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BULLETTINO DI PALETNOLOGIA ITALIANA Anno XXVII. Gennaio-Marzo 1901. N. 1 1-3
Della giadaite secondo le recenti osservazioni dell'ing. S. Franchi (1).
Nel 1863 Damour fece conoscere sotto il nome di jadeite (2) una roccia di color verde-smeraldo, translucida, a lucentezza un po' grassa, a struttura generalmente fibrosa, assai pesante e tenacissima, roccia proveniente dalla Cina e che i lapidari confondevano colla giada orientale o nefrite (silicato di magnesio e calcio considerato dalla maggior parte dei mineralisti come varietà compatta di tremolite), ma che pur se ne distingue per spiccati caratteri fisici e chimici.
Il suo peso specifico oscilla fra 3,25 e 3,55, la durezza è uguale a 6,5 e talvolta un po' maggiore di quella
(1) Franchi, Sopra alcuni giacimenti di roccie giadeitiche nelle Alpi occidentali e nell'Appennino ligure (Boll. del R. Comit. geol. ital. 1900, n°2).
(2) Comptes Rendus des séances de l'Acad. des sciences, 1863, p. 231.
della giada più dura, cioè uguale a 7; esposta in schegge sottili alla fiamma avvivata dal cannello si liquefà agevolmente, dagli acidi non è attaccata se non in minime proporzioni. Si tratta essenzialmente, secondo Damour, di un silicato di alluminio e sodio con scarsa dose di calcio, magnesio e ossido ferroso, di un composto pertinente al tipo dei pirosseni e al gruppo delle werneriti.
Il medesimo autore descriveva di poi, col nome di chloromelanite, una specie affine alla sua jadeite, ma di tinta più cupa, poco o punto translucida e più ricca di ferro, la quale fu ritenuta come varietà della prima. Egli accennò a parecchi giacimenti esotici di queste rocce e ne illustrò numerosi esemplari rinvenuti sotto forma di ascie od accette in varie parti d' Europa, specialmente in Francia e in Svizzera, e nel Messico (1).
Gastaldi, in Italia, riconobbe di poi la giadaite e la cloromelanite in parecchi manufatti preistorici del Piemonte (2).
Noterò qui, per incidenza, come fra gli autori italiani che si occuparono di tali rocce, parecchi col Gastaldi adottarono le denominazioni di giadeite e cloromelanite, altri collo Strobel reputarono più corretto, in luogo della prima, giadaite, nella quale si conserva inalterata la voce originaria da cui deriva il nome scientifico della nuova specie, mentre Piolti, non so perchè, preferisce iadeite.
Mrazec, da canto suo, manteneva le denominazioni primitive di Damour nei due tipi, in cui si ravvisano specie mineralogiche, ed attribuiva alle rocce corrispondenti quelle di jadéitite e chloromélanitite (in francese). Al medesimo partito si appiglia l'ing. Franchi, il quale volge i due termini in giadeitite e cloromelanitite.
Da principio non si conosceva la giadaite in posto,
(1) Comptes Rendus des séances de VAcadémie des sciences, 1866, p. 813 e 357.
(2) Iconografia di alcuni oggetti d'alta antichità rinvenuti in Italia (Memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino, serie 2, tomo XXVI, Torino 187).
almeno con sicurezza, che del Ce-Kiang nella Cina, dell'alta Birmania e della Nuova Zelanda (1), ed erano pur noti alcuni frammenti o ciottoli greggi, ma erratici, della medesima pietra raccolti nella Stiria e nella Sassonia. Stando le cose in questi termini, il prof. H. Fischer di Freiburg esaminò l'ipotesi, già avanzata da autorevoli archeologi, che la giadaite fosse come la giada importata in Europa dall'Asia, ciò in una ponderosa monografia, ricca di dati archeologici, che vide la luce nel 1874 a Stoccarda, col titolo « Nephrit und Jadeit nach ihrers mineralogische Eigenschaften, sowie nach ihrer urgeschichtlichen und ethnographischen Bedeutung » (2). Senonchè, nel 1881, Damour diede a conoscere una vera giadaite rinvenuta in posto dal sig. Bertrand de Lom presso Saint Marcel in valle d'Aosta (3), e fornì a favore di coloro che ammettevano la provenienza della roccia da giacimenti indigeni un valido argomento, il quale non bastò tuttavolta a dissipare i dubbi.
