Distorsioni.it
Crampo Eighteen è il nuovo progetto del musicista barese Nino Colaianni, già molto noto e apprezzato negli ambienti underground per essere stato cofondatore e aver fatto parte di un progetto tra stoner e psychedelia, That’s All Folks! (al quale dedica nel suo nuovo lavoro solista una traccia dall’eloquente titolo That’s all folks is dead). In questo nuovo mini-album con sei tracce, “The man with one ear”, basta inforcare le cuffie per trovarsi di colpo scaraventati da Bari nel deserto dell’Arizona: riff che suonano immensi, rocciosi, sui quali si snodano lunghe divagazioni chitarristiche con un sound che più vintage non si può. Colaianni ci suona tutto: lead guitar, rhythm guitar, basso, slide guitar e canta, con l'ausilio di Vito Rucci alla batteria (ex That’s All Folks! anche lui). Dentro c’è tutto quello che gli amanti dell’hard rock più sanguigno possono desiderare: le spirali ipnotiche dei Monster Magnet, l’immediatezza dei Black Sabbath, la scuola post-hendrixiana dei Sun Dial, il blues malato, cupo e sofferente dei Groundhogs, ma soprattutto riff, riff, tanti riff, uno dopo l’altro, uno più azzeccato e centrato dell’altro.
In tutto questo la voce, mixata bassa, effettata, filtrata, maltrattata (nel senso letterale di brutalizzata), diventa ulteriore ingrediente di questo magma sonoro, diventa non più linea melodica principe ma, al contrario, ulteriore strumento a supporto del grande lavoro di arrangiamento fatto dalle chitarre; la voce è quella di un cerimoniere che predica il suo ninomantra, la sua preghiera al servizio del “dio delle sei corde”. Ma quando in For my Dandelion il nostro spariglia le carte, mette da parte l’hard e ci regala una ballad folle e malata degli umori sofferti di Syd Barrett, ci rendiamo conto che le capacità in termini di songwriting del musicista barese vanno ben oltre il lavoro (già pregevole e tutt’altro che semplice) di riffmaker, per rivelare potenzialità inaspettate.
RockLine
Esisteva una cult band pugliese che si chiamava That's All Folks. Ho avuto la fortuna di ascoltarli dal vivo in un piccolo locale di provincia nei primi anni novanta. Non li ho più dimenticati, una formazione nostrana che si avvicinasse così tanto ai gruppi heavy-psych che allora più amavo mi sembrava impossibile. Il termine stoner in Italia ancora non era arrivato ed i modelli di riferimento per i cultori dei suoni hard garage erano ancora le band dell'ondata neopsichedelica degli anni '80.
Il riconoscimento dell'ottimo lavoro portato avanti dai TAF avvenne con la realizzazione di uno split su vinile con i californiani Nebula (ex Fu Manchu).
Nino Colaianni che di quel progetto fu membro fondatore ritorna oggi con questo bizzarro nome, Crampo Eighteen, ed eccetto la batteria, suona tutto da solo (chitarre, basso, voce, percussioni e samples). Cosa aspettarci da The Man With One Ear già lo immaginiamo: detriti space rock, suoni ottusamente chiusi, chitarre drogatissime e circolari alla Sun Dial, acide e colorate fantasmagorie alla Baby Woodrose e psichedelia blues di risulta.
Rockit
C'era un disco bellissimo dei Mogwai che titolava "Hard rock will never die but you will": quanto mai una profezia azzeccata. La musica dura, cruda, violenta è stata destinata all'eternità dal momento in cui Tony Iommi mise le mani per la prima volta su di una chitarra. In questo caso in particolare si parla di stoner, non di hard rock, ma c'è sempre spazio inquest'ambito per trovare un bel disco, sia vecchio che nuovo. È proprio il caso di questo "The Man With One Ear" di Crampo Eighteen. Nino Colaianni, questo il vero nome del nostro artista, non è nuovo allo scenario stoner-psych avendo militato già per anni (1992-2000) nella band underground That's all Folks. Ci troviamo di fronte ad un lavoro sperimentale, sognante e pensato. Le prime "The Man with One Ear" e "Searching for the Blues" aprono le danze in chiaro stile stoner, ma con una nota stranissima, che sta negli arrangiamenti e soprattutto nel modo in cui il disco è stato registrato dallo stesso Colaianni: ovattato, cupo tanto che sembra sia stato ripreso sott'acqua. Il cantato di Colaianni è la variante più oscura in quest'ensemble e rende il tutto interessante dai primissimi minuti. "For My Dandelion" sposta il tiro di qualche metro; ballata acustica di chiaro stampo anni '90 con note goth-western che ci trasporta fra lande desolate e deserti emotivi con tanta chiarezza che potremmo quasi dipingere questa canzone. Fra chiare influenze come Kyuss, Blue Cheer e Hawkwind, questo disco brucia di una propria identità mettendosi in mostra proprio per la bellezza e l'originalità. Arriviamo così all'emblematica "That's all Folks is dead" che è la cannonata di questo lavoro. Ritmi serrati, potenti, riff graffianti e incisivi la rendano una cavalcata spettacolare. "SunChild" chiude tutto in un vortice di atmosfere rarefatte, quasi liquide.
