Ho 50 anni e sono cresciuta a Pienza, un luogo dove il tempo scorreva lento, tra giornate serene e una vita semplice, ricca di profumi e abitudini che hanno segnato la mia infanzia e giovinezza felice. La mattina, uscendo di casa per andare a scuola, le vie del paese erano avvolte dall’aroma del pane, dei dolci e dei biscotti appena sfornati dal forno, ormai chiuso da anni. Prima di arrivare a scuola, la tappa al bar per comprare la colazione era un rito che dava inizio alla giornata.
Pienza era un piccolo mondo, con pochi abitanti ma tanta gioia di vivere. D’estate, i vecchi si sedevano sui muretti per cercare refrigerio e scambiare chiacchiere con i vicini. Mia madre spesso mi mandava a fare la spesa, per prendere il latte sfuso, ancora tiepido, che asciugavo con cura prima di rientrare a casa. Dal fruttivendolo, le cassette di frutta esposte fuori erano una tentazione irresistibile: quante albicocche riuscivo a nascondere nella mano, le mangiavo in fretta, convinta di non essere vista.
I pomeriggi più belli li passavo nel giardino sotto casa. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, posso sentire l’odore delle siepi bagnate dalla pioggia. Raccoglievo pinoli per farne scorpacciate, osservavo i pesci rossi nella fontana e scoprivo chiocciole appena nate tra le foglie. Conoscevo tutti i bottegai del paese, inclusi i due ristoranti dove mia madre mi mandava a comprare il pollo arrosto con le patate. E poi c’era, ed esiste ancora, il negozio sul corso: un vero scrigno di giochi e cianfrusaglie che attirava tutti i bambini, anche se spesso uscivo a mani vuote.
Crescendo, la voglia di stare fuori aumentava. Dopo pranzo, la mia migliore amica suonava il campanello di casa e uscivamo insieme. I pomeriggi trascorsi al bar del paese, con il juke box che riempiva l’aria di musica, erano indimenticabili. La domenica, i ragazzi dei paesi vicini arrivavano a trovare le fidanzate: un’atmosfera di attesa e allegria che oggi non esiste più.
Il centro di Pienza, un tempo fulcro della vita quotidiana, è cambiato. Al posto delle botteghe di una volta, oggi ci sono negozi che vendono pecorino locale, souvenir, oggetti di antiquariato e tanti ristoranti. Rimangono solo la farmacia e un piccolo supermercato per i residenti. Il turismo, pur avendo portato attenzione e numeri, sembra distante dal territorio. Le attività necessarie alla vita degli abitanti sono state sostituite da servizi pensati per i visitatori.
Pienza e la Val d’Orcia, un tempo nascoste ai flussi di massa, sono state scoperte prima dai turisti stranieri e poi dagli italiani. Questi paesaggi, celebrati dal cinema e dalla pubblicità, erano rimasti autentici fino a pochi anni fa. Ora, però, tutto è cambiato: il turismo di massa ha portato grandi investitori. I poderi e i casali, un tempo abitati da contadini, sono stati venduti e trasformati in ville. Questi nuovi proprietari, spesso lontani dalle tradizioni agricole, si chiudono nei loro rifugi, circondati da prati verdi curati, illuminazioni continue e telecamere.
La Pienza della mia infanzia non c’è più, ma vive nei ricordi di un tempo che custodisco con affetto.
ASSUNTINA
Ancora oggi, nonostante il tempo trascorso, ricordo come quel negozio mi facesse brillare gli occhi ogni volta che ne varcavo la soglia. Persino passandogli vicino, era impossibile restare indifferente: la curiosità di scoprire cosa si celasse al suo interno mi spingeva a soffermarmi.
Era un negozio speciale, importante per il paese. Situato nel cuore del centro storico, era un punto di riferimento per tutti: mamme, nonne e bambini trovavano lì ciò di cui avevano bisogno.
Da piccola, entrando, mi sentivo rapita dai mille oggetti che riempivano gli scaffali: matite colorate, quaderni, biglietti e bigliettini. C’era la zona dei giocattoli, con peluche, dinosauri, bolle di sapone e le ultime novità del momento.
Salendo due scalini, si apriva un’altra area, dedicata ai casalinghi. Da bambina non vi prestavo molta attenzione, eppure quante volte mi è stata utile! Accompagnavo mia nonna, che usciva con un utensile per la cucina, mentre io stringevo tra le mani un nuovo giocattolo.
Era un’epoca in cui i negozi portavano il nome del proprietario, lasciando un’impronta indelebile nel cuore della gente.
ELEONORA
Ogni volta che chiudo gli occhi, torno a quel pomeriggio lontano in cui, con la scusa di andare a prendere l’acqua alla fontana della piazza del mio paese, mi fermavo lungo il percorso in una drogheria speciale. Questo piccolo negozio era un luogo magico per me, un punto fermo della mia infanzia, gestito dalla signora Adele, una donna minuta dai capelli scuri e mossi.
Entrando, venivo avvolto dal profumo intenso delle spezie che riempivano l’aria, un aroma che ancora oggi riesco a evocare nella memoria. Sul bancone e sugli scaffali si trovava di tutto: scatole di cartone piene di zollette di zucchero, quaderni di cancelleria, qualche capo d’abbigliamento, e persino un libro dei conti dove la signora Adele annotava le spese dei clienti, permettendo loro di pagare tutto a fine mese. Era un luogo semplice, intimo, quasi spartano, ma pieno di calore e gentilezza – qualità che oggi sembrano sempre più rare.
Il mio angolo preferito, però, era accanto alla cassa, dove troneggiava un piccolo distributore di caramelle. Con appena 10 lire e un giro di manopola, potevo ottenere una pallina contenente una caramella. Non era solo il sapore a entusiasmarmi, ma anche l’attesa e la sorpresa di scoprire quale colore sarebbe uscito.
Ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza a Supersano, un piccolo paese che porto ancora nel cuore. A sedici anni, però, mi sono trasferito altrove, lasciandomi alle spalle quei luoghi familiari. Quando anni dopo tornai, pieno di aspettative, trovai la drogheria chiusa. Non riaprì mai più.
Eppure, nei miei ricordi, quel negozio vive ancora: un piccolo mondo fatto di profumi, colori e sorrisi, dove un bambino con dieci lire in tasca poteva sentirsi il re del suo universo.
MICHELE