L'intento originale era di tenere un diario di quello che imparo, giorno per giorno. (Avrei dovuto cominciare qualche decennio fa.)
Poi già a partire dai primissimi giorni sta diventando anche un modo per tener traccia delle mie impressioni su libri, film, concerti, spettacoli teatrali, mostre, viaggi e altro - impressioni che altrimenti tenderei a dimenticare con troppa facilità.
Il sito è diviso in pagine corrispondenti agli anni, vedi il 2025.
Andrea Caranti
andrea.caranti@gmail.com
Con Paola, Alvise, Eveline e Laura. Ho bevuto troppo, e ne è seguito un reflusso, a cui devo assolutamente badare.
Tutto sommato non entusiasmante.
Regalo di Natale di Niccolò, Terminato oggi. Carino. Questa free AI che si trova costretta a passare da un monkey a un altro, con qualche intermezzo su droni, quando l'infospace viene distrutto. E finisce per sviluppare una empatia per gli umani, e per la vita terrena.
Dal sito della Haydn:
“Lo considero mio obbligo morale scrivere della guerra, dell’orrore calato sull’umanità”, dichiara nel 1919 il compositore Mieczysław Weinberg originario di Varsavia – uno dei grandi sconosciuti del XX secolo. Dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale fugge a Minsk, con l’invasione dell’Unione sovietica finisce a Tashkent prima che Shostakovich lo faccia andare a Mosca. Nel 1948 suo suocero, l’attore Solomon Michoels, viene assassinato dalla polizia segreta sovietica a seguito di campagne diffamatorie antisemite. Quell’anno scrive il Concertino per violoncello e fa sparire la partitura in un cassetto. Nel 1953 viene a sua volta arrestato con l’accusa di essere un “cospiratore ebreo”. Sarà liberato solo dopo la morte di Stalin. Nell’autunno 1850 Schumann completa il concerto per violoncello che chiamerà “Concertstück”. Fino al 1860, tuttavia, nessuno vorrà suonare questo concerto molto impegnativo. Oggi il concerto fa parte del repertorio standard ed è tra i brani preferiti dei violoncellisti.
Joseph Haydn: Sinfonia n. 82 in do maggiore, Hob. I: 82 "L'Orso"
Mieczyslaw Weinberg: Sinfonietta n. 2 op. 74
Robert Schumann: Concerto per violoncello in la minore op. 129
Particolarmente apprezzato il Concertino.
Alle altre non è piaciuta la scenografia, e non sono piaciuti gli attori, che sono apparsi un po' sopra le righe. A me comunque il testo è arrivato tutto intero, con tutta la sua forza. Magari è una piccola cosa, ma qui il turpiloquio del padre non ha suscitato le solite inani risate, perché era funzionale alla narrazione.
Bello! Divertenti i temi ricorrenti (il Rolex, brindare con le cose sbagliate, "Bob's your uncle", ...), bei personaggi e bravi attori. Meno male che finisce con i due fratelli gemelli che hanno un rapporto stretto, sincero e aperto.
Bellissimo incontro. La direttrice è persona ovviamente padrona del suo campo, ma eccelle anche nelle relazioni pubbliche, e ha un notevole piglio da manager. Ci voleva!
Bel gruppo vocale americano. Notevoli i controtenori. La loro versione di Both Sides Now è meglio di quella originale di Joni Mitchell.
Notevole la direttrice e notevoli i brani di Ginastera.
Che è primario, ordinario, e il capo di Avancini.
Le singole scene sono generalmente piacevoli di divertenti, ma il tema complessivo è debole, magari solo perché è datato.
Bello e intenso, condotto a ritmo vertiginoso. Timothée Chalamet è proprio bravo, e se prende l'Oscar è ben meritato. Forse hanno ragione i critici che vedono il finale un po' scontato. Notevoli anche Odessa A'zion e Fran Drescher.
Regalo di Natale di Mària e Dario. Serissima e spassosissima descrizione della vita subito al di là del muro a Berlino Est, vista da un gruppo di adolescenti. I tre miracoli del russo alla fine sono esilaranti, e la frase finale mi descrive: Le persone felici hanno una pessima memoria e ricordi ricchissimi.
E niente, è il solito Sorrentino, che non vuole lasciare niente di non spiegato. "Con chi?" basterebbe, ma no, deve raggiungere " mi ha tradito mia moglie?" E poi, che grande rivelazione è il "con chi" di questi tempi?
