SEI UN AGENTE LETTERARIO?
Benvenuti nella mia rubrica di articoli. Qui troverete spunti sulla scrittura e sul mondo dell'editoria. Spero che sia di vostro interesse, che siate scrittori o lettori curiosi. Buona lettura!
Chi scrive per concorsi letterari, riviste o call varie sa bene quanto possa essere frustrante il limite di caratteri, spazi inclusi, che spesso viene imposto. Che sia ventimila, trentamila o cinquantamila battute, è un tetto invalicabile. Di fronte a questi numeri ci concentriamo sulla trama, sui tagli e sulle descrizioni! Eppure, c'è un fattore spesso trascurato che incide notevolmente sulla quantità di storia che possiamo raccontare: la scelta della persona narrativa e del tempo verbale.
Eh sì, amici lettori. Questo è un fattore non poco impattante.
Un esempio concreto è l'uso dei verbi ausiliari. Prendiamo un'azione comune: scrivere "Apro la porta" richiede dodici battute. Se optiamo per il passato prossimo e diciamo "Ho aperto la porta", arriviamo a diciassette battute. Sono cinque caratteri in più per una sola frase, dovuti interamente all'ausiliare. Se poi aggiungiamo il soggetto esplicito, come in "Marco ha aperto la porta", raggiungiamo ventitré battute.
In pratica, la stessa informazione occupa quasi il doppio dello spazio.
A questo si aggiunge il peso della terza persona (che io detesto). La prima persona offre un vantaggio strategico. Il soggetto è quasi sempre sottinteso. Dire "Entro nella stanza" è autosufficiente. In terza persona, invece, dobbiamo ricordare continuamente al lettore chi compie l'azione, passando da "Marco entra nella stanza" a "Il ragazzo entra nella stanza". Per me è davvero una noia...
Ecco, quella noia, ovvero quel nome o pronome, ripetuto molte volte nel testo, occupa uno spazio considerevole.
Per capire l'effetto complessivo di queste piccole variazioni confrontiamo quattro modi diversi di esprimere lo stesso periodo.
"Entro nella stanza, apro la finestra e guardo fuori", in prima persona al presente, occupa circa 52 battute. "Entrai nella stanza, aprii la finestra e guardai fuori", in prima persona al passato remoto, sale a 56. "Marco entra nella stanza, apre la finestra e guarda fuori", in terza persona al presente, raggiunge le 60 battute. Infine, "Marco entrò nella stanza, aprì la finestra e guardò fuori", in terza persona al passato remoto, arriva a 63 battute.
Sebbene la differenza per singola frase SEMBRI minima, proiettiamo questo scarto su un racconto di circa cinquecento frasi simili. I numeri cambiano radicalmente! La prima persona al presente si attesta intorno alle 26.000 battute, mentre la terza persona al passato remoto supera le 31.000. Si tratta di cinquemila battute di differenza, l'equivalente di un capitolo intero o di una scena importante, "sprecate" senza aggiungere dettagli alla narrazione!
In questa economia del testo il passato remoto si dimostra sorprendentemente efficiente. Basti pensare a "Vidi" (quattro lettere) rispetto a "Ho visto" (nove lettere). Osservando i testi narrativi comuni possiamo stimare l'ingombro relativo dei diversi stili, prendendo come base il cento per cento della prima persona al presente.
Un po' di numeri, da bravo fisico matematico. La prima persona al passato remoto richiede un ingombro tra il 104% e il 108%. La terza persona al presente sale tra il 110% e il 115%. La terza persona al passato remoto oscilla tra il 114% e il 120%. L'uso del passato prossimo, sia in prima che in terza persona, fa schizzare l'ingombro tra il 128% e il 145%.
Ciò significa che un racconto che in prima persona al presente occupa 30.000 battute potrebbe arrivare quasi a 40.000 se riscritto in terza persona al passato prossimo, mantenendo la stessa trama.
Ovviamente questo non vuol dire sacrificare lo stile per i conticini! La voce e lo stile ideali per una storia vengono sempre prima dei numeri. Tuttavia, quando i bandi sono restrittivi e ci si ritrova a limare gli aggettivi per rientrare nei parametri, è utile ricordare che la sintassi non è neutra. O forse serve "allargare" per cubare più cartelle e candidare l'opera in un formato diverso.
