2025 - numero 14
2025 - numero 14
STORIE DI METAMORFOSI
In nova fert animus mutatas dicere formas corpora
LA TRASFORMAZIONE
Arianna Zanetti
Classe: 1^FL – Liceo Linguistico
Mi sveglio: è una mattina di novembre placida e uggiosa, ma ancora non so che sta per cambiare tutto.
Avverto un certo dolore alla spina dorsale. Penso: “sarà l’ennesima volta in cui perdo il telefono in mezzo alle lenzuola e lo ritrovo in qualche angolo bizzarro del letto”. Purtroppo non è così: stavolta sono io il problema. Solo dopo, però, realizzo di avere una schiena irta di scaglie di drago durissime. Mi sento il corpo molto più pesante rispetto al solito e, una volta scostate le coperte, mi gelo: nessuna traccia del mio solito pigiama blu messo la sera prima. Al suo posto trovo un orribile corpo di drago con scaglie brune ed impenetrabili. “No, no, no”.
“Non è possibile, svegliati, Arianna, ora!” dico a voce alta. Ma questo non è un sogno. Alzandomi in piedi, faccio cadere con la mia lunga coda (si, in dotazione, nel “pacchetto drago mostruoso”, c’è anche lei) tutti gli oggetti disposti sul mio comodino. Vado allo specchio e noto che anche il mio naso, gli occhi e la chioma castana sono stati sostituiti dalla fisionomia “draghesca”. Ovviamente tutto questo rumore non passa inosservato: infatti, i miei genitori, allarmati, fanno irruzione in camera e rimangono terrificati dal mio aspetto. O meglio, mia madre si mette ad urlare, però mio padre no, anzi non sembra per niente sorpreso dal mio cambiamento, come se sapesse già tutto, come se fosse già pronto a questo avvenimento. “Cosa ti è successo? Come mai sei cosi?” chiede mamma. Mio padre cerca di calmare entrambe, completamente nel panico, dicendo che dovrò trasferirmi in una nuova scuola, dove non sarò vista come un mostro, ma come una semplice “draghetta” alle prime armi. “Tesoro, devi capire che al nostro mondo non tutti siamo umani, alcuni possono mutare la loro forma, quindi sanno destreggiarsi tra un corpo umano e uno corpo di drago a loro piacimento. Ecco perché devi andare alla SPDP (Scuola Per Draghi Principianti) per imparare a non rimanere un drago per sempre”.
“Sono decisamente troppe informazioni da assimilare papà, perché non mi hai avvertito prima?”.
“Perché non era sicuro il tuo mutamento. Essendo io un drago e tua madre umana c’erano le stesse possibilità di rimanere normale oppure no.” ribatte lui. Dopo altri intensi e lunghi minuti di conversazione durante i quali mio padre continua a ribadire che questo è il mio triste e inevitabile destino, capisco che non c’è nulla da fare e che mi devo arrendere al fatto che tra circa due ore partirò per questa accademia SPDP (o come diavolo si chiama). “Devo portare una valigia? No! Cosa può mai servire ad un drago? Forse una mentina per l’alito perché sembra che io abbia appena divorato un intero banco di pesce!”.
6 ore dopo…
“Siamo da quattro ore in viaggio pa’, quanto manca?” grido dal bagagliaio della macchina (unico luogo dove non avrei arrecato danni all’autovettura). Non faccio in tempo ad udire la risposta che, davanti a me, si staglia un imponente castello, apparentemente questa famosa accademia di cui mio padre mi ha parlato, dove vivrò per un tempo (purtroppo) ancora indefinito.
All’entrata non vedo altro che draghi di specie, colori e taglie differenti, tutti all’incirca con la mia stessa espressione spaesata. Il momento da me sempre odiato in ogni situazione purtroppo arriva anche questa volta: il saluto ai miei genitori. Come si saluta la propria famiglia prima di entrare a far parte di un mondo bizzarro e completamente sconosciuto? Io non ne ho la minima idea. So solo che questo mio grande interrogativo viene spazzato via con una velocità fulminea perché appena finisco di abbracciare mia madre vengo travolta e condotta, per inerzia, da un’orda di “studenti” in un’aula dove un enorme drago verde (il preside) ci illustra il regolamento e il funzionamento della scuola (con annesso giro panoramico del castello in stile gotico), i nostri dormitori, gli orari delle lezioni e le aule dove avremmo appreso tante nozioni fondamentali per la nostra preparazione. Perlopiù sono tutte inerenti alla guida per la scoperta del nostro potere e del nostro nuovo corpo. Io in quanto "Aurum", dovrei riuscire ad utilizzare a mio piacimento minerali e metalli e a trarre benefici da essi. Spero tanto di cavarmela.
