1. Livio, Ab Urbe Condita,IV,19
19. Erat tum inter equites tribunus militum A. Cornelius Cossus, eximia pulchritudine corporis,animo ac viribus par memorque generis, quod amplissimum acceptum maius auctiusque reliquitposteris. Is cum ad impetum Tolumni, quacumque se intendisset, trepidantes Romanas videret turmas insignemque eum regio habitu volitantem tota acie cognosset, "hicine est" inquit, "ruptor foederis humani violatorque gentium iuris? lam ego hanc mactatam victimam, si modo sancti quicquam in terris esse di volunt, legatorum manibus dabo". Calcaribus subditis infesta cuspide in unum fertur hostem; quem cum ictum equo deiecisset, confestim et ipse hasta innixus se in pedes excepit. Adsurgentem ibi regem umbone resupinat, repetitumque saepius cuspide ad terram adfixit. Tum exsangui detracta spolia caputque abscisum victor spiculo gerens terrore caesi regis hostes fundit. Ita equitum quoque fusa acies, quae una fecerat anceps certamen. Dictator legionibus fugatis instat et ad castra compulsos caedit. Fidenatium plurimi locorum notitia effugere in montes. Cossus Tiberim cum equitatu transvectus ex agro Veientano ingentem detulit praedam ad urbem. Inter proelium et ad castra Romana pugnatum est adversus partem copiarum ab Tolumnio, ut ante dictum est, ad castra missam. Fabius Vibulanus corona primum vallum defendit; intentos deinde hostes in vallum, egressus dextra principali cum triariis, repente invadit. Quo pavore iniecto caedes minor, quia pauciores erant, fuga non minus trepida quam in acie fuit.
[19] Vi era allora, tra le fila dei cavalieri, il tribuno militare Aulo Cornelio Cosso; la sua straordinaria bellezza era pari al coraggio e alla forza. Orgoglioso del nome della sua stirpe, che aveva ereditato già insigne, fece in modo che diventasse per i suoi discendenti ancora più nobile e glorioso. Essendosi reso conto che Tolumnio, dovunque si buttasse all'assalto, seminava lo scompiglio tra gli squadroni romani, e avendolo riconosciuto mentre galoppava col suo abito regale su e giù per la linea di battaglia, urlò: "è lui che ha violato il patto stipulato tra gli uomini e infranto il diritto delle genti? Allora, se gli dèi vogliono che su questa terra ci sia ancora qualcosa di sacro, io lo offro come vittima sacrificale ai Mani degli ambasciatori uccisi!" E, spronato il cavallo, si buttò, lancia in resta, contro quel solo nemico. Dopo averlo colpito e disarcionato, facendo leva sulla lancia, scese anch'egli da cavallo. E mentre il re cercava di rialzarsi, Cosso lo gettò di nuovo a terra con lo scudo e poi, colpendolo ripetutamente, lo inchiodò al suolo con la lancia. Allora, trionfante, mostrando le armi tolte al cadavere e la testa mozzata infissa sulla punta dell'asta, volse in fuga i nemici, terrorizzati dall'uccisione del re. Così anche la cavalleria, che da sola aveva reso incerte le sorti dello scontro, fu disfatta. Il dittatore si buttò all'inseguimento delle legioni in fuga e, dopo averle spinte verso l'accampamento, le massacrò. La maggior parte dei Fidenati, conoscendo i luoghi, riuscì a fuggire sulle montagne. Cosso attraversò il Tevere con la cavalleria, riportando a Roma un ingente bottino razziato nel territorio di Veio. Mentre la battaglia era in pieno svolgimento, si combattè anche nei pressi dell'accampamento romano, dove ci fu lo scontro con le truppe inviate, come già detto, da Tolumnio proprio in quella direzione. Fabio Vibulano in un primo tempo difese
la trincea disponendo gli uomini a semicerchio. Poi, mentre i nemici erano concentrati sul vallo, fece una sortita dalla porta principale sulla destra con i triarii e assalì gli avversari all'improvviso. Il panico che s'impossessò di loro provocò una strage minore che nella battaglia vera e propria perché erano in pochi, ma la fuga non fu meno precipitosa.