Conoscere il "peso" delle proprie scelte stilistiche permette di prendere decisioni consapevoli, sapendo che ogni carattere risparmiato sulla grammatica è un carattere guadagnato per la storia.
Quindi occhio a persone e tempi!
Nel dibattito culturale sul fantastico si tende spesso a declinare il sacro attraverso lenti mistiche, spirituali o legate a suggestioni pagane e bucoliche. Esiste tuttavia un’altra faccia della medaglia, decisamente più pragmatica e politica: la religione intesa come tecnologia di controllo sociale. Per esplorare questo tema è fondamentale tracciare un confine netto tra due concetti che la contemporaneità tende a sovrapporre, ma che sono intrinsecamente diversi: la spiritualità e la religione. Si può essere religiosi senza essere spirituali, così come si può vivere una profonda spiritualità senza farsi ingabbiare da dogmi che, all'atto pratico, operano come vere e proprie leggi. Se la prima attiene alla sfera intima e trascendente dell'individuo, la seconda si struttura quasi sempre come una sovrastruttura sociale ed egemonica. La fantascienza, specchio iperbolico della nostra realtà, ha da sempre intercettato questa dicotomia, trasformando l'istituzione religiosa in un formidabile espediente narrativo per raccontare il potere.
Il panorama della speculative fiction offre esempi lampanti di come il sacro possa essere artificialmente manipolato. Il pensiero corre immediatamente a Dune di Frank Herbert. Nell'universo di Arrakis, la religione non è una rivelazione divina, ma un algoritmo sociale pianificato nei secoli da un'oligarchia matriarcale, la Bene Gesserit, e utilizzato in modo sempre più invasivo per orientare i flussi della storia e controllare le masse. Andando ancora più indietro, ai padri fondatori del genere, Isaac Asimov ci mostra nella sua Saga della Fondazione la religione come puro artificio ingegneristico. All'interno del monumentale piano di Hari Seldon, la fede viene letteralmente creata a tavolino per governare interi settori galattici rimasti orfani di tecnologia e autorità centrale. Certo, persino i piani più perfetti presentano falle — l'imprevisto, il mutante o il Mulo sono sempre dietro l'angolo — a dimostrazione del fatto che anche il controllo dogmatico ha i suoi punti deboli.
Un'opera forse meno mainstream, ma che ritengo fondamentale per il mio percorso di lettore, è Alieno in croce di Lester del Rey, scritto in collaborazione con Harry Harrison. In questo romanzo, una delegazione aliena legata a una rigida struttura teocratica giunge su una Terra ormai abbandonata. Il fulcro drammatico della storia risiede nel violento cortocircuito morale che si viene a creare: gli extraterrestri scoprono che il loro stesso identico sistema di controllo sociale, basato su infrastrutture dogmatiche e caste sacerdotali, è esistito anche sul nostro pianeta. Qui il discorso politico si fonde con quello spirituale, mettendo a nudo il conflitto interiore dei personaggi di fronte a una morale universale che si rivela essere solo l'ennesima sovrastruttura di potere.
La creazione di divinità è un vizio di forma da cui l'umanità non si libererà mai, e la fantascienza non fa che registrare questa urgenza. Se consideriamo Frankenstein di Mary Shelley come il primo vero classico del genere, ci accorgiamo che l'atto dello scienziato è una genesi laica: la creazione di un essere altro che assume quasi i contorni di una divinità artificiale. L'evoluzione dell'intelletto umano sembra seguire un ciclo costante: la società nasce e si sottomette a divinità astratte, poi l'evoluzione razionale rimuove il trascendente e infine vengono create divinità artificiali. Basti pensare all'odierno feticismo tecnologico che circonda i modelli di Intelligenza Artificiale come GPT. Oggi il confine tra il controllo sociale perpetrato attraverso i vecchi dogmi e quello esercitato tramite gli strumenti algoritmici o la propaganda è diventato sottilissimo. L'uomo si stupisce delle sue stesse creazioni tecnologiche, per poi stufarsene e cercare un nuovo idolo da cui farsi guidare. L'esperienza religiosa ha spesso una genesi più politica che mistica, dove i due piani arrivano persino a escludersi a vicenda.