Qualche mese dopo…
Vi ricordate tutte le mie ansie e insicurezze sulla gestione del mio potere e sulla mia ambientazione nell’accademia? Ad oggi posso dire che sono diventata completamente abile nella gestione del mio potere, anche se non credo di riuscire a tornare umana a comando. Questo perché per la mia specie è abbastanza complicato però io non sono molto triste.
Qui ho conosciuto delle persone meravigliose e sempre pronte ad ascoltarti, mai malevole o perfide come molte nella mia vecchia scuola.
Tra un allenamento e l’altro questi primi mesi sono passati in fretta, ogni settimana aggiorno i miei genitori sui progressi fatti. Ho imparato ad accettare la mia nuova forma perché, in fondo, io sono sempre io, indipendentemente dalle scaglie di drago, le unghie adunche e i denti affilati. Sono sempre la ragazza timida e introversa che ha sempre letto storie di draghi malvagi, sempre visti come i cattivi della storia e mai come semplici creature che volevano solo vivere ad ogni costo, e che adesso si ritrova ad essere una di loro e a comprenderli appieno.
Certo, non posso dire che il destino non sia stato crudele con me, ma sono dell’idea che l’importante è sempre andare avanti per la propria strada, non facendosi schiacciare dagli ostacoli che ci si presentano sul nostro cammino perché sempre ce ne saranno ma noi dobbiamo essere consapevoli del nostro valore e affrontarli quegli ostacoli.
Non importa quanto sia ripida o faticosa la salita: io lotterò sempre e comunque per arrivare alla cima. Indipendentemente dal modo in cui dovrò percorrerla: camminando o volando.
LA METAMORFOSI
Alessia Bianconi
Classe: 1^FL – Liceo Linguistico
Un lunedì mattina mi svegliai e sentii che qualcosa in me non andava. Infatti, mentre cercavo di alzarmi, percepii che tutto intorno a me sembrava più grande, persino il letto sentivo che fosse enorme rispetto alle mie dimensioni: mi ero trasformata in un piccolo topo grigio. Appena realizzai in cosa mi fossi mutata, rimasi scioccata dall’ambiguità della situazione e disgustata dalla creatura in cui mi ero trasformata.
Vicino al mio letto c’era uno specchio di grandi dimensioni, perciò, una volta saltata giù dalle coperte, andai diretta lì a specchiarmi e ad osservare il mio nuovo corpicino, e, mentre continuavo a specchiarmi con ripugnanza, altre preoccupazioni si fecero spazio nella mia testa.
Pensai a come avrebbero reagito tutti nel vedermi, a credere che fossi ancora io in quel piccolo corpo e a come avrei continuato le mie giornate non potendo più vivere da essere umano.
A distogliermi dai miei pensieri pensò mia mamma, che bussò alla porta per svegliarmi, e, in effetti, appena mi girai verso la sveglia sopra il mio comodino, notai l’orario: erano le sette del mattino in punto ed ero in ritardo per la scuola, ma come potevo andarci essendomi trasformata in un topo? Risposi a mia mamma per tranquillizzarla dicendole che ero sveglia ormai da un’ora circa e che dovevo solo sistemare alcune cose sparse per la camera, così da farle sembrare tutto sotto controllo. Dopo qualche secondo, si aggiunse anche la voce di mio papà a dirmi di velocizzarmi con il suo solito tono poco rassicurante e per niente paziente.
Una volta lontani dalla porta di camera mia, in me si scatenò il panico; questo perché ero di fretta e anche perché avrei dovuto decidere cosa fare. Insomma, pensai che la scelta migliore fosse quella di scappare di casa, ma questo voleva dire abbandonare la mia famiglia, i miei amici, con i quali passavo i momenti migliori, e la scuola, il posto in cui avevo la possibilità di imparare molte cose importanti.
