Disegno a cura di Chiara Bagagli, IV D
La Storia è sempre stata caratterizzata da rivoluzioni scientifico-industriali mirate al progressivo avanzare dell’umanità su un piano conoscitivo e tecnologico, portando al miglioramento delle condizioni di vita delle persone, quindi a lussi inizialmente inimmaginabili: ogni gradino del passato costituisce ciò che oggi è la nostra quotidianità.
Introducendo alla moltitudine scoperte tecnologiche rivoluzionarie, è sempre subentrata una questione etica: è veramente un bene spingersi alle Colonne d’Ercole della Scienza oppure, così facendo, l’umanità soffrirebbe il destino di Ulisse?
Ettore Majorana è un esempio storico di uomo che mette la dimensione morale innanzi al proprio successo individuale. Fisico teorico italiano, ha contribuito alla formalizzazione di teorie riguardo la Fisica nucleare, una frontiera scientifica fertile e promettente nella prima metà del Novecento. Nel 1934, grazie alla scoperta dei neutroni lenti, con il gruppo di via Panisperna dà inizio alla costruzione sperimentale del primo reattore nucleare: la Fisica è irrimediabilmente indirizzata verso la bomba atomica. Majorana, la mente che prometteva di diventare una tra le più brillanti del ventesimo secolo, si chiude in casa fino ad un diagnosticato esaurimento nervoso. Nel 1938 parte alla volta di Palermo per una breve vacanza su consiglio degli amici, ma, salpato il traghetto, dello scienziato non si avrà più traccia.
La scomparsa del giovane fisico è un mistero che in molti hanno cercato di risolvere, ma che non è mai giunto a conclusioni accertate. Fatto sta che, a differenza di Fermi, Segrè o Oppenheimer stesso, egli rifiuta prima ancora dell’inizio il Progetto Manhattan, l’oscuro meccanismo che porterà inevitabilmente alla micidiale arma di distruzione di massa.
“La Fisica è su una strada sbagliata. Siamo tutti su una strada sbagliata”: è questa la sua criptica, o se vogliamo, profetica affermazione che precede la misteriosa fine.
Studiando la Storia in un libro è sicuramente più facile comprendere gli eventi che si concatenano come un domino di cause ed effetti: presi dal nostro turbinio giornaliero, siamo a malapena in grado di renderci conto che essa continua a scrivere le sue pagine e che proprio adesso gli scienziati sono costretti a fronteggiare nuovi dilemmi morali. L’intelligenza artificiale si sta infatti integrando gradualmente nella nostra vita: le potenzialità dello strumento sono inimmaginabili e gli studiosi di questa frontiera relativamente innovativa sono pionieri tanto quanto i fisici nucleari del secolo scorso.
Un personaggio di spicco in questo ambito è l’informatico e psicologo Geoffrey Hinton: premio Nobel per la Fisica 2024, ha contribuito alle ricerche riguardo le tecniche del Deep Learning, guadagnandosi il soprannome di “padre dell’ai”.
Il suo è stato uno studio riguardo un “addestramento” delle reti neurali basato sull’utilizzo di milioni di dati sotto forma di pixel, offerti ai sistemi creando collegamenti tra i neuroni artificiali e permettendo ad un algoritmo di determinare addirittura il contenuto di un’immagine.
Questo tipo di machine learning è la causa del rapido successo riscosso ultimamente dall’intelligenza artificiale, dopo il faticoso stallo in cui questa branca dell’informatica si trovava dalla seconda metà del Novecento.
Nel 2023 Hinton si ritira da Google, preoccupato dai pericoli che l’IA potrebbe rappresentare nel futuro: ora gira il mondo per spiegare il funzionamento di questi algoritmi e per condividere liberamente le sue preoccupazioni a riguardo. In un’intervista rilasciata a WIRED Us lo scienziato confessa che oltre la costante minaccia di disinformazione e manipolazione delle masse il suo timore è quello di non saper controllare i software. Molti algoritmi sono infatti in grado di effettuare ragionamenti logici complessi, tanto che numerosi ricercatori si occupano dell’explainable ai, ovvero ricerca per spiegare il funzionamento delle macchine che, sebbene create da noi, ancora non comprendiamo appieno.
La minaccia attuale è però l’utilizzo in campo militare, con l’eventuale creazione di spietati soldati-robot (come accenna in una conferenza di Toronto) o di meccanismi già esistenti come “Lavender”, un programma ai israeliano utilizzato per individuare automaticamente eventuali target da bombardare, spesso senza nemmeno la mediazione di un operatore umano (argomento sul quale “+972 magazine” ha redatto un’interessante inchiesta).
Tornando all’intervista, il giornalista domanda se sia possibile il paragone della situazione odierna con il leggendario progetto Manhattan, proiettando su Hinton la gravosa ombra di Oppenheimer: “Loro dovevano solo far esplodere qualcosa, mentre assicurarsi che qualcosa non esploda è molto più difficile”. Pessimista, apocalittico o lungimirante, niente oggi è certo, ma questa è la profetica risposta con cui ci lascia.
Emma Campanile, V B