Per chi volesse esplorare l'intersezione tra fede, controllo e fantascienza attraverso lo sguardo della letteratura contemporanea, vi invito a scoprire l'antologia teologica che ho curato, intitolata Non indurci in tentazione. Il volume raccoglie i racconti di alcune delle migliori penne del nostro panorama fantascientifico, arricchito da un saggio critico che affronta nel dettaglio il ruolo della teologia e del rito nella narrazione del futuro. Un viaggio sospeso tra l'intima necessità della fede e la stringente logica del potere.
La fantascienza nasce con i racconti sulle riviste degli anni Venti, non con i romanzi. Sbaglia chi considera la narrativa breve inferiore! Scrivere un racconto è la palestra necessaria per imparare a gestire la struttura, il ritmo e l'efficacia di una storia prima di affrontare la stesura di un intero libro.
Per scrivere fantascienza bisogna leggerne tanta, dai classici alle zone di nicchia, e guardare i film fondamentali. Non serve inventare l'impossibile: il talento sta nel riplasmare e reinterpretare spunti esistenti con la propria visione.
La grammatica e la consecutio temporum devono essere impeccabili. Errori e strafalcioni non sono ammessi; studiare i manuali e seguire tutorial tecnici è indispensabile. Gestisci il punto di vista per favorire l'immedesimazione e mantieni l'autoconsistenza del mondo: definisci regole precise e non violarle mai. Evita i deus-ex-machina e stimola il sense of wonder.
L'ispirazione non basta. Scrivere è un mestiere che richiede costanza: bisogna forzarsi a produrre anche quando la vena creativa sembra mancare, così da abituarsi ai ritmi professionali e alle scadenze.
Una buona idea per un racconto si deve poter riassumere in un paio di righe. Prima di scrivere, prepara una scaletta sommaria con un finale ben definito. Applica la pistola di Cechov: ogni elemento introdotto deve avere uno scopo e attivarsi nella narrazione.
Esercitati con costanza, anche due ore al giorno. La prima bozza sarà imperfetta, ma verrà sistemata in fase di editing. Per un racconto singolo il target ideale è tra le 30.000 e le 50.000 battute. Cura l'incipit per catturare subito il lettore e punta sulle emozioni per tenerlo incollato alla pagina. Pensa sempre al pubblico, colma i buchi di trama e valuta un editing professionale se necessario.
Non inviare manoscritti a tappeto. Insieme al racconto, prepara sempre la biografia breve e il pitch da inserire direttamente nella mail. Allega poi la quarta di copertina e una sinossi completa che sveli subito il finale, senza lasciare misteri all'editore.
Studia i cataloghi e le collane delle case editrici target. Impagina il dattiloscritto seguendo le loro regole per dimostrare professionalità e sii pronto a tagliare o adattare il testo pur di raggiungere la pubblicazione.
Wattpad è dove legge la Generazione Z. Ho pensato che fosse il posto giusto per raggiungere un pubblico più giovane e allargare la mia base di lettori. Piattaforme come questa hanno visto nascere successi enormi, come quelli di Erin Doom. Sia le grandi case editrici che registi di Netflix spesso cercano talenti su Wattpad. Certo, il mio pubblico abituale è fatto di editori che conosco bene. Li rispetto, ma mi chiedevo se ci fosse vita anche fuori da quel giro. "Planeto" è il mio tentativo di esplorare l'ignoto.
"Planeto" è un romanzo scorrevole, ma rappresenta una fase di passaggio nella mia scrittura. I miei lettori beta, tra cui Vincenzo, hanno letto anche i romanzi che ho scritto successivamente, circa un anno o un anno e mezzo fa. "Planeto" è più vecchio, anche se è arrivato in finale a un premio. Si vede che è di un periodo in cui stavo ancora imparando. Inoltre, è una space opera molto classica, che non è facile inserire nel mercato attuale. Questo non significa che non abbia valore: è arrivato in finale al Premio Odissea 2023, ricevendo giudizi positivi. Sono molto affezionato a questo libro perché mi ha insegnato a scrivere storie lunghe. Avevo deciso di pubblicarlo nel 2024, ma poi ho deciso di ritirarlo all'inizio del 2026 per concentrarmi sulla stesura dei volumi due e tre della saga e poterla così concludere. Non potevo aspettare oltre per pubblicare "Planeto", altrimenti sarebbe sembrato fuori luogo rispetto ai libri che verranno. Non dico che i romanzi successivi siano capolavori, ma la differenza di scrittura è evidente.