Dopo vari istanti passati a riflettere, decisi di andarmene da casa, passando per una finestra socchiusa dalla sera prima e, una volta saltata fuori, iniziai a correre velocemente per prati e strade senza mai fermarmi. Durante la fuga provai un grande bisogno di comunicare ma ero costretta a rimanere in silenzio, sentendomi così sola, e in me sentivo crescere sempre di più una profonda tristezza mescolata al disprezzo per la mia nuova forma. Ero in ansia per tutto quello a cui sarei andata incontro, il cuore mi martellava nel petto e alcune lacrime mi rigarono il volto offuscandomi la vista. Ad un tratto, mentre attraversavo la strada, sentii un forte boato e, appena mi girai, una grande macchina bianca mi travolse in pieno con la ruota, facendomi rotolare fino al bordo del marciapiede.
Chiusi gli occhi senza concentrarmi sul dolore fisico, pensando ai momenti e ai ricordi allegri, rendendomi conto, però, di aver commesso un errore, scappando; infatti avrei potuto trovare il coraggio di restare insieme alle persone a cui tenevo più, le quali, forse, ora, sono addolorate e in preda all’angoscia a causa mia.
NUOVA VITA, NUOVA ME
Noemi Principale
Classe: 1^FL – Liceo Linguistico
Un'improvvisa sensazione di calore mi fece svegliare dal mio sonno profondo. Gli arti sembravano infuocati, e la coperta pareva più morbida del solito. Aprii gli occhi svogliatamente, e lo sguardo si posò sulla piccola sveglia bianca appoggiata sul comodino, segnando le quattro passate. Provai a riaddormentarmi, ma, appena gli occhi si spostarono sulla coperta, notai un dettaglio insolito: grandi zampe bianche e nere pendevano dalla fine del letto, scoperte dal pezzo di stoffa, immobili come una statua. Mi impietrii: spostai cautamente la trapunta sul mio lato destro, fino a scoprirmi del tutto. Rimasi sbalordita dalla scena che mi si presentò davanti: le mie gambe erano coperte da fitti peli neri, a volte bianchi, come le braccia e il busto. I piedi che avevo visto, penzolanti dal letto, mi appartenevano. Portai le mani "pellicciose" alla testa, trovando un paio di orecchie morbide che percepivano più del dovuto.
<<Cosa è successo?>> domandai con voce soffocata nel silenzio della notte, senza ottenere risposta. Il panico mi assalì, ma l'unica cosa che riuscii a pensare fu: <<Sarà soltanto un sogno, torno a dormire così finirà tutto!>>. Dopo qualche minuto riaprii gli occhi, ma niente era cambiato. Così provai a muovermi, e lo trovai abbastanza semplice, ma le gambe erano appesantite dal tanto pelo. Raggiunsi la grande specchiera vicino al mio letto, e il riflesso che osservai mi scioccò ancora di più: il mio corpo si era mutato in quello di un panda. Questo spiegava il fitto manto nero e bianco. Aprii la bocca per provare a emettere qualche suono, ma non uscì niente se non un soffio disperato.
In preda al panico, corsi alla finestra, e le prime luci del giorno mi rasserenarono un po'. Erano già le sei e mezza, e tutta la mia famiglia si sarebbe svegliata a momenti. A confermarlo fu la sveglia della mamma, che intonava le note della sua canzone preferita. Corsi sotto le coperte quando udii i suoi leggeri passi arrivare verso la mia camera. Tremai, iniziando a elaborare nella mente la sua faccia inorridita quando mi avrebbe visto. Cosa avrebbe pensato, quando al posto della sua unica figlia, avrebbe trovato rannicchiato nel letto un panda di dimensioni notevoli? E cosa avrebbe fatto? Non poteva sapere che quel grande animale in realtà ero io, e non potevo neanche provare a spiegarglielo a causa della mia incapacità comunicativa. Guidata dall'istinto, le grandi zampone mi portarono alla finestra, la aprirono e mi fecero saltare fuori.
Accadde tutto troppo in fretta, ma purtroppo intravidi il volto assonnato della mamma mentre varcava la soglia della mia camera, per svegliarmi come ogni mattina. Da quel momento in poi, nulla sarebbe stato come prima. Corsi per le strade ancora deserte di Milano, senza una meta precisa, fino a quando una fragranza familiare attirò la mia attenzione: sfrecciai verso la sua direzione, arrivando davanti ad un cancello arrugginito. Mi trovavo davanti ad un fitto boschetto abbandonato, ormai eliminato dalla memoria dei cittadini milanesi. Con estrema agilità saltai il cancello e mi intrufolai nella piccola selva.
