6-Ricette di famiglia che raccontano la nostra storia
1-CAPPELLETTI IN BRODO (CAPÊLÊTT IN BRÔD)
Sono sola nella casa dove hanno vissuto prima i miei nonni, poi i miei genitori con me e mia sorella.
Ora, dopo la morte di mio padre, è mia. Ho deciso di conservare la memoria della nostra famiglia, trasformandola in un affitto turistico.
Vengo molto spesso qui, soprattutto quando, in certe giornate mi pervade “un sottile dispiacere” che assomiglia molto alla nostalgia: mi siedo in poltrona, leggo vecchi libri, penso e soprattutto ripenso alla vita di quando eravamo piccole e tutto era più facile, il tempo era dilatato ed erano pochi i momenti di tristezza.
Oggi voglio ripulire la soffitta e cercare qualche attrezzo da falegname di mio padre o la macchina da cucire di mia madre.
Salgo in soffitta e in un angolo, coperta con un grande telo rosso, vedo la sedia a dondolo che troneggiava nella cucina dei nonni e che era motivo di litigate perchè tutti volevano sedercisi.
Tolgo il telo ed eccola li nel suo splendore, ancora in buono stato, soltanto un po' acciaccata da qualche bruciatura di pipa o dalle iniziali degli innamorati incise da noi bambini.
Penso: tutto sommato non è male e nella mia cucina ci starebbe bene.
Mi siedo e comincio a dondolarmi, chiudo gli occhi e sento tangibile ritornare quel senso di felicità misto alla nostalgia della vita passata e delle persone alle quali ho voluto bene, ma che una ad una se ne sono andate.
Mi addormento, ma, all'improvviso sento un gran fracasso, come di pentole che cadono, posate sbattute sulla tavola, il rumore del matterello sul tagliere, risate, urla, ma soprattutto l'odore inconfondibile della pipa di nonno che, seduto sulla sedia a dondolo spara bestemmie come al solito – perchè vuole mangiare.
Apro gli occhi e mi ritrovo proiettata nella cucina dei nonni, in una tipica domenica di inverno. Ci sono i cappelletti pronti sul tagliere, il brodo bolle in pentola e la tavola è apparecchiata. I fratelli e le sorelle di nonna stanno già facendo le prove per giocare a carte nel pomeriggio: urlano e ridono nello stesso momento contenti di poter finalmente stare assieme.
Provo ad alzarmi per raggiungerli, ma tutto scompare e allora mi risiedo e mi riaddormento.
La scena cambia: e' pomeriggio e sulla sedia a dondolo, sulle ginocchia di nonno, ci siamo io e mia sorella, avremo avuto io 12 anni e lei 8, lei racconta con fare molto serio delle improbabili barzellette “sporche” provocando l'ilarità generale. Poi all'improvviso cala il silenzio; ecco il segnale dell'inizio delle partite a carte: non so esattamente a che cosa giocassero ma so che qualcuno barava e quando veniva scoperto si difendeva urlando a più non posso e tutti ridevano fino alle lacrime. A questo punto mia nonna, con quello sguardo ironico che mi piaceva tanto, tirava fuori una battuta di spirito, alle volte anche a doppio senso. Penso: questa è una qualità che ho ereditato da lei.
Improvvisamene le voci si smorzano, sono andati tutti via, sono rimasti solo il nonno e la nonna. Lui è seduto sulla sedia a dondolo, con in mano una rosa rossa, la nonna è seduta sulle sue ginocchia e quando le porge la rosa si guardano e si baciano, un lungo bacio, preludio di una notte d'amore. Non è tanto il bacio, inaspettato, che mi sconvolge, ma piuttosto il modo in cui si guardano: dal loro viso traspare la tenerezza, la dolcezza, la passione, ma anche qualcosa di più profondo che riporta a galla la povertà, la guerra e la miseria che hanno condiviso e che non potranno mai dimenticare, perchè è su quello che hanno costruito il loro amore.
Ma c'è qualcosa che mi lascia ancora più stupita: il nonno sta leggendo una poesia e spiega alla nonna che l'ha composta pensando a lei.
Apro gli occhi e attraverso il velo delle lacrime, vedo che la soffitta è vuota e sono sola. Mi guardo in giro e scorgo sopra ad una scatola di cartone, legata con dello spago, una rosa rossa nel pieno della fioritura; mi precipito verso la scatola e dentro trovo tutte le poesie composte da mio nonno per l'amore della sua vita.
2- I CAPPELLACCI (I CAPLEZ)
Il periodo, se non ricordo male, era quello dopo le feste di Natale, quando da Pirinè arrivavano le castagne secche e la saba era maturata per bene, sempre che non ne fosse avanzata dagli anni precedenti (il che la rendeva più preziosa dell'oro!!)
Quando si avveravano questi presupposti nella mia famiglia era d'obbligo preparare i famosi cappellacci, ritrovandoci tutti, compresi i fratelli e le sorelle di mia nonna, attorno a una grande tavolata.
Il pranzo era a tema unico: cappellacci. Mia mamma, a ciclo continuo tirava sfoglie perfettamente rotonde, tagliando a occhio i quadretti di pasta e confezionando cappellacci, tutti perfettamente uguali ,gonfi di un impasto composto da castagne e saba, cotti poi nell'acqua e conditi con altra saba.
Non mancavano le gare a chi ne mangiava di piu: ci sembrava impossibile ma vinceva quasi sempre Romano nonostante avesse riso e chiacchierato, urlando, per tutto il tempo!
Anche quest'anno ho preparato i caplez. Non hanno però lo stesso sapore di allora.
ALLORA avevano il profumo della spensieratezza e il gusto avvolgente della certezza di sentirsi al sicuro.
ORA hanno il profumo della nostalgia e il gusto dei bei ricordi un pò sfuocati ,che in certi momenti ti fanno sentire solo.