Nel frattempo, il quadro socio-ecologico si è ulteriormente aggravato. L’intensificarsi della crisi climatica, l’aumento della frequenza di eventi estremi, la crescente finanziarizzazione delle risorse naturali e l’espansione di infrastrutture energetiche e digitali mostrano come le aree interne, sempre più investite da processi globali di accumulazione, siano esposte a una spirale di crisi e disastri consequenziale e continua. Le montagne appenniniche non rappresentano più soltanto margini da ripopolare o territori da valorizzare, ma spazi strategici in cui si concentrano interessi energetici, logistici, estrattivi e tecnologici. A spese di chi (umani e non umani) ci vive e vorrebbe vivere.
In questo scenario, il lessico con cui abbiamo interpretato il disastro sembra progressivamente perdere efficacia. I concetti di resilienza, rigenerazione, sostenibilità, sviluppo, transizione, partecipazione o comunità sono state stabilmente sussunte nel linguaggio delle istituzioni, delle lobby e delle imprese. Ma pronunciate a quei tavoli diventano utili a rendere accettabile l’ineluttabile, neutralizzando i rapporti di forza, le diseguaglianze e i conflitti che attraversano questi territori. E a questa condizione di confusione, dove la stessa parola descrive l’agonizzante e l’aguzzino, ha contribuito l’ennesima generazione di studiosi, paesologi e opinion-leader. I quali hanno guardato ai processi di ritorno al rurale decontestualizzandoli ennesimamente dalle politiche e dai problemi strutturali che ne avevano sancito la messa al lato della Storia della civilizzazione. E quindi scrivendone nuovamente il loro destino, affidato alla spontaneità, bontà, sacrificabilità e capacità di spesa dei “ritornanti” / ‘neopopolatori’ / etc.
Le parole, a fiumi, sono diventate un silenzio assordante e paralizzante: in un’epoca caratterizzata da una produzione incessante di linguaggi, immagini, narrazioni, comunicati, servizi televisivi e informazioni in pillole la capacità di agire - sul piano individuale, collettivo o sociale - sembra inibita definitivamente. L’iperproduzione di contents appare procedere parallelamente all’incapacità di incidere sulle trasformazioni materiali che alimentano la crisi socio-ecologica. Le parole si moltiplicano mentre si restringono gli spazi di agency.
Cosa opporvi dunque? Come opporci?
Innanzitutto facendo chiarezza, chiamando le cose col loro nome. Poi dicendoci che forse non basta, e dunque che lo facciamo per l’ultima volta. Perché la sfida è un po’ più in là.