«L'assassinio Dalla Chiesa dopo l'assassinio Moro è certamente il delitto più grave della storia della Repubblica. Le carte di una sentenza giudiziaria sono di solito raggelanti. Le carte sulla vita del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa rappresentano invece la certificazione drammatica e autorevole di verità finora negate, nascoste, manipolate»
(Dalla sentenza-ordinanza del maxiprocesso 1985)
Da quel fatidico 3 settembre 1982 sono passati 4 decenni, ma ancora oggi persistono diverse zone d'ombra intorno all'omicidio di una delle figure che più di tutte rappresentano la parte sana ed esemplare delle istituzioni.
Dopo una vita passata a combattere la criminalità, nel 1982 il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa mirava a colpire la struttura militare di Cosa Nostra, isolandola dalla politica. Viene nominato Prefetto il 6 maggio: da quel momento hanno inizio quelli che passeranno alla storia come "i 100 giorni di Dalla Chiesa".
Prima dell'omicidio il generale ricevette intimidazioni terrificanti. Vennero uccisi il boss Alfio Ferlito, durante un trasferimento carcerario, insieme all'autista e a tre carabinieri della scorta; l'ultimo avvertimento, quello più eclatante, avvenne un mese dopo, quando i cadaveri di due carabinieri vennero caricati su un auto parcheggiata davanti una caserma dei carabinieri.
Quattro mesi dopo la nomina di prefetto, il 3 settembre, alle ore 21:15, mentre passavano per via Carini, una motocicletta e una BMW affiancano l'auto su cui viaggiano il prefetto e sua moglie e l'auto della scorta, facendo fuoco con due AK-47. I coniugi muoiono sul colpo, mentre l'agente Domenico Russo morirà qualche ora dopo in ospedale. Due giorni dopo, la raggelante telefonata anonima al quotidiano La Sicilia: "L'operazione Dalla Chiesa è conclusa".
Questo delitto scuote la coscienza della cittadinanza, e compare sul muro della strage un cartello scritto a mano: "Qui è morta la speranza dei palermitani onesti".
Furono condannati all'ergastolo come mandanti del triplice omicidio i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.
Nel 2002 la Corte d'Assise condanna gli esecutori materiali Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia e i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci.