S. Bona e suo Cimitero
S. Bona e suo Cimitero
Parrocchia S. BONA Vergine e suo Cimitero
dalle origini ai nostri giorni
Nel borgo di S. Bona, fin dal 1170 e forse prima, come attestato da una bolla papale di Anastasio IV (1153), sorgeva una chiesetta detta “de extra et prope Tarvisium” cioè di fuori e vicino Treviso soggetta al “juspatronatus” del Capitolo della Cattedrale.
Le reliquie di S. Bona furono traslate dalla Terra Santa tra il 1099 e 1106. Sembra che da Venezia il suo corpo abbia fatto una tappa a Treviso prima di arrivare a Vidor dove venne costruita l'abbazia a lei dedicata. Nel luogo della sosta a Treviso nacque la cappella di S. Bona. Essa sorgeva all'incirca subito fuori le mura di Treviso. Nell'ambito dello stesso territorio sorgevano anche le chiesette di S. Caterina e S.Chiliano entrambe della giurisdizione del Capitolo. Quest'ultima si trovava lungo il corso del Cagnan ed ancor più vicina alla città: sembra che abbia dato il nome allo stesso fiume. Considerato il ponte di San Chiliano esistente nell'odierna via Canova in centro a Treviso, i confini del borgo di S. Bona principiavano quindi dalla roggia del Cagnan nei pressi del Duomo ed arrivavano fino ai colmelli di Orsenigo a nord e Cornaino a est, queste tre località della “campagna bassa” di Treviso formeranno la futura Parrocchia di S. Bona.
Vicino al territorio di S. Bona, sulla riva destra del Botteniga, sorgeva anche il monastero delle suore Camaldolesi di Santa Cristina, di cui abbiamo notizia da un codice pergamenaceo del Ferreto del 1316 che afferma, che a questo monastero era annesso un ospitale dove morì nel 1267 S. Parisio, e dove sarebbe stato accolto e curato il beato Enrico da Bolzano. Il monastero e l'ospitale, dopo il 1341, si chiamarono indistintamente “di S. Cristina e di S. Parisio”.
Nel 1300 la cerchia delle mura di Treviso aveva una circonferenza molto inferiore a quella attuale, comprendeva 13 porte, tra cui al lato nord quella di S. Bona che era la principale, costruita intorno al 1300 fu rinnovata nel 1319, vi erano dipinte le immagini di 17 santi tra cui quella di S. Bona e accanto quella di S. Lucia.
Venezia, fin dal 1339 aveva esteso il suo dominio sulla terraferma comprendendovi anche Treviso, e per difendersi dalle minacce di possibili invasioni pensò di fortificare le città della pianura, ed in particolare Treviso, trasformandola in una vera fortezza. Furono distrutti molti borghi e altri inglobati nella nuova cinta muraria, in seguito, poiché urgeva una maggiore difesa, la città fu circoscritta dalle nuove e attuali mura la cui costruzione iniziò nel 1509 su progetto del famoso idraulico ed ingegnere militare Fra Giovanni Giocondo dell'Ordine degli Eremitani di Verona, sostituto poi da Lorenzo di Ceri (della famiglia degli Orsini) e completate con qualche modifica da Bartolomeo D'Alviano nel 1513. Sempre per motivi di difesa le porte furono ridotte a tre. Quella di S. Tommaso, dei Santi Quaranta, e l'Altinia. La porta di S. Bona scomparve e ridotta ad un semplice portello. Gran parte del borgo era stata demolita, della chiesetta non si hanno notizie precise, a poco a poco cadde in rovina, e ne venne costruita una nuova un po' più a ponente, all'incirca dove oggi è la chiesa- oratorio di S. Filomena che venne consacrata nel 1571.
Dopo un secolo, 1671, fu necessaria una nuova ricostruzione per rispondere alle esigenze della popolazione. Occorrendo però una chiesa più centrale, nel 1681 si ebbe il permesso di avviarne i lavori per una nuova, ma i tre colmelli non trovarono un accordo sul sito e tutto rimase fermo.
