L’aereo che ha sorvolato il Garda con un suggestivo “su e giù” da Riva a Salò ad una quota di appena 300 metri dalla superficie del lago è del Met Office inglese. Al progetto partecipa anche l’Università di Trento .
GARDA. Nel pomeriggio di mercoledì 23 luglio vi siete per caso spaventati vedendo un grosso aereo volare basso sul lago di Garda? Una scena curiosa, che in qualcuno ha destato magari un po’ di preoccupazione o forse solo curiosità. Ma niente paura, si trattava di un volo programmato per studiare l’atmosfera sulle Alpi.
Una campagna internazionale di misure atmosferiche di prim’ordine (denominata TEAMx), alla quale collabora anche l’Università di Trento con il suo gruppo di Fisica dell’Atmosfera della facoltà di Ingegneria. L’aereo che ha sorvolato il Garda con un suggestivo “su e giù” da Riva a Salò ad una quota di appena 300 metri dalla superficie del lago, è del Met Office inglese.
Per gli appassionati del genere, si tratta del modello Bae 146 prodotto dalla British Aerospace, un “mostro” lungo 30 metri con 4 motori e una miriade di strumenti, attrezzato per misure sul trasferimento radiativo delle superfici, la fisica delle nuvole, la chimica atmosferica e la turbolenza. L’aereo è partito da Innsbruck, dove ha sede l’università capofila del progetto che è all’avanguardia nel campo della meteorologia alpina.
A inquadrare la questione è stato il professor Dino Zardi, ordinario di Fisica dell’atmosfera all’Università di Trento e fondatore del Festivalmeteorologia di Rovereto (20 al 23 novembre). «Precipitazioni sempre meno omogenee con fenomeni estremi».
È stata come una finestra affacciata sul domani il Meeting della protezione civile provinciale, che il Comune di Bosco Chiesanuova ha ospitato sabato mattina al Teatro Vittoria. Un panorama a tratti spaventoso, perché annuncia fenomeni meteo molto più intensi e più numerosi, ma carico di sfide che sappiamo di poter affrontare.
A inquadrare la questione è stato il professor Dino Zardi, ordinario di Fisica dell’atmosfera all’Università di Trento e fondatore del Festivalmeteorologia di Rovereto (20 al 23 novembre). Ha tracciato un quadro lucido e documentato: «Il riscaldamento globale non è evitabile. La domanda è solo di quanto crescerà la temperatura entro il 2100», ha spiegato.
Gli scenari oscillano da un aumento medio di 1,5 gradi - il caso più ottimistico - fino a +4,5 gradi, se l’umanità continuerà a produrre CO2 come oggi. Il professore ha usato un’immagine chiara: «Con l’attuale uso di combustibili fossili, in un solo anno immettiamo in atmosfera la stessa quantità di anidride carbonica che le piante hanno impiegato mille anni a sottrarre attraverso la fotosintesi. È come avvolgere il pianeta in una coperta che trattiene il calore. Gli effetti sono già in atto e riguarderanno soprattutto i nostri figli e nipoti. Non è un buon motivo per disinteressarcene».
Le conseguenze? Più caldo significa più evaporazione dagli oceani, ma le precipitazioni non saranno distribuite in modo omogeneo. Dove fa più caldo, il vapore resta sospeso, alimentando siccità. Dove l’aria si raffredda, scarica precipitazioni più intense, violente. Il paradosso è evidente: «Sopra i duemila metri continuerà a nevicare, ma la neve si scioglierà prima. I ghiacciai continueranno a restringersi, le estati saranno più aride; le piogge invernali aumenteranno soprattutto nei versanti sopravento».
Un quadro che porta con sé instabilità e rischi concreti, come hanno confermato Antonio Riolfi e Armando Valentini, dell’Unità operativa provinciale di Protezione civile e dissesti idrogeologici. Hanno ricordato come precipitazioni eccezionali si traducano in frane e smottamenti: la frana di Dolcè del maggio 2024 e quella che ha interrotto la strada Alemagna verso Cortina.
E si aggiungono alluvioni - devastante quella dell’Alpone nel 2010 - colate di fango, erosione del suolo e la crescente fragilità delle coltivazioni in pendenza prive di adeguati drenaggi. «Dobbiamo progettare opere tarate non sulle medie storiche, ma sugli eventi estremi», hanno avvertito. La minaccia riguarda anche incendi sempre più frequenti ed estesi, come ha ricordato Paolo Perego dei Vigili del fuoco: «Spesso causati da dolo, ma anche da piccole disattenzioni».
Il convegno ha rappresentato l’occasione per presentare il nuovo Piano comunale di Protezione civile, illustrato dall’assessora Sara Daldosso: «Dietro un simbolo di pericolo ci sono persone e contrade reali. Il nostro territorio è bello ma fragile: le emergenze le viviamo qui. E la catena di solidarietà e professionalità che si attiva in questi casi va conosciuta».
A sottolinearlo il presidente del gruppo locale, Giovanni Stroiazzo, con la sensibilizzazione nelle scuole, e l’assessore provinciale Michele Taioli: «La montagna richiede impegno. Noi amministratori dobbiamo avere chiaro che il clima sta cambiando, per programmare azioni adeguate». Infine, il presidente della Consulta provinciale, Riccardo Nichele, ha richiamato la solidità della protezione civile veronese: «Conta 76 associazioni e 3mila volontari. Una capacità operativa frutto di aggiornamento continuo, spirito di squadra e passione».
Il cambiamento climatico non riguarda solo ghiacciai, frane e precipitazioni più violente. Porta con sé anche mutamenti profondi nello stile di vita e nei flussi turistici. È un fenomeno che si sente già sulle montagne veronesi: con le estati sempre più torride in pianura, cresce il numero di persone che sceglie la Lessinia per cercare refrigerio e natura.
Ma questo comporta nuove criticità, come hanno sottolineato al Meeting di Bosco il direttore del Suem 118, Adriano Valerio, e il capo della stazione veronese del Soccorso Alpino, Alberto Corà. «Al milione di residenti nel Veronese», ha spiegato Valerio, «si aggiungono stabilmente uno-due milioni di turisti
Negli ultimi 30 anni le missioni del 118 sono quasi raddoppiate: da 56mila annue a circa 100mila, 10mila chiamate al mese. Questo significa più emergenze e più necessità di coordinamento tra i servizi». Una pressione che si sente con forza in montagna, come conferma Corà: «In vent’anni gli interventi del Soccorso Alpino sono passati da 25 a 80-100 all’anno. In Lessinia la crescita è evidente, il territorio richiede attenzione».
A spingere verso quota non sono solo gli escursionisti esperti, ma anche famiglie e visitatori occasionali, meno preparati ai rischi della montagna. Ne derivano cadute, malori, disorientamento. A ciò si aggiungono eventi meteo estremi che complicano le operazioni di soccorso.
La protezione civile è chiamata a fronteggiare emergenze legate al clima, ma anche a un turismo intenso. Ha detto l’assessora Sara Daldosso: «mostrare la catena del soccorso è un modo per rendere visibile un lavoro silenzioso che garantisce sicurezza ai residenti e ai visitatori». Un compito che diventerà sempre più centrale per la montagna veronese: bella e accogliente, ma anche fragile e impegnativa.