Autore: Francesco d’Adamo
Casa editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2001
Numero di pagine:160
L’autore è nato nel 1949 da profughi istriani rifugiati in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Laureato in Lettere moderne ha insegnato materie letterarie in istituti superiori per molti anni per poi dedicarsi alla scrittura. Verso la fine degli anni 90 inizia a scrivere per i ragazzi da lui definiti gli ‘adulti con qualche anno in meno’. Il suo ultimo romanzo è Storia di Ismael che ha attraversato il mare con cui ha vinto il Premio di Narrativa per Ragazzi. Con la Storia di Iqbal nel 2001 vince il Premio Cento. E’ il primo libro che leggo di questo autore e mi ha entusiasmato, credo che leggerò anche Storia di Ismael.
Il genere letterario di questo libro è NARRATIVA BIOGRAFICA poiché si ispira alla storia vera di IQBAL MASIH, un bambino operario pakistano diventato simbolo dello sfruttamento minorile. È un romanzo di tipo sociale e più specificatamente un romanzo di denuncia dello sfruttamento minorile.
Il protagonista è IQBAL, un ragazzino più o meno della mia età ma molto meno fortunato di me. Lui viveva in Pakistan, un Paese molto povero e, come molti altri bambini, era costretto a lavorare per pagare i debiti della sua famiglia. Lavorava nella fabbrica di tappeti di Hussain Khan, un padrone molto burbero, perché costringeva i bambini al lavoro per tantissime ore in condizioni disumane: i più ribelli erano legati al telaio di tessitura con le catene. Lavoravano in mezzo allo sporco e mangiavano poco.
Il narratore della vicenda è Fatima, una ragazzina anche lei costretta a lavorare nella fabbrica che, molto presto, diventa amica di Iqbal con cui si trova spesso a parlare di notte.
La storia inizia con un flashback: Fatima ormai grande si è trasferita in Italia a servizio di una famiglia e ricorda quando era bambina e lavorava nella fabbrica di tappeti di Hussain khan, fu lì che conobbe Iqbal.
Il protagonista Iqbal viene descritto come un ragazzino fiero e coraggioso, sfidava spesso il suo padrone per questo mentre lavorava era incatenato al telaio e finiva spesso nella tomba, un luogo scuro e sotterraneo senza mangiare e bere per giorni. Egli tentò più volte di fuggire dalla fabbrica di tappeti. Una volta durante la sua fuga si trovò in mezzo ad una manifestazione del Fronte di liberazione del lavoro minorile e si rivolse ad un poliziotto per denunciare la sua situazione. Assieme al poliziotto andò nella fabbrica di Hussain Khan, ma questo cattivo padrone riuscì a farla franca, mostrò un luogo tranquillo e si mostrava gentile con i bambini. Iqbal purtroppo tornò alla vita di prima e fu severamente punito. Passato un po’ di tempo, però, Iqbal fuggì nuovamente, riuscì a mettersi in contatto con Eshan Khan, il capo del Fronte di liberazione del lavoro minorile e con lui tornò alla fabbrica, così riuscirono a far uscire la verità su come venivano trattati i bambini da Hussain Khan. Tutti i bambini vennero liberati e portati alla sede del Fronte in attesa di trovare le loro famiglie.
I personaggi del libro sono vari. Quelli che mi hanno colpito di più, oltre a Iqbal, il protagonista, sono:
Fatima, la narratrice, che diventa presto amica di Iqbal, che all’epoca del racconto era più o meno coetanea di Iqbal, 12 anni. Nel libro si descrive come una bambina timida e rispettosa, che sapeva stare al suo posto, per questo era una delle preferite del padrone.
Hussain Khan, il padrone della fabbrica di tappeti, cattivo e di brutto aspetto, sempre sporco e che odorava di fumo. Nei suoi confronti ho provato un sentimento di disprezzo perché trattava i bambini peggio degli animali dando loro poco da mangiare, li sfruttava tutto il giorno a lavorare ai telai in un ambiente sporco pieno di polvere.
Eshan Khan è invece un personaggio positivo che ispira fiducia e sicurezza. E’ il presidente del Fronte di liberazione del lavoro minorile ed è grazie a lui che Iqbal e i suoi amici vengono liberati dalla fabbrica di tappeti e poi riportati alle famiglie. Per Iqbal è come un secondo padre.
La storia è ambientata in Pakistan, ma dalle ricerche che ho fatto l’autore non si è mai recato in quel Paese e quindi il paesaggio l’ha inventato. Luoghi di campagna, sempre molto assolati e caldi e ad un certo punto del libro, quando percorrono strade in auto, dopo la liberazione, si descrivono anche piccoli villaggi tra le montagne. Il periodo del racconto è la fine del secolo scorso.
I personaggi del libro, i bambini, sono persone molto povere, provenienti da famiglie di contadini che per pochi euro di debiti erano costretti a lasciare i figli a lavorare in fabbrica per molto tempo.
Lo stile di scrittura di questo libro l’ho trovato abbastanza semplice, adatto per i ragazzi della mia età, con periodi non troppo lunghi e ricco di dialoghi che animano il racconto e ti fanno immaginare meglio le scene.
Nel libro vengono messi in risalto molti valori : il CORAGGIO che appartiene a Iqbal di non accettare quella condizione di schiavitù e quindi per questo fuggiva sempre, ma soprattutto il coraggio che ha avuto di denunciare Hussain Khan e far liberare così anche i suoi amici. Una scena del libro mi è rimasta particolarmente impressa e dimostra il grande coraggio di Iqbal. Egli era molto svelto e bravo a lavorare al telaio, per questo gli venivano affidati i tappeti più difficili. Un giorno Hussain Khan portò un cliente a vedere il tappeto che stava tessendo Iqbal, perché era il più bello ed il più costoso. Iqbal non lasciò questa soddisfazione al padrone e tagliò il tappeto davanti a tutti anche se sapeva che così sarebbe andato incontro ad una dura punizione. Ho ammirato il coraggio e l’orgoglio di quel ragazzo.
Anche l’AMICIZIA è un bel valore che vuole trasmettere l’autore, l’amicizia tra Iqbal e gli altri bambini che lavorano nella fabbrica di tappeti. Quando riesce a scappare non si dimentica di loro e torna per farli liberare.
Dopo la liberazione Iqbal ed i suoi amici vissero per un po’ assieme ad Essan Khan nel Fronte di liberazione. Iqbal decise di rimanere a fianco di Essan per aiutarlo a scovare altre fabbriche dove sfruttavano i bambini. Iqbal diventò famoso e fu invitato in Svezia ad una conferenza internazionale per lo sfruttamento minorile ed ottenne una borsa di studio per studiare un anno a Boston. Dopo essere tornato in Pakistan andò a visitare la sua famiglia e nel suo villaggio d’origine venne assassinato a 13 anni.
Il libro mi è piaciuto moltissimo, ed è per questo che ho guardato anche il film. Il tema che affronta è molto importante, una grossa piaga della nostra società, cioè lo sfruttamento dei minori in lavori pesanti. Noi ragazzi europei possiamo considerarci davvero fortunati, viviamo con tutte le comodità possibili, invece ancora oggi in Asia ed in Africa molti nostri coetanei vivono in estrema povertà e costretti a lavorare. Io consiglierei questa lettura ai ragazzi della mia età perché fa veramente riflettere su quanto fortunati siamo noi.
E.B. CLASSE 2A