Le relazioni tra queste tre località non sempre furono pacifiche, nel 1539 gli abitanti di S. Bona e di Orsenigo litigarono con quelli di Cornaino che non ritenevano corrispondere il quartese al parroco di S. Bona con il pretesto di appartenere alla giurisdizione di San Palè (S. Pelagio).
Si arriverà così alla seconda metà del 1700 quando il Senato della Repubblica, in risposta alle suppliche di parroco e villici, con decreto 27/1/1750 concesse di “rifabbricare una nuova chiesa con le pie offerte de' stessi”. Passarono otto anni per il superamento dei non lievi oneri, affrontati con molto impegno dal Parroco don Bernardino Centenaro, per il disbrigo delle pratiche presso il Governo della Repubblica di Venezia, presso il Vescovado, e il Comune di Treviso. Non ultime le trattative con l'avvocato veneziano Sebastiano Uccelli ricco proprietario di terre e della villa Ca' Zenobio che donò il terreno alla comunità di S. Bona per la costruzione dell'attuale chiesa parrocchiale e sistemazione dell'attiguo cimitero.
Da un documento dell’Archivio Parrocchiale risulta che la costruzione effettiva della chiesa avvenne in un terreno di proprietà dell'Ospedale S. Maria dei Battuti permutato con quello offerto dall'avvocato Uccelli, e si arrivò così a poter dare l'avvio alla costruzione con progetto di Carlo Corbellini e la posa della prima pietra il 6 marzo 1759.
I lavori per la nuova chiesa procedono con aiuti vari, come il legno del Montello donato gratuitamente per Decreto del Senato di Venezia, le offerte delle confraternite anch'esse con l'approvazione del Consiglio dei X, ma a sopportare le spese più ingenti e per lungo tempo, concorse la popolazione, contribuendo per chi ne aveva possibilità, con doppia porzione di quartese.
Nel dicembre 1771 dopo la benedizione del Vescovo Paolo Francesco Giustiniani, hanno luogo le prime officiature, intanto nella vecchia chiesa di S. Bona, in dismissione per insufficiente capacità ambientale, rispetto al numero sempre crescente delle anime, le celebrazioni continuano ancora per un anno, autorizzate dalla curia per facilitare i fedeli all'adattamento graduale per la distanza, le brutte strade, e il maltempo.
Il 30 settembre 1772 il vescovo benedice il nuovo cimitero attiguo alla parrocchia.
Il 29 aprile 1779 vengono consacrati dallo stesso Vescovo Giustiniani la nuova chiesa in onore di S. Bona Vergine Patrona principale, S. Sebastiano, S. Rocco e l’altare, con incluse le reliquie dei santi martiri Giocondo e Prospero. È Parroco don Giovanni Antonio Ambrosi.
Sempre nel 1779 il vescovo raccomanda di sensibilizzare i parrocchiani a partecipare con le loro offerte anche per un nuovo progetto: la casa per il parroco! Egli, infatti, abitava ancora a S. Bona vecchia ed era impossibilitato ad esercitare prontamente il suo ministero e garantire alla chiesa una forma di custodia. È con molto impegno che il nuovo Parroco don Bonaventura Mozer in carica dal 1804 al 1844 riuscì a vedere ultimata nel 1806 la nuova canonica. La data, impressa in mosaico veneziano, è la prima cosa che balza alla vista a tutt'oggi, quando si accede agli ambienti del primo piano dello stesso edificio.
Nel 1808 la chiesa viene insignita del titolo Arcipretale con decreto dell'allora Vescovo Bernardino Marini il cui episcopato 1788 – 1817 coincise con l'ultimo periodo della Serenissima. Ebbe appena il tempo di terminare la Visita Pastorale prima che dal 1797 al 1813 il territorio cambiasse per ben sette volte il governo politico, tra municipalisti, francesi e austriaci. Preoccupato e sollecitato da tali eventi, si comportò in maniera non dissimile dagli altri Pastori delle Diocesi vicine, proteggendo per quanto possibile il suo clero svolgendo una funzione di mediazione presso le differenti autorità politiche, affinché attività pastorali da un lato e situazione della popolazione dall'altro ricevessero il minor numero di danni possibili.
