Nel VI libro dell’Eneide, Virgilio narra la discesa agli Inferi di Enea. L’eroe incontra il padre Anchise, il quale gli mostra le anime pronte a reincarnarsi nei suoi successori. Iniziando dalla storia mitica, si giunge in fretta alla storia recente. Anchise indica Augusto, riferendosi a lui come Caesar (v. 789). Il poeta lo nomina per primo a capo di “tutta la progenie di Iulo” (vv. 789-790), e, nei versi successivi, citando il secolo d’oro (vv. 792-793) fa intendere come potrebbe essere proprio il princeps a segnare l’inizio di una nuova età aurea. Il poeta esalta anche Roma, destinata a dominare e pacificare il mondo, il cui impero si estenderà “sopra i Garamanti e gli Indi” (v. 794) e “oltre le vie dell’anno e del sole” (v. 796).Inoltre, Virgilio afferma che neanche Eracle, l’Alcide, e Libero, il dio Bacco, che pure proviene dal monte Nisa in India, hanno mai percorso distese di terra così vaste come quelle attraversate dall’imperatore romano (v. 801 e vv. 804-805). Nei versi 802-803, menziona tre delle dodici fatiche compiute da Ercole, più precisamente la terza, la quarta e la seconda: catturare la cerva “dai piedi di bronzo” sacra ad Artemide; catturare il cinghiale che viveva sul monte Erimanto; uccidere l’immortale Idra di Lerna. Anchise, dopo aver terminato di elogiare le imprese di Augusto, pone una domanda retorica ad Enea: teme ancora, nonostante gli abbia preannunciato la grandezza di Roma e dei suoi successori, di fermarsi in Italia? (vv. 806-807).