Tra le varie tipologie di alberi, quella che spiccava era il bambù, che emetteva l'invitante odore che sentii dalla strada. Ne presi una piccola porzione, e lo ingoiai senza pensarci due volte. Che buono! Dopo averne sgranocchiati altri pezzi, mi adagiai su un morbido mucchio di foglie secche, e mi addormentai serenamente.
Quando mi risvegliai, le ultime luci del giorno stavano facendo spazio ai piccoli puntini luminosi, e l'aria diventava sempre più fredda. Un improvviso pensiero ruppe la quiete di quel momento tranquillo: forse mia madre era ancora a casa, a cercarmi tra le ampie coperte del mio letto; oppure era uscita tra le strade del quartiere urlando il mio nome, in attesa di una risposta. Non seppi mai cosa successe, ma il rimorso di non averle mai dato un addio mi perseguitò fino al mio ultimo giorno, quando la fame spense la mia anima: le piante di bambù terminarono, e nelle vicinanze non se ne trovavano. Morii da sola, nel silenzio di una foresta abbandonata di una delle città più grandi d'Italia, in compagnia della fredda aria di novembre e della Luna splendente.
LA MIA METAMORFOSI
Sophie Tacconi
Classe: 1^FL – Liceo Linguistico
Apro gli occhi, ancora dormiente e frastornata dal sonno: mi sento strana e mi fa male tutto, ma proprio tutto.
Decido di alzarmi e di sgranchirmi un po'. Peccato che il mio corpo attuale non è predisposto per questo genere di cose: infatti, guardandomi allo specchio scopro con orrore di essere diventata un’orrenda tarantola; per poco non mi viene un infarto: “No, no! Tutto, ma non questo!” Inizio a disperarmi e sento il cuore battere all’impazzata nel mio petto. Non posso aver subito una trasformazione, non io, non in un ragno.
E ora, che faccio? È questa la domanda che più mi sorge spontanea. I miei genitori non sono in casa o, meglio, sono dall’altra parte del mondo in crociera per festeggiare il loro maledetto anniversario di matrimonio, mentre io me ne sto qui a disperarmi e a sperare in qualche grazia divina. Certo che il mondo è proprio ingiusto!
Al diavolo tutto! Provo ad alzarmi!
Passo numero uno:
Far collaborare il corpo con la mente.
Perciò decido di muovere una delle otto zampe che ho in una qualsiasi direzione, peccato che la mia aracnofobia non mi aiuta per niente perché a vedere quella zampetta grigia, finemente ricoperta da una peluria folta, secca e tanto brutta, mi viene solo da rimettere.
Poiché il piano, per ora, sembra non funzionare, faccio un lungo e profondo respiro prima di sfoderare le mie magnifiche doti di auto incoraggiamento, che, palesemente, so già che non serviranno a nulla: “Ce la posso fare! Ricorda: se pensi positivo, le cose si positivizzano!”
Mi ripeto a voce alta le sagge parole di uno dei personaggi della mia saga letteraria preferita, sperando che abbia ragione.
Intanto, continuo a lavorare sulla mia coordinazione motoria con, però, pochi e scarsi risultati, decidendo perciò di trovare un’alternativa più semplice.
E, vagando nei meandri della mia mente, vengo a conoscenza del fatto che, non volendo, a furia di aspettare, ogni volta, il momento giusto per uccidere uno di quei mostri infernali della famiglia degli aracnidi, di aver capito i loro movimenti; perciò, mi metto sul bordo del letto con l’intento di ribaltarmi e di arrivare nella corretta posizione di movimento.
Dopo esserci riuscita, decido di andare in cucina, poiché tutto questo sforzo mi ha fatto venire una gran fame.
Passo numero due: capire cosa mangiare.
I ragni mangiano altri insetti, quindi…
“No, non se ne parla, preferisco morire di fame” mi dico.
A tal punto, non sapendo cosa fare, decido di svolgere qualche ricerca su: come vivono i ragni; perciò apro il computer, se solo non fosse che invece delle mie belle dita affusolate ho otto zampe ripugnanti: “Sarà molto complicato” penso, ma decido di provarci lo stesso.
Ci metto tutta la giornata e i giorni successivi per capire e sapere tutto sulle tarantole e i loro simili, nel mentre ho deciso di provare le loro abitudini: arrampicarmi sui muri, mangiare insetti, creare pure una mega ragnatela nella mia camera, questo è molto divertente.