2. Livio, Ab Urbe Condita,IV,30
30. Agitatum in urbe ab tribunis plebis ut tribuni militum consulari potestate crearentur nec obtineri potuit. Consules fiunt L. Papirius Crassus, L. lulius. Aequorum legati foedus ab senatu cum petissent et pro foedere deditio ostentaretur, indutias annorum octo impetraverunt: Volscorum res, super acceptam in Algido cladem, pertinaci certamine inter pacis bellique auctores in iurgia et seditiones versa: undique otium fuit Romanis. Legem de multarum aestimatione pergratam populo cum ab tribunis parari consules unius ex collegio proditione excepissent, ipsi praeoccupaverunt ferre. Consules L. Sergius Fidenas iterum Hostius Lucretius Tricipitinus. Nihil dignum dictu actum his consulibus. Secuti eos consules A. Cornelius Cossus T. Quinctius Poenus iterum. Veientes in agrum Romanum excursiones fecerunt. Fama fuit quosdam ex Fidenatium iuventute participes eius populationis fuisse, cognitioque eius rei L. Sergio et Q. Servilio et Mam. Aemilio permissa. Quidam Ostiam relegati, quod cur per eos dies a Fidenis afuissent parum constabat; colonorum additus numerus, agerque iis bello interemptorum adsignatus. Siccitate eo anno plurimum laboratum est, nec caelestes modo defuerunt aquae, sed terra quoque ingenito umore egens vix ad perennes suffecit amnes. Defectus alibi aquarum circa torridos fontes rivosque stragem siti pecorum morientum dedit; scabie alia absumpta, volgatique in homines morbi. Et primo in agrestes ingruerant servitiaque; urbs deinde impletur. Nec corpora modo adfecta tabo, sed animos quoque multiplex religio et pleraque externa invasit, novos ritus sacrificandi vaticinando inferentibus in domos quibus quaestui sunt capti superstitione animi, donec publicus iam pudor ad primores civitatis pervenit, cernentes in omnibus vicis sacellisque peregrina atque insolita piacula pacis deum exposcendae. Datum inde negotium aedilibus, ut animadverterent ne qui nisi Romani di neu quo alio more quam patrio colerentur. Irae adversus Veientes in insequentem annum, C. Servilium Ahalam L. Papirium Mugillanum consules, dilatae sunt. Tunc quoque ne confestim bellum indiceretur neve exercitus mitterentur religio obstitit; fetiales prius mittendos ad res repetendas censuere. Cum Veientibus nuper acie dimicatum ad Nomentum et Fidenas fuerat, indutiaeque inde, non pax facta, quarum et dies exierat, et ante diem rebellaverant; missi tamen fetiales; nec eorum, cum more patrum iurati repeterent res, verba sunt audita. Controversia inde fuit utrum populi iussu indiceretur bellum an satis esset senatus consultum. Pervicere tribuni, denuntiando impedituros se dilectum, ut Quinctius consul de bello ad populum ferret. Omnes centuriae iussere. In eo quoque plebs superior fuit, quod tenuit ne consules in proximum annum crearentur.