Numerose e puntuali sono state le Visite Pastorali che i vescovi hanno dedicato alla parrocchia per mantenere i contatti personali con il parroco e con il popolo per ravvivare le energie di tutti, per lodarli, per incoraggiarli, per consolarli. L'evento è anche occasione per richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e ad un'azione apostolica più intensa. La visita gli consente anche di valutare l'efficienza delle strutture e gli strumenti dedicati al servizio pastorale.
Alla morte di don Mozer venne nominato don Ignazio De Faveri che ricordiamo per aver provveduto ad abbellire e sanificare la chiesa con il pavimento in marmo poiché la stessa aveva ancora un pavimento in terra battuta. Il lavoro fu ultimato nel 1856 dal tagliapietra veneziano Giovanni Dalle Ore e fu pagato con una nuova tassa volontaria tra i parrocchiani.
Durante il periodo in cui fu parroco don Ignazio, fu dato l'incarico (1838) al Professore Sebastino Santi pittore e membro della Regia Accademia di Venezia, di affrescare la volta della navata e la cupola del presbiterio della chiesa con precise indicazioni sulle raffigurazioni. L'opera davvero bella fu terminata nel 1840. Don Ignazio iniziò anche il riordino dell'Archivio Parrocchiale, ma non riuscì a terminarlo a causa della salute malferma. Al suo ritiro governò la parrocchia per breve tempo don Felice Crespan sacerdote dotto e caritatevole.
È doveroso anche ricordare che in quell'epoca la popolazione fu investita da epidemie gravi e letali, non era cessata quella del vaiolo che fu presente per diversi anni e provocò un gran numero di morti, che un'altra se ne presentò suscitando grave apprensione, era l'epidemia del colera, angosciante e incurabile, proveniente dall'est europeo dilagò in Italia dal 1835 provocando migliaia di morti. Nel territorio trevigiano, dal 1835 si registrarono solo casi isolati letali a S. Bona, fino all'esplosione endemica del 1855 con 31 decessi, per riprendere poi nel 1886 con l'ultimo grande contagio. Anche un'altra malattia era da tempo presente e non accennava a diminuire, parliamo della pellagra, nel 1852 in alcune località dell'agro trevisano la pellagra dilagava, essa colpiva le classi di coloni e braccianti soggetti a contratti agrari sempre più onerosi e insostenibili, portando gli stessi ad una condizione di indigenza. A provocarla ed aggravarla contribuiva quindi il vitto scarso e quasi esclusivamente a base di polenta e della più bassa qualità, ma anche altre circostanze: la poca pulizia delle abitazioni e della persona, il passare l'inverno in stalle tra vapori ed esalazioni di letamai. Questa malattia si presentava con disturbi gastroenterici, scompensi proteici, astenia, cui si associavano disturbi psico-depressivi fino alla demenza. Il centro di cura era il noto pellagrosario istituito dal veneziano Costante Gris in Mogliano. A soffrirne maggiormente furono le aree lombardo-venete; in particolare nel Veneto: Treviso e Padova mantennero i più alti livelli per tutto l'Ottocento con un'incidenza di circa il 10% della popolazione agricola. I primi casi di “scorbuto” si verificarono a S. Bona nel 1791.
Nei quinquenni successivi 1806-10, 1811-15 sono segnalati rispettivamente 14 e 18 decessi, durante la carestia del 1816-17 i morti salgono a 23. In questo biennio, nel trevigiano, i malati di pellagra raggiungono il numero di 95.000. La condizione migliorò quando negli anni di fine 800, inizio 900, la pressione demografica sulle campagne, inasprita da insufficiente distribuzione alimentare, diede origine ad un breve ma intenso fenomeno migratorio verso l'America, dalla provincia di Treviso nel 1888 partirono il 5,4 % dei residenti.
