Amici, compagni di sventura e futuri ostaggi culturali svedesi, sedetevi. Non vi racconterò la solita favola sull'arricchimento interculturale, ma la cruda e gelida verità sulla nostra settimana in Erasmus: una missione di sopravvivenza che ha messo a dura prova la nostra rumorosa, passionale e affamata italianità. Siamo tornati non solo più istruiti, ma più italiani di prima.
Il nostro esodo è iniziato a Milano, sotto un sole che, col senno di poi, ci sembra un miraggio termico. La missione: atterrare a Göteborg e non soccombere alla quiete. La prima sfida, appena usciti dall'aeroporto, non è stata la temperatura, ma l’assenza totale di rumore. In Italia, se regna la calma, o abbiamo perso la partita o la nonna non ha cucinato abbastanza. Lì, invece, è la norma. La gente non parla, sussurra. Se per sbaglio urti qualcuno, non ricevi uno "scusa" deciso, ma un lieve, quasi impercettibile sibilo che ti fa dubitare di aver realmente sentito qualcosa.
Eravamo costretti a conversare gesticolando freneticamente e parlando a volume "normale", venendo guardati come se stessimo organizzando una rapina a mano armata.
La prima notte è stata la nostra gloriosa difesa. Non ancora pronti a piegarci alla pace scandinava, ci siamo barricati in hotel trasformandolo, secondo l’idea svedese, in una roccaforte del chiasso .
È stato il trionfo dell'italianità: tutti in una stanza a chiacchierare animatamente, come per consumare in anticipo tutte le parole della settimana. Quella, cari lettori, era la nostra riserva energetica per affrontare il concetto di "Lagom" — l'arte svedese dell’equilibrio e della moderazione. Lagom è l'entusiasmo, lagom è la porzione, lagom è la vita.
La mattina dopo è arrivato l'affido alle famiglie e l'inevitabile trauma culinario. Abbiamo mangiato la "pizza". Ora, svedesi, vi vogliamo bene, ma chiamare quel disco dai condimenti improbabili (messi lì probabilmente a occhi chiusi) una pizza è un atto di coraggio che merita un Nobel per la diplomazia. Ci ha fatto davvero male il cuore.
Il nostro unico salvatore in questo regno di compostezza è stata la Fika, la sacra pausa caffè. Non è una semplice pausa, è una filosofia; il loro unico momento di relax in una giornata gelida. Ma attenzione: è sempre accompagnata da un bicchiere d’acqua e un dolcetto alla cannella, il tutto consumato in modo perfettamente civile. Noi, abituati al caffè bevuto al volo, ustionandoci la lingua mentre urliamo l’ordinazione al barista, abbiamo dovuto imparare a meditare sulla bevanda.
Il lunedì è iniziato con il battesimo di ghiaccio: minigolf all'aperto. Noi, atleti del divano, a combattere il vento cercando di far sembrare che fosse la nostra attività preferita. Martedì l'escalation: pattinaggio, visita a Jönköping (dove si respira una calma tale da sembrare un museo) e, la sera, la nostra ribellione. A scuola, durante una partita di hockey, abbiamo rotto ogni protocollo, prendendo il controllo della situazione. Abbiamo cantato "Maledetta Primavera" a squarciagola contro la placida platea locale che, senza muovere un muscolo, ci filmava con quel misto di fascino e orrore che si riserva a un'eruzione vulcanica.
Il mercoledì è stata la nostra vendetta intellettuale con l’Escape Room: il caos mentale italiano si è rivelato perfetto per risolvere enigmi, superando probabilmente ogni record di decibel mai registrato in una stanza svedese. La sera, per sfuggire al rigore culinario, abbiamo ceduto all'esotico: tacos a casa di Elis e un gioco di gruppo per sfoggiare le molte conoscenze culturali.
Giovedì e venerdì siamo tornati alla missione: scuola e podcast di gruppo. Ma giovedì sera siamo andati tutti a casa di Karl, un altro svedese e abbiamo passato una fantastica serata, facendo molte foto ricordo. Due giorni di produttività svedese: seduti, calmi e concentrati. Una quiete che ci ha quasi convinto a comprare un maglione natalizio.
Ma non per molto, perché abbiamo trascorso l’ultima sera a Baskarp, facendo un barbecue e mangiando hot dog, condividendo gli ultimi attimi insieme. E in quell’ultima sera, tra chiacchiere e polaroid, sotto ad un cielo stellato abbiamo capito che, nonostante le grandi differenze, abbiamo imparato a condividere le nostre giornate fuori dalla comfort zone.
Poi è arrivato il sabato, il giorno della partenza. Eravamo pronti a riabbracciare il nostro amato caos, ma il destino aveva in serbo un finale da thriller internazionale: siamo partiti con un ritardo catastrofico a causa di alcuni droni sospetti. Non stavamo solo tornando da un Erasmus, stavamo fuggendo da una crisi geopolitica!
Bloccati in aeroporto con l'ansia da ritardo aereo, abbiamo reagito da veri italiani. Di fronte alla minaccia, cosa abbiamo fatto? Abbiamo mangiato. Abbiamo sfidato l'incertezza del volo con la certezza di un monumentale panino con pulled pork e cipolle caramellate. La paura era tanta, ma la fame di più.
L'Erasmus è questo: la dimostrazione che l'essere umano, pur di scoprire il mondo, è disposto a bere caffè con calma, trattenere i gesti e affrontare crisi internazionali con un panino in mano.
E ora, carissimi amici svedesi, preparatevi. Siete stati avvertiti. La vostra quiete e il vostro Lagom verranno messi alla prova qui da noi. Sarete costretti a mangiare troppo, a parlare troppo forte e a gesticolare senza freni.
Benvenuti nel caos italiano... e preparatevi a urlare!