Il silenzio delle sirene
Una delle leggende più antiche e più complesse della mitologia greca è quella del vello d'oro.
Essa comprende a sua volta tre storie, collegate tra loro, che riassumerò brevemente.
Il dio del mare Poseidone e la fanciulla Teofane, trasformatisi in pecore per volere del dio, concepiscono un agnello dorato. Tale agnello, grazie alle sue origini divine, sarà portato in varie città da Ermes per dirimere questioni politiche non risolvibili dagli umani. Infine sarà sacrificato ed il suo vello appeso ad un albero nella Colchide, custodito dal mago Eeta tramite un grande serpente che non dorme mai.
La seconda storia è quella di Giasone e gli argonauti. Giasone, figlio di Esone re di Iolco, al quale il fratello Pelia aveva usurpato il trono, viene prescelto dagli dei, in questo caso da Era, per riportare il vello d'oro in Grecia e riconquistare il regno che gli spetta di diritto. Per fare questo dovrà organizzare un viaggio insieme a 50 compagni sulla nave Argo, da ciò il nome di Argonauti. Le traversie del viaggio sono innumerevoli, dall'incontro con le Arpie al superamento delle Simpligadi, rocce mobili che stritolano le navi. Infine giunti in Colchide Giasone deve prima superare le prove mortali preparategli dal mago Eeta, quindi superare la vigilanza del serpente insonne che custodisce l' albero a cui è appeso il vello. La prima prova viene superata con l'aiuto di Medea, figlia di Eeta, la seconda con l'aiuto di Orfeo, uno degli argonauti, che con la sua musica e il suo canto fa addormentare il serpente.
La terza storia prosegue la precedente con la fuga degli argonauti con il vello d'oro e con Medea, la quale, innamorata di Giasone, lo segue nel viaggio. Giunti dopo altre peripezie a Iolco, Giasone uccide l'usurpatore Pelia, ma non riacquista il trono perché, a causa di questo omicidio, viene esiliato a Corinto. Qui la nave Argo viene deposta sulle rocce e il vello d'oro invece deposto nel tempio di Zeus a Orcomeno.
La fine della storia è tragica per entrambi i protagonisti: Medea, abbandonata da Giasone che sposa Glauce, figlia del re di Corinto, uccide i due figli avuti da lui e scompare su un cocchio di fiamma. Giasone invece viene travolto dalla prua di legno staccatasi dalla nave Argo, un giorno nel quale è andato in pellegrinaggio sulle rocce a ricordare i compagni di avventure e i tempi trascorsi.
Mi rendo conto che il riassunto promesso inizialmente non è stato così breve, ma credo necessario, a meno che non si voglia guardare una mostra come questa di Citron come si guarda una mostra degli Impressionisti, per il puro piacere dell'occhio: “che bei colori, bella luce!”
Un'opera pittorica non è solo un'immagine, è una storia vissuta.
Nella mostra sono presenti due opere riguardanti il mito sopra narrato: la prima si intitola esplicitamente “Il Vello d'oro”, la seconda “La nave degli Argonauti”.
“Il vello d'oro”appare a prima vista scarno, quasi deludente nella sua essenzialità: una semplice mezzaluna, forse un otre appesa a rami invisibili; sullo sfondo bianco delle scritte in latino, parzialmente cancellate e coperte dall'ombra. Si distinguono chiaramente solo due parole: Pelies e filium, forse anche Aesones. Sono questi i nomi dei protagonisti iniziali della seconda storia della trilogia: Pelia, Esone, il figlio Giasone. La storia viene sintetizzata con una forma lapidaria incombente su scritte lapidarie, nessun accenno zoomorfo (chi ha mai visto un vello d'oro?), nessun accenno ambientale (chi è mai stato in Colchide?). Però è rosso, come le vesti porporate dei re, come le pietre preziose, come il sangue versato. E tanto basta.
La seconda opera “La nave degli argonauti” è invece abbastanza chiara: una nave a vela con prua a forma di testa d'uccello (quella che travolgerà alla fine Giasone), scudi sulle fiancate, uomini a bordo, relitti in un mare giallo. Argo sta andando verso la sua destinazione, o sta tornando verso Iolco? Sta affrontando le Simpligadi o le Sirene? O forse è già arenata sugli scogli di Corinto?
Non lo sapremo mai, perché è in tutti questi luoghi simultaneamente, perché il tempo nel mito è assente nel suo eterno presente.
La caratteristica principale del mito, oltre a quella dell'eternità è quella della sua capacità di assorbire nel suo tessuto storie successive, di farle sedimentare in un corpo sempre più vasto, senza mai però cedere nulla della leggenda originaria. Il mito del Vello d'oro è antichissimo, contemporaneo ai poemi omerici, con cui condivide molti elementi visibili a chi conosce l'Odissea. Le sue prime testimonianze scritte sono del III secolo a.C. In Pindaro e Apollonio Rodio, poi nelle tragedie di Euripide e Seneca, infine nelle Metamorfosi di Ovidio. Prima di essi la leggenda iniziale era tramandata a voce, da aedi nelle corti principesche, poi nei teatri delle poleis nei concorsi per drammaturghi, infine nelle opere scritte dei poeti greci e quindi latini. Ciascuno di essi ha probabilmente aggiunto qualche personaggio o particolare proprio, per abbellire o drammatizzare la trama o anche solo per ambientarla nel luogo dove veniva narrata, per farne partecipi gli abitanti locali. Ma la leggenda non ha risentito di questi innesti, li ha assorbiti poiché una grande storia accetta di essere contaminata. Raramente, credo, siano state cancellate parti della trama originale, casomai se ne è narrata solo una parte, come nel caso della tragedia di Medea.