Tra le grandi malattie sociali ci fu anche la tubercolosi. L'impossibilità di affrancarsi dalla miseria delle classi popolari a causa di lavoro eccessivo, salari insufficienti, deficienze alimentari, insalubrità delle abitazioni e degli ambienti di lavoro, privi anche della minima previdenza, furono le cause dell'incremento di questa malattia. Il bacillo di Koch che ne era responsabile si trasmetteva attraverso l'inalazione di polveri e goccioline provenienti da persone e animali malati, il debole ricambio d'aria, l'affollamento familiare in abitazioni malsane acuivano la propagazione.
Tra le altre cause di malattie mortali ricordiamo le febbri, definite via via maligne, perniciose, nervine, definizioni queste che troviamo nei registri dei morti, ma non ci illuminano sulle patologie.
Torniamo alla nostra Parrocchia
Il 1859 fu l'inizio dell'arciprete don Luigi Zaramella, il suo periodo è caratterizzato dalla costruzione del campanile che durò dieci anni 1862–1872. La possibilità di realizzare quest'opera si deve alla generosa offerta di Lire 20.000 austriache da parte della ND contessa Sofia Spineda che aveva dato disposizione al suo erede Antonio Zalivani affinchè il desiderio, che le sue spoglie mortali trovassero sepoltura dentro la chiesa di S. Bona, fosse esaudito. L'offerta aveva lo scopo di sovvenzionare la costruzione di una torre campanaria. In archivio è presente il carteggio tra la Regia Amministrazione Provinciale di Treviso, il signor Zalivani, il Parroco della chiesa, per il Decreto e le autorizzazioni. Tante furono anche le offerte e le prestazioni gratuite di manovalanza dei parrocchiani. Progettista del campanile fu l'ing. dr. Luigi Monterumici trevigiano. Una lapide a ricordo della contessa Sofia Spineda e della sua buona opera è murata sulla facciata principale del campanile.
Il 24 aprile 1873, don Luigi Zaramella, colpito da improvviso forte malessere muore.
Alla guida della parrocchia giunse don Natale Reginato, persona dotata di grande senso di pietà, zelo sacerdotale, e vasta dottrina. Dotato di profonda conoscenza della lingua francese, si adoperò per la traduzione di una grande opera:” Il problema dell'ora presente” di Henry Delassus che gli valse l’elogio di Mons. Andrea Giacinto Longhin e in seconda edizione anche un autoriale apprezzamento di Papa Pio X. Il suo nome fu annoverato tra gli episcopabili.
Nel 1877 ricordiamo la costruzione della cappella funeraria a lato della chiesa, su progetto di Antonio Monterumici. Il vescovo di allora Mons. Federico Maria Zinelli scelse S. Bona come luogo della sua sepoltura, in essa sarà sepolto anche Mons. Giuseppe Apollonio.
Don Natale Reginato intanto aveva un pensiero predominante, egli ambiva abbellire ulteriormente la chiesa, renderla più prestigiosa dal lato artistico e vi riuscì grazie anche all'interessamento del pittore e amico Enrico Reinhart che interpose i suoi buoni uffici presso l’artista Ludwig Mayer professore dell’Accademia di Vienna per eseguire gli affreschi nella chiesa. Egli accettò l'incarico per una somma più modesta di quella avanzata dal pittore Lodovico Seitz interpellato in precedenza, e tra il 1891 e 1898 l'artista Mayer eseguì il notevole ciclo di affreschi.
Ad arricchire ulteriormente il patrimonio artistico fu anche il Prof. Reinhart che dipinse ad olio le 14 tavole della Via Crucis e le donò alla chiesa che egli aveva preso ad amare e frequentare.
