Era passato ormai qualche anno dalla prima luce del TNG e ancora avevo ben impressa nella memoria la frase che Fabio (il compianto Favio Bortoletto) mi rivolse la prima volta che mi affidò il telescopio: “Mi raccomando, Tessi!”.
Fabio quando era al TNG mi chiamava affettuosamente “Tessi” a differenza dei suoi omologhi bolognesi che da sempre mi avevano appellato “Tex”. Quella frase per me che ero stato il primo operatore al telescopio del TNG, aveva un significato molto particolare: da un lato era una concessione di fiducia che si offre soltanto a pochi, ma rappresentava anche un’enorme, tremenda responsabilità, essendo il sottoscritto consapevole che il Telescopio Nazionale Galileo era il frutto del duro ed estenuante lavoro di tantissime persone, oltre che rappresentare una scommessa, un investimento, il futuro per l’astronomia italiana.
Il mio incubo ricorrente da allora era che nel corso di un puntamento o durante il tracking, un asse come ad esempio azimut potesse superare i limiti di sicurezza e quindi si potesse strappare la “catena porta-cavi”, danno riparabile si ma qualcuno mi aveva spiegato fin dall’inizio che avrebbe comportato la chiusura del telescopio per un periodo di circa sei mesi, il tempo necessario per collocare di nuovo tutta la cablatura che collega la parte dell’edificio fissa a quella rotante, un fascio di cavi enorme che si trova appunto all’interno della “catena porta-cavi”, un dispositivo che serve a permettere che la parte del building mobile possa ruotare diverse volte attorno al proprio asse durante il corso delle osservazioni, senza peraltro causare nessuno strattone indesiderato ai cavi che contiene.
Per far capire meglio il concetto, i tre assi del telescopio, cioè azimut, elevazione e i derotatori, hanno ognuno un loro range di lavoro e quindi ai due limiti di quello ci sono degli stop in entrambi i sensi di marcia oltre i quali gli è precluso muoversi allo scopo di evitare possibili danni. Quindi a monte di queste aree proibite è stato posto un limite meccanico, ma per sicurezza poco a monte di esso è stato collocato un sensore di prossimità e appena a monte di quest’ultimo è stato sistemato a sua volta uno stop di software. Tanto minuziosamente e meticolosamente è stato predisposto il tutto allo scopo di impedire danni maggiori. Ogni asse ha due serie di questi stop, quindi sono 6 stop per ogni asse, tre in direzione positiva e tre in direzione negativa.
Perdonatemi se mi sono dilungato sul soggetto ma è stato per far capire al lettore questo punto importante.
Quella sera eravamo appena tornati dalla cena e ci apprestavamo a iniziare le osservazioni; in sala controllo (la vecchia control room situata all’interno dell’edificio rotante, giusto al di sotto della cupola) c’erano con me Ghedo (Adriano Ghedina) come astronomo di supporto e Francesco Ferraro dell’OAS di Bologna, come astronomo visitante.
La prima cosa che fa l’operatore per iniziare le osservazioni è di aprire il cover dello specchio principale e poi esegue lo “start-up degli assi” cioè pone i tre assi del telescopio in condizione di muoversi; nel fare questo il programma toglie i freni e abilita i motori dell’asse che tuttavia rimane immobile ma pronto a ricevere il comando di muoversi. Dopo aver eseguito lo start-up dell’asse di azimut, premo il bottone sull’interfaccia per lo start-up di elevazione.
Da quel momento passano forse 3 o 4 secondi dopodiché un colpo sordo proveniente dal soffitto fa rintronare la control room! Ghedo e io ci guardiamo perplessi quindi ci dirigiamo di corsa in cupola salendo le scale a grandi passi. Cosa poteva essere successo?
Una volta arrivati in cupola osservammo con orrore quello che avevamo davanti: la cella di M1 era in posizione negativa, vale a dire che il telescopio puntava sotto l’orizzonte poiché il top ring era arrivato a toccare il pavimento! La prima immagine che apparve nella mia mente fu M1 che si era rotto in due pezzi. Infatti da quel lato della cupola non potevo ancora vedere M1 ma soltanto M2 che fortunatamente appariva intatto.
L’incubo in quei pochi istanti fu che lo specchio principale, dovuto alle sue sei tonnellate di peso, quando il top ring aveva sbattuto sul pavimento fosse caduto in avanti a causa del forte contraccolpo, spezzandosi per il violento urto. Sarebbe stata la fine del TNG!
Con il fiato sospeso e il ritmo cardiaco al massimo mi fiondai insieme a Ghedo all’altro lato della cupola
e una volta giunto di fronte al top ring lo vidi: M1 ERA LÌ ANCORA INTATTO, AL SUO POSTO.
In quel momento chiusi gli occhi e ripresi a respirare con enorme sollievo. Il mondo appariva di nuovo un posto vivibile. Rapidamente alzammo il telescopio manualmente riposizionandolo entro il range di sicurezza.
Il TNG era salvo.
Il giorno seguente venne eseguita una valutazione dei danni e uno studio sulla causa dell’incidente. Se non ricordo male alcuni supporti laterali erano stati leggermente danneggiati, ma si trattava di un’inezia in confronto a un possibile danno a M1. Riguardo alle cause dell’accaduto si ipotizzò che probabilmente l’asse di elevazione, una volta eseguito lo start-up, per ragioni sconosciute partì come un razzo in direzione negativa, quindi a causa della grande inerzia dovuta alla forte velocità unita alla elevata massa del telescopio, nessuno dei tre stop riuscirono a fermarlo in tempo nella sua corsa pazza, prima che il top ring urtasse contro il pavimento della cupola. Dovuto a questo incidente venne eseguito un check accurato degli armadi Sierracin che controllavano la movimentazione del telescopio.
Dopo l’accaduto Fabio fece montare dei robusti respingenti meccanici alla base del telescopio così che in elevazione non potesse mai più scendere al di sotto di una decina di gradi positivi. Venne appurato in seguito che in normali condizioni di lavoro, cioè durante il pointing o mentre si esegue un movimento manuale dell’asse, ciascuno dei tre stop funzionava perfettamente bloccando il telescopio immediatamente. Quindi fu la velocità a fare la differenza: quella sera la pazzesca velocità dell’asse di elevazione riuscì ad eludere i limiti di sicurezza.
Nonostante le minuziose misure introdotte allo scopo di evitare danni, era accaduto quello che sembrava impossibile: si era verificato un incidente che avrebbe potuto causare un completo disastro. Molto probabilmente nessuno avrebbe potuto fare niente in una circostanza del genere, ma da quella volta non mi sono più fidato delle “sicurezze” e sono diventato molto più prudente e guardingo in qualsiasi operazione nella quale qualcosa avrebbe potuto andare storto.
Ci sono stati altri momenti in cui ho temuto che si fosse prodotto un danno al telescopio, ma quella fu per me un’esperienza indimenticabile che forse molti non conoscono, sicuramente la peggiore che ho mai vissuto nei miei 16 anni al TNG.