Facile essere tifosi solo la domenica, seduti comodi sul divano, scegliendo tra Inter, Juventus, Napoli, Roma o Milan come si sceglie un abbonamento streaming. Facile tifare quando vinci o quando sei in prima serata, dove il calcio arriva senza fango. Molto meno facile è scendere un po’ più in basso. Dove il calcio è verace. Dove la domenica profuma di erba umida, terra e caffè preso in fretta prima di entrare allo stadio. Il calcio minore sembra non promettere gloria (ma vedremo che ultimamente l’ha concessa), vive di freddo sulle gradinate e in panchina, di panini mangiati in piedi, rumore dei tacchetti sui pavimenti di cemento e mattonelle, di campi in terra battuta congelati a gennaio, sconfitte che non finiscono nei titoli e restano addosso. È un calcio che è un po’ più del calcio; è un rito collettivo che crea identità. Ed è lontano dalle luci che il pallone torna a essere vero. Qui il risultato non è un hashtag e la classifica non scorre sullo schermo. Qui si perde spesso, si vince poco e si torna a casa comunque. Perché il calcio minore non si segue per convenienza, ma per appartenenza.
Sugli spalti ci sono volti che non cambiano mai. C’è chi arriva sempre in anticipo, chi borbotta per novanta minuti, chi conosce ogni buca del campo meglio del centrocampo. Nessuno chiede autografi, nessuno sogna la Champions. Si sogna, al massimo, di battere il paese accanto. E basta quello. In campo scende gente che il lunedì mattina timbra un cartellino, che la sera si allena con le luci mezze rotte, che gioca con il dolore addosso perché “mancano cambi”. Ma anche da questi campi possono crescere stelle: Sarri, ad esempio, è partito dalle panchine del Tegoleto ed è arrivato al Chelsea.
C’è un libro bellissimo che ci ha ispirato. Si intitola “Ci alleniamo anche se piove?”, di Andrea Masciaga, meglio noto con il nickname Nonepiudomenica, che racconta questi campi e questa passione. Con la stessa passione tenteremo di raccontarvi, qui sul Corriere dell’Artusi, i campionati dilettantistici locali, il tifo, le domeniche di provincia dove l’umanità emerge in tutta la sua bellezza.