Numerose altre opere di pregio sono presenti nella chiesa, tra queste un magnifico paliotto antico, stimato del 1500, finemente ricamato in seta con scene della creazione. È stato questo un generoso dono del nobile Lodovico Gabrieli che abitava in una sua villa nella vicina Via dei Biscari.
Una nota di complemento ancora mancava, e don Natale vi provvide facendo costruire dei bellissimi banchi e dei confessionali ad opera di bravissimi artigiani di S. Bona. Ora l'aspetto della chiesa era davvero leggiadro.
Nelle carte della prima Visita Pastorale del Vescovo Andrea Giacinto Longhin del 1907 troviamo la sua descrizione che oggi possiamo definire un modello inarrivabile di recensione positiva. Così recita: “La chiesa è in ottimo stato, splendidamente decorata con affreschi del Mayer pittore di Vienna stimatissimo, e nei Decreti scrive: “La chiesa è veramente un gioiello: quadri artistici di rinomati autori, organo liturgico, banchi nuovi, altari, confessionali, il tabernacolo, Battistero, OO.SS. (olii santi), RR.SS. (sante reliquie), paramenti e arredi sacri, tutto insomma in piena regola e secondo le prescrizioni canoniche e liturgiche”.
Nel 1908, don Natale molto devoto a S. Filomena, decise di far costruire nell'area un tempo occupata dall'antica parrocchiale di S. Bona esistente fino al 1771, la chiesa-oratorio, nota come S. Filomena. Il 16 dicembre 1908 il Vescovo Longhin benedisse la prima pietra assistito dall'Arciprete don Natale, dal cappellano don Pio Bordignon ed altri sacerdoti. Il tempietto venne eretto in onore della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, di S. Chiliano vescovo, S. Filomena, S. Cristina, S. Parisio, già titolari di altre chiese scomparse del territorio di S. Bona. La chiesetta fu aperta al culto l'11 agosto 1911, con la benedizione del Vescovo Longhin, vi fu una solenne cerimonia e l'altare venne consacrato con la posa delle reliquie di S. Cristoforo. Dal gennaio 1972 l'oratorio fu chiuso al culto. La condizione di degrado in cui ha versato gli ha fatto correre il rischio di essere demolito. Nel 2002, don Rodolfo Budini, allora parroco dell'Immacolata, stimolato anche dal desiderio fervoroso di un giovane parrocchiano, prematuramente scomparso, ha presentato ai fedeli la proposta di riportare l'Oratorio di S. Filomena all'originale funzione di edificio consacrato. Con la costituzione di un “Comitato salviamo Santa Filomena”, l'impegno per il disbrigo delle pratiche burocratiche, la gestione oculata per il coinvolgimento di Istituzioni, e le numerose offerte hanno permesso un ottimo risultato di cui oggi il quartiere può beneficiare dal punto di vista spirituale e artistico. Il nome di don Natale Reginato rimane a imperitura memoria, legato a quest'opera.
Nel 1912 inoltre, egli fondò le Associazioni Cattoliche che ebbero in seguito moltissimo sviluppo. Il 19 giugno 1915 concluse la sua vita terrena con vivo cordoglio della popolazione che lo amava e lo venerava.
A don Natale successe don Giovanni Andreatta. Egli dovette affrontare il difficile periodo della guerra, la popolazione soffrì molto specialmente dopo la disfatta di Caporetto, molta gente del Friuli e del Piave dovette emigrare verso le nostre terre che ne accolse un gran numero.
Don Andreatta si prodigava in tutto il possibile, ed anche a distribuire gli aiuti Pontifici, della Croce Rossa, e Americana a tutti i bisognosi.
Grande sgomento suscitarono le incursioni aeree tra l'aprile 1916 e l'ottobre 1918. Il prolungarsi della guerra contribuiva a generare nelle famiglie paura, apprensione. Crescevano i disagi, le malattie, le epidemie, fu di questo periodo la micidiale febbre spagnola che causò anche a S. Bona moltissime vittime.
