L’industria del fast fashion è la seconda industria in termini di inquinamento prodotto al mondo, seconda solo al petrolio. Un marchio di abbigliamento ha un compito molto difficile davanti a sé: lo sviluppo di una strategia di marketing efficace per competere nel settore della moda, che è in continua evoluzione.
La Nike è uno dei marchi principali di questo momento e possiede il 48% del mercato di calzature sportive negli USA, inoltre possiede il 96% del mercato di calzature da basket negli USA e ha il 38% del mercato mondiale di calzature.
La Nike punta molto sull’approvazione delle celebrità come atleti, attori o squadre: i cosiddetti testimonial. Ma non è solo questo che ha permesso a Nike di avere così tanto successo. Se si fa caso ai suoi annunci pubblicitari, Nike raramente, menziona i propri prodotti. Ciò che le loro pubblicità fanno è indurre emozioni nel consumatore attraverso il "marchio emotivo", come si può vedere nel video qui di seguito.
Ogni annuncio è realizzato per evocare sentimenti ed esigenze particolari nel consumatore, facendolo sentire soddisfatto solo con i prodotti Nike.
È fondamentale che i consumatori parlino del marchio sia nel bene che nel male.
Nike punta molto anche su internet, creando gli annunci più seguiti e divertenti di ogni altro brand. La maggior parte dei loro annunci infatti sono trasmessi online e non in televisione. Uno degli annunci di maggior successo di Nike è "Winner Stays" che mostra ragazzi adolescenti che si trasformano in Ronaldo, Neymar Jr. e altre superstar del calcio mentre si danno battaglia sul campo.
Anche grazie alle sponsorizzazioni Nike ricopre un ruolo dominante sui social come Instagram e Twitter, rispondendo alle esigenze dei consumatori.
Ciò permette all'azienda di costruire solide relazioni con i propri clienti, rendendoli più propensi ad acquistare abbigliamento che produce.
H&M Hennes & Mauritz AB, comunemente conosciuta come H&M, è un'azienda di abbigliamento svedese che, a novembre 2015, risulta avere più di 4000 negozi attivi nel mondo; in Italia, dove è presente dal 2003, ve ne sono oltre 150 in 18 regioni.
H&M utilizza una pubblicità consapevole, mirata e inclusiva, comprendendo come l'inclusività sia un fenomeno sociale importante su cui vale la pena fare leva. H&M crea e personalizza campagne pubblicitarie per essere all-inclusive. Nella loro campagna 2015 "Close The Loop" H&M ha mostrato per esempio Mariah Idrissi, una londinese di 23 anni che indossava un hijab per il video. Questo video racchiude infatti in se un numero enorme di personaggi diversi fra loro in modi di vestire, stile di vita e passioni.
Con il lancio della collezione H&M Conscious, H&M ha dato l'impressione di impegnarsi a rendere la scelta di opzioni sostenibili accessibile e alla portata del consumatore medio, per generare ancora più clamore sulla campagna; H&M ha coinvolto influencer con un ampio seguito per parlare della nuova collezione Conscious su blog di moda social, rivolgendosi in questo modo direttamente agli adolescenti ai giovani adulti.
Ogni anno, H&M lancia una capsule collection con una casa di moda riconosciuta a livello internazionale. Le collaborazioni con i designer sono diventate un pilastro dell'impero della moda, con produzioni come: Versace x H&M nel 2011, Alexander Wang x H&M nel 2014 e con il successo di Balmain x H&M. Prima del lancio di ogni capsule collection, H&M genera clamore attraverso campagne pubblicitarie supportate da celebrità sui social.
Uniqlo è un'azienda giapponese che disegna, produce e vende abbigliamento casual per uomo, donna e bambino.
Uniqlo è in patria una delle catene d'abbigliamento capofila del mercato, sia per i profitti sia per volume di vendite. Il successo del marchio ha consentito all'azienda di aprire diverse filiali nel mondo con grandi flagship store.
