Totò Riina, uno dei mandanti delle terribili stragi di Palermo, alla domanda di un magistrato, finge di non conoscerla: “Questa mafia di cui tutti parlano io l’ho letta solo sui giornali”.
Mafia è un termine generico, spesso utilizzato per definire varie forma di criminalità organizzata.
Le mafie italiane: la ‘ndrangheta (Calabria), la camorra (Campania), la sacra corona unita (Puglia), i basilischi (Basilicata).
Le mafie nel mondo: Cosa Nostra (USA), Cartelli colombiani e messicani (Messico, Colombia, Sud America), mafia albanese, mafia turca, bande motociclisti nel mondo, Vory v Zakone (ex Unione Sovietica), triade cinese, Yakuza (Giappone), mafia nigeriana.
- L’etonologo Giuseppe Pitré dice che mafia indica: bellezza, grandiosità, perfezione.
- Chi dice che la parola derivi dall’arabo riscontra similitudini con la paura afiah che significa forza e maha fat che vuol dire protezione, immunità.
- Nel 1861 compare il termine per la prima in una lettere del generale Alessandro della Rovere luogotenente del re di Sicilia: “Qui v’è pure la comorra, non metto cattiva della napoletana. La chiamano maffia”.
- Due anni dopo il termine entra nel linguaggio comune anche grazie all’opera teatrale intitolata I mafiusi di la Vicaria.
- Nel 1869 viene registrato nel vocabolario siciliano con il significato di “braveria, baldanza, spocchia”.
- Il termine Cosa Nostra viene usato a significare una cosa che appartiene a loro e a nessun altro.
LA COSCA
La cosca è il torso, la parte interna del carciofo, protetta da foglie spesso spinose. Il simbolo rappresenta: la coesio, la compattezza, la solidità e ognuno ha un compito preciso. C’è chi dà ordini, chi obbedisce, chi amministra i soldi e chi si occupa di assistenza alle famiglie dei carcerati. La cosca ha le sue regole, il suo codice, il suo diritto, le sue istituzioni. La cosca ha anche un tribunale interno e sono previsti vari tipi di pena, inclusa la condanna a morte.
Come deve essere un mafioso?
- deve avere fissa dimora e una vita sentimentale serena
- deve essere costante
- deve rispettare le regole
- deve avere una forte reputazione, la “dignitudine” cioè la considerazione in cui è tenuto da tutti, la gente deve temerlo
- deve essere capace di farsi giustizia con le proprie mani
le immagini e i testi (rielaborati) sono tratti da "La mafia spiegata ai ragazzi" di Antonio Nicaso, ed. Mondadori
Giuseppe Di Matteo fu rapito il pomeriggio del 23 novembre 1993, quando aveva quasi 13 anni, in un maneggio di Altofonte, da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Secondo le deposizioni di Gaspare Spatuzza, che prese parte al rapimento, i sequestratori si travestirono da poliziotti della Dia ingannando facilmente il bambino, che credeva di poter rivedere il padre in quel periodo sotto protezione lontano dalla Sicilia.
Giuseppe fu ucciso nel tentativo di far tacere suo padre Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia ed ex-mafioso. Venne strangolato e successivamente sciolto nell'acido l'11 gennaio 1996, poco prima di compiere 15 anni, dopo 25 mesi di prigionia, 779 giorni. Dietro questo, il più immondo dei delitti, c'era la mafia di Totò Riina.
Nessun perdono.