In varie sue memorie, e principalmente in una pubblicata nel 1879 su « Nuovi oggetti litici della Calabria » (4), il prof. Lovisato diede la descrizione di buon numero di manufatti di giadaite e cloromelanite italiani (in ispecie della Calabria) da aggiungersi a quelli già segnalati da altri.
De Mortillet si mostrò fautore, fin dal 1881, della ipotesi secondo la quale la giadaite, che servi a fabbricare le accette ed altri manufatti preistorici rinve-
(1) La distribuzione geografica dei manufatti di questa pietra giustificava però l'ipotesi che se ne trovassero giacimenti nella Nuova Caledonia, in qualcuna delle isole del Pacifico, nel Messico e nell'America centrale.
(2) L'opera del Fischer ebbe nel 1880 una seconda edizione, parimente comparsa a Stoccarda, che consta di un volume in 8° di 414 pagine con 2 tavole in cromolitografia e 131 figure nel testo.
(3) Bulletin de la Société Minéralogique de France, tome IV, Paris 1881.
(4) Memorie della R. Accademia dei Lincei, voi. III, Roma 1879.
nuti in Europa, sarebbe, almeno in gran parte, indigena; quanto alla giada, dopo aver professato la medesima opinione, egli dichiarava di dubitar molto, perciocchè le nefriti lavorate d'Europa sono rarissime (provengono quasi tutte dalla Svizzera o da territori vicini) e quasi identiche alle asiatiche. Inoltre, nella stazione di Gérofin sul lago di Bienne, i manufatti di nefrite erano associati a bronzi di caratteri orientali (1).
Meyer asserì fin dal 1882 che non mancano in Europa giacimenti di nefrite, giadaite e cloromelanite, e che questi esistono probabilmente fra le Alpi e altrove.
L' Arzruni manifestò la persuasione che le accette di giadaite, essendo generalmente più voluminose di quelle di nefrite e d'altra forma, cioè d' ordinario meno convesse od anche pianeggianti, dovessero servire ad uso diverso. In questo concetto convenne anche il Virchow, ed osservò che le prime sono abitualmente levigate sulla maggior parte della superficie e non solo in corrispondenza del taglio come le accette di nefrite, le quali inoltre si presentano ruvide e talora come artificialmente martellate nella parte opposta al taglio, argomentando da ciò che le une sono oggetti destinate al culto od hanno un significato simbolico, mentre le altre sono vere armi od utensili foggiati per essere fissati ad un manico.
Della controversia, alla quale, oltre ai precitati, presero parte altri etnografi e petrografi, diede conto Pellegrino Strobel (2).
Nel 1886, tra ventuno esemplari di asce, accette o scalpelli litici conservati nel R. Museo di Antichità di Parma, oggetti tutti di quella provincia, o della finitima di
(1) Importation de la néfrite et du bronze (Matériaux pour l'histoire positive et naturelle de l' homme, vol. XVI 2. serie, tomo XII, Toulouse 1881).
(2) Provenienza degli oggetti di nefrite e di giadaite (Bullettino di Paletnologia italiana, anno IX, n. 11 e 12 e anno X,n. 7 e 8. Parma 1883 e 1884).
Reggio, A.B. Meyer ne trovò ben dieci di giadaite e cloromelanite che furono succintamente descritti (1). La questione fece un nuovo passo allorché il Mrazec (2) illustrò petrograficamente e chimicamente un ciottolo di giadaite conservato nel Museo di Bukarest coll' indicazione « Piemonte » , e quando il Piolti espose i caratteri litologici e chimici di un altro ciottolo della medesima roccia da lui rinvenuto in un deposito morenico presso Rivoli in Piemonte (3). Rispetto alla composizione chimica, la pietra descritta dal Piolti differisce dagli esemplari tipici dell'Asia centrale per la copia della calce (12,04 per 100), della magnesia (7,33) e per la conseguente deficienza di allumina (9,66) e di soda (7,84), e lascia supporre che materiali dotati dei caratteri fisici della giadaite possano essere ben diversamente costituiti l'uno dall'altro dal punto di vista chimico. Con ciò, tuttavolta, non poteva ancora ritenersi dimostrato che i materiali dei manufatti giadaitici rinvenuti in sì gran numero nelle stazioni preistoriche neolitiche della Francia, della Svizzera e dell' Italia, fossero propriamente originari delle Alpi e si riferissero alle stesse varietà dei campioni scoperti in Piemonte allo stato erratico.