In questo senso il mito si apparenta alla fiaba, che è una versione popolare del primo, ambientata in ambiente contadino invece che eroico, pur mantenendo spesso aspetti inquietanti, a volte sanguinari; si pensi a Cappuccetto rosso, Hansel e Gretel, lo stesso Pinocchio.
Anche nel racconto di fiabe il narratore può aggiungere episodi e situazioni nuove, per arricchire l'intreccio, ma non può fare il contrario, cioè tagliare dei fatti già raccontati prima, poiché l'ascoltatore protesterebbe. Qualsiasi bambino ve lo può confermare.
Anche nei sogni avviene questo, anche se non posso esserne testimone per tutti: i personaggi sognati assumono spesso aspetti ulteriori, inattesi rispetto a quelli conosciuti, quasi mai perdono invece le caratteristiche tipiche per le quali li abbiamo conosciuti.
Il titolo della mostra “Sogni” si giustifica in questo senso, per l'affinità psichica che accomuna queste tre forme culturali e spirituali.
Chiarito questo, la chiave di comprensione delle opere di Mirio Citron diventa più agevole, come lavoro non solo di “interpretazione”, ma di ampliamento, di puntualizzazione illuminante di particolari del patrimonio leggendario tramandatoci. L'ampliamento, l'integrazione di immagini rispetto a storie già raccontate è legittimo, certo non con lo spirito ottocentesco dei pittori neoclassici o romantici, “rappresentativo” di eventi fissati una volta per tutte, ma con lo spirito antico della ricerca di spazi di intersezione di significati altri, non meno misteriosi e ambigui di quelli originali.
Le altre leggende integrate nella mostra sono più noti e non hanno bisogno di molte spiegazioni.
Due opere riguardano il mito del Minotauro, il labirinto, Dedalo, Icaro ben conosciuto da tutti; la prima opera è ”Dedalo”, rappresenta l'anziano progettista del labirinto che tenta di spiccare il volo con ali che, pur dirette verso il basso, lo trascinano verso l'alto; la seconda è “Icaro”, il giovane figlio rappresentato con testa di uccello, circondato da vele che sembrano proteggerlo dal vento piuttosto che assecondarlo. In entrambi i quadri aleggia il dubbio, l'incertezza sulla riuscita della fuga via cielo.
“Prometeo” si innesta nel mito sul padre della civiltà greca, l'Adamo pagano, l'uomo che ri-conquista il fuoco di Zeus per gli altri uomini, punito dal dio a causa di una beffa ordita dallo stesso eroe durante un sacrificio, con la condanna a un rodimento giornaliero del fegato da parte di un avvoltoio. In questo quadro risaltano i corpi di Prometeo, che si fonde con le rocce del Caucaso e il corpo del rapace, che contiene in sé tutto il cielo ed altri volatili.
A proposito di uccelli, spenderei una parola sulla notevole quantità di tali animali presente nei quadri del nostro artista. Sono animali di forte suggestione formale, congiunta a una scarsa espressività mimica. C'è, a mio parere, una ragione in questa presenza quasi ossessiva: gli uccelli sono per loro natura messaggeri di qualcuno, spesso una divinità. Non hanno sentimenti propri, almeno non ravvisabili dagli uomini: l'avvoltoio rode il fegato senza ferocia, il cigno (Zeus), più interessato al contenitore del proprio seme che alla fanciulla, possiede Leda senza passione, il cardellino canta senza allegria, la colomba porta l'ulivo di pace senza empatia. Gli uccelli simboleggiano le divinità olimpiche, soprattutto quelle maschili, abbastanza indifferenti alle sorti umane, se non per capricci erotici e ire passeggere. Il loro occhio vacuo è simbolo di questo rapporto asimmetrico tra dei e uomini, che non può essere colmato da nessuno sguardo che si incrocia.
Infine voglio richiamare l'attenzione su un piccolo quadro in mostra: “Ulisse e le sirene”. L'eroe acheo, come narra Omero, è legato all'albero della nave, solo, su uno sfondo rosso che lo fa risaltare alla vista di eventuali sirene, delle quali però non c'è traccia. Quando l'ho visto mi è subito venuto in mente il fulminante racconto di Franz Kafka “Il silenzio delle sirene”, nel quale lo scrittore boemo, uno dei pochi della modernità che ha detto qualcosa di acuto sul mito, narra a suo modo la storia. Ulisse non ha sentito affatto il canto delle sirene, perché queste hanno deciso di tacere al suo passaggio, affaccendate a stirarsi sugli scogli e a sciogliere al vento i propri terrificanti capelli. Un passo è fondamentale per comprendere cosa vuole dirci Kafka:
“Senonché le sirene possiedono un'arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nessun mortale può resistere al sentimento di averle sconfitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne deriva”.
E' la riaffermazione della potenza del mito e nello stesso tempo la sua messa in crisi: se Ulisse, uno dei grandi eroi è costretto a questa messa in scena a favore dei suoi compagni, degli dei, di se stesso, allora forse tutta la mitologia è una messa in scena per puro intrattenimento, una recita avvincente per rendere più accettabile la condizione umana. Accogliamo questa duplicità di lettura,bi che non sarebbe dispiaciuta allo spirito greco, che considerava inevitabili le contraddizioni nei suoi eroi, tutti, chi più chi meno, affetti da peccati e vizi. I Greci accettavano la messa in scena della loro storia leggendaria, a patto che la recitazione fosse fatta bene, grazie all'arte che riscatta la vita.
La mostra di Mirio Citron ci avvince come una messa in scena ben fatta.
Carlo Bracaglia