Alla fine, i miei genitori tornano dalla loro fantastica crociera.
Quando mi vedono, iniziano a lanciarmi oggetti di ogni tipo, cappello, borsa, zaino e altre cose non identificabili.
Quando finalmente riesco a parlargli, sono comprensivi anche se con le facce stralunate.
Dopo un po' di giorni mi propongono un accordo, ovvero quello di andare a vivere in un ambiente protetto e adatto a me: infatti la mia famiglia ha un bosco da diversi anni, posto perfetto, per me, per vivere in pace e in completa autonomia.
Non è facile lasciare la propria casa, ma devo dire che quest’idea mi piace particolarmente.
Oggi sono passati tre mesi dal mio trasferimento, devo dire che la convivenza con i miei piccoli simili è abbastanza tranquilla, ho cibo gratis in abbondanza e i miei genitori vengono a farmi visita una volta a settimana; quindi, posso dire con certezza che non mi è andata troppo male.
Almeno così ho superato la mia fobia.
“OLTRE LO SCHERMO”
Forse, pensò Sara mentre scrollava distrattamente sui social, è davvero possibile morire di noia. Il mondo intorno a lei sembrava svanire in un turbinio di immagini perfette, momenti felici e sorrisi scintillanti, tutti confezionati e presentati come segreti di felicità.
Si sentiva come bloccata in una sequenza infinita di “like”, storie delle persone che conosceva, a divertirsi nei posti più belli e a godersi il sabato oppure a postare video di animali carini. E il peggio era che, oltre a farla sentire assolutamente e terribilmente sola, quei video la rendevano anche incredibilmente annoiata. Infatti, più guardava quelle scene di vita che sembravano così piene di vivacità, più si sentiva invasa da un'ombra di noia e desolazione. Sentiva di star sprecando il suo unico pomeriggio libero, ma non riusciva a trovare la forza o forse la voglia di chiudere i social e mettersi a cercare attività più appaganti, che non le ricordassero quanto fosse a corto di amici veri con cui uscire. Era il suo tempo libero, eppure, nonostante avesse la libertà di fare qualsiasi cosa, non riusciva a staccarsi dal telefono. Era come se una parte di lei fosse intrappolata in una spirale che non riusciva a fermare.
Fu un grido improvviso a svegliarla dal suo torpore. Il suo fratellino più piccolo che si era messo a gridare contro il computer, in chiamata con degli amici online mentre giocavano a un videogioco. Evidentemente tutti avevano qualcuno con cui stare tranne lei, pensò. Decise, perciò, di uscire, nella speranza che l’aria fresca del parco potesse smuoverle un po’ la mente e magari aiutarla a sfuggire dal peso che le gravava addosso e dalla tristezza che la stava rapidamente assalendo.
Ma il parco, benché più vivace, non le offrì molto sollievo. Si trovò a guardare intorno, osservando famiglie e gruppi di amici che si godevano il sabato pomeriggio insieme. Sara dalla sua posizione centrale, sotto uno degli alberi del parco, riusciva a vedere praticamente tutto e tutti, le sembrava che chiunque avesse una connessione che a lei sembrava sfuggire, e così, sentendosi a disagio e senza nemmeno pensarci troppo, riprese il telefono in mano. Finì per controllare distrattamente le richieste di amicizia su Instagram. Si rese conto con una punta di amaro che quelle persone, per lo più conoscenti o amici virtuali, non avrebbero mai sostituito i veri amici. La solitudine che sentiva era infatti amplificata dal fatto che, pur essendo circondata da centinaia di contatti online, non aveva nessuno con cui parlare veramente, qualcuno che la capisse fino in fondo. Era una situazione ironica tutto sommato, pensò, quasi 500 amici virtuali e nessuno nella realtà. Certo, ogni tanto riusciva a parlare con i suoi compagni, con i parenti o con i suoi amici online, ma riteneva che nessuno di questi fosse veramente suo “amico”: qualcuno con cui poteva confidarsi, essere completamente se stessa, su cui poteva fare affidamento sempre e con cui poteva sentire quella connessione e quel legame genuino di cui si narra nei film e nei libri.
