La bambina è seduta su uno sgabello, in una soffitta buia e sporca, con solo uno specchio, una bambola e accessori per bellezza, lei imita una foto di un giornale stropicciato.
Il suo vestito, antico e sporco, fa capire che è abbandonata a se stessa e nessuno si cura di lei. I suoi piedi freddi, magri e scalzi ricordano la sofferenza delle persone rinchiuse in un incubo terribile.
Il naso è concavo, è inserito nella faccia pallida con le guance rosate. Non gioca più con la bambola, essa è stata rimpiazzata dalla spazzola e dai trucchi buttati sul pavimento. La pensierosa, riflette su chi è realmente e chi vorrebbe diventare.
Non soddisfatta del proprio aspetto: la rabbia la costringe ad odiarsi per come è, riflette allo sfinimento ma riesci a trovare una spiegazione chiara. E’ ormai una bambina cresciuta abbandonata dai pensieri degli adulti, ma lei, mentre si guarda allo specchio, pensa che ha una vita davanti, vale la pena vivere felice e combattere per non essere dimenticata.
Corinne M.
Paulo al Carnevale di Venezia
Era la domenica del 9 Febbraio. Paulo abitava a Venezia in una casa molto lussuosa.
Era un bambino di circa sei anni. Era basso e magro, aveva delle mani molto piccole, delle belle guanciotte rosee, delle labbra sottili, gli occhi di color cioccolato, le sopracciglia erano quasi invisibili e la sua pelle era del colore delle perle. Aveva un’espressione da angioletto.
Lui voleva fortemente andare al Carnevale di Venezia quel giorno e, per l'occasione, si era vestito da Arlecchino: ai piedi calzava delle spessissime calze bianche come l'avorio; addosso aveva una bellissima tuta a scacchi blu e gialli, che all'estremità delle maniche e del colletto presentava una bellissima decorazione di pizzo. Sopra i capelli color corallo portava un cappello marrone-nero simile a quello di Napoleone Bonaparte.
I suoi genitori lo viziavano molto ma, nonostante questo, era gentile, simpatico e generoso, per questo avevano deciso di portarlo al Carnevale.
Lì c'era un uomo che faceva ritratti e Paulo posò per lui.
Alessandra F.
L’uomo del dipinto di Antonio Donghi “Il giocoliere” è in una tenda grigia e sporca, è appoggiato ad un cassone marrone, vecchio e malridotto.
Ha un viso apparentemente espressivo, gli occhi incavati e grossi ricordano un avvenimento tragico: quel momento umiliante in cui, durante l'esibizione, le palline si presero gioco di lui; lo presero in giro facendo soffrire la sua anima, rendendolo depresso ed escluso. Il suo sorriso si sta sciogliendo in una valle di lacrime.
Per contrasto le sue orecchie, lo rendono buffo e ricordano il film “Dumbo” per la loro enormità. Il suo naso, ben marcato, assomiglia ad una pera, indossa una bandana per non mostrare la sua calvizie.
Il suo vestito assomiglia all’abito carnevalesco di Arlecchino, le sue scarpe eleganti, ma consumate, sono simili a quelle che calza un cameriere di un ristorante di lusso.
Le mani, sproporzionate, appoggiate sulle ginocchia sono grosse e gonfie.
Le palline bianche davanti a sé gli ricordano le emozioni provate, mentre svolgeva il suo lavoro, con allegria.
Corinne M, Alessia G, Noemi D
Giacomo il giocoliere
Cinquantadue anni fa è nato Giacomo in un piccolo paesino in mezzo ai boschi.
Giacomo è molto alto, ha delle gambe lunghe e possenti, la pelle liscia e cura il suo aspetto esteriore: si rade la barba molto spesso perché teme che questa lo renda più vecchio e tiene in ordine le sue grandi mani. All’interno del viso risaltano gli occhi che sprigionano tante emozioni e, ahimè, anche un po’ di doppio mento!
Quand’era ragazzino, in un giorno di primavera, vide un artista di strada sotto i portici del Comune: rimase sbalordito dai movimenti strabilianti che l’uomo faceva con cinque palline leggere come l’aria. Allora ebbe un’illuminazione: voleva diventare un giocoliere, proprio come lui.
Tredici anni fa, riuscì a realizzare il suo sogno, dopo aver lottato a lungo, aver fatto sacrifici, andando anche contro la volontà della madre. Era riuscito, però, a diventare un giocoliere di gran fama.
Per tanti anni ebbe successo in un circo e fu molto amato dalla gente. Non gli importava di essere pagato bene, lui voleva solo strappare un sorriso al pubblico e far roteare in aria quelle piccole sfere bianche, perfettamente circolari, che sembravano pianeti rotanti.