Le due grazie sono veramente trattate in modo piuttosto superficiale, e de Santis non mi pare si comporti da Presidente, quanto piuttosto da giudice, che però si lascia guidare da un istinto basato su visite irrituali, sulla pretesa di aver capito meglio in pochi minuti quello che era stato deliberato al termine di tre gradi di giudizio.
E sull'eutanasia, inverosimile la questione del cavallo, lì decide un veterinario, o no? Ed è quella che gli fa decidere di firmare la legge? All'ultimo giorno utile???
Iniziato e finito in due giorni, bello e scorrevole, il protagonista è Bärlach, ma naturalmente io mi sono immedesimato in Tschanz... e come mi ero sbagliato! Vada per Bärlach, dunque.
Un bellissimo concerto per la Giornata della Memoria. Particolarmente attraente la struggente voce del clarinetto. La sala è venuta giù...
Avi Avital mandolino
Gilad Harel clarinetto
Ohad Ben-Ari pianoforte
Ernest Bloch (1880-1959) Nigun da Baal Shem
Canzoni Yiddish dal Ghetto Yugnt Himn | Rivkele di Shabesdike | Es Shlogt di Sho
M. Ravel (1875-1937) Kaddish da Deux mélodies hébraïques
J.S. Bach (1685-1750) Sarabanda dalla Partita n. 2 in do min. BWV 826
E. Denissow (1929-1996) Lento, poco rubato dalla Sonata per clarinetto solo
M. Gebirtig (1877-1942) Yankele – arr. M. Wiesenberg
Canzoni Yiddish dal Ghetto Doina | Dremnlen Fegn af di Tsvaygn | Shtiler, Shtiler | Yisrolik
M. Weinberg (1919-1996) Allegretto dalla Sonata per clarinetto e pianoforte op. 28
M. Lavry (1903-1967) Three Jewish Dances
Tradizionale Yiddish Yiddisher Tango – arr. J. Keren
Canzoni Yiddish dal Ghetto Minutn fun Bitokhen | Tsen Brider | Mir Lebn Eybik
"Avi Avital, primo mandolinista a ricevere una nomination ai GRAMMY®, è riconosciuto a livello internazionale per aver ampliato i confini del mandolino nel repertorio classico, portando lo strumento sulle scene dei più prestigiosi teatri e festival del mondo con una tecnica cristallina e un’energia straordinaria. Al suo fianco, Gilad Harel si distingue come clarinettista di spiccata versatilità e profonda sensibilità interpretativa, capace di muoversi con naturalezza tra repertori classici e tradizioni klezmer, portando una ricca esperienza concertistica e didattica in numerosi contesti internazionali. Completa il trio Ohad Ben-Ari, pianista e compositore di rilievo, noto per l’intensità emotiva e la precisione tecnica delle sue interpretazioni. Vincitore di premi prestigiosi, ha collaborato con importanti orchestre ed ensemble, consolidando una carriera che unisce rigore stilistico e profonda musicalità. Un concerto che intreccia strumenti e storie musicali, sussurrando una memoria che attraversa il tempo."
A cura di Barbara Cappello, contributi di Nicoletta Tamanini
AMEDEO MASETTI, E allora ...? (come frustrare l'ego maschile), 2010, Olio su tela - 100 x 50 cm
BARBARA CAPPELLO, Restanza - fino al nuovo passo oltre, 2025, Ph su carta cotone artigianale 150g smalto acrilico filo oro -lana - cuciture a macchina - opera composta da 18 pz 113 x 90 x 5 cm 15 x 15 x 5 cm cad.
BRUNO ZANATTA, Contemplazione interiore 2024, Mista su tela 125 cm x 120 cm
SERGIO SCHIAVINI Confusione e Armonia 2, 2025, Fotografia. Stampa su carta - 30 x 40 cm
ANNA LOVATO, Pietra segreta, 2025, Acrilico su tela - 80 x 80 cm
DIEGO BRIDI, Città protetta, 2015, Olio su tela - 30 x 42 cm
BEATRICE MATTEI, Close your eyes, 2025, Foto-collage e pittura su tela - 120 x 100 cm
GINO PISONI, lo e le architetture del ricordo, 2025, Acrilico su tela - 70 x 50 cm
NADIA CULTRERA, Memoria Liquida - Metamorfosi dell'Ego, 2025, Dittico olio su tela - 80 x 80 cm cad
NICCOTINA - VALENTINA NICCOLINI,
They think (I am) Therefore I am, 2025, Pennarelli indelebili su supporto fotografico - 80 x 80 cm
I don't think Therefore I'm not, 2025,Stampa su Forex 80 x 80 cm
Un progetto site-specific. Cinque opere piccole, una media, e un grande soffitto in otto pannelli.