Proprio mentre si perdeva in questi pensieri, un signore si avvicinò a lei, distribuendo volantini per un evento che attirò la sua attenzione: una mostra fotografica al museo locale. Visto che non serviva nessun biglietto o prenotazione decise di andare, anche semplicemente per potersi dire di aver fatto qualcosa e che tutto sommato non aveva buttato via un pomeriggio tra social e autocommiserazione.
Nel museo, si sforzò di sembrare interessata alle opere esposte, ma la sua mente continuava a vagare tra una notifica e l'altra. Il salone era pieno di turisti e famiglie e la sua mente si spostava da una foto all’altra senza davvero soffermarsi su nulla. Poi, all’improvviso, qualcosa catturò la sua attenzione. Dentro di lei sentì qualcosa risvegliarsi. La sua mente, che di solito correva a mille all’ora, si fermò improvvisamente. Ad averla colpita non era una delle fotografie più apprezzate o con più gente ad osservarla, anzi a dire la verità sembrava che solo lei l'avesse notata. Uno scatto dimenticato, finito lì per sbaglio. Mostrava un paesaggio in bianco e nero, con due persone anziane al centro che si tenevano per mano. Non si vedevano le facce ma si poteva percepire che quei due erano uniti da un legame speciale, e al tempo stesso inscindibile . La foto mostrava una scena tranquilla ma solitaria, con contorni sbiaditi, che contrastava con la frenesia che Sara sentiva dentro; dava la sensazione che ogni problema della vita potesse essere messo da parte, finché si osservava quello scatto rubato. Sara si sentiva stranamente attratta proprio da quella foto, ma non sapeva spiegarne il perché. Quella foto non aveva nulla a che fare con il frastuono dei social o con le immagini perfette che vedeva ogni giorno sul telefono e, forse proprio per questo, non la faceva sentire sbagliata, di troppo o semplicemente sola. Anzi sembrava dirle: “In questo angolo di mondo c’è posto anche per te”.
Ad un certo punto sentì una voce da dietro dirle: “Ti piace questa foto?”
Si girò, e vide una ragazza che non aveva mai davvero notato prima, ma che ora riconosceva come una sua compagna di classe. Una con cui in realtà non parlava nemmeno molto, il cui nome continuava a sfuggirle dalla mente.
Sara non si aspettava di trovarla lì e di certo non pensava di parlare con qualcuno in quel momento, ma qualcosa nell’espressione della compagna, mentre osservava lo scatto davanti a loro, la incuriosì.
La ragazza non sembrava essere lì per il solito tour turistico, o per fare delle storie da postare e di cui poi vantarsi. Sembrava veramente trovarsi in quel posto per apprezzare ciò che stava osservando, e questo colpì nel profondo Sara.
Finalmente, dopo svariati minuti di silenzio, Sara rispose, un po' sorpresa dalla domanda: "Non lo so, è strano. Non è una delle foto più famose, ma... c'è qualcosa che mi fa riflettere."
La ragazza sorrise, avvicinandosi di un passo: "Anch'io trovo che abbia qualcosa di speciale. Forse è proprio il fatto che non cerca di impressionare, di farsi notare, che la rende così potente. È come se ci volesse dire qualcosa, ma lo fa in silenzio. Non urla, ma sussurra.”
Sara annuì pensierosa. "Sì, come se fosse stata dimenticata e non volesse essere notata, ma avesse bisogno di qualcuno che la guardi davvero, senza fretta. Sai, a volte mi sembra che tutti siamo così distratti dai social e dalla vita in generale, dalle immagini perfette, dal bisogno di piacere agli altri, che finiamo per non fermarci mai davvero a guardare ciò che conta, o quello che potrebbe veramente toccarci nel profondo. E questo ci fa sentire soli, nonostante siamo sempre circondati dagli altri."
Per Sara quella era la prima volta che concretizzava a parole quei pensieri che la attanagliavano da molto.
L’altra ragazza la squadrò con interesse, come un bambino con un nuovo giocattolo, e disse: “ Vero, spesso ci perdiamo nelle immagini perfette, nel bisogno di piacere agli altri, nella necessità di non essere esclusi e ci dimentichiamo che la vera connessione arriva solo quando ci fermiamo, quando ci prendiamo il tempo per guardare davvero, ma guarda queste due persone in questa foto, loro lo hanno capito e hanno trovato qualcosa di vero e profondo, quindi forse anche tutti noi potremmo riuscirci”.
