Guardare a distanza un iceberg è un po’ come limitarsi a prendere atto che esiste solo ciò che possiamo vedere.
È sbagliato, proprio come principio.
Un iceberg è una struttura intrigante: interamente fatta di acqua ghiacciata, si sviluppa per otto noni al di sotto della linea d’acqua, un nono sopra.
È difficile immaginare le dimensioni della parte subacquea dalla sola osservazione della parte emersa.
Considerare Olocausto solo ciò che si è potuto vedere di quello che accadde nei campi di prigionia alla fine della seconda guerra mondiale, è commettere esattamente quell’errore di principio.
La parte più grossa dell’Olocausto beccheggia esattamente sotto il livello della nostra percezione. Le ragioni possono essere molteplici.
Anzitutto, per le nostre generazioni, l’Olocausto ha assunto la dimensione di un semplice “racconto”. Anche se reso vivido da documenti, a volte scioccanti, ma nessuno di coloro che sono nati dagli anni cinquanta del XX secolo in poi può dire “io l’ho vissuto”.
(Daniel Libeskind, architetto)
Nella progettazione della Torre dell'Olocausto per il Museo ebraicodi Berlino, Libeskind, ha ricreato un'idea di speranza, tramite una piccola lama obliqua di luce che simboleggia la via di fuga simbolica di una sopravvissuta dell'Olocausto.