Poi c'è stata la questione dell'editing, che mi ha dato parecchio filo da torcere dopo la finale del premio Odissea. Dovevo tagliare? Aggiungere? Cambiare il finale? C'erano aspetti che sentivo di dover sistemare. Ho parlato con diverse persone della mia cerchia, tra cui Roberto Del Piano, e ho avuto molti dubbi se pubblicarlo o meno. Dopo averci pensato molto, ho deciso di pubblicarlo su Wattpad. Potrebbe sembrare uno spreco per alcuni, ma per me è un'opportunità. Credo di essere un caso unico: un autore premiato in concorsi importanti che pubblica su Wattpad. Forse è solo un segno dei tempi che cambiano, spero sia così.
Ci sarebbero altre ragioni, ma queste sono le principali. Si potrebbe pensare che non avessi altre opzioni editoriali, ma non è affatto così. Avevo diverse possibilità. Ho semplicemente scelto questa strada per dare una scossa all'ambiente della fantascienza italiana. Spero che "Planeto" abbia successo a modo suo, così da potermi permettere di finire la saga.
Ho finito da poco la serie "The Expanse" su Amazon. Mi sono accorto di uno schema che ho visto anche in altri racconti di fantascienza e ho voluto approfondirlo.
ATTENZIONE SPOILER! Parlerò dei finali di "The Expanse", di Dune (incluso "Dune 7") e di "Fondazione". Siete stati avvisati, qui si discute dei finali. Se non volete sapere nulla, fermatevi qui e chiudete il post.
Nei racconti di fantascienza è frequente trovare un personaggio secondario che diventa quasi una divinità. Vediamo come questo concetto si applica ai personaggi che ho menzionato.
Amos Burton da "The Expanse" di James S.A. Corey: Amos Burton diventa una figura quasi onnipotente grazie alla sua capacità di affrontare le situazioni più difficili con una calma e una determinazione che lo distinguono. La sua trasformazione finale avviene con la morte e la "resurrezione", che lo rendono immortale insieme ad altri due bambini che hanno ereditato la stessa condizione, derivante dagli eventi sul pianeta Laconia.
La sua esperienza nelle zone più difficili dello spazio e la sua capacità di adattarsi a ogni ambiente gli danno una sorta di conoscenza pratica universale. Inoltre, il suo senso di giustizia personale diventa un punto di riferimento per gli altri personaggi, influenzando le loro azioni e scelte. La sua aura di potere non viene dalla forza fisica o dalla tecnologia, ma dalla profonda comprensione del mondo che lo circonda e dalla sua abilità di muoversi al suo interno con competenza e giudizio.
Mentre il protagonista Jon Holden riesce a salvare tutti, Amos è colui che, dopo mille anni, accoglie la Lega dei Trenta Mondi di nuovo sulla Terra.
Duncan Idaho da "Dune" di Frank Herbert: Duncan Idaho diventa quasi onnipotente perché, grazie alla clonazione e al trasferimento della memoria, è presente in epoche storiche diverse. Questa sua presenza nel tempo gli conferisce una conoscenza e una saggezza che vanno oltre i limiti umani. Inoltre, la sua fedeltà alla famiglia Atreides e il suo ruolo fondamentale in molti momenti cruciali della storia di Dune lo rendono una figura quasi onnipotente, capace di influenzare gli eventi anche dopo la sua morte. La sua presenza continua attraverso le ere lo eleva a una specie di entità mitica, in grado di influenzare il destino dell'universo.
In particolare in Dune 7, Duncan raggiunge lo stato finale di Kwisatz Haderach, diventando di fatto il collegamento tra gli esseri umani e le macchine provenienti dal "passato" della storia umana. Mentre Paul e gli altri fanno quello che devono, Duncan rimane l'unico a guidare i due imperi uniti.