Visita guidata da Denis Isaia.
Magari non ho seguito con grande attenzione la danza, che comunque era come minimo ragionevole, Ma mi ha preso moltissimo la musica, a tratti commovente, e anche la storia di Roger Waters.
La nuova produzione The Wall_Dance Tribute, che vede protagonisti i danzatori della MM Contemporary Dance Company, interpreti delle coreografie di Michele Merola, e l’attore Jacopo Trebbi, prende vita dallo storico concept album dei Pink Floyd,pubblicato nel 1979, e dall’omonima pellicola cinematografica di Alan Parker. The Wall è un manifesto, un atto di protesta contro un mondo, contro una società che non rispetta gli uomini in quanto esseri senzienti e liberi. The Wall è un’opera progressive, nata dal sentimento di rabbia e frustrazione del leader della band britannica, Roger Waters, conscio del progressivo allontanamento tra artista e pubblico, del distacco tra performance e fruizione. La vita del suo alterego, la rockstar Pink, si snoda attraverso le tracce del concept-album: la morte del padre in guerra, le vessazioni di un insegnante frustrato, le attenzioni asfissianti di una madre iperprotettiva e insicura, il matrimonio con una donna assente e infedele, la droga, le pressioni dello show-business rappresentano i mattoni che, poggiandosi l’uno sull’altro, erigono il muro che separa l’uomo dal resto del mondo. Nello spettacolo, Pink (interpretato da Jacopo Trebbi) è l’alter-ego di Roger Waters. Al culmine del delirio alienato e autoreferenziale, vince tuttavia la volontà di abbattere quel muro, di liberarsi dalle oppressioni e di spogliarsi delle maschere, per mostrarsi per quel che realmente si è e aprirsi all’esterno e al prossimo: solo con l’empatia, l’unione e la partecipazione sarà possibile costruire un futuro migliore.
I linguaggi si intersecheranno per costruire uno spettacolo cangiante dove le musiche, la danza, la recitazione e le video proiezioni non hanno un confine preciso e definito. Proprio come accade nell’adattamento cinematografico, la storia, i flashback, le voci dei personaggi saranno in continua condivisione, si sovrapporranno tra loro per costruire la storia di Pink e la sua “folle confusione”, raccontata attraverso l’intrecciarsi delle arti in questo spettacolo composito, sospeso tra teatro, danza e musica.
TRAMA
Pink si presenta al pubblico protetto da un muro emotivo, frutto dell’isolamento, della rabbia, della frustrazione. In un primo flashback richiama alla memoria gli episodi dell’infanzia che più lo hanno segnato, i primi mattoni alla base del muro: la morte del padre soldato; le paure trasmesse da una madre che esaspera il naturale istinto di protezione; le umiliazioni di una consuetudine educativa che deride e mortifIca ogni manifestazione di individualità, personifIcata da un maestro crudele che sfoga sugli alunni la propria frustrazione.
La vicenda prende successivamente forma in un’alternanza di piani narrativi e temporali che rappresenta metaforicamente il caos che governa la mente del protagonista. Pink è adulto, è un’affermata rock-star, ma i fantasmi del passato si ripresentano a turbare un’esistenza all’apparenza invidiabile. Il fallimento del matrimonio affonda le radici in un passato di instabilità: freddezza e distacco, le prime armi di difesa messe in campo, non fanno che esasperare il divario tra realtà e allucinazione. Con voce sommessa Pink si congeda dal mondo crudele, ormai al sicuro dietro il suo muro.
Intrappolato in una gabbia di dolore ed emozioni represse, Pink tenta di ristabilire il contatto con il mondo là fuori. I pensieri si rincorrono confondendo presente e passato, le ferite si riaprono: la personalità inquieta si confronta con la realtà e l’unica difesa possibile resta ancora il totale, catatonico abbandono alla completa impermeabilità alle emozioni.
