque et Sarmatarum qui sunt citra flumen Tanaim et ultra reges. Albanorumque rex et Hiberorum e[t Medorum].
31. Furono inviate spesso a me ambascerie di re dall'India, non viste prima di allora da alcun comandante romano. Chiesero la nostra amicizia per mezzo di ambasciatori i Bastami, gli Sciti e i re dei Sarmati che abitano al di qua e al di là del fiume Tànai, e i re degli Albani, degli Iberi e dei Medi.
32. Ad me supplices confugerunt reges Parthorum Tirida[te]s et post[ea] Phrates regis Phratis filius. Medorum Artavasdes, Adiabenorum Artaxares, Britannorum Dumnobellaunus et Tincommius, Sugambr]orum Maelo, Marcomannorum Sueborum [Segime]rus. Ad me rex Parthorum Phrates, Orod[i]s filius, filios suos nepot[esque omnes] misit in Italiam, non bello superatus, sed amicitiam nostram per [libe]ror[um] suorum pignora petens. Plurimaeque aliae gentes expertae sunt p. R. fidem me principe, quibus antea cum populo Romano nullum extiterat legationum et amicitiae commercium.
32. Presso di me si rifugiarono supplici i re dei Parti Tiridate e poi Fraate, figlio del re Fraate, e Artavadse re dei Medi, Artassare degli Adiabeni, Dumnobellauno e Tincommio dei Britanni, Melone dei Sigambri, Segimero dei Marcomanni Svevi. Presso di me in Italia il re dei Parti Fraate, figlio di Orode, mandò tutti i suoi figli e nipoti, non perché fosse stato vinto in guerra, ma perché ricercava la nostra amicizia con il pegno dei suoi figli. E moltissime altre popolazioni sperimentarono, durante il mio principato, la lealtà del popolo romano, esse che in precedenza non avevano avuto nessun rapporto di ambascerie e di amicizia con il popolo romano.
È inoltre confrontabile con il seguente testo di Svetonio:
Augustus, Svetonio, 21-22
21. […] Qua virtutis moderationisque fama Indos etiam ac Scythas, auditu modo cognitos, pellexit ad amicitiam suam populique Romani ultro per legatos petendam. Parthi quoque et Armeniam vindicanti facile cesserunt et signa militaria, quae M. Crasso et M. Antonio ademerant, reposcenti reddiderunt obsidesque insuper optulerunt, denique, pluribus quondam de regno concertantibus, nonnisi ab ipso electum probaverunt.
21. Così la fama della sua virtù e della sua moderazione spinse Indiani e Sciti, dei quali si conosceva soltanto il nome, ad inviare spontaneamente ambasciatori per chiedere la sua amicizia e quella del popolo romano. Perfino i Parti non solo gli cedettero senza difficoltà l'Armenia che egli rivendicava, ma, dietro sua richiesta, gli restituirono anche i trofei militari che avevano strappato a M. Crasso e M. Antonio e in più offrirono degli ostaggi. Infine, una volta che erano in molti a disputarsi il trono, riconobbero soltanto quelli che lui aveva scelto.
22. Ianum Quirinum, semel atque iterum a condita urbe ante memoriam suam clausum, in multo breviore temporis spatio terra marique pace parta ter clusit. Bis ovans ingressus est urbem, post Philippense et rursus post Siculum bellum. Curulis triumphos tris egit, Delmaticum, Actiacum, Alexandrinum, continuo triduo omnes.
22. Il tempio di Giano Quirino che, dalla fondazione di Roma, non era stato chiuso che due volte prima di lui, sotto il suo principato fu chiuso tre volte, in uno spazio di tempo molto più breve, poiché la pace si trovò stabilita in terra e in mare. Due volte entrò in Roma con gli onori dell'ovazione: la prima volta dopo la guerra di Filippi, la seconda dopo la guerra di Sicilia. Tre volte celebrò il trionfo curule: per la Dalmazia, per Azio e per Alessandria, tutti e tre in tre giorni consecutivi.