Purtroppo, però, un giorno, durante le prove per lo spettacolo, notò un giocoliere molto giovane. Il direttore, quella stessa sera, con poche parole e senza garbo, gli spiegò che quel ragazzino avrebbe preso il suo posto perché lui, ormai, aveva perso la scioltezza e l’eleganza di un tempo.
Giacomo tornò a casa con la sua vecchia bicicletta cigolante e, arrivato, si sedette sulla panca di fronte alla finestra: posò i suoi piccoli pianeti fra le gambe e si mise a guardare fuori: si ricordò il momento in cui aveva visto quell’artista di strada e gli scesero le lacrime, lacrime di nostalgia, lacrime piccole che contenevano tutta la sua vita: momenti tristi e felici ma con un sogno come obiettivo.
Giulia T.
Guido, così si chiamava, era un giocoliere, aveva cominciato da ragazzo, per lavoro sì, perchè in casa sua non c’erano mai stati soldi in abbondanza.
Fare il giocoliere gli permetteva, girando il mondo con i suoi compagni di circo, di guadagnarsi qualche soldo in più; ma, più di ogni altra cosa, quella per lui era una passione.
Quelle piccole e perfette sfere bianche e leggere, che nelle sue enormi mani sembravano minuscoli fiocchi di neve senza peso, gli permettevano di pensare a tutto e a niente.
Riusciva a svuotare la mente da tutti i pensieri, specialmente quelli tristi e, credetemi, aveva anche troppi pensieri tristi nella testa. Quando le piccole sfere cominciavano a roteare veloci, gli occhi gli si illuminavano, il sorriso gli veniva spontaneo e tutto in lui si accendeva.
Di lì a poche ore avrebbe dovuto esibirsi, ma non se la sentiva, erano due giorni che piangeva, le lacrime scendevano ininterrottamente e gli rigavano le guance; era seduto nell’unica, minuscola parte del circo che non era stata bruciata, aveva ancora le immagini delle fiamme davanti agli occhi, questi fissi sulla cenere, su quello che era rimasto del tendone.
Le lunghe gambe erano distese e leggermente divaricate, come due strade che a un bivio si separano; la schiena curva, piegata dagli anni e dal duro lavoro, come il tronco di un vecchio albero, Guido era appoggiato sulla cassapanca, che una volta conteneva i costumi per gli spettacoli, ma che ora era vuota, come vuoto si sentiva lui: svuotato, ma non in senso buono, non si era liberato di un peso, al contrario, il vuoto che provava gli pesava come un macigno.
Erano sopravvissuti in quattro all’incendio improvviso, gli unici che stavano ancora provando i propri numeri, gli altri erano scomparsi, ingoiati dalle fiamme che avevano bruciato tutto quello che loro avevano costruito in anni e anni di duro lavoro.
Una scintilla forse, non sapevano come fosse potuto succedere, sapevano solo che le fiamme avevano divorato tutto ciò che si era trovato sulla loro strada.
Guido era quello che aveva sofferto di più: sotto il tendone si trovavano la moglie e il figlio.
Quel giorno indossava una camicia bianca, con il colletto che usciva dalla giacca a quadri neri, rossi e gialli, lo stesso motivo dei pantaloni.
Portava un cappellino nero, per nascondere il fatto che non aveva più neanche un capello.
Il grande naso era arrossato da quella fredda giornata, la bocca piccola e triste e gli occhi, come due fessure, gonfi, lucidi, in loro era riflessa la tristezza, come in un lago ghiacciato.
Aveva deciso, dopo ore passate tra lacrime e pensieri, aveva preso una decisione: quello di quel giorno sarebbe stato il suo ultimo spettacolo da giocoliere, poi basta, avrebbe lasciato tutto, soprattutto i ricordi...
Noemi B.
Charlie
Charlie era un vero e proprio artista di strada.
Tutti i giorni si alzava al mattino presto e, con gli occhi quasi completamente chiusi, urtava sempre le gambe contro il comodino, come se fosse un rito per riuscire a svegliarsi per bene. Quindi si infilava il solito vestito ricoperto di triangolini gialli, rossi e neri, quasi saltandoci dentro, poi la cuffietta e, infine, le scarpe perfettamente nere, prive di alcuna traccia di sporco.