Ma lo show deve andare avanti, a discapito di tutto: Pink è di nuovo sul palco, di fronte alla folla che lo acclama. Nel culmine del delirio autoreferenziale riveste i panni di un dittatore, da vittima si trasforma in carnefice e restituisce al mondo le ingiustizie che crede di aver subito. Un residuo barlume di umanità lo porta tuttavia a interrogarsi sui motivi che lo hanno spinto all’isolamento e alla conseguente alienazione. Nella prigione della sua mente Pink è pronto al processo: al banco dei testimoni i metaforici mattoni del muro (la madre, il maestro, la moglie), a sostenere l’accusa di avere dimostrato “sentimenti di una natura quasi umana”. Il verdetto della giuria è inappellabile: accettare di far parte della comunità umana e di relazionarsi con i propri simili.
Il boato del muro che crolla sovrasta finalmente il frastuono dei pensieri di Pink, deciso ad affrontare la paura, il dolore e a superare le barriere emotive. Tornare alla vita è un’audace scelta di maturità sociale, laddove la completa disconnessione dalla realtà rappresenta un inutile tentativo di fuga che potrebbe rivelarsi non tanto un fallimento, quanto fonte di pericolose degenerazioni.
NOTE DI REGIA di MANUEL RENGA
The Wall è un manifesto, un atto di protesta contro un mondo, contro una società che non rispetta gli uomini in quanto esseri senzienti e liberi. Quella in cui vive Pink è una società post industriale in cui tutti hanno un ruolo e devono rispettarlo, a discapito della loro unicità. Mattoni in un muro. The Wall è anche uno fra i più importanti rock concept album che siano mai stati creati. Per questo sul palcoscenico abbiamo costruito un progetto composito, ricco, sfaccettato che possa rendere le suggestioni del capolavoro dei Pink
Floyd attraverso una lettura e linguaggi contemporanei e originali. Una compagine di danzatori, un attore, video proiezioni, strumenti al servizio del messaggio profondo e chiaro di questo album: proviamo ad abbattere quel muro di solitudine e aprirci al mondo.
Nel nostro lavoro Pink (interpretato da Jacopo Trebbi) è un alter ego di Roger Waters. Per la drammaturgia, Emanuele Aldrovandi è partito dalle dichiarazioni di Waters, dai suoi diari, dai racconti e dalle interviste che vennero rilasciate durante la produzione di The Wall per costruire un mondo “altro” in cui Pink vive. Una dimensione in cui questo personaggio è doppio, a metà fra il “vivere quello che accade” (Pink) e il “ricordare perché l’ha scritto” (Waters). In quest’ottica è sia autore che protagonista.
I linguaggi si intersecheranno per costruire uno spettacolo cangiante dove recitazione, musica, danza e video proiezioni non hanno un confine preciso e definito. Proprio come accade nell’adattamento cinematografico, curato sempre da Waters, la storia, i flashback, le voci dei personaggi sono in continua condivisione, si sovrappongono per costruire quella “folle confusione” della testa di Pink.
Come probabilmente i fan della band britannica sanno bene, l’idea di The Wall nasce da dieci anni di tournée, di spettacoli rock tenuti in particolare fra il 1975 e il 1977. La band suonava di fronte a un pubblico molto numeroso formato dalla “vecchia guardia” che partecipava per sentire la loro musica e da un nuovo pubblico che, a detta di Waters, era ai concerti solo “per la birra, per urlare, per fare casino”. Suonavano in grandi stadi di conseguenza, il concerto diventava un’esperienza piuttosto alienante. “Mi sono reso conto che c’era un muro tra noi e il nostro pubblico e quindi questo disco è nato come espressione di questi sentimenti” dice Roger Waters in un’intervista a Tommy Vance del 1979.
Un film di grande soddisfazione, il cui ricordo rimane e si sviluppa man mano che le idee si sedimentano.
Un esempio è la sequenza dal film Flukten til Sverige. Se non sbaglio i due bambini che scappano dai filonazisti di Quisling devono passare un cancelletto, che ci richiama il cancelletto sul retro della casa di famiglia. Agnes riesce a fuggire, ma il fratellino è catturato dai nazisti. Il fratellino è sia Borg stesso che Nora, che rimangono prigionieri nel passato che madre/nonna. Borg non ha una vera intelligenza emotiva che gli permetta una esperienza empatica con gli adulti - riesce solo a interfacciarsi con il figlio di Agnes - riesce a esprimersi solo attraverso i film, come sua figlia. È questa letterale catarsi che riesce a realizzare grazie alla mediazione di Agnes. La scena del vecchio film di Borg è come quella di un sogno, col suo simbolismo che rivela e nasconde al tempo stesso.
