Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, I, 13
[13] Ante triennium quam Carthago deleretur, M Cato, perpetuus diruendae eius auctor, L Censorino M. Manilio consulibus mortem obiit. Eodem anno, quo Carthago concidit, L. Mummius Corinthum post annos nongentos quinquanginta duos (CMLII), quam ab Alete Hippotis filio erat condita, funditus eruit. 2 Uterque imperator devictae a se gentis nomine honoratus, alter Africanus, alter appellatus est Achaicus; nec quisquam ex novis hominibus prior Mummio cognomen virtute partum vindicavit. 3 Diversi imperatoribus mores, diversa fuere studia: quippe Scipio tam elegans liberalium studiorum omnisque doctrinae et auctor et admirator fuit, ut Polybium Panaetiumque, praecellentes ingenio viros, domi militiaeque secum habuerit. Neque enim quisquam hoc Scipione elegantius intervalla negotiorum otio dispunxit semperque aut belli aut pacis serviit artibus: semper inter arma ac studia versatus aut corpus periculis aut animum disciplinis exercuit. 4 Mummius tam rudis fuit, ut capta Corintho cum maximorum artificum perfectas manibus tabulas ac statuas in Italiam portandas locaret, iuberet praedici conducentibus, si eas perdidissent, novas eos reddituros. 5 Non tamen puto dubites, Vinici, quin magis pro re publica fuerit manere adhuc rudem Corinthiorum intellectum quam in tantum ea intellegi, et quin hac prudentia illa imprudentia decori publico fuerit convenientior.
Tre anni prima della distruzione di Cartagine, sotto il consolato di L. Censorino e M. Manilio, Marco Catone, ostinato fautore del suo annientamento, morì. Lo stesso anno in cui Cartagine fu distrutta, L. Mummio rase al suolo Corinto, 952 anni dopo che essa era stata fondata da Alete, figlio di Ippolito. Ad entrambi i condottieri fu tributato il soprannome del popolo sconfitto, l'uno fu detto "l'Africano", l'altro "l'Acaico"; né alcuno tra gli "homines novi", prima di Mummio, si era fregiato di un soprannome acquisito in virtù del proprio valore. I due condottieri ebbero indoli diverse, e diversi interessi: ad esempio, Scipione fu un cultore ed un ammiratore tanto raffinato degli studi liberali e di ogni sfaccettatura del sapere da tenere accanto a sé, in pace ed in guerra , Polibio e Panezio, uomini di non comune intelletto. Nessuno, del resto, intervallò I' "otium" al "negotium" o coltivò sempre le arti della guerra e della pace in modo più raffinato di Scipione: sempre impegnato a combattere o a studiare, temprò sia il corpo nei pericoli, sia l'intelletto nelle elucubrazioni. Mummio fu a tal punto poco raffinato che, dopo aver espugnato Corinto, mentre organizzava il trasporto in Italia di quadri e statue, opere delle mani di sommi artefici, ingiunse agli appaltatori che, qualora essi le avessero smarrite, le avrebbero sostituite con delle nuove. Pur tuttavia, o Vinicio, non credo che tu dubiti del fatto che il rimanere ancora rozza la facoltà di comprendere quelle opere Corinzie sarebbe stato un vantaggio maggiore per lo stato dell'esaltazione (che se ne fa oggi) e che quella incompetenza sarebbe stata più rispondente al pubblico decoro che non questa competenza.
Cicerone, Brutus, 63-69
63] Catonis autem orationes non minus multae fere sunt quam Attici Lysiae, cuius arbitror plurumas esse--est enim Atticus, quoniam certe Athenis est et natus et mortuus et functus omni civium munere, quamquam Timaeus eum quasi Licinia et Mucia lege repetit Syracusas --, et quodam modo est nonnulla in iis etiam inter ipsos similitudo: acuti sunt, elegantes faceti breves; sed ille Graecus ab omni laude felicior.
[64] Habet enim certos sui studiosos, qui non tam habitus corporis opimos quam gracilitates consectentur; quos, valetudo modo bona sit, tenuitas ipsa delectat--quamquam in Lysia sunt saepe etiam lacerti, sic ut [et] fieri nihil possit valentius; verum est certe genere toto strigosior --, sed habet tamen suos laudatores, qui hac ipsa eius subtilitate admodum gaudeant.
[65] Catonem vero quis nostrorum oratorum, qui quidem nunc sunt, legit? aut quis novit omnino? at quem virum, di boni! mitto civem aut senatorem aut imperatorem: oratorem enim hoc loco quaerimus: quis illo gravior in laudando, acerbior in vituperando, in sententiis argutior, in docendo edisserendoque subtilior? refertae sunt orationes amplius centum quinquaginta, quas quidem adhuc invenerim et legerim, et verbis et rebus inlustribus. licet ex his eligant ea quae notatione et laude digna sint: omnes oratoriae virtutes in eis reperientur.
[66] Iam vero Origines eius quem florem aut quod lumen eloquentiae non habent? amatores huic desunt, sicuti multis iam ante saeclis et Philisto Syracusio et ipsi Thucydidi. nam ut horum concisis sententiis, interdum etiam non satis apertis [autem] cum brevitate tum nimio acumine, officit Theopompus elatione atque altitudine orationis suae--quod idem Lysiae Demosthenes --, sic Catonis luminibus obstruxit haec posteriorum quasi exaggerata altius oratio.
