Da sempre, nel linguaggio popolare, era denominata ‘La cuntrada dei sciur’, perché quasi tutte le famiglie nobili di Bianzone vi risiedevano nei loro palazzi e a volte discutevano tra loro; per questo era chiamata anche PIAZZA DELLA DISCORDIA. La gente comune che, per qualsiasi motivo doveva andare in piazza, diceva: ‘Lagum cambià al scusal che gò de ‘ndà an piazza’. Questo detto rivela tutto il rispetto che la gente aveva per la piazza e per chi vi abitava. Ricordiamo i Besta, i Planta, i Righi e i Lambertenghi, nell’ordine proprietari dell’attuale Palazzetto Besta. L’edificio dove ore si trova la Scuola dell'Infanzia, denominato ‘Castello’ sulle antiche mappe catastali, probabile maniero dei Capitanei che avevano sede a Stazzona, sul dosso di San Giacomo, rivela la sua origine alto-Medievale nelle imponenti cantine conservate intatte e che ancora stupiscono per la massiccia struttura.
Sulla piazza si affacciava l’albergo Belvedere, ora trasformato in condominio, di proprietà Cadringher, famiglia non nobile ma benestante, di origine ungherese. Oltre all’albergo la famiglia gestiva la trattoria, il negozio e nel seminterrato la sala da ballo, grande richiamo per la gente di Bianzone e dei paesi vicini. Alla domenica la piazza era piena di biciclette, unico mezzo di trasporto dell’epoca. Molto frequentato anche il gioco delle bocce, nel sottostante giardino.
In Piazza c’era, è c’è tuttora, l’Ufficio Comunale, allora chiamato comunemente ‘ufizzi’. Anche le persone più semplici che dovevano entrare nell’ufficio si preparavano adeguatamente: ‘Andò a mèt su la giaca perché gò da ‘ndà an ufizzi’. E prima di entrare si levavano il cappello come si fa quando si entra in chiesa.
Sulla facciata del Municipio è ben visibile la lapide che ricorda i caduti in guerra del nostro paese. Bianzone è stato il primo Comune della Provincia nell’anno 1922 a voler onorare con un monumento i propri soldati morti durante la Prima Guerra Mondiale.
Sta ormai scomparendo nella memoria collettiva il ricordo di un avvenimento importante avvenuto nella contrada Piazza negli ultimi decenni del ‘600 e cioè la presunta apparizione della Madonna a Battista De Flagelli il 6 aprile 1675. Si conosceva persino il luogo dove la Madonna sarebbe apparsa: un nero ambiente a piano terra, tuttora esistente, che si affaccia sull’attuale via Teglio al numero 2, quasi di fronte al Municipio. Era lì che viveva, nella più totale povertà, l’ipotetico veggente.
La piazza, prima dell’arrivo dell’asfalto, era in terra battuta, perciò era facile per i bambini scavare una piccola buca, chiamata ‘zoca’, facendo ruotare il tallone di un piede. Era l’inizio di una partita a biglie (li cichi) nell’attesa di entrare nelle aule scolastiche che erano proprio lì, nella casa comunale.
Fino al 1960 non esisteva a Bianzone un vero e proprio palazzo scolastico. Gli scolari erano costretti ad andare a scuola a turno nelle uniche tre aule del palazzo comunale: alcune classi al mattino, altre al pomeriggio.
Sono ormai scomparse da tanto tempo le quattro grosse pietre interrate sulla piazza a rasoterra, disposte a formare gli angoli di un quadrato dai lati lunghi alcuni metri. Al centro di ogni pietra c’era una cavità, pure quadrata e abbastanza profonda. In occasione di qualche evento eccezionale come l’entrata del nuovo parroco, la visita del vescovo o di qualche autorità importante si infilavano nelle quattro cavità quattro legni già predisposti per sostenere un traliccio di legno che assomigliava ad una porta (la porta triunfant come nell'immagine che risale al 1957). Il tutto veniva poi ricoperto con rami di abete, festoni di edera, muschio e fiori. Sotto questo arco trionfale il Sindaco accoglieva con i dovuti onori, a volte anche con la banda, il personaggio che stava entrando in Bianzone. Normalmente invece le quattro pietre servivano ai bambini per il gioco dei quattro cantoni (chi che al giuga ai quatru cantun?) e si passavano dei momenti di serena allegria.
Nella casa dove adesso c’è la Farmacia, negli anni Venti del Novecento abitava il maestro Piani, ‘al Mignun’, com’era definito in modo irriverente dai suoi scolari più monelli e che è stato ricordato nello spettacolo teatrale realizzato al termine dell'A.S. 2024-2025 dal titolo 'PER ANDà INANS S'HA DA ULTàS ANDRè'. Era temuto dai suoi scolari che correggeva in modo sbrigativo e autoritario con frequenti castighi corporali (usava facilmente la bacchetta...). Tuttavia i genitori dei suoi alunni, che avevano ben altro da fare (i lavori della campagna, la gestione della stalla, della cantina,...) appoggiavano il suo operato dicendo ai loro figli: ‘se ‘l maestru al tà dà ‘n sciaff, mì ta ‘ndò duu!’. Altri tempi! Quando era il momento di fare ginnastica (l’attuale educazione motoria) portava i suoi scolari in Piazza, si sedeva su una sedia in mezzo alla piazza, si faceva portare dalla moglie Adele un boccale di vino che, dopo averne bevuto un buon sorso, appoggiava per terra e poi iniziava la ‘lezione’: AT-TENNTI – RI-POSO – AT-TENTI e poi via in marcia intorno alla fontana.
Testo di Igino Ronchi - A.S. 2024-2025