Il 4 Novembre 1918 le campane suonarono a festa, la guerra era terminata! Purtroppo, 50 figli erano morti sui campi di battaglia e altri 15 morirono in seguito, per cause di guerra.
Nel 1919 dopo il sanguinoso conflitto, il parroco ebbe cura di far erigere il monumento ai Caduti per la Patria e la stele con incisi i loro NOMI. Quest’opera fu veramente gradita alla popolazione.
Nel 1921-1922 don Andreatta fu impegnato ad assolvere le disposizioni che il Comune di Treviso, comunicò in relazione al nuovo Regolamento di Polizia Mortuaria che vietava la costruzione di nuove tombe nei cimiteri parrocchiali. Arrivò anche la comunicazione del Commissario Prefettizio che gentilmente lo invitava a consacrare il nuovo cimitero interfrazionale di S. Bona, ove, dal 1° gennaio 1923 dovevano iniziare le inumazioni. Il 23 dicembre 1922, delegato dal Vescovo, Mons. Giacinto Longhin, il Parroco don Giovanni Andreatta benedisse solennemente il Cimitero per la Frazione di S. Bona che sorge a 500 metri dalla Chiesa Arcipretale e che sarà usato dal primo gennaio 1923, rimanendo sospeso il vecchio cimitero intorno alla chiesa.
La Cerimonia della Benedizione ebbe luogo alle ore 10 AM. alla presenza di molto popolo.
“Compiuto il rito e conveniente sermone, ho celebrato la S. Messa nel mezzo del Cimitero”. Questo è il messaggio scritto di suo pugno nel Registro dei Morti nel dicembre 1922.
La sua volontà di prodigarsi era incessante, e con perizia eseguì un adattamento della ex casa colonica dei Bortoletto sul terreno dell'Ospedale Civile di Treviso realizzando l'Asilo Infantile ed un'ampia sala teatrale, successivamente fece erigere una costruzione come sede delle Associazioni Cattoliche tra la chiesa e la canonica utilizzata anche come cinema e teatro.
Costituì inoltre una banda musicale con diversi elementi che rimase attiva per circa dieci anni. Chiese di ritirarsi e lo ottenne, il 31 dicembre 1930. Con la sua operosità ha lasciato una corposa e ammirevole testimonianza del suo passaggio nella Parrocchia.
In seguito all'Arciprete don Giovanni Andreatta, e per brevi periodi ressero la parrocchia: Padre Gallo dei carmelitani, poi don Giuseppe Cuzzato e ancora per pochi mesi don Luigi Simoncello,
Dal 1934 venne alla parrocchia don Bruno Franceschini, saggio e infaticabile. Egli si occupò innanzi tutto a compiere opere di manutenzione ove necessarie, come puliture, tinteggiature, riparazioni del tetto, rifusione delle campane e molta attenzione agli ambienti per lo sport. Riuscì ad ottenere in dono dal dr. Luigi Alverà allora podestà di Venezia, un appezzamento di terreno ove ricavò un campo sportivo. La sua opera più importante e costosa fu la realizzazione di un nuovo asilo infantile che urgeva da tempo e lo assorbì anche come manovale per rafforzare le fila di tanti volontari. Vi dedicò denaro energia e passione. Nulla lasciò di intentato per far fronte alle forti spese, anche gli introiti più esigui veicolò nell'impresa, come per esempio l'idea di distribuire ad ogni famiglia contadina un congruo quantitativo di “bacolini” per il raccolto dei bozzoli, il profitto non lo deluse e ripetè l'iniziativa per vari anni. Ora l’asilo così ampliato poteva accogliere un gran numero di bambini, poi gli alunni del doposcuola e la Scuola Elementare privata.
Egli venne poi trasferito. A lui seguì don Gino Stradiotto cappellano (sarà nominato parroco nel 1949). Intanto si era scatenato il secondo conflitto mondiale, 21 figli di Santa Bona persero la vita e altri 7 morirono per cause di guerra. Superfluo ricordare i disagi sopportati dalla popolazione, difficoltà di vita, di mezzi di sostentamento, razionamenti e attività di “mercato nero”. Il morale del popolo era già a terra quando il 7 aprile 1944 la città subì il disastroso bombardamento. Furono 7 minuti di inferno e spavento, si registrarono crolli di case, incendi, macerie.