Prima di uscire da casa, si osservava attentamente allo specchio, andando alla ricerca di qualcosa da criticarsi: lui, non si piaceva! Odiava la sua statura troppo imponente, le sue mani esageratamente grandi, il suo profilo per niente aggraziato e le orecchie eccessivamente sporgenti. Dopo l’accurato esame di sé stesso, apriva l’ultimo cassetto dell’armadio e prendeva le sue adorate colleghe di lavoro: cinque palline che un tempo erano bianchissime. Poi, finalmente, usciva da casa e dava inizio alla sua giornata di “lavoro”.
Si piazzava nel centro della città, dove passava più gente e iniziava a far ruotare quelle palline in tutti i modi possibili e immaginabili: da seduto, in piedi poi facendole passare sotto ad una gamba, poi con una sola mano, saltando, correndo e sorridendo sempre a tutti. Così facendo riusciva ad attirare l’attenzione di molti bambini che trascinavano i genitori per le braccia, per assistere allo spettacolo di Charlie. Ad ogni mossa, i bambini scoppiavano a ridere: vedere ridere i piccoli e strappare, addirittura, qualche sorriso ai grandi, lo rendeva felice.
Era stato sempre un uomo molto solare, con il talento di riuscire a far ridere chiunque gli stesse vicino per più di qualche minuto. Era un uomo buffo e strano ma ciò che lo rendeva divertente era la sua spontaneità nel fare le cose.
Quando tutti se ne andavano, lui si sentiva soddisfatto del suo lavoro e del numero di monete racimolate nel barattolo. Così si riposava sedendosi con le gambe distese, sotto un porticato, ripensava ai sorrisi impressi sulle facce dei bambini e nella sua testa rimbombavano le loro risate.
Il suo non era di certo il miglior lavoro del mondo ma, il fatto di regalare ai bambini spensieratezza e gioia, lo faceva sentire soddisfatto e contento.
Martina A.
Marco era un giovane giocoliere.
Era seduto sul suo letto, con lo sguardo dritto verso il muro.
Aveva un berretto nero corvino in testa, indossava un vestito rosso come il fuoco, giallo come un canarino e nero come la cenere: una vera e propria scacchiera!
Dal vestito usciva un colletto bianco, lindo, appena lavato.
Calzava le scarpe del suo papà, simili a quelle che i nostri nonni indossano per accompagnarci a Messa la domenica.
Le sue mani rosse erano appoggiate sulle ginocchia.
Il viso era immobile, di un bianco latte, il suo naso paffutello metteva allegria, ma quel giorno sul viso di Marco regnava la tristezza. Il suo sguardo era cupo come mai lo era stato prima; i suoi occhi neri, di solito luminosi, erano spenti: quello stesso giorno di dieci anni fa era morto Luca, il suo fratellino.
Erano molto legati: si comportavano come due bambini, nonostante l’età.
Luca era morto a causa di una brutta malattia e Marco non riusciva a superare questa perdita.
Era stato il fratello ad introdurlo nel mondo del circo e, quando Luca stava per morire, fece un ultimo regalo al fratello: gli consegnò le palline da giocoliere e gli raccomandò di tenerle sempre con sé; ecco perché Marco non si separava mai da esse, ma, nel suo cuore albergava un senso di vuoto e di debolezza che non riusciva a colmare.
Il suo sguardo era dritto verso il muro, su una foto di famiglia, solamente un raggio di luce osava interrompere quell’atmosfera così cupa. Il vestito così allegro contrastava con la situazione ed un venticello fresco animava quella giornata.
Per il resto del mondo, quella, era una giornata normale, per Marco no!
Egli non faceva scenate piangendo; piangeva dentro. Il suo cuore era sgretolato e frantumato come un bicchiere di cristallo. Neanche la colla più forte avrebbe potuto curarlo, solo il tempo avrebbe potuto guarire le ferite.
Per Marco fissare il vuoto era come escludersi dal mondo, togliere ogni pensiero dalla mente e non far pesare agli altri la sua tristezza.
La pensava così! Preferiva non far trasparire le sue emozioni … Era un tutt’uno con la sua stanza e la luce completava quel quadro.
Ginevra B.
“Ciao”
A volte la vita è ingiusta…
Me ne rendo conto ogni 3 maggio: non un giorno qualunque, ma il giorno in cui è venuta al mondo una persona speciale che si chiama Vladimiro.
Vladimiro è, anzi era, una persona con un cuore immenso, pieno di felicità, spensieratezza e, soprattutto, pieno di amore vero e sano.
Era una persona speciale per me e, in un giorno di sole, si spense.
Quel giorno, da soleggiato diventò grigio e cupo.
Il mio sogno sarebbe stato dirgli addio, se solo avessi saputo che in quel giorno sarebbe accaduta una cosa così improvvisa, irreparabile ma, soprattutto, difficile da accettare da parte mia.