Sara continuò a risentire quelle parole anche molto dopo che la sua compagna aveva smesso di pronunciarle e se ne era andata. Era rimasta colpita, e non tanto per la fotografia o per la conversazione che aveva avuto in sé per sé, o almeno non solo per quello; a lasciarla a bocca aperta era stata l’idea che, come lei, anche qualcun altro stava cercando di sopravvivere in un mondo che correva troppo veloce e che cercava sempre l’approvazione e la perfezione secondo gli altri.
Mentre lasciava il museo, Sara guardò di nuovo la fotografia e pensò che sicuramente la vera connessione non era quella che tutti cercavano continuamente sui social, nei messaggi e nelle foto impeccabili. Le connessioni vere stavano nella capacità di fermarsi, di osservare, di ascoltare senza fretta e senza filtri. Sara sentiva di aver trovato una vera amica e sapeva anche di essersi legata veramente con la nuova ragazza, in un modo che non sarebbe stato possibile sui social. E forse, comprese, per cercare qualcosa di autentico, doveva iniziare a cercare in modo diverso, a esplorare non solo il mondo virtuale, ma anche quello che si nascondeva nei dettagli più silenziosi della realtà.
Quando uscì dal museo, la brezza della sera la accolse, sollevando i suoi capelli e facendola rabbrividire nella giacca. Il sole stava lentamente cedendo il passo alla luna, ma Sara sentiva che quella giornata, strana e inaspettata, aveva comunque avuto un valore. In un mondo che correva troppo veloce, aveva trovato un piccolo spazio per fermarsi, riflettere e, forse, iniziare a guardare la realtà con occhi nuovi.
Dopo tutto non aveva sprecato un pomeriggio.
“Noi cittadini del mondo”
di Giorgia Datteri, 4DL
Passeranno gli anni e diventeremo grandi, i capelli bianchi e il segno del tempo che passa nel nostro viso.
Immagino una casa calda e sicura e dei ragazzi giovani che giocano spensierati e felici.
“Nonna a scuola abbiamo parlato delle guerre nel mondo, ci hanno spiegato che i bambini non giocavano tranquilli e felici come noi.”
Ricordo i pasti caldi e le risate con gli amici.
Ricordo i giochi e il Natale con la famiglia.
Ricordo le ginocchia sbucciate per il troppo giocare e il sorriso in volto nonostante il dolore.
Ricordo la spensieratezza.
“Nonna, ci hanno parlato della Palestina: ma è vero che lì i ragazzi non potevano giocare e venivano trattati male, venivano uccisi?”
Capelli scompigliati.
Occhi spenti, ormai persi nella vana ricerca di speranza.
Tagli e ferite nei piccoli visi.
La memoria riaffiora come un fiume in piena, travolge ogni parte di me quella sensazione di vuoto e dolore.
Lì in Palestina quei giovani avevano dei sogni: quel bambino morto sotto le macerie della propria casa colpita da una bomba voleva diventare un dottore, e chissà, magari sarebbe stato il più bravo e avrebbe viaggiato per tutto il mondo, salvando vite.
Invece, quella ragazzina morta perché malnutrita era un fiore non ancora sbocciato, lei ne aveva di sogni: per esempio voleva scrivere, diventare una scrittrice.
Proprio come quel fiore non ancora sbocciato, ricco di ingenuità, creatività e sogni i bambini possono essere tutto.
Sono piloti, pirati, astronauti, dottori e scrittori, ma non solo.
Nella loro purezza chiedono e domandano qualsiasi cosa, nel loro mondo ancora da scoprire e conoscere.
Per questo la nonna ha spiegato al proprio nipotino che era vero: i bambini in Palestina non giocavano tutto il giorno con le Barbie o con le macchinine.
Quelle piccole creature erano indifese e pensavano solamente a come sopravvivere giorno per giorno, lasciavano la loro infanzia e purezza da parte per essere travolti dal mondo che li circondava.
Svanivano come polvere nell’aria, i loro sogni distrutti dalle bombe e con essi la possibilità di vivere.
Noi siamo resi schiavi da una routine frettolosa e senza freni e con leggerezza sfogliamo giornali e guardiamo i social.
Ci sentiamo lontani dalle disgrazie altrui e per questo viviamo ogni giorno convinti che nulla possa toccarci.
Ma nonostante tutto, siamo e saremo, fino al nostro ultimo respiro, tutti cittadini del mondo.