Uniqlo sponsorizza atleti di livello mondiale per facilitarsi nel raggiungere nuovi mercati. Nel 2012, Uniqlo ha iniziato a sponsorizzare strategicamente Novak Djokovic: il marchio sapeva che una partnership con il famoso tennista avrebbe contribuito a sollevare abbastanza clamore sul marchio per spianare la sua espansione in Europa.
La visione di Uniqlo è semplice e chiara: "sviluppare prodotti di qualità eccezionalmente elevata". Impegnandosi a mantenere prezzi bassi e tessuti di qualità, l'abbigliamento Uniqlo è prodotto in serie e si concentra su ciò di cui tutti hanno bisogno.
Il CEO di Uniqlo Tadashi Yanai afferma : “Non inseguiamo le tendenze. La gente dice erroneamente che Uniqlo è un marchio di fast fashion. Non è vero. Ci occupiamo di abbigliamento fatto per tutti.".
Per esempio la All-Product Recycling Initiative è un loro programma attraverso il quale i clienti possono decidere di restituire i propri vecchi articoli Uniqlo in uno qualsiasi dei loro negozi affinché essi vengano riciclati. Il coinvolgimento con la comunità locale in modo significativo aiuta a costruire una consapevolezza positiva del marchio, in questo modo i clienti si affezionano al brand.
Zara è un marchio di abbigliamento e accessori di proprietà del gruppo spagnolo Inditex e rappresenta il marchio di vendita e distribuzione più noto del gruppo.
Inizialmente il nome scelto per il negozio era Zorba ma un bar più avanti nella stessa strada aveva già scelto quel nome per cui decisero un nome che fosse molto simile e la scelta cadde sul nome Zara.
Il motto di Zara è "be fast, not first".
Zara è imitatrice della moda, invece di cercare di essere innovativi e di catturare i primi utenti. Zara invece di spendere i soldi in ricerca e sviluppo per essere la prima sul mercato, adotta un approccio completamente diverso: il fast fashion. Piuttosto che impostare le tendenze, Zara cavalca ciò che è attualmente in voga e consolidato per fornire versioni copycat a basso prezzo dei marchi di fascia alta. La strategia di Zara funziona, e si può vedere dall'aumento di vendite complessive del 50% in 5 anni, raggiungendo una somma di circa 17,5 miliardi di dollari di vendite.
Inoltre Zara utilizza un approccio anti-marketing in quanto investe solo lo 0,3% delle vendite in pubblicità, cifra piuttosto bassa considerando che mediamente la somma investita è del circa 3,5%. Ma ciò che attrae i clienti è la sua esclusività e il fatto che il marchio non sia appiccicato su ogni cartellone. Il poco inventario presente in negozio aiuta a creare questo fattore di esclusività.
ZARA investe invece nella posizione e nell'attrattività dei suoi negozi, il cui numero attualmente ammonta a circa 6.500 in ben 88 paesi. La sua strategia consiste nell'identificare le aree di vendita al dettaglio nelle principali metropoli.
I marchi hanno diversi modi di promuoversi e farci comprare il proprio prodotto, ma tutti vogliono allo stesso modo che si parli di loro in qualsiasi modo possibile, giocando molto spesso con le nostre menti.
Con la disposizione dei loro negozi, Zara lo fa riproducendo la narrativa tradizionale di un eroe che lavora duramente per superare le avversità, emergendo infine vittorioso contro un terribile nemico. Ma in questo caso non si combatte un nemico esterno.
Nike porta la narrazione ad un livello molto più riconoscibile: il "nemico" è la voce nella tua testa che ti dice: "Non puoi". A questo, l'azienda risponde: "JUST DO IT!". Ogni annuncio Nike è progettato per ispirare, per dirci che possiamo fare qualsiasi cosa, basta provarci.
Avrete notato che ultimamente sempre più brand cercano di mostrare quanto sono sostenibili? Quanto sono rispettosi nei confronti del pianeta e dell'ambiente?
Ecco, è molto probabile che siate davanti a dei casi di greenwashing: facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire da dove viene questo termine.