E' merito dell' ing. Franchi di aver dimostrato che non solo la giadaite si trova in posto fra le Alpi occidentali, ma che inoltre è varietà estrema di una specie litologica assai diffusa. Se non si era segnalata fin qui con tutto il rigore richiesto dalla scienza nei giacimenti alpini, ciò dipendeva dalla insufficienza delle indagini sul terreno e principalmente dalla imperfetta cognizione che si aveva del materiale litico delle nostre stazioni.
Il Franchi ottenne il risultato cui accennavo dopo un esame litologico accuratissimo dei manufatti litici rac-
(1) Bullettino di Paletnologia italiana, anno XII n. 3 e 4.
(2) Mrazec, Note sur une jadéitite du Piemont {Bull. de la soc. des sciences de Bukarest, VII, n. 2, 1898).
(3) Piolti G. Sulla presenza della jadeite nella valle di Susa {Atti della R. Accad. delle scienze di Torino, vol. XXXIV, Torino 1899).
colti nella stazione d'Alba dall' ing. G.B. Traverso, esame col quale si manifestò uno strettissimo nesso litologico e quindi genetico fra le giadaititi e le eclogiti. Questo nesso diede appunto un indirizzo sicuro nella ricerca della roccia in posto.
L'autore della memoria di cui tengo discorso comincia coll' illustrare le rocce della stazione d'Alba, che sono principalmente eclogiti, pirosseniti, giadaititi, porfiriti. L'ultima specie è rappresentata da una varietà formata di pasta zoizitica e feldispatica << tempestata di innumerevoli piccoli granati incolori e di leucoxene impuro e da elementi pirossenici essi pure parzialmente uralitizzati >>, varietà identica a certe porfiriti afanitiche, sviluppatissime alla base del Monviso e alla Lobbia di Viso, ove furono segnalate dall' ing. Stella.
Nella seconda parte del suo lavoro, della quale renderò conto in poche parole, perchè è d' indole più specialmente petrografia, il Franchi espone numerose osservazioni sulle rocce giadaitiche ed eclogitiche delle Alpi occidentali e dell'Appennino ligure, avvertendo che sono associate alle cosi dette pietre verdi e costituiscono numerosi giacimenti, ma non grandi masse. Raramente si trovano, fra le Alpi, in banchi e lenti o noduli che oltrepassano qualche metro di potenza, e sono interposte, il più delle volte, fra le serpentine, da una parte, le eufotidi, prasiniti ed anfiboliti, dall'altra, e, più raramente, sono accluse nella massa stessa di questi vari tipi di rocce.
L' ing. Stella rinvenne le rocce eclogitiche, comprendenti vari tipi di giadaititi, nella massa di pietre verdi del Monviso (al colletto 2477 a N.O. di Alpe Biulé, a S.O. di Punta Murel, al di là di Alpette, a monte del lago superiore di Prato Fiorito, sul fianco occidentale del Colle Armoine ecc. ecc.), come pure nella massa micascistoso-gneissica delle parti inferiori delle valli di Varaita e Po (a monte di Frassino, a Piano Madonna, lungo il sentiero fra Colle Duvetta e Bec Monforte, sul versante sinistro del Vallone Gilba, sul versante sinistro di Valle Isasca, nel versante destro della bassa Val Po, sul contrafforte di Colle Serret ecc.). Franchi aggiunge l'indicazione di molti altri punti più orientali, situati cioè nell'alta valle di Sangonetto, alla Punta del Lago a N.O. del Colle della Bussa, nei pressi di Bussone, a Monte La Croce a S.S.O. di Trana ecc., tutti riferibili alla prima maniera di giacimento ; nella bassa valle dell'Orco, fra Locana e lo sbocco in pianura, e in parecchi altri fra la Maira e la Dora Baltea, appartenenti invece al secondo tipo. Egli accenna di poi a massi erratici di rocce giadaitiche o cloromelanitiche, osservati presso Saint Marcel in Valle d'Aosta e ad altri giacimenti della Valle di Susa e del Biellese, di cui intende occuparsi in altro lavoro.
