Scaraventata contro il muro da un ragazzo più grande nei corridoi e messa in ridicolo sui social con una frase che sosteneva che lei non avesse motivo di esistere, qualcosa dentro cambiò. Tutte le urla che non riuscivano a trasformarsi in suoni e rimanevano ad affollare la mente e le infinite lacrime su quel cuscino non dovevano e non potevano essere versate invano.
Vedo l’uomo non tanto nella sua fragilità, ma nell’abilità di oltrepassare con la mente gli stretti confini della realtà.
È come se urlassi dal fondo di un pozzo profondo ed isolato, esausta e scoraggiata dal fatto che nessuno si fermasse ad ascoltare o ad aiutare.
Io ti chiamerò Attenzione, perché, anche se non hai il coraggio di parlare, essa è la parola che rappresenta sia quello che tu riesci a vedere a differenza degli altri, sia quello che meriti.
Grazie. Sei la prima persona che crede in me.
Dopo dieci mesi di chemioterapia, radioterapia e altro, arrivò il giorno atteso dell’intervento, in cui la vita mi mise davanti due strade: una possibilità era che tutto andasse liscio, mentre la seconda era che perdessi l’unico genitore che avevo.
Profanò il mio corpo, lacerandomi in modo tale che, da quel giorno, lo squarcio mai più si richiuse. Rubò la mia spensieratezza, facendo crollare tutte le mie certezze.
La donna non ha bisogno di grandi uomini, ma di un uomo in grado di farla sentire donna.
Nell’era della distrazione, è possibile ed estremamente necessario rallentare, dando valore alle fragilità e alla dolcezza, alla luce così come al buio, al tacere tanto quanto alla parola. Ogni giorno bisognerebbe festeggiare l’onomastico di Attenzione: attenzione a chi inciampa e al sole che sorge con resilienza, ad un muro intonso e al potere di una scritta, al leone nella sua selvaggia regalità e ad una candela che combatte tenacemente silente contro il vento.
Non saremo la pecora nera, ma piuttosto il brutto anatroccolo che presto diverrà cigno.
In parecchie occasioni ho creduto di non farcela e in altre sono stata io stessa a voler non potercela fare.
Vedo un’immagine distorta di me, sembro diversa, mai come vorrei essere.
Ho iniziato a paragonarmi non più ad un buco nero in cui nemmeno la luce riesce a penetrare, ma ad un iceberg nascosto sotto la superficie del mare, fatto di sforzi, pianti e crisi, ma anche di una forza così sublime da fare affondare anche il più grande transatlantico.
La sigla CPS, che ha segnato la mia adolescenza e continua ad accompagnare la mia giovinezza, non la voglio più intendere come “Centro Psico-Sociale”, ma come “Combatto Per Sognare”.
A una persona che mi ha chiesto: “Se potessi cambiare una cosa nel mondo, cosa cambieresti?”, vorrei rispondere: “Il mondo”, ma poi penso: “Forse sono sbagliata io per questo mondo?”. Non lo sapremo mai.
Nella notte che mi attende io voglio solo focalizzarmi sulle stelle, così divinamente splendenti sul manto scuro.
Impari con il tempo a capire che il cuore non ha una sede fissa, ma lo porti con te, lo doni e, anche se ti torna indietro ammaccato, è comunque il tuo, mentre continua a battere e a diffondere ad ogni singolo centimetro di te il suo ritmo cadenzato.
Non vedo l’ora di continuare a vivere questa vita e vedere in che modo riuscirò a vincere la prossima battaglia. Nonostante i momenti bui, c’è sempre un po’ di sole ad illuminare quelle lame e a farle apparire meno ostili e più valicabili.
Gli attacchi di panico erano ingestibili, smisi totalmente di mangiare e mi sentivo rinchiusa in una bolla. Ogni notte mi sentivo il cuore uscire dal petto e tremavo dal freddo in piena estate. Ero in una dimensione diversa, in cui nessuno riusciva ad entrare.
E così per me è la vita: una tela da colorare con lampi, quei fulmini imprevedibili che lasciano una cicatrice perenne sulla terra.
Il mio risentimento da cavallo imbizzarrito si stava tramutando in delicatezza gentile da donare.
Il tuo essere uragano mi ha portato a smuovere le foglie del mio albero della vita, facendo cadere quelle precarie e un po’ rinsecchite, per far posto a nuovi germogli, che sono potuti rinascere grazie al calore del tuo essere un sole per me, in grado di riscaldare le giornate più buie e tristi.
Non ho mai creduto al fatto che qualcuno avrebbe salvato me.
Dopo i grandi eventi che sconvolgono il mondo, non si è più gli stessi e si impara a conoscersi e viversi diversamente.
Lei è sempre lì, che mi aspetta come il destino.
Il tempo si bloccò tutto in un momento, senza alcun preavviso. Mi sembrava di non riconoscere più il suono della mia stessa voce. Sopravvivevo trascinandomi, lasciando la vera “me” in un angolo, in attesa di guarire e rinascere nel migliore dei modi.
La vita ha sempre ragione, qualsiasi siano i tristi incantesimi a cui a volte ci sottopone per metterci alla prova.
È da lì che nasce la vita, in un ciclo eterno dove una sempre nuova alba è pronta a tingere di rosa anche il cielo più cupo.
Dietro i miei silenzi, definiti “scene mute”, c’erano tutte le risposte alle domande. Dentro di me facevo discorsi articolati, ma era come se qualcosa mi impedisse di esternarli, perché pensavo al giudizio di tutti, ma non riuscivo a capire che, invece, proprio così, esasperavo le mie difficoltà, che solo da maggiorenne ho identificato con un nome definito: dislessia.
Più volte, stanca di combattere invano, ho pensato, come anni prima, al suicidio, ma ora in maniera più strutturata e pianificata. L’unico desiderio era quello di stare in pace per sempre. Lo so, è una scelta da cui non si torna indietro, ma tanto un morto non pensa.
È addolorante vedere un bambino così piccolo, che dovrebbe pensare solo a sorridere e condividere coccole, bloccato nel proprio fisico e nelle proprie emozioni, nelle parole che non riesce a dire e nelle sensazioni che non comunica se non con pianti difficili da decifrare e urla assordanti.