È il 212 a.C. e Siracusa, una delle più ricche polis del Mediterraneo, è messa a ferro e fuoco dai Romani comandati dal console Marco Claudio Marcello. Gli ordini sono chiari: Marcello vuole avere a tutti i costi l'uomo più illustre della città, quel geniale Archimede che tanto lo ha fatto penare usandogli contro diaboliche macchine da guerra. E lo vuole vivo.
A trovare l'anziano matematico è un soldato, che gli intima di seguirlo. Secondo la leggenda, lo studioso è chino a riflettere sulle figure geometriche che ha tracciato sulla sabbia: "Noli, obsecro, istum disturbare", dice ("non rovinare, ti prego, questo disegno"). Il soldato, invece, perde la pazienza e, contravvenendo agli ordini ricevuti, lo trafigge con la spada. Finisce così, tragicamente, la vita di Archimede di Siracusa, il più grande e "moderno" matematico dell'antichità, i cui studi sulle spirali, sugli specchi ustori e sulle leve – per fare solo qualche esempio – sono ancora oggi fonte di ispirazione per gli scienziati e gli ingegneri di tutto il mondo.
Varie fonti dimostrano che gli antichi erano a conoscenza di alcune regole geometriche riguardanti il raggio, la circonferenza e l’area del cerchio. I babilonesi fra il 1900 e il 1600 AC furono fra i primi a definire questo numero, trovando un valore pari a 3,125. In parallelo gli egizi lo estimarono attorno a 3,16. Il π viene citato persino nella Bibbia, dove si stima un rapporto attorno a 3. Attorno al 250 AC Archimede lo stimò con più precisione, utilizzando poligoni regolari inscritti e circoscritti da cerchi. Utilizzando questa tecnica era arrivato a provare che pi greco fosse compreso tra 3.1408 e 3.1429 – cioè equivalente a un poligono composto da ben 96 lati.