Un disco bello e importante questo "The Man With One Ear"; non che si sottovalutasse il potenziale di un artista come Colaianni che ormai è in giro da un po' e che durante la sua carriera nei Thats all Folks ha collaborato con gruppi di culto come i Nebula ex Fu Manchu. Un lavoro difficilmente può arrivare a tutte le tipologie di ascoltatore ma sicuramente rappresenta una perla rara per ogni amante del genere.
Distorsioni.it
Secondo episodio discografico del progetto Crampo Eighteen, la “one man band” del pluristrumentista barese Nino Colaianni, già noto alle cronache musicali per la pregevole avventura con i That’s All Folks tra gli anni '90 e i primi 2.000.
“Monkey Garden”: un mini full-lenght di sei tracce che rispetto al primo disco, “The Man With One Ear” (2016) marcano una più evidente svolta verso il voodoo blues, l’hard-stoner rock e la psichedelia da parte di Colaianni, ancora straordinariamente a fuoco in questo nuovo lavoro. Se il concetto di uomo solo al comando permane nell’opera del musicista barese, che registra in prima persona voci, chitarre slide, basso, drum machine e sintetizzatori, Colaianni questa volta si avvale di preziose collaborazioni tratte dal fertile humus musicale del capoluogo pugliese.
Dopo lintro Keep Rollin’ (che compare anche nella compilation autoprodotta "Autospurghi vol?.?1-Suoni dalla Fossa Biologica", pubblicata in dicembre 2018), si scatena la furia blues-desert rock (Bad Moon Rising) che l’artista riesce a riversare nel disco con grande gusto e coerenza. Atmosfere fluttuanti, riff di chitarra carica di delay e un mood psichedelico che avvolge tutto l’incedere dell’opera. Fra i sei brani proposti in questo “Monkey Garden” Andvari e Sky is a Black Organ, pezzi che propongono con intelligenza e sfoggio di grande cultura musicale un cocktail vincente fra le polverose ambientazioni del deserto americano, tradizione blues e suggestioni psichedeliche che strizzano l’occhio alla tradizione orientale. Sensazioni ampiamente confermate in tutto l’incedere del disco, che a metà del guado propone l’onirica Alien Earth: voce cantilenante che si fa cullare su un tappeto di chitarre blues perturbanti e una tessitura di sintetizzatore avvolgente, per poi sfociare nel super psichedelico assolo delle sei corde di Colaianni. Tra i momenti migliori di un album nel complesso molto ben concepito ed eseguito è collocabile anche la conclusiva Mesmerize Yourself, con gli acidi e poderosi riff di chitarra che ben s’incastrano con il basso nervoso per un incedere dal puro sapore hard rock della prima ora. Con “Monkey Garden” Colaianni aggiunge un altro tassello importante a una carriera di tutto rispetto. Un musicista ispirato e in grado di rinnovarsi con costanza pur restando nel saldo alveo della sua tradizione musicale; un songwriter acido dal chiarissimo talento che non può che crescere con il prosieguo di questo visionario progetto solista.
Perkele.it
Nino Colaianni, co-fondatore con Claudio dei seminali stoners italiani That’s All Folks!, deve avere una grande passione per Peter Kember e la ricerca sperimentale di Spectrum. Crampo Eighteen, il suo progetto solista, lo vede assoluto protagonista tra chitarre, slide, basso, sintetizzatori, drum machine e voce. Malinconico eppure coloratissimo, Monkey Garden sintetizza in poco più di venti minuti una trance music fatta su misura per chi sogna di fuggire dalla realtà. Niente di fighetto – vedi alla voce coolness – o di pretenzioso, qui dentro ci sono tanta passione per la musica e il grande spessore artistico di chi sa cosa significhi maneggiare con cura la psichedelia più adulta. Un trip d’altri tempi sin dall’iniziale Bad Moon Rising (Keep Rollin’ è poco più di una intro), psichedelia polverosa e spirituale che ben si accoppia alla successiva Andvari, blues sciamanico che, con la scusa di tornare alle origini, gironzola nel mondo al disopra di ogni genere. Ascoltando Monkey Garden vengono in mente certe uscite di casa Cardinal Fuzz, come i The Myrrors di Tucson o gli australiani Mt. Mountain, gente che fa delle meditazioni psych ascetiche e desertiche il proprio credo. Incurante di certe tendenze che hanno reso invasivo un genere per sua stessa natura lontano da qualsiasi collocazione schematica.
Crampo Eighteen è così, in piena trascendenza futurista (Alien Earth) e al tempo stesso pacificato con il mondo quando un’armonica lontana, come una carezza gentile, trascina Sky Is a Black Organ di nuovo sulla strada. Persino quando accelera, come nella conclusiva e smaccatamente rock’n’roll Mesmerize Yourself, Colaianni riesce ad avere un approccio gentile. Segno di una maturità pronta a stupire ancora.