Caro diario,


Oggi l'ho fatto.

Li ho lasciati.

Ho preso le mie cose e sono salita sul sidecar della moto di Maurizio.

Non è stato facile, lo ammetto apertamente.

Mia sorella (te la ricordi? Quella odiosa che mi ha sempre tormentato) continuava ad urlarmi contro, dicendo che non potevo lasciare la famiglia e la mia città, Salerno, ma non mi sono lasciata convincere.

Mia madre -quella santa donna- continuava a ripetere che non avrebbe più rivisto "la sua bambina", che sarebbe morta prima, ma sapevo che non sarebbe andata così: sono quasi vent'anni che la sento parlare della sua morte imminente, e non ha ancora avuto malori peggiori di un'influenza.

Mio padre mi sbraitava contro, la faccia rossa -se di rabbia o perché aveva bevuto non lo so- faceva quasi paura, però nemmeno quello mi avrebbe fermata.

Sono corsa fuori, piangendo, ma provando una sorta di libertà che nemmeno sapevo esistesse.

In strada Maurizio mi ha abbracciata, ripetendosi che nulla avrebbe più potuto raggiungermi.

In qualche modo sono riuscita a rivolgergli un sorriso, che è emerso dalle lacrime solo per lui.

Mentre viaggiavamo, osservavo i paesaggi susseguirsi l'uno dopo l'altro.

Vedevo la costa allontanarsi e lasciare il posto ai campi, poi alle colline e, verso sera tarda, le montagne tra le quali era nascosta la mia nuova città.

Belluno.

Dopo una giornata di viaggio era ancora più bella ai miei occhi.

Non era grande, non era in un luogo panoramico, forse ci abitavano anche persone antipatiche, ma sapevo che, finalmente, avevo dispiegato le mie ali e stavo costruendo la mie vita con Maurizio, da sola, prendendo le miei decisioni, e non mi importava se erano sbagliate.

Mentre scendevo dalla moto, però, ho avvertito una malinconia che mi assediava il cuore.

Sapevo che non sarebbe stato così semplice e che la mia famiglia ce ne avrebbe messo di tempo per lasciarmi andare.

Solo, per questa sera, non voglio pensarci.


A domani,

Antonietta.