[67] Sed ea in nostris inscitia est, quod hi ipsi, qui in Graecis antiquitate delectantur eaque subtilitate, quam Atticam appellant, hanc in Catone ne noverunt quidem. Hyperidae volunt esse et Lysiae. laudo: sed cur nolunt Catones?
[68] Attico genere dicendi se gaudere dicunt. sapienter id quidem; atque utinam imitarentur nec ossa solum, sed etiam sanguinem! gratum est tamen, quod volunt. cur igitur Lysias et Hyperides amatur, cum penitus ignoretur Cato? antiquior est huius sermo et quaedam horridiora verba. ita enim tum loquebantur. id muta, quod tum ille non potuit, et adde numeros et, aptior sit oratio, ipsa verba compone et quasi coagmenta, quod ne Graeci quidem veteres factitaverunt: iam neminem antepones Catoni.
[69] Ornari orationem Graeci putant, si verborum immutationibus utantur, quos appellant tropous, et sententiarum orationisque formis, quae vocant schemata: non veri simile est quam sit in utroque genere et creber et distinctus Cato. nec vero ignoro nondum esse satis politum hunc oratorem et quaerendum esse aliquid perfectius; quippe cum ita sit ad nostrorum temporum rationem vetus, ut nullius scriptum exstet dignum quidem lectione, quod sit antiquius. sed maiore honore in omnibus artibus quam in hac una arte dicendi versatur antiquitas.
63 Allora: le orazioni di Catone" non sono, a un dipresso, meno numerose di quelle dell'ateniese Lisia, le quali sono moltissime, credo" - ? ateniese, infatti, giacch? sicuramente ad Atene ? nato e morto, e vi ha svolto ogni funzione di cittadino; per quanto Timeo, quasi applicandogli la legge Licinia e Mucia, lo voglia restituire a Siracusa -, e vi ?, in un certo modo, una qualche somiglianza tra di loro: sono acuti, eleganti, garbati, concisi; ma il greco, quanto a rinoman-za, gode di miglior fortuna.
64 Ha infatti i suoi particolari fautori, che fanno caso non tanto a un fisico dalle forme piene, quanto a una corporatura smilza: purch? la salute sia buona, prediligono proprio la magrezza - per quanto in Lisia vi siano spesso anche muscoli, e tali che niente pu? esserci di pi? vigoroso; per? nel complesso ? senz'altro un po' troppo rinsecchito -, ma ha comunque i suoi ammiratori, che si compiacciono moltissimo pro prio di questa sua esilit
65 Catone per?, chi fra i nostri oratori, dico fra i contemporanei, lo legge? Anzi, chi vi ? che semplicemente lo conosce? E che uomo, d?i buoni! Lascio da parte il cittadino, il senatore, il generale. Qui ci interessa l'oratore: chi ? pi? maestoso di lui nell'elogiare, pi? aspro nel biasimare, pi? acuto nel formulare i pensieri, pi? preciso nell'esposizione e nell'argomentazione? Le sue orazioni, pi? di centocinquanta - tante finora ne ho potuto trovare e leggere -, sono piene di espressioni e di idee notevolissime. Scelgano pure quelle che son degne di nota e di approvazione: vi si troveranno tutte le migliori qualit? di un vero oratore.
66 E poi le sue Origini, quale fiore, quale lustro di eloquenza non hanno? A lui mancano gli amatori, come, da tempi pi? lontani, a Filisto di Siracusa e allo stesso Tucidide. Allo stesso modo che Teopompo, col suo stile elevato e grandioso, offusca il loro procedere spezzettato e sentenzioso, talvolta anche poco perspicuo, vuoi per concisione, vuoi per eccesso di acume - e lo stesso inconveniente Demostene Io ha causato a Lisia -; cos? allo splendore di Catone ha fatto ombra, per dir cos?, questo pi? alto torreggiare dello stile degli autori successivi.
67 Ma fra i nostri compatrioti vi ? una tale ignoranza, che coloro stessi, i quali nei greci si compiacciono di una maniera antiquata, e di quella semplicit?, che chiamano attica, in Catone non sanno neppure riconoscerle. Vogliono essere come Iperide e come Lisia: ? encomiabile.
68 Ma perchè? non vogliono essere come Catone? Dicono di apprezzare il genere di eloquenza attico; questo ? un giudizio da intenditori. E magari imitassero non solo le ossa, ma anche il sangue! Mi sono tuttavia gradite le loro intenzioni. Perch? dunque Lisia e Iperide godono di tanto favore, mentre Catone ? completamente ignorato? Il suo stile ? ben antiquato, e certi termini sono alquanto ruvidi: a quel tempo si parlava cos?. Cambia quel che egli non avrebbe potuto, aggiungi un ritmo, e, perch? il discorso abbia maggiore coesione, connettine, e per cos? dire cementane, le parole - una cosa che neppure i greci del tempo antico avevano l'uso di fare -: e non troverai pi? nessuno da anteporre a Catone.
69 I greci ritengono che lo stile possa venir reso adorno facendo ricorso a traslati, che chiamano tr?poi, e a figure di pensiero e di parola, che chiamano sch?mat]: ? incredibile quanto Catone sia abbondante e adorno in entrambi questi generi. E non ignoro certo che quest'oratore non ? ancora sufficientemente elegante, e che si deve cercare qualcosa di pi? perfezionato; giacch? egli, riguardo al nostro temp o, ? tanto antico, che non ci restano, di nessuno, scritti risalenti a un'epoca pi? lontana: dico scritti che valga la pena di leggere. Ma in tutte le arti l'antichit? gode di maggiore considerazione che in quest'arte dell'eloquenza.