Nella porzione del catalogo (788-807) Anchise indica la gens Iulia e, in particolare, Ottaviano Augusto che, posto subito dopo Romolo, domina la scena da rifondatore di Roma. Del princeps Virgilio indica le origini divine (divi genus), la riaffermazione dell'età dell'oro (aurea condet saecula) connessa all'espansione del dominio romano, i cui confini, superando la linea dello zodiaco (extra anni solisque vias), sono segnati da popoli che figurano nelle Res Gestae: i Garamanti e gli Indi, la terra Maeotia degli Sciti e Sarmati, i regni del caspio dove risiedono Albani e Iberi. Particolare rilievo assumono i due paragoni instaurati tra il princeps ed Eracle e Bacco (i grandi benefattori dell'umanità) secondo i quali le conquiste di Roma coprirebbero un maggior spazio di terre (tantum telluris) di quello percorso da i due eroi e divinità. Il primo, l'eroe civilizzatore che viaggia per ripulire l'ecumene dai mostri, avrà un ruolo di primo piano nella narrazione dell'archeologia dell'VIII libro. Il secondo, che giunge in Grecia dopo aver girato il mondo su un carro trainato da tigri, è definito victor per la conquista dell'India a lui attribuita. L'immagine di Augusto che si ricava da questi paragoni è quella di un vir provvidenziale, la cui anima è destinata a riportare la civiltà sui domini romani, e allo stesso tempo fonte di sgomento e timore per i popoli stranieri, nonché presenza rassicurante anche per i suoi antenati troiani stessi per la quale questi, nella dimensione del passato, si sentono finalmente legittimati ad entrare in Ausonia.