La scena iniziale del panico da palcoscenico è straordinaria, terrificante ed esaltante al tempo stesso. E anche l'altra apparizione in scena di Nora.
Bello, C'è tanto da capire da parte dello spettatore - non come tu-sai-chi - e probabilmente non ho ancora elaborato tutto. Ma è questo il tipo di soddisfazione che mi piace ricavare da un film. Forse, ra che ci penso, c'è qualcosa di analogo a The Corrections.
Con Paola e Maria Friol. Bella la mostra, anche se un tantino affollata dai gruppi. Ottima l'audioguida. Molto soddisfacente la panoramica sull'evoluzione dell'opera di Segantini, effetti di luce nella chiesa, ritratti borghes, nature morte (straordinaria l'oca appesa), i navigli (con la neve), la donna con l'ombrellino, Millet, la Svizzera, il simbolismo. Chiare le influenze, ma anche il modo in cui vengono interiorizzate ed elaborate. Non ho fatto foto.
Straordinario il suo personale divisionismo, anche nei disegni.
Vedi anche il Segantini Museum a St. Moritz.
Tratto ovviamente dal romanzo di Italo Svevo. L"avevamo già visto a Bolzano un paio d'anni fa, ma mi è servito rivederlo, e l'ho seguito molto meglio, magari mi ricorderò anche meglio la storia. Piacevole, anche se conservavo ancora un po' della stanchezza di ieri, e anche Paola, Cristina e Laura hanno sonnecchiato.
"Umanità, ambiente, tecnologia nel Trentino del Cinquecento"
Bella mostra, interessante e ben allestita. Una citazione che mi è piaciuta, e che riprendo da un mio post Facebook.
L'espressione "vile meccanico" è nei Promessi Sposi, e dovrebbe essere stata ripresa fra l'altro da Croce e Gentile. Ma nella bella mostra "Il potere delle macchine. Umanità, ambiente, tecnologia nel Trentino del Cinquecento" al Palazzo delle Albere ne ho trovato questa anticipazione.
"Ma percioche questa parola Mechaniche non verrà forse intesa da ciascheduno per lo suo vero significato, anzi troueransi di quelli, che stimeranno lei essere voce d’ingiuria, solendosi in molte parti d'Italia dire ad altrui Mechanico per ischerno, & villania; & alcuni per essere chiamati Ingegnieri si prendono sdegno: non sarà per auentura fuori di proposito il ricordare, che Mechanico è vocabolo honoratissimo, dimostrante, secondo Plutarco, mestiero alla Militia pertinente, & conueneuole ad huomo di alto affare, & che sappia con le sue mani, & co’l senno mandare ad esecutione opre marauigliose à singulare vtilità, & diletto del viuere humano."
Guidobaldo Dal Monte 1581, in Le Meccaniche dell’Illustrissimo Sig. Guido Ubaldo dè Marchesi del Monte, tradotto in volgare dal Sig. Filippo Pigafetta, Venezia, foli 13-15, line 1; edizione latina: Id. 1577. Mechanicorum Liber, Pesaro.
Citazione tratta dall'articolo "On the method in Galileo Galilei’ mechanics" di Raffaele Pisano in "Styles of Thinking in Science and Technology Proceedings of the 3rd International Conference of the European Society for the History of Science, Vienna, September 10 - 12, 2008"
Carinissime le macchine.
Bello Ligeti, un po'indifferente Del Corno (ma era piacevole il dialogo fra viola e contrabbassi), belli i bis (Bach e boh), straordinaria come sempre la Quinta.
Julian Kainrath violino
Dmytro Semykras pianoforte
F. Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) Sonata in fa min. per violino e pianoforte, op. 4
L. van Beethoven (1770-1827) Sonata per violino e pianoforte n. 8 in Sol magg., op. 30 n. 3
C. Debussy (1862-1918) Sonata n. 3 in sol min. per violino e pianoforte, L 148
E. Grieg (1843-1907) Sonata n. 3 in do min. per violino e pianoforte, op. 45
Bella scelta di pezzi, in cui i due strumenti dialogano in maniera sempre affascinante. Mi sono piaciuti particolarmente Mendelssohn e Debussy.