Dopo questa barbara incursione, gli abitanti di S. Bona, che in precedenza non si muovevano da casa limitandosi a osservare il cielo, convinti che Treviso, priva di obiettivi militari, non dovesse essere oggetto di bersagli, ad ogni segnale di allarme, iniziarono a cercare riparo correndo verso i campi per nascondersi sotto gli alberi, anche l'interno del campanile era scelto come rifugio antiaereo. Maggiore pena era causata dagli allarmi notturni e durante la stagione invernale, fuggire in fretta, senza luce, provvedere ad aiutare anziani e ammalati. Don Gino si prodigò molto, ebbe cura di aiutare molte famiglie che versavano in difficili situazioni economiche.
Era ormai il 30 aprile 1945 quando Treviso e dintorni iniziarono a riconquistare un po' di tranquillità, ed ebbe inizio il periodo postbellico. Tornarono i sopravvissuti, dalla guerra e dai campi di prigionia. Grande gioia suscitò il rientro dalla Russia dopo dodici lunghi anni di prigionia del Ten. Medico Enrico Reginato Medaglia d'Oro al V. M. era il 13 febbraio 1954. Egli si era distinto per alto senso del dovere, sconfinato altruismo, nobiltà di sentimenti, altissimo amor patrio.
Intanto in Parrocchia don Gino continuava l'opera del suo predecessore provvedendo alla manutenzione di tutto il complesso, tinteggiatura della chiesa e rimessa a nuovo della facciata, elettrificazione delle campane, dotò di spogliatoi la Polisportiva.
Altra sua impresa fu la petizione per la costruzione della Parrocchia dell'Immacolata e provvedere anche al suo arredo. L'inizio dell'attività di questa chiesa è il primo gennaio 1972. È Vescovo Antonio Mistrorigo.
Al ritiro di don Gino Stradiotto, per motivi di salute, la Curia designò don Giuseppe Vardanega a cui si sono succeduti:
don Gelindo Campagnaro
don Antonio Mensi parroco anche dell'Immacolata
don Mauro Fedato “ “ “
Attualmente è Parroco don Federico Testa “ “ “
Tanti di noi hanno conosciuto questi ultimi parroci, da don Giuseppe Vardenega in poi, e sono note tutte le loro opere: manutenzione continua, restauro interno ed esterno della chiesa, sistemazione dell'impianto elettrico e dell'organo, bonifica delle parti ammalorate riguardanti la struttura del complesso. Anche il loro impegno pastorale è sempre stato portato avanti, assiduo e costante, verso tutta la comunità, con attenzione particolare ai bambini, ai ragazzi, alla catechesi.
Nella descrizione degli avvenimenti, del periodo storico narrato, abbiamo registrato la continua e generosa partecipazione che la Comunità ha sempre corrisposto, per la realizzazione di tutte le opere, comprese quelle di prossimità, che nel tempo sono state promosse da chi era, ed è, alla guida della Parrocchia.
L’amore per la propria terra e per le proprie tradizioni è molto radicato in questa comunità ed è sicuramente il collante che alimenta il bellissimo sentimento di amicizia che vi regna.
Attualmente don Federico, dotato di sensibilità culturale e sensibilità estetica, a completamento dei recenti lavori all'esterno della chiesa, ha avviato anche un progetto di restauro delle lapidi che sono affisse all'interno del muro di cinta della chiesa, esse versano in uno stato di indecorosa condizione anche per la loro vetustà, ma sono pur sempre elementi di unione tra i vivi e i morti, ed è nel rispetto della memoria, che ha desiderato riportare su di esse l'attenzione per il recupero di una memoria storica e culturale.
Treviso 05/11/2023