Nel 1986 l’ambientalista Jay Westerveld conia questo termine in riferimento alle pratiche marketing delle catene di hotel che in quegli anni utilizzavano dei claim ambientali per nascondere la realtà delle politiche e delle strategie di marketing puramente finalizzate al profitto. Un esempio: vi è mai capitato di entrare in una stanza d'albergo, nel bagno trovare un cartellino dove veniamo invitati a riutilizzare l'asciugamano per supportare la politica ambientale dell'hotel? A me si! In realtà Westerveld dice “attenzione”, perché questi cartellini non hanno alcuna finalità ambientale, servono semplicemente per aiutare l'albergatore a ridurre le bollette!
Da allora il termine viene utilizzato per identificare qualsiasi strategia di marketing che sfrutta claim ambientali per perpetuare agende finalizzate al profitto e niente di più. In italiano lo possiamo tradurre come ecologismo di facciata, è una strategia di comunicazione che certe imprese adottano per convincere i loro clienti che i propri prodotti siano sostenibili quando in realtà non lo sono affatto, costruiscono un'immagine ingannevolmente positiva del loro impatto ambientale per distogliere l'attenzione dal fatto che i loro prodotti non siano appunto per niente sostenibili.
Oggi il cambiamento climatico, l’inquinamento da plastica e altre problematiche ambientali sono ben note e sempre più consumatori sono attenti al tema della sostenibilità, quindi queste aziende invece di riconvertirsi e cambiare realmente (un processo che sarebbe dispendioso dal punto di vista economico), per non perdere i loro clienti o comunque per attirarne di nuovi iniziano a ideare una strategia di cosiddetto Green marketing, solitamente si iniziano ad usare termini come “sostenibile”, “green”, “100% naturale”, “eco-friendly”, “riciclabile” e le confezioni dei prodotti o comunque le pubblicità iniziano a tingersi di verde. Non vengono dette cose false semplicemente sono fuorvianti o comunque rimangono molto sul vago e non vengono supportate da dati concreti che dimostrino il miglioramento dell'azienda nei confronti della sostenibilità.
Vediamo qualche esempio per capire meglio cos'è il greenwashing: una nota catena di fast food utilizza un packaging quasi totalmente di carta e si è posta l'obiettivo di riciclarne il 100%. L’amministratore delegato promuove l'iniziativa come un gesto virtuoso nei confronti dell'ambiente, ma in realtà questo serve solamente a ripulire la coscienza delle persone e a distogliere l'attenzione dal fatto che questa catena di fast-food promuova un consumo smisurato di carne, che è uno dei fattori principali della perdita di biodiversità, della deforestazione e del riscaldamento globale.
Un altro esempio è il fatto che sempre più brand di fast fashion creino una sola collezione con materiali riciclati o comunque tessuti ecosostenibili, ovviamente non basta una sola collezione per diventare sostenibili e comunque questa aziende non sono trasparenti e continuano a non pagare adeguatamente i loro lavoratori.
Il greenwashing è un tema molto complesso, infatti alcune persone potrebbero dire: “Beh ma almeno questa aziende stanno iniziando a fare qualcosa nei confronti del pianeta” ed effettivamente questi piccoli gesti sono da apprezzare, un'azienda non può diventare ecosostenibile da un giorno all'altro. Il problema è il fatto che queste aziende per questi piccoli passi che fanno poi vanno ad associare il loro nome al tema della sostenibilità. Dobbiamo fare attenzione quando vediamo grandi titoloni con promesse vaghe senza un significato specifico, questo dovrebbe essere un primo campanello d'allarme.
Nelle confezioni dei prodotti o comunque nel sito dell'azienda dovrebbe essere riportata una sezione riguardante la sostenibilità, con dati precisi e concreti. Come consumatori dovremmo esigere più trasparenza, se un'azienda si sta impegnando sul serio non avrà niente da nascondere, anzi, avrà tutti gli interessi di mostrare le certificazioni e i risultati concreti del suo impegno verso il pianeta. Ricordiamoci sempre che un brand se genuinamente è interessato a perpetuare politiche di natura ambientale e sociale attraverso il proprio operato non ha alcun bisogno di gridare alla sostenibilità.
Ma come possiamo capire in modo facile e veloce se un'azienda sta facendo greenwashing? Scoprilo nella prossima pagina!