[30] A Roma dai tribuni della plebe fu agitata la questione relativa alla nomina di tribuni militari con potere consolare, ma senza alcun successo. Furono eletti consoli Lucio Papirio Crasso e Lucio Giulio. Gli ambasciatori inviati dai Volsci al senato per chiedere un trattato d'alleanza, ricevendo in luogo del trattato una proposta di resa, chiesero e ottennero una tregua di otto anni. Oltre alla disfatta patita Sull'Algido, i Volsci erano in quel momento invischiati in uno scontro senza fine tra i fautori della pace e i fautori della guerra, che provocò disordini e sedizioni: per i Romani ciò significò pace da ogni parte. I consoli, venuti a sapere, grazie alla denuncia di uno dei membri del collegio dei tribuni, che questi stavano per presentare una legge, molto gradita al popolo, sulla determinazione in denaro delle ammende, si affrettarono a proporla per primi. I consoli successivi furono Lucio Sergio Fidenate, per la seconda volta, e Ostio Lucrezio Tricipitino. Durante il loro consolato nulla accadde che sia degno di menzione. I successori furono Aulo Cornelio Cosso e Tito Quinzio Peno, al secondo mandato. I Veienti fecero delle incursioni in territorio romano. Corse voce che a quelle scorrerie avessero preso parte alcuni giovani di Fidene, e l'indagine sul fatto venne affidata a Lucio Sergio, a Quinto Servilio e a Mamerco Emilio. Alcuni Fidenati furono confinati a Ostia perché non era sufficientemente chiaro per qual motivo fossero assenti da Fidene proprio in quei giorni. Fu aumentato il numero dei coloni ai quali venne assegnata la terra dei caduti in guerra. Quell'anno la siccità creò molti disagi e non soltanto vennero a mancare le piogge, ma anche la terra, privata della sua naturale umidità, riuscì a malapena ad alimentare i fiumi perenni. In alcuni luoghi la mancanza di acqua decimò, intorno alle fonti e ai torrenti inariditi, il bestiame che moriva di sete. Altri animali furono uccisi dalla scabbia, poi le malattie contagiarono gli uomini: prima colpirono la gente di campagna e gli schiavi, poi la città ne fu piena. Non soltanto i corpi furono infettati, ma anche le menti suggestionate da riti magici di ogni genere di provenienza per lo più straniera, perché coloro che speculano sugli animi vittime della superstizione, con i loro vaticini riuscivano a introdurre nelle case strane cerimonie sacrificali; finché dello scandalo ormai pubblico non si resero conto le personalità più autorevoli della città, quando videro che in tutti i quartieri e in tutti i tempietti venivano offerti dei sacrifici espiatori, forestieri e insoliti, per implorare la benevolenza degli dèi. Perciò diedero disposizione agli edili di controllare che non si venerassero divinità al di fuori di quelle romane e che i riti fossero soltanto quelli tramandati dai padri. La vendetta contro i Veienti fu rimandata all'anno successivo, in cui furono consoli Gaio Servilio Aala e Lucio Papirio Mugillano. Ma anche allora lo scrupolo religioso impedì che si dichiarasse sùbito guerra e che si inviassero truppe. Si decise di mandare prima i feziali a chiedere soddisfazione. Coi Veienti ci si era scontrati poco tempo prima a Nomento e Fidene, e a quell'episodio aveva fatto séguito non la pace ma una tregua; il termine era ormai scaduto e, prima del termine, quelli avevano ripreso le ostilità. Ciononostante vennero inviati i feziali, ma quando questi, dopo aver giurato secondo il rito dei padri, chiesero soddisfazione, le loro parole non vennero nemmeno ascoltate. Si discusse allora se la guerra andava dichiarata su decisione del popolo o se bastava un decreto del senato. I tribuni, minacciando di impedire la leva, riuscirono a ottenere che il console Quinzio portasse di fronte al popolo la questione della guerra. Votarono tutte le centurie.
3. Livio, Ab Urbe Condita,IV,31
31a. Tribuni militum consulari potestate quattuor creati sunt, T. Quinctius Poenus ex consulatu C. Furius M. Postumius A. Cornelius Cossus. Ex his Cossus praefuit urbi, tres dilectu habito profecti sunt Veios, documentoque fuere quam plurium imperium bello inutile esset. Tendendo ad sua quisque consilia, cum aliud alii videretur, aperuerunt ad occasionem locum hosti; incertam namque aciem, signum aliis dari, receptui aliis cani iubentibus, invasere opportune Veientes. Castra propinqua turbatos ac terga dantes accepere; plus itaque ignominiae quam cladis est acceptum. Maesta civitas fuit vinci insueta; odisse tribunos, poscere dictatorem: in eo verti spes civitatis. Et cum ibi quoque religio obstaret ne non posset nisi ab consule dici dictator, augures consulti eam religionem exemere. A. Cornelius dictatorem Mam. Aemilium dixit et ipse ab eo magister equitum est dictus; adeo, simul fortuna civitatis virtute vera eguit, nihil censoria animadversio effecit, quo minus regimen rerum ex notata indigne domo peteretur.
