Il mare è comunemente percepito come uno spazio infinito, instabile e incontrollabile.
Questo progetto nasce dal tentativo di mettere in crisi questa idea, osservando come anche ciò che appare illimitato sia in realtà costantemente contenuto e definito da un margine.
Il lavoro si concentra sulla linea di contatto tra acqua e roccia, intesa non come semplice confine geografico, ma come spazio di tensione tra due forze opposte: da una parte il movimento continuo e imprevedibile del mare, dall’altra la rigidità e la resistenza della roccia.
Attraverso una serie di immagini che escludono volutamente l’orizzonte e il paesaggio aperto, il mare viene osservato in condizioni di compressione: incastrato, rallentato, fenditure e superfici irregolari.
In questi punti il margine non è più solo un limite, ma diventa un elemento che rende visibile la forma dell’acqua.
Il soggetto del progetto non è il mare in sé, ma la relazione tra energia e contenimento, tra flusso e struttura.
È in questo rapporto che l’infinito smette di essere astratto e diventa osservabile.