Ora, anche se troppo tardi, vorrei dirgli un semplice e caloroso: “Ciao, ti voglio bene”.
Lo so che a qualcuno il mio sogno può sembrare stupido, ma io non riesco ad accettare il fatto che non posso più comunicare con Vladimiro e dedicargli del tempo. Spesso sogno ad occhi aperti di tornare nel 2014 e trascorrere delle giornate con lui: faccio un giro in barca, mangio insieme a lui, perché il cibo nella mia famiglia è occasione per stare insieme a chi si vuole bene, vado al faro di Goro con lui, in motoscafo sul Po e gli do, sempre, un abbraccio affettuoso per dirgli un caloroso: “Ciao, spero di vederti presto!” Ma tutto ciò, nella realtà, non si può più fare.
Vladimiro, vorrei dirti una cosa che mi pesa: “Mi manchi un sacco!”
Concerto da incubo
Ero pronta per andare ad assistere al concerto di un cantante famosissimo, il MIO PRIMO CONCERTO!!!
Emozionata, stavo per uscire da casa, quando sentii strisciare qualcosa; per assicurarmi tornai indietro a controllare: non c’era nessuno! Costatando che tutto era in ordine, pensai che fosse stata soltanto una mia impressione, quindi, tranquilla, uscii da casa.
Raggiunsi la mamma in macchina, ma … mentre salivo, sentii di nuovo strisciare! “Ma com’è possibile?!” pensai. Guardai nuovamente dietro di me ma, anche questa volta, non c’era nessuno. Preoccupata, pensai di avere la febbre o una malattia, allora controllai se la fronte fosse calda ma non lo era. Finalmente partimmo alla volta dello stadio.
Arrivate, ci affrettammo a metterci in coda per entrare, quando sentii nuovamente lo strano fruscio ma non ci feci caso perché ero veramente eccitata. Quindi andai dentro, mi sedetti e aspettai che il cantante uscisse.
Ad un certo punto la musica tacque, le luci inquadrarono un angolo del palco, era arrivato il momento, avevo il cuore a mille …
Ma? … “CHI È QUELLO?!?”
Sul palco c’era un mostruoso mostro che strisciava per terra, qualcuno che non era LUI.
Guardai meglio, in bocca aveva il cantante super famoso!!
S’impossessò del palco! Aveva sei occhi davanti e sei occhi dietro, una bocca grande e bavosa con denti aguzzi, che avrebbero potuto perforare anche i metalli più duri! Aveva dei capelli che sembravano spaghetti tesi.
Con un balzo si diresse verso gli spalti, proprio dove eravamo sedute noi! Prese con sé me, la mamma e altre due persone. Ci portò nella sua tana segreta: CASA MIA!!!
Non credevo a quello che stavo vivendo. Quel mostro viveva nella nostra casa!! Da quanto tempo??
Tenendoci sempre stretti, ci portò in cantina, ma il ragazzo che era nella sua mano, insieme a me, riuscì a divincolarsi, liberò tutti con lo spray al peperoncino e uccise il mostro.
Tornammo tutti a casa sani, salvie e … SPAVENTATISSIMI
Il bambino ragno
Una sera tornando a casa, dopo un concerto, trovai una visita INASPETTATA: non credevo ai miei occhi!!!
Davanti a me c’era un filo lungo le cui estremità si attaccavano al tavolo della sala e alle piastrelle della cucina, sopra vi camminava un ragno gigantesco, tutto peloso, con dieci occhi minuscoli che mi fissavano!!!
Tutta la mia famiglia gridava all’impazzata.
Decisi di rifugiarmi nella mia stanza, dentro il letto, ma avevo paura di attraversare quel filo! Infatti il ragno, con un passo felpato, mi venne incontro. Io, per scappare, inciampai nel tavolino: il vetro cadde, si frantumò in mille pezzi; i vetri mi fecero solo due taglietti.
Andai a dormire con il cuore in gola e la paura che quel mostro arrivasse sotto le mie coperte.
Al mattino, quando mi svegliai e tornai in salotto, il ragno non c’era più! Al suo posto c’era un bambino grasso, con dei denti da brivido, un solo occhio, minuscolo più di prima, con la pupilla che si dilatava e poi ritornava alle dimensioni normali.
Rimase con noi, nessuno osò allontanarlo!
Ma, un bel giorno … tutti insieme … decidemmo di ammazzarlo … Così mia mamma prese un coltello e … ZAACCC … glielo conficcò nell’occhio: il piccolo intruso si riempì di sangue come un bambino appena uscito dalla pancia della mamma.
(Questo racconto è stato tratto da un mio VERO sogno)