31b. Veientes re secunda elati, missis circum Etruriae populos legatis, iactando tres duces Romanos ab se uno proelio fusos, cum tamen nullam publici consilii societatem movissent, voluntarios undique ad spem praedae adsciverunt. Uni Fidenatium populo rebellare placuit; et tamquam nisi ab scelere bellum ordiri nefas esset, sicut legatorum ante, ita tum novorum colonorum caede imbutis armis, Veientibus sese coniungunt. Consultare inde principes duorum populorum, Veios an Fidenas sedem belli caperent. Fidenae visae opportuniores; itaque traiecto Tiberi Veientes Fidenas transtulerunt bellum. Romae terror ingens erat. Accito exercitu a Veiis, eoque ipso ab re male gesta perculso, castra locantur ante portam Collinam, et in muris armati dispositi, et iustitium in foro tabernaeque clausae, fiuntque omnia castris quam urbi similiora,
[31] Vennero così nominati quattro tribuni militari con potere consolare: Tito Quinzio Peno, già console, Gaio Furio, Marco Postumio e Aulo Cornelio Cosso. Di loro Cosso ebbe il governo della città, mentre gli altri tre, portata a compimento la leva militare, partirono alla volta di Veio e dimostrarono quanto in guerra sia dannoso dividere il comando tra più persone. Ciascuno prediligeva il proprio piano e siccome ognuno vedeva le cose in maniera diversa dagli altri, finirono con l'offrire al nemico l'occasione di un colpo di mano. Infatti, mentre le truppe erano disorientate perché c'era chi ordinava di dare la carica e chi la ritirata, i Veienti li assalirono sfruttando il momento propizio. Fuggendo disordinatamente i Romani ripararono nel vicino accampamento: si patì il disonore più che la sconfitta. La città, non abituata alle sconfitte, piombò nella costernazione; si odiavano i tribuni, si chiedeva un dittatore nel quale riporre le speranze di tutto il paese. Poiché anche in quella circostanza era di ostacolo lo scrupolo religioso, non potendo il dittatore essere nominato se non dal console, si consultarono gli àuguri che tolsero quello scrupolo. Aulo Cornelio nominò dittatore Mamerco Emilio che a sua volta lo scelse come maestro della cavalleria. Così, quando il paese ebbe veramente bisogno di un uomo di qualità superiori, la punizione a suo tempo inflitta dai censori non impedì che il timone dello Stato fosse affidato a una famiglia ingiustamente bollata di infamia. Trascinati dal successo, i Veienti mandarono messaggeri ai popoli dell'Etruria ad annunciare pomposamente la loro vittoria su tre comandanti romani in una sola battaglia. Pur non essendo riusciti a ottenere alcuna alleanza ufficiale dalla confederazione, tuttavia attirarono da ogni parte volontari mossi dalla speranza del bottino. Soltanto i Fidenati decisero di riaprire le ostilità e, pensando che non fosse lecito iniziare una guerra se non con un delitto, come già prima con gli ambasciatori così ora macchiarono le loro spade col sangue dei nuovi coloni. Quindi si unirono ai Veienti. E poco dopo i capi dei due popoli si consultarono per scegliere, tra Veio e Fidene, come teatro di operazioni. Parve più opportuna Fidene, e i Veienti, attraversato il Tevere, trasferirono a Fidene il loro apparato bellico. A Roma regnava la paura. Richiamato da Veio l'esercito demoralizzato per la sconfitta, si pose l'accampamento di fronte alla porta Collina, si distribuirono uomini armati sulle mura, si sospese l'attività giudiziaria nel foro e si chiusero le botteghe: cose queste che dettero a Roma l'aspetto di un campo militare più che di una città.