Rispetto all'Appennino ligure, il Franchi ricorda precipuamente l'alta valle dell'Olba, fra Tiglieto e Pianpaludo, e in ispecie i dintorni di Martina d'Olba, i territori fra Olba e Vara inferiore, Monte Antenna, ed alcuni punti a nord di Bric dell'Oca, a nord di Monte Ermetta, ad est di Monte Beigua ecc. In tutta la regione le eclogiti assumono eccezionale sviluppo e si interpongono fra le serpentine a guisa di dicchi, e in masse minori alternano con scisti anfibolici, serpentinoscisti, micascisti, calcescisti.
La memoria si chiude con descrizioni esaurienti della cloromelanitite di Mocchie, raccolta in Val di Susa presso Condove, che forma ripide rupi a nord dell'abitato detto Le Sinette, della giadeitite dei laghi di Prato Fiorito, della cloromelanitite granitifera erratica trovata presso la Colletta di Paesana, delle eclogiti dei pressi di S. Bernardo di Martiniana, della eclogite zonata di Sea Bianca (Valle Po), la cui struttura a feltro ricorda le giadaiti della Nuova Zelanda, della eclogite erratica di Arramola in Val Maira, di una roccia nefritoide della Valle Grana, roccia derivata da pirosseno forse analogo alla giadaite, di una eclogite di Pianpaludo, di una cloromelanite erratica del torrente Visone presso Grognardo.
Seguono considerazioni comparative in ordine alla giacitura, alle associazioni e alla genesi delle rocce giadaitiche alpine ed appennine e di quelle del Kuenlun, del Tibet e dell'alta Birmania.
Si riassumono, in ultimo, le osservazioni fatte in un certo numero di proposizioni, fra le quali reputo importanti dal punto di vista paletnologico quelle qui appresso trascritte :
<< Nessuna obiezione seria può essere ormai fatta che si considerino realmente come di origine alpina le giadeiti trovate in ciottoli, tanto in Svizzera, che in Piemonte; specialmente quelle della collezione Pisani, del Museo di Bukarest e il campione raccolto dal Piolti, delle quali tre abbiamo descritto tipi corrispondenti di origine alpina certa.
<< Nel materiale della stazione neolitica di Alba figurano, senza parlare delle Iherzoliti, delle eclogiti, talora a glaucofane, delle giadeititi, delle cloromelaniti, delle porfiriti afanitiche e delle anfiboliti, con identici caratteri di rocce analoghe del gruppo del Monviso, della Valle di Susa, del vallone di Oropa e di quello di Saint Marcel.
<< Nell'Appennino ligure, dove son pure frequenti e importanti masse di rocce a pirosseno fortemente sodico, analogamente a quanto accade nelle Alpi Cozie, quelle rocce passano localmente a rocce giadeitiche e cloromelanitiche.
<< E perciò anche possibile che parte del materiale della stazione suddetta possa provenire dall'Appennino ligure, dove può essere stato tolto dagli strati ciottolosi del Miocene inferiore o dai greti dei fiumi fra la Bormida di Spigno e l'Olba.
<< L'origine certamente indigena del materiale roccioso della stazione neolitica di Alba, la evidente sua lavorazione nella stazione stessa, le notizie che si hanno sulla natura dei manufatti litici di diverse stazioni piemontesi e liguri ed i numerosi ed abbondanti giacimenti di tipi svariati di rocce giadeitiche delle Alpi a noi già noti, i quali ci permettono inoltre di intravederne la estensione in altre valli, dove si proseguono i terreni che le comprendono, costituiscono degli argomenti validissimi per affermare la probabile origine indigena di tutto o della massima parte del materiale roccioso delle stazioni neolitiche che si trovano nei due versanti delle Alpi occidentali e dell'Appennino ligure >>.
Chiusa definitivamente per noi, mercè le sagaci e fortunate indagini del Franchi, la questione relativa alla provenienza della giadaite, giova sperare che ben presto abbia ad essere dissipata ogni incertezza anche per